Foto di bambini morti, se e quando mostrarle

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Foto di bambini morti, se e quando mostrarle

di Davide Vairani⌋ “La Croce”quotidiano ⌋11 Aprile 2018

La brutta storia del manifesto di ProVita, censurato dalla falce grillina e dal martello piddino, risulta emblematica per capire quanto le immagini dei bambini ci toccano, nel mondo dei media: Aylan meritò una (brutta) statua marmorea, malgrado la sua foto fosse finta, ma quando l’assassino non è un ignoto l’immagine diventa insostenibile anche se mostra un feto ancora vivo

p04-page-001-450x607 Foto di bambini morti, se e quando mostrarleQuando è necessario mostrare la foto di un bimbo che muore?

Beppe Severgnini non ha dubbi nel fornire una risposta a questo interrogativo.“Si può pubblicare la foto di un bambino siriano dopo un attacco chimico? Si può. In qualche caso, si deve” – scrive sul “Corriere della Sera”.

E’ necessario. “L’attacco chimico a Douma, nella periferia orientale di Damasco, non ha risvegliato solo governi cinici e presidenti superficiali – scrive Severgnini-. I gas del regime contro i civili nei rifugi — l’ultima vergogna di una serie iniziata nel 2013 — hanno svegliato anche le coscienze nelle redazioni in tutto il mondo. Le immagini sono arrivate, anche quelle delle piccole vittime: mostriamo tutto, mostriamo qualcosa, non mostriamo nulla? La scelta di mostrare tutto è difficile: può urtare la sensibilità di alcuni lettori/utenti, ma non può esistere il sospetto che sia un modo di speculare sui minori. Se qualcuno pensasse che un giornale pubblica certe foto per suscitare curiosità morbosa è fuori strada. Nei media abbiamo molte colpe — anche quella di indulgere sul crimine, soprattutto in televisione — ma non questa. La fotografia di un bambino morente è uno strazio. Per chi ha scattato la foto, per chi la pubblica, per chi la vedrà”.

La fotografia di un bambino morente è uno strazio. Sempre. Concordo. Pubblicare la foto di un bambino siriano dopo un attacco chimico perché le coscienze si risveglino. Concordo. Per questo motivo, ”con dolore, diciamo – è sempre Severgnini che scrive -: le foto dei bambini siriani vittime del gas vanno pubblicate. Spiega l’avvocato Caterina Malavenda, che ha studiato a lungo la materia: ‘Il principio della legge è chiaro: i volti dei minori che soffrono non si possono mostrare. Ma un caso come questo è del tutto eccezionale. Le foto non arrecano alcun danno ulteriore a quei poveri bambini, hanno un impatto emotivo più forte di mille parole, e potrebbero contribuire alla fine dell’orrore di questa guerra’”.

Concordo. E – proprio perché concordo – provo a declinare in altro modo il legittimo interrogativo che si pone Severgnini: si può pubblicare la foto di un feto di qualche settimana? Si può. In qualche caso, si deve. E’ necessario, è necessario per risvegliare le coscienze. Rileggo per bene la sequenza di frasi che ho appena scritto.

Siria-Guardian-ktqH-U43470163572864AEG-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443-450x336 Foto di bambini morti, se e quando mostrarleMi vado a riguardare la foto del “Corriere della Sera” apposta a fianco dell’articolo di Severgnini e mi riguardo la foto di un maxi-manifesto di 7 metri per 11, regolarmente affisso sulla facciata di un palazzo in via Gregorio VII a Roma.

Nella prima, si vede un bimbo di qualche anno con gli occhi socchiusi e i capelli intrisi di acqua mentre una mano in tuta bianca gli appoggia sulla bocca una bombola di ossigeno. A fare da sfondo un evidente scenario di resti di abitazioni abbattute come da un terremoto o da una guerra.

Nella seconda foto, si vede un feto con il suo cordone ombelicale – se ne deduce ad occhio e croce che abbia non più di qualche settimana -. A fare da sfondo, alcune frasi scritte qua e là a modo di spiegazione (una freccia le collega all’immagine del feto): “Tutti i tuoi organi erano presenti. Il tuo cuore batteva già dalla terza settimana dopo il concepimento. Già ti succhiavi il pollice”. In alto e in basso altre due frasi, a mo’ di titolo e chiusura:“Tu eri così a 11 settimane” e ”Ora sei qui perché la tua mamma non ha abortito”. In basso a sinistra (per chi guarda) la scritta “ProVita Onlus”.

