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A che punto è la causa di Vincent#Lambert

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A che punto è la causa di Vincent#Lambert

di Davide Vairani ⌋ “La Croce”quotidiano ⌋ 31 maggio 2018

Il 26 maggio doveva aver luogo la grande visita medica disposta dal giudice di Châlons-en-Champagne, ma quel che si sa dalle fonti accreditate è che i genitori di Vincent hanno ricusato l’équipe per ragioni inerenti alla sua composizione. La madre Viviane aveva precedentemente dichiarato di aver riposto molte speranze in questo momento di rivalutazione del caso del figlio.

“Gli avvocati dei genitori di Vincent Lambert e di due tra i suoi fratelli e sorelle hanno presentato giovedì scorso una mozione per ricusare i tre esperti nominati dal presidente della corte di Châlons-en-Champagne”.

Sono gli amici di Vincent a darne notizia sul sito www.jesoutiensvincent.com il giorno stesso, giovedì 24 maggio. La notizia viene riportata lo stesso giorno solamente da alcune testate giornalistiche francesi a tiratura regionale, relegandola tuttavia tra le brevi, minuscoli trafiletti che riprendono il comunicato degli amici di Vincent corredati da note e link esplicativi della lunga e triste vicenda medico-giudiziaria che dal 2008 si trascina.

Solamente il giorno dopo alcune testate nazionali rilanciano la notizia (“Le Monde” e “Paris Match”) e aggiungono una informazione nuova:“Une expertise médicale de Vincent Lambert, qui devait avoir lieu samedi à l’hôpital de Reims, a été reportée après une demande de récusation des avocats des parents qui contestent la composition de l’équipe d’experts, a-t-on appris vendredi de sources concordantes”. Lunedì 28 maggio, dunque, era prevista una visita medica dei tre esperti all’ospedale di Reims – dove è ricoverato Vincent – per produrre l’expertise, la valutazione tanto attesa. Gli avvocati dei genitori di Lambert tre giorni prima presentano una mozione di ricusazione: in sostanza chiedono al presidente del tribunale di cambiare i nominativi del collegio medico al più presto. Nulla sul sito ufficiale del tribunale di Châlons-en-Champagne, nulla di nulla sui siti istituzionali.

Per chi da tempo segue l’affaire Lambert, stupisce il silenziatore mediatico che negli ultimi tempi viene posto dalla stampa nazionale circa gli sviluppi di questa triste e penosa vicenda.

Sembra quasi che si voglia dare l’idea che il destino di Vincent sia miserabilmente e vigliaccamente legato ad un puntiglioso e irritante batti e ribatti in aule giudiziarie tra parenti che non vanno d’accordo tra loro, mentre sullo sfondo resta immutata la sorte già scritta di una persona di 42 anni che attende solo che qualcuno stacchi tutto e ponga fine ad un calvario lungo dieci anni.

Idea che – evidentemente – fa gioco a quanti stanno spingendo in ogni modo per modificare la Loi Lionetti sul fine vita nella direzione di uno sdoganamento legislativo a favore dell’eutanasia e del suicidio assistito e che per questo motivo hanno bisogno di un vasto consenso popolare. Vincent Lambert è il cavallo di Troia perfetto – da questo punto vista – per raggiungere l’obiettivo facendo leva sulle emozioni popolari. Dal 2008 costretto in un letto d’ospedale a seguito di un incidente, entrato in coma per alcuni mesi, la moglie Rachel schierata da sempre per porre fine ad un corpo senza più anima (nominata tutore legale), i genitori che ingaggiano una battaglia legale per fermare ogni tentativo di sancirne l’”ostinazione irragionevole”, cioè l’accanimento terapeutico, i sette fratelli e sorelle di Vincent schierati difformemente con l’una e l’altra delle parti. “Per pietà di Vincent, lasciatelo morire con dignità e in pace!”, ha recentemente dichiarato Jean-Luc Romero, presidente dell’“Association pour le droit de mourir dans la dignité“ (ADMD), che in questi mesi ha promosso una poderosa campagna di comunicazione per introdurre nella legislazione francese una serie di misure per “aider à la mort”: più di 2.000 piazze delle principali città francesi, insieme ad una decina di altre associazioni e gruppi informali, politici e deputati (per lo più aderenti alla maggioranza nel gruppo di Macròn), artisti e personaggi pubblici coinvolti in centinaia di incontri pubblici.

La realtà è sempre più complessa rispetto a come vogliamo rappresentarla. Facciamo un passo indietro per capire che cosa è accaduto.

