Domenica 11 Marzo 2018

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4.a di Quaresima
Domenica 11 Marzo 2018
S. Sofronio; S. Pìonio; S. Eulogio
2Cr 36,14-16.19-23; Sal 136; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21

Forse qualcuno avrà notato che in questa IV domenica di Quaresima il sacerdote indossa paramenti rosa, contrariamente a tutte le altre domeniche di Quaresima dove il colore liturgico è il viola. In tutto l’anno liturgico del rito romano solo due domeniche “portano” questo colore rosa: la III di Avvento e oggi, la IV di Quaresima.

Per quale motivo? “Laetare Ierusalem”, rallegrati Gerusalemme: esordisce così l’introito della quarta domenica di Quaresima, detta appunto “Dominica Laetare”. Il parallelo con la terza domenica di Avvento, “Dominica Gaudete”, è evidente. Si tratta di due feste accomunate dalla gioia, “gaudere” e “laetare” che la liturgia colloca in modo provocatorio al centro dei tempi forti a carattere penitenziale dell’Avvento e della Quaresima.

Se il testo paolino del “Gaudete” (Filippesi.4, 4-6) pregusta la gioia del Natale, il testo di Isaia del “Laetare” (60, 10-11) orienta il percorso quaresimale verso la Pasqua. Come a dire e a farci memoria che il nostro cammino è sempre con Cristo e che tutto questo è concreto, è accaduto 2.000 anni fa’ e misteriosamente accade oggi, adesso, ora, qui!

Antifona d’ingresso: “Laetare, Jerusalem: et convéntum facite, omnes qui diligitis eam: gaudéte cum laetitia, qui in tristizia fuistis: ut exsultétis, et satiemini ab ubéribus consolationis vestrae: (Ps.121,1) Laetatus sum in his, quae dicta sunt mihi: in domum Domini ibimus.V/ Gloria Patri.Laetare.”(Dal Missale Romanum). “Rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione” (cf. Is 66,10-11).

E successivamente nella Colletta: “O Padre, che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente la nostra redenzione, concedi al popolo cristiano di affrettarsi con fede viva e generoso impegno verso la Pasqua ormai vicina. Per il nostro Signore Gesù Cristo…”

“Dominica in Laetare” sottolinea che il tempo severo e sobrio della Quaresima non può essere assolutizzato, bensì deve essere interrotto, perché la vita cristiana non ha nell’austerità che una fase di passaggio. La vita cristiana è letizia, la penitenza è uno stato di preparazione alla vita da figli di Dio, nel cammino verso la gioia del cielo, per la strada della Pasqua.  Gaudete e Laetare possono essere tradotti con “rallegratevi” e “gioire” e riferiscono all’importanza del tema della gioia cristiana, anche in un periodo con una certa caratteristica penitenziale (sebbene più come una preparazione e non tanto di pentimento come la Quaresima), che si riflette nelle formule e nelle letture di entrambe queste domeniche.

“La parola ‘letizia’ è un termine interessante – sottolinea Don Fabio Rosini – . Contiene la radice della parola ‘letame’, e parla di fecondità, ma di quel tipo che nasce da qualcosa che in sé non è molto nobile. La prima lettura di questa domenica ci presenta, infatti, un estratto dell’ultimo capitolo del secondo libro delle Cronache – che nel canone ebraico è l’ultimo brano della Bibbia – testo che ha due colori. Il secondo è quello della felicità del popolo che finalmente, dopo settant’anni di esilio, può tornare nella sua terra. E qui si chiude la Bibbia nell’originale ebraico, con questa prospettiva di ricostruzione. Ma il primo tono è quello tragico della distruzione dell’esilio in cui il popolo si è andato a cacciare, errore su errore e malgrado i richiami della Provvidenza.

Ci può anche dar molestia, ma la letizia cristiana parte dalla povertà, dalla constatazione dei nostri limiti e dei nostri pericoli. La nostra è una salvezza da ricevere, non altro. “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Questo proclama il Vangelo di questa domenica della letizia.

Andare perduti, sprecarsi, dilapidare la propria bellezza, è possibile, capita. Perdere le occasioni, vedere sé stessi e gli altri sciuparsi e andare in malora: come si scappa a questa ipotesi? Come ci si tira fuori dalla distruzione? Non da soli. “Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”. Per lasciarsi salvare, per entrare nella letizia, ci vuole l’odore della nostra povertà, la fecondità del letame. I poveri accolsero con letizia il Messia, i giusti no”.

“La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie” – venire alla luce vuol dire lasciarsi vedere per quello che siamo: anche noi poveri, esattamente come tutti gli uomini che Cristo è venuto a salvare. Vale la pena di buttar via la maschera dei buoni! Lasciamo che entri la luce che fa male ma guarisce. E così smetterla di mimare la felicità. Siamo incompleti, non possiamo che esserlo. Perché mai aver tanta paura di venire alla luce e svelarsi deboli? Semplice: perché ci siamo venduti mille volte per forti. E non lo siamo. Diceva Emmanuel Mounier: “Ci si adatta meglio a una cattiva coscienza che a una cattiva reputazione”. E così si vive obliquamente, nella tenebra della solitudine.

Che gioia, invece, venire alla luce, lasciarsi amare poveri, lasciarsi salvare. Questa è la letizia cristiana.

“Laetare Jerusalem: et conventum facite omnes qui diligitis eam:
gaudete cum laetitia, qui in tristitia fuistis:
ut exsultetis,et satiemini ab uberibus consolationis vestrae.
– Laetatus sum in his quae dicta sunt mihi:
in domum Domini ibimus”

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Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Grazia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.