Si fa presto a dire “adozioni”

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Si fa presto a dire “adozioni”

di Davide Vairani

Un’Italia senza figli: oltre al calo demografico del 2017, lo scorso anno segna anche il crollo delle adozioni nazionali e internazionali. Un brusco 32% in meno rispetto al 2015.

Sono 805 i bambini adottati da genitori italiani nell’arco del scorso 2017. Nonostante il numero possa sembrare importante – e lo è comunque -, i dati ci dicono che le adozioni (nazionali e internazionali), sono calate del 32% rispetto all’ultimo report ufficiale del 2015. Diminuiscono anche le coppie che hanno scelto di conferire mandato sulle adozioni internazionali: sono passate da poco meno di 3mila nel 2011 a circa mille del 2017 (stima), con un -60% analogo agli ingressi dei bambini. Meno noto è il dato che vede la durata delle procedure balzare sostanzialmente da due a tre anni fra il 2011 e il 2017, con un +44%. Meno ancora la fotografia degli enti autorizzati, scesi da 65 a 62 fra il 2011 e il 2017 (-4,6%) e soprattutto passati da 215 a 184 sedi sul territorio nazionale (-14,4%). In carico agli enti a fine 2017 ci sono oltre 3.300 coppie.

Gli italiani sono diventati meno accoglienti? Sono diminuiti i bambini adottabili? Sbagliato. Indubbiamente la crisi socio-economica degli ultimi dieci anni ha pesato, ma il cuore del problema sta da un’altra parte.

Lo fotografa bene Marco Griffini, presidente dell’associazione Ai.Bi. Amici dei Bambini: “La causa principale è che le adozioni internazionali, come tutto ciò che concerne la politica estera, vivono se c’è una volontà politica di portarle avanti. Ora purtroppo abbiamo assistito in questi ultimi 5 anni a un totale disinteresse della parte politica. L’ultimo governo che ha creduto e ha lavorato sulle adozioni internazionali è stato il governo Berlusconi, con Giovanardi presidente della CAI, che è questa Commissione Adozioni Internazionali, il ‘motore’ vero, vivo di tutto il sistema delle adozioni, che ruota intorno a 62 enti autorizzati, i quali lavorano in tutti i Paesi del mondo”.

Non si tratta di propaganda politica per questo o quel partito, ma della constatazione di un dato di fatto, come bene sanno tutte le coppie adottive.

Alcuni flash documentati da “Vita” parlano da soli. “L’ultima riunione deliberante della Commissione Adozioni Internazionali è stata nel novembre 2013. Poi più nulla, tranne una formale riunione di insediamento nel giugno 2014. Sono passati tre governi (Letta, Renzi, Gentiloni), si sono susseguiti quattro diversi Presidenti della CAI (Kyenge, Renzi, Della Monica per più di due anni, Boschi), ma nessuno ha mai convocato la Commissione Adozioni Internazionali per svolgere quegli importantissimi compiti a cui è chiamata per legge ( l.184 del 1983 e d.p.r 108 del 2007).

Anche la struttura operativa della CAI è ormai praticamente inesistente: manca il direttore, il personale è ridotto al lumicino, il sito è bloccato da più di sei mesi, la linea telefonica dedicata alle famiglie non è attiva, le mail vengono rimandate al mittente, il centralino risponde sempre che non c’è nessuno. Le rendicontazioni dei progetti di prevenzione dell’abbandono non sono state verificate, dal 2011 le famiglie non ricevono i contributi all’adozione e da tre anni non vengono pubblicate le statistiche sulle adozioni. Le delegazioni dei Paesi di provenienza dei bambini che chiedono di essere accolte si sentono rispondere che non è possibile riceverle. Tutto ciò nonostante nel 2015 la legge di stabilità abbia assegnato alle politiche per l’adozione per il 2016 ben 15 milioni di euro, stanziamento quest’anno incrementato di ulteriori 5 milioni. La mancata convocazione della Commissione ha conseguenze molto gravi sull’intero sistema delle adozioni internazionali in Italia: la Commissione Adozioni – organo collegiale composto da una ventina di membri tra cui rappresentanti di ministeri, della conferenza Stato Regioni, da esperti e da tre rappresentanti di altrettante associazioni familiari – ha il compito fondamentale di governare e garantire non solo la realizzazione ma anche la regolarità di tutte le adozioni internazionali in Italia, collaborando con le Autorità straniere dei Paesi di origine dei bambini adottati. La Legge 184 del 1983 parla chiaro a questo proposito: secondo l’articolo 39 la CAI ‘autorizza l’attività degli enti […] vigila sul loro operato, lo verifica almeno ogni tre anni, revoca l’autorizzazione concessa nei casi di gravi inadempienze, insufficienze o violazione delle norme della presente legge’. Se la Commissione non si riunisce non può svolgere questa funzione di controllo e di conseguenza la correttezza delle adozioni è a rischio, così come la tutela dei fondamentali diritti dei bambini adottati e delle loro famiglie” (da “La Commissione Adozioni Internazionali che non c’è” di Paola Crestani, “Vita”, 13 gennaio 2017.