Un collegio di tre medici esperti era stato nominato mercoledì 02 maggio con il compito di valutare se “il quadro clinico” di Vincent – ricoverato in uno stato vegetativo presso l’ospedale universitario di Reims – si sia evoluto dall’ultima valutazione clinica effettuata nel 2014”. “L’ordinanza in merito alla nomina del gruppo di esperti è stata presa“ e “gli esperti devono presentare la loro relazione entro un mese”, ha affermato giovedì 3 maggio il tribunale amministrativo di Chalons-en-Champagne (Marne): una volta consegnata la valutazione clinica, una nuova udienza dovrà decidere se confermare o annullare la decisione dell’ospedale di interrompere il trattamento.

Questi tre medici (“qualificati in neurologia o in medicina fisica e riabilitazione”) dovranno dire se “le condizioni di salute del paziente” – tetraplegico dopo un incidente stradale nel 2008 – si sono evolute in senso positivo o meno dall’ultima valutazione effettuata nel 2014 dal Consiglio di Stato”, secondo l’ordine amministrativo emesso il 20 aprile 2018. Il rapporto del 2014 aveva evidenziato il danno irreversibile al cervello di Vincent Lambert e il deterioramento clinico della sua condizione come indicatori di una “mauvais pronostic clinique”, secondo il Consiglio di Stato. Questa decisione del tribunale Chalons-en-Champagne arriva a seguito di dell’istanza di ricorso presentata in data 19 aprile dai genitori di Lambert (recours en référé libertés), finalizzata a sospendere l’ennesima sentenza di morte per Vincent stabilita, decretata e in fase di attuazione. Dopo una quarta procedura collegiale, infatti, il dottor Vincent Sanchez dell’Ospedale dell’Università di Reims – dove è ricoverato Vincent – aveva deciso in data 9 aprile la cessazione delle cure per “ostinazione irragionevole” , seguendo l’iter formale previsto dalla “Loi Lionetti”, la norma francese che regola attualmente la sospensione delle cure palliative per i malati terminali. Ma la sua attuazione era stata sospesa proprio a motivo dell’accoglimento dell’istanza di ricorso di cui stiamo scrivendo. Accoglimento temporaneo, vincolato appunto dal tribunale all’acquisizione di nuove valutazioni mediche prodotte dal collegio dei tre esperti appositamente nominato.

Così decreta il tribunale: “Le tribunal, après avoir écarté l’ensemble des moyens de procédure invoqués par les requérants, a estimé nécessaire, pour statuer sur le bien-fondé de leur requête, d’avoir recours à une expertise qui devra déterminer si le tableau clinique que présente M. Vincent Lambert a évolué depuis 2014, date de la dernière expertise réalisée par le Conseil d’État. Les experts devront également dire, dans l’hypothèse où ils constateraient une évolution, si elle est positive ou négative. Une seconde audience permettant de statuer définitivement sur les demandes dont est saisi le tribunal administratif aura lieu après que les experts aient rendu leur rapport”.

Il tribunale, avendo respinto tutti i motivi procedurali invocati dai ricorrenti, ha ritenuto necessario, al fine di pronunciarsi sul merito della loro richiesta, di ricorrere ad una perizia che dovrà determinare se il quadro clinico di Vincent Lambert si è evoluto dal 2014, data dell’ultima valutazione di esperti richiesta dal Consiglio di Stato. Gli esperti dovranno anche dire, nel caso in cui dovessero constatarne un’evoluzione, se essa sia positiva o negativa. Una seconda udienza per decidere in via definitiva in merito alle richieste del quale è stato investito il tribunale amministrativo avrà luogo dopo che gli esperti hanno presentato la loro relazione.

Nell’ordinanza, il tribunale si premurava di indicare espressamente una metodologia precisa che il collegio dei medici avrebbe dovuto rispettare: “Les experts devront rencontrer l’équipe médicale, le personnel soignant chargé de   M.   P…J…,   ainsi   que  l’ensemble   des   parties   qui   le   souhaitent.   Ils   pourront   consulter   tout document, procéder à tout examen ou vérification utiles et entendre toute personne compétente. Ils accompliront leur mission dans les conditions prévues par les articles R. 621-2 à R. 621-14 du code de justice administrative et rendront leur rapport dans un délai d’un mois à compter de leur désignation“. I medici dovranno sostanzialmente raccogliere tutte le evidenze mediche prodotte in questi anni, incontrare l’equipe medica di Reims, nonchè tutte le parti coinvolte nell’affaire Lambert, cioè i genitori da una parte e la moglie Rachel dall’altra. Tempo massimo concesso: 30 giorni.