C_2_articolo_3132413_upiImagepp-450x600 Foto di bambini morti, se e quando mostrarleUsando il metodo di analisi aristotelico della struttura del ragionamento, la logica, devo concludere che se la prima affermazione è vera (cioè corrisponde alla realtà) –“si può pubblicare la foto di un bambino siriano dopo un attacco chimico”-, anche la seconda lo è – “si può pubblicare la foto di un feto di qualche settimana”-.

Aristotele direbbe (sul piano del metodo logico del ragionare) che entrambe le affermazioni sono specie che appartengono alla medesima categoria: è necessario mostrare la foto di un bimbo che muore per risvegliare le coscienze.

La verità dei concetti e dei ragionamenti è basata sulla realtà delle cose, cioè sulla loro sostanza. E qui la sostanza è la medesima: foto di bambini che muoiono non per cause naturali, ma per mano umana. Genere e specie sono collegate e fanno parte di ogni definizione. Usando la coppia genere-specie, ogni volta che definiamo un ente lo colleghiamo al suo genere prossimo e ne indichiamo al tempo stesso la differenza specifica, specificherebbe Aristotele.

E infatti c’è una differenza tra le due affermazioni, ma appartengono alla medesima categoria. Quale senso logico avrebbe avuto – infatti – il prendersi la briga di fare stampare una maxi-gigantografia con riprodotte solo le sembianze di un feto con il cordone ombelicale senza alcuna scritta, pagare la tassa sulle affissioni e appicciarla sul muro di un palazzo? Sarebbe stato un non senso, una immagine che non avrebbe funzionato nemmeno (chessò?) per una campagna pubblicitaria da “fertility day”.

Riguardo per l’ennesima volta le due fotografie e mi domando: da che cosa si capisce che quel bimbo con la maschera d’ossigeno sulla bocca è un bambino siriano dopo un attacco chimico?

Dal titolo che viene apposto sopra, dalla didascalia che sotto l’immagine viene apposta per spiegare che quel bambino non è svenuto e che non per quel motivo gli stanno somministrando dell’ossigeno, ma perché vittima innocente di criminali di guerra che non risparmiano la vita a nessuno ricorrendo per questo anche alle bassezze più ignobili come le armi chimiche (ammesso che in una guerra esista nobiltà).

Immagini e parole, non solo immagini.

Eppure quel manifesto, quella immagine di un bambino non nato, è stata prontamente rimossa dal Sindaco Raggi a seguito di vivaci proteste ed indignazioni, perché in contrasto con le prescrizioni previste al comma 2 dell’art. 12 bis del Regolamento in materia di Pubbliche affissioni di Roma Capitale, che vieta espressamente “esposizioni pubblicitarie dal contenuto lesivo del rispetto di diritti e libertà individuali”.

Aldilà della “curiosa” interpretazione dell’art. 21 della norma costituzionale (che garantisce a tutti libertà di pensiero ed espressione) – per la quale (interpretazione) tolleranza e uguaglianza sono principi che valgono per tutti ma per qualcuno valgono di più, quello che sorprende è l’indignazione per la realtà.

Perché delle due, l’una e una sola. O il feto non è un essere umano oppure – comunque la si voglia pensare sul piano personale – eliminare un feto significa sopprimere volontariamente un essere umano.

Tertium non datur.

E’ anzitutto una questione di logica, insisto, perché è necessario chiamare le “cose” con il nome appropriato: la verità dei concetti e dei ragionamenti è basata sulla realtà delle cose, cioè sulla loro sostanza. Diversamente si mente a se stessi e si costruiscono alibi per giustificarsi e giustificare come “bene” (o al limite “meno bene”) ciò che è “male”.

Nel 2017 ci fu una campagna firmata letteralmente “ProLife” (non era di “ProVita Onlus”) con manifesti affissi negli spazi pubblici consentiti (non ricordo se affissi abusivamente o meno): “Un bambino ucciso ogni 5 minuti. Dal 1978 più di 6 milioni uccisi dall’aborto. Ricordiamo anche questi morti”. In mezzo, l’immagine di un bambino nel grembo materno minacciato da un terribile strumento, solitamente utilizzato per smembrare il feto.

Ci furono reazioni indignate anche allora. Chiara Lalli, filosofo e giornalista, scrisse un pezzo in web dal titolo “L’ultima campagna provita a Roma è una caricatura dell’ideologia antiaborista”.