Questo il quadro. Ora c’è una nuova compagine nella CAI e staremo a vedere cosa succede.

Ma c’è un altro punto – forse quello più cruciale – sul quale la politica deve decidere da che parte vuole andare una volta per tutte: riconoscere la genitorialità adottiva come tutte le altre forme di genitorialità.

Per le adozioni nazionali le procedure sono a carico dello Stato. Per l’internazionale il costo è sulle spalle della coppia e può arrivare anche a 30.000 euro. La famiglia può detrarre il 50% delle spese ma non basta. Riconoscere allora la genitorialità adottiva come tutte le altre forme di genitorialità significa anche riconoscerne la gratuità. Per questo motivo venti  enti  autorizzati hanno chiesto  al Parlamento che verrà misure per salvare e poi rilanciare le adozioni internazionali: un contributo di 10mila euro per ogni famiglia che adotta, come riconoscimento dell’importanza dell’accoglienza di un minore abbandonato e della genitorialità, in un paese come l’Italia che è in pieno inverno demografico.

Un contributo che sia un segno, nella direzione della gratuità dell’adozione internazionale. “Le Adozioni Internazionali sono un bene per tutti e stanno soffrendo da tempo. Si deve recuperare attenzione e cura delle adozioni internazionali, il cui futuro ci sta a cuore perché ci sta a cuore il destino di migliaia di coppie italiane e soprattutto di migliaia di bambini che nel mondo attendono una famiglia”, ha detto Pietro Ardizzi, che insieme ad Antonio Crinò ha condotto la conferenza come portavoce degli enti: “non vogliamo solo porre il tema ma formulare delle proposte, che ci auguriamo diventino il contenuto operativo dell’azione di governo futura”.

Non si tratta di un bonus o di una regalia elettorale: che adottare sia davvero ‘un bene per tutti’ lo confermano anche i dati economici. I conti che gli enti hanno fatto sono questi: “facendo riferimento alle stime di Federconsumatori, una famiglia con reddito medio netto di 34.000 euro per portare un figlio adottato dai 6 anni (età media dei minori adottati) alla maggiore età investe di tasca propria 119.700 euro. Se il bonus adozione divenisse realtà, 1.500 adozioni costerebbero allo Stato 15 milioni di euro, ma porterebbero maggiori investimenti da parte delle famiglie adottive per 179 milioni di euro, con un saldo positivo di 169 milioni di euro per il Paese. Se si arrivasse alla gratuità dell’adozione, 2mila adozioni (immaginiamo che le adozioni crescerebbero) costerebbero allo Stato 50 milioni di euro stimando un costo medio per adozione di 25mila euro, ma porterebbero a investimenti delle famiglie adottive per 239 milioni di euro, quindi con un saldo di 189 milioni di euro. L’adozione internazionale, dunque, è un ottimo investimento anche per la cassa pubblica”.

Una volta salvate le adozioni, il loro sviluppo dovrà prendere atto che il mondo delle adozioni è cambiato, ad esempio prendendo in considerazione altre forme innovative di accoglienza.

Leggi:

“10mila euro a ogni famiglia che accoglie, per salvare le adozioni”
di Sara De Carli, “Vita”, 15 febbraio 2018

“Adozioni, la prima fotografia del 2017 ha ancora il segno meno”
di Sara De Carli, “Vita”, 08 gennaio 2018

“Le adozioni in Italia: tutti i segni meno degli ultimi quindici anni”
di Sara De Carli, “Vita”, 13 novembre 2017

“Adozioni in calo, solo colpa della crisi?”
di Daniela Natali, “Corriere della Sera”, 04 Novembre 2011

“La Commissione Adozioni Internazionali che non c’è”
di Paola Crestani, “Vita”, 13 gennaio 2017

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Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Grazia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.