Dunque, facendo due conti, il collegio dei tre esperti avrebbe dovuto consegnare al tribunale la valutazione richiesta attorno alla fine di maggio o al massimo ai primi giorni di giugno.

Per quale motivo gli avvocati dei genitori di Vincent Lambert e di due tra i suoi fratelli e sorelle si sono trovati costretti a presentare una mozione per ricusare i tre esperti nominati? Dalle poche informazioni che si possono raccogliere qua e là, risultano con chiarezza tre punti nodali.

Il primo: “nessuno di loro ha alcuna competenza nei pazienti EVC (stato vegetativo cronico) ed EPR (stato ipo-relazionale)”. Il secondo: “Oltre al fatto che gli esperti nominati non hanno esperienza nella cura dei pazienti nella situazione di Vincent – si legge sempre sul sito –, gli stessi rifiutano un approccio di metodo basato sulla discussione contraddittoria tra esperti, specialisti e componenti della famiglia”. Terzo:“I tre medici vorrebbero svolgere una valutazione in un solo giorno per presentare la loro relazione in modo affrettato”. “Non è immaginabile che un paziente nelle condizioni di Vincent venga valutato in un solo giorno, ma solo in una dinamica di diverse settimane per poterne valutare la condizione effettiva” – ha commentato sulla stampa locale francese Jean Paillot, uno del gruppo di avvocati dei genitori di Vincent, aggiungendo che la data dell’udienza finale davanti al tribunale amministrativo non è ancora nota -. “O la corte conferma gli esperti o li cambia”. “Non ci arrendiamo e vogliamo una vera e chiara valutazione medica, non un’expertise sciatta”, ha affermato. Per la verità, a non essere noti alla stampa, sono anche i nomi e i cognomi dei medici nominati dal tribunale.

Accuse molto pesanti e gravi che – se dovessero corrispondere alla realtà – getterebbero molto più che semplici sospetti sulle modalità con le quali il sistema medico-sanitario francese si approcci al tema del fine vita. In tutta questa penosa faccenda – ad esempio – non si fa minimamente cenno alle cure palliative, cioè a piani di intervento personalizzati che permetterebbero ai pazienti di essere assistiti ed accompagnati verso la fine naturale della vita. Non si fa minimamente cenno – ad esempio – ai dati di fatto che i genitori di Vincent più e più volte hanno mostrato attraverso video nei quali si vede Lambert deglutire, fare cenni con gli occhi e brevi movimenti del corpo quali risposte a domande poste dagli stessi. Non si fa minimamente cenno – ad esempio – del fatto che Vincent non è attaccato ad alcun macchinario che lo tiene in vita. Vincent respira autonomamente.

Che cosa è allora la vita? Nella ricusazione c’è un passaggio chiave: “nessuno di loro ha alcuna competenza nei pazienti EVC (stato vegetativo cronico) ed EPR (stato ipo-relazionale)”.

Che cosa significano questi termini e questi acronimi? Il termine stati “EVC-EPR” definisce l’evoluzione estrema di alcune lesioni cerebrali acquisite (CLA), inclusa quella di alcune lesioni alla testa particolarmente gravi, che non hanno esclusività; queste condizioni sono possibili dopo l’ictus, arresto cardiaco, ecc. “EVC” (o stato vegetativo cronico) si caratterizza per la completa scomparsa di possibilità relazionali e di funzioni vegetative persistenti necessarie per la vita (cardiaca, respiratoria, renale, gastrointestinale ecc …). L’assenza di possibilità relazionali potrebbe far credere nella morte del cervello. Tuttavia, questo non è il caso, e le moderne tecniche di esplorazione in soggetti EVC hanno, al contrario, dimostrato che il loro cervello rimane in gran parte funzionale. Questo è il motivo per cui il termine “EVC”, che ha una connotazione molto negativa, dovrebbe essere sostituito da “sindrome non verbale”, proposto dal Prof. Cohadon (Bordeaux) nel 2010. Tuttavia, il termine “EVC”, utilizzato in Francia da quasi 50 anni, rimane ampiamente utilizzato. “EPR “(o stato ipo-relazionale) corrisponde a uno stato di coscienza molto alterato ma che consente vere capacità comunicative (relazionali) e verificabili dall’entourage immediato (medico e/o familiare in particolare). Va sottolineato che i pazienti con “EVC-EPR” non sono alla fine della vita: per vivere essi hanno solo bisogno di assistenza infermieristica e dall’acqua e dalle razioni caloriche necessarie quotidianamente. Inoltre, in questi casi estremi non c’è alcuna prova dell’assenza totale o molto limitata della vita psichica, nessuno può dire se la loro vita sia “valida”, neutra, dolorosa, sofferente. Si capisce – dunque – quanto il destino di Vincent sia legato alla valutazione medica dei tre esperti nominati dal tribunale. E si capisce, pertanto, le preoccupazioni da parte dei genitori di Vincent che hanno portato all’ennesimo gesto di ricusazione, con la speranza che – una volta per tutte – la medicina e la scienza siano oneste e leali nel decretare la situazione reale di Vincent.

“Considerando che, al fine di valutare se le condizioni per la cessazione del trattamento salva-vita siano soddisfatte nel caso di un paziente che soffre di una grave lesione cerebrale, qualunque sia la causa, o nel caso di un paziente che si trova in uno stato vegetativo o in uno stato di coscienza minima – che lo rende incapace di esprimere la propria volontà e il cui mantenimento dipende da un modo artificiale di alimentazione e idratazione – il medico responsabile deve basarsi su un insieme di elementi (medici e non medici), il cui peso rispettivo non può essere predeterminato e dipende dalle circostanze di ciascun paziente, portando ad affrontare in ogni situazione la sua specifica singolarità; le prove mediche devono coprire una lungo periodo di osservazione, essere analizzate collettivamente e devono riguardare in particolare la condizione attuale del paziente, l’evoluzione del suo stato dato il verificarsi di infortunio o malattia, sulla sua sofferenza e la prognosi clinica”.

Pagina 5 dell’ordinanza del tribunale che affida al collegio dei tre medici l’ònere della valutazione della situazione di Vincent.

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Le cose ti vengono a cercare e non chiedono permesso

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Le cose ti vengono a cercare e non chiedono permesso

"Nella vita ci sono cose che ti cerchi e altre che ti vengono a cercare.
Non le hai scelte e nemmeno le vorresti, ma arrivano e dopo non sei più uguale.
A quel punto le soluzioni sono due:
o scappi cercando di lasciartele alle spalle o ti fermi e le affronti.
Qualsiasi soluzione tu scelga, ti cambia,
e tu hai solo la possibilità di scegliere se in bene o in male”.
Giorgio Faletti

Le cose che ti vengono a cercare non chiedono permesso.
Accadono e basta.
Ed hai bene a dir di no, che non eri pronto e, forse, non lo sarai mai.
Accadono e basta.
A volte si propongono con la leggerezza di una piuma, i colori di un’alba e di un tramonto,
di un amore che ti prende per mano, di un figlio che nasce.
Ed è talmente troppo che non puoi far altro che lasciarti avvolgere da quell’abbraccio.

Altre irrompono con la violenza di un terremoto che stravolge tutto ciò che pensavi fosse tuo,
che niente e nessuno avrebbe intaccato. Hanno i colori della sofferenza e del dolore, della morte.
Ed è talmente troppo che vorresti scappare da quell’abbraccio.

Le cose che ti vengono a cercare non chiedono permesso.
Accadono e basta.

In entrambe i casi sei chiamato a scegliere “chi e cosa” vuoi essere.
A partire da te, senza se e senza ma.

“Resilienza” significa, in qualche modo, ammettere che i dolori esistono e ci sono due modi per affrontarli:
facendosi travolgere dal dolore oppure attraversandolo e lasciandosi attraversare.
Con rispetto.

Celeste

"Mi vivi dentro"
Davide Vairani, 26 febbraio 2018

"Nel libro, 'la storia di un amore normale in cui c’è la vita di due come ce ne sono tanti', il racconto del 'dopo' si intreccia con quello dell’ultimo mese e mezzo della vita di sua moglie. Ma niente è cupo, e su più di una pagina si ride davvero. Sulla copertina c’è disegnata una farfalla, come quella che, bianca, Alessandro ha incontrato in diverse occasioni, dopo che Francesca se n’è andata. 'Ho pudore, non voglio passar per matto. E poi, per carità, mi puoi dire che le farfalle esistono anche a Milano, e io alzo le mani'.

Alessandro Milan

⇒ Leggi l'articolo

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Referendum #aborto: l’Irlanda cede a valanga

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Referendum #aborto: l'Irlanda cede a valanga

Quindi, in Irlanda, il fronte per la custodia della vita sta facendo una battaglia fondamentale per il bene di tutti gli europei? (Una battaglia di civiltà).

Sì, questa potrebbe essere l’ultima frontiera. Certamente è così per l’Irlanda. Se l’emendamento verrà approvato, l’Irlanda in cui sono cresciuto sparirà per sempre. Avremo bisogno di riconsiderare le nostre intere prospettive sulla realtà attorno a noi, perché quel fumo all’orizzonte potrebbe essere il fumo della carne umana in fiamme. Per quanto riguarda l’Europa, stiamo facendo un tentativo disperato di salvare l’Europa dalla sua mendacità e dalla sua stupidità. L’Europa si sta già suicidando: se si disegna un grafico del tasso di aborto di ciascun paese europeo e un altro del crollo demografico, si scoprirà che, in ogni caso, i due grafici seguono la stessa traiettoria. L’Europa si sta suicidando, mentre lo chiama progresso. Progresso verso cosa? La tomba. Questo è tutto. La nostra civiltà è simile alle Torri Gemelle dell’11 settembre, già colpite dagli aerei, in fiamme e vacillanti, poco prima di crollare in una nuvola di polvere.

John Waters

Il timbro a "una rivoluzione silenziosa" - nelle parole del premier liberale Leo Varadkar - che mette fine all’eccezione irlandese. Non è stata solo una vittoria quella suggellata sull’isola verde dai sì al referendum sull’aborto libero. È stata una valanga, annunciata dagli exit poll e marcata dai dati ufficiali con il 66,4% di voti favorevoli contro il 33,6%.

Che l’Irlanda non fosse più “cattolicissima”, a dispetto dei luoghi comuni sempre pronti all’uso, lo si sapeva da tempo: a sancirlo erano già arrivati il responso popolare di 3 anni fa (di nuovo oltre il 60% degli elettori) pro-nozze omosessuali; l’ascesa alla guida del governo di un gay dichiarato e militante come Varadkar; le posizioni defilate della medesima gerarchia ecclesiastica sui temi etici e, prima ancora, la sua crisi legata agli scandali o agli insabbiamenti sui casi di pedofilia e non solo.

Ma il verdetto delle urne sull’aborto è qualcosa di più di una conferma. Sembra avere l’effetto di un terremoto. La partita si chiude con un risultato che non lascia spazio a discussioni, almeno per ora. Una sonante abrogazione dell’articolo 8 della Costituzione: ossia del principio di equiparazione fra diritto alla vita del nascituro e della madre che finora aveva di fatto vietato le interruzioni di gravidanza, salvo rare eccezioni, costringendo le donne che intendevano abortire comunque (e potevano farlo) a viaggiare all’estero.

Il primo ministro (in lingua gaelica taoiseach) Varadkar, promotore di una consultazione preparata da lungo tempo da varie organizzazioni femministe e sostenuta ora da quasi tutto l’establishment politico di Dublino, esulta. Si è trattato del compimento di una "rivoluzione silenziosa" iniziata 10 se non 20 anni fa, afferma, aggiungendo di puntare ora - rafforzato - all’approvazione di una legge sull’aborto libero entro fine anno. Il testo è già pronto. Non prevede ostacoli o requisiti di sorta per mettere fine a una gravidanza nei primi tre mesi e lascia spazio anche ad aborti tardivi purché motivati.

Sul livello di permissività delle nuove norme, il fronte pro-life è pronto a riprendere la battaglia. Ma gli animi sono a terra e la delusione è palpabile. Gli accenni a un’ipotetica “rimonta”, evocata sulla base di qualche sondaggio giusto un po’ più cauto dai media per “vendere” la storia e dagli attivisti pro-choice per evitare l’unico vero rischio (sventato), quello d’una bassa affluenza, si son rivelati inconsistenti. I numeri consolidano anzi quelli già certificati dal referendum sul matrimonio gay del 2015, con un rapporto di due terzi a un terzo fra quella parte di Paese ormai secolarizzata, in scia al resto d’Europa, e la trincea della tradizione. Tanto che al portavoce della campagna “Save The 8th”, John McGuirk, non è rimasto che riconoscere la disfatta prima ancora del conteggio completo.

Vi propongo tre interviste (in italiano) di Jhon Waters, scrittore e commentatore irlandese, autore di nove libri e drammaturgo, giornalista per 20 anni all’Irish Times.

Una coscienza critica dell'Irlanda che legge quanto è avvenuto all'interno di una crisi molto più profonda dell'uomo e - dunque- dei cattolici irlandesi.

 

 

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Qu’est-ce que la laïcité ?

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Qu’est-ce que la laïcité ?

di Davide Vairani ⌋ “La Croce” quotidiano ⌋ 24 maggio 2018

Prendi una statua. No. Ricominciamo. Prendi (chessò?) una statua di bronzo che pesa tredici tonnellate per 