Scriveva ad un certo punto: “Peccato che stiamo parlando di embrioni o di feti e che la scelta di usare il termine “bambino” dovrebbe essere giustificata e non data per scontata. Ma al copy non interessa, al copy interessa che vi arrivi un pugno. ‘Bambino’ non è il termine corretto per denotare i primi stadi dello sviluppo umano, ma è usato con la precisa volontà di insinuare (non sempre sono così temerari da dirlo esplicitamente) che se abortisci sei un’assassina. E questo dovrebbe valere anche se ti stuprano. Ma siccome i prolife scelgono spesso strategie efficaci, è un’eccezione che molti di loro concedono – come fanno molte delle leggi più restrittive riguardo all’interruzione volontaria della gravidanza. Perché è troppo impopolare affermare una cosa del genere, e allora è meglio essere incoerenti tanto magari nessuno ci fa caso. È appunto un embrione e non un bambino, verosimilmente non oltre la 12esima settimana di gestazione. Non è una valutazione facile mancando del tutto le proporzioni e i termini di paragone. Lo stadio di sviluppo, tuttavia, non sembra essere molto avanzato. È forse inutile dire che quell’embrione non verrebbe abortito con la pinza ma tramite aspirazione (o con la RU486 entro le prime 7 settimane), perché comunque il risultato è che lo si elimina e se la vita è sacra e quello è un bambino ormai dovreste capire da soli quali sono le implicazioni. Le reazioni di condanna sono state piuttosto deludenti. Il manifesto avrebbe offeso le donne – siamo tutte così tremendamente permalose? – evocando il trauma dell’aborto, presentato come necessario e inevitabile. Sembrano mancare la libertà di scegliere e il non dover dare spiegazioni. E la colpa necessaria e inestinguibile ha ormai infettato anche chi difende la possibilità di abortire.Forse la strategia prolife è davvero più efficace di quella prochoice. O almeno di quella che ci ritroviamo. L’ultima campagna provita a Roma è una caricatura dell’ideologia antiaborista”.

A quale punto arriva la menzogna?

Realmente l’anarchia costituisce la tentazione più affascinante, ma è tanto affascinante quanto menzognera. L’anarchia è ideologia, cioè il ribaltamento della realtà E la forza di tale menzogna sta appunto nel suo fascino, che induce a dimenticare che l’uomo prima non c’era e poi muore. È mol­to più grande e vero amare l’infinito, cioè abbracciare la realtà e l’essere, piuttosto che affermare se stessi di fron­te a qualsiasi realtà. Perché in verità l’uomo afferma veramente se stesso solo accettando il reale, tanto è vero che l’uomo comin­cia ad affermare se stesso accettando di esistere: accet­tando cioè una realtà che non si è data da sé. Ecco perché il criterio fondamentale con cui si af­frontano le cose è il criterio oggettivo con cui la natura lancia l’uomo nell’universale paragone, dotandolo di quel nucleo di esigenze originali, di quella esperienza elementare di cui tutte le madri allo stesso modo dotano i loro figli. É solo qui, in questa identità dell’ultima coscienza, il superamento dell’anarchia.

E’ allora da rimuovere quella foto che vuole solo mostrare e non demonizzare.

Quella foto – scrive Giulia Bovassi“si preoccupa di difendere il cucciolo d’uomo, il concepito, il quale, la scienza (e ciò che dice la scienza, sembra sia affidabile solo quando fa comodo) ci informa essere, a tutti gli effetti, un essere umano dal concepimento, senza alcun salto biologico dimostrabile che possa giustificarne uno ontologico per il quale da un momento si è essere umani e un momento dopo no. Non si è esseri umani in potenza, si è adolescenti in potenza, adulti in potenza, anziani in potenza, tanti nomi attribuiti ad unico soggetto: l’uomo. Ma posso capire che, per combattere verità scomode, sia meglio applicare metodi totalitari, imbavagliando voci o togliendo manifesti. Attenzione però: la coscienza obbliga sempre, anche nell’errore”.

Chi è offeso da quella foto? Turbato, sì, certo. “E meno male – scriveva Renato Farina su “Libero” qualche giorno fa’-. Preservare dal turbamento di pensieri nuovi è la regola della dittatura. Guai a tirare un sasso nell’acqua cheta dove i sonnambuli fanno il morto. Parla, dì le tue idee, ma non svegliare il sonno della ragione. Insomma: si possono sostenere tesi persino anti-abortiste, purché non si sia efficaci, purché la cosa fili liscia e innocua, un po’ pretesca, e soprattutto non osi instillare un dubbio sulle leggi vigenti, che vanno bevute come oro colato, e chi le vorrebbe vomitare è un reprobo”.

Si può pubblicare la foto di un feto di qualche settimana? Si può. In qualche caso, si deve.

E’ necessario, è necessario per risvegliare le coscienze.

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Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Grazia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.