Rachamim, ovvero nessuno vada perduto- #frammenti

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Rachamim, ovvero nessuno vada perduto – #frammenti

10041-o-450x523 Rachamim, ovvero nessuno vada perduto- #frammenti

+ Dal Vangelo secondo Giovanni 3,16-21
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

Nicodèmo, mentre di notte ascoltavi le parole di quell’uomo, sono sicuro che la tua mente ti ha portato a quei versetti del  profeta Isaia: “Sion ha detto: ‘Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato’. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,13-15). 

Quell’uomo che avevi notato da lontano e che ti aveva colpito, quell’uomo dal quale speravi di ottenere le chiavi per la infinita felicità è lì davanti a te: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”.

Il nome di Dio è – davvero Misericordia. RachamimRehem (םחר) utero e mayim (םימ) acque, rachamim ci parla di un grembo che è quello di Dio, in cui ciascuno di noi è perennemente generato. Il vocabolo rahamim (םימחר) è  il plurale di rehem, un accrescitivo che sta a indicare l’insieme di tutti gli uteri, anzi: l’utero per eccellenza, quello appunto divino. Dio che – radice e fonte generativa di ogni amore – come padre e madre ci plasma. Proprio attraverso la parola rachamim conosciamo quell’accento materno di Dio che ama e che non può fare a meno di amare. Come una Madre, le cui viscere fremono di compassione e timore davanti al proprio figlio, dinnanzi al Mistero di un Tu che, visceralmente parte di lei, è altro da sé. E’ lo stesso termine che usa Gesù nell’ultima cena: viscerale è l’amore con cui Cristo ci ha amato, facendoci, nell’Eucarestia, una sola carne con Lui, testimoniandoci, con la sua morte e resurrezione, che l’amore del Padre è più forte della morte.

Rachamim. Quante volte, Nicodèmo, avresti voluto abbracciare quel Dio dei tuoi padri, il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, quel Dio hai imparato dalla Scritture che come una mamma si commuove per il figlio delle sue viscere e non lo abbandona mai? Quanto avresti voluto sentire il calore materno sul tuo cuore!

Sentirsi abbandonati porta alla delusione, alla tristezza, a volte alla disperazione, e alle diverse forme di depressione di cui oggi tanti soffrono. Eppure, ogni forma di abbandono, per paradossale che possa sembrare, è inserita all’interno dell’esperienza dell’amore. Quando si ama e si sperimenta l’abbandono, allora la prova diventa drammatica e la sofferenza possiede tratti di violenza disumana. Se non è inserito nell’amore, l’abbandono diventa privo di senso e tragico, perché non trova speranza.

Il grido di Gesù sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34), dà voce all’abisso dell’abbandono. Il Padre però non gli risponde. Le parole del Crocifisso sembrano risuonare nel vuoto, perché questo silenzio del Padre per il Figlio è il prezzo da pagare perché nessuno più si senta abbandonato da Dio. Il Dio che ha amato il mondo al punto di dare il suo Figlio (cfr Gv 3,16), al punto di abbandonarlo sulla croce, non potrà mai abbandonare nessuno: il suo amore sarà sempre lì, vicino, più grande e più fedele di ogni abbandono.

E allora che fare?

Il Cristianesimo è un evento, una persona è entrata nella storia: Gesù Cristo, che alcuni hanno incontrato ed accettato. E la Chiesa è la possibilità di ripetere oggi questo incontro, la possibilità che si ripeta per tutti. Non una teoria, ma un fatto che ci riguarda, un fatto la cui portata è data da una Presenza personale, la Presenza di Cristo: dell’Emmanuele, “Dio-con-noi”, di Dio che si è fatto Compagno, amico dell’uomo.

Come scriveva Fedor Dostoevskij ne “I Demoni”: “Molti credono che sia sufficiente credere nella morale di Cristo per essere cristiani; non la morale di Cristo, né l’insegnamento di Cristo salveranno il mondo ma precisamente questo: che il Verbo si è fatto carne”.

L’ “Avvenimento” non è solo il momento in cui questo fatto si è posto ma indica un metodo, il metodo scelto e usato da Dio per salvare l’uomo: l’Incarnazione, Dio salva l’uomo attraverso l’umano. Il Cristianesimo non è la rivelazione dell’esistenza di Dio ma lo stupore che Dio è un Uomo, lo stupore di Kafka: “Colui che non abbiamo mai visto, che però aspettiamo con vera bramosia, che ragionevolmente però è stato considerato irraggiungibile per sempre, eccolo qui seduto” (F. Kafka – Il Castello).

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Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Grazia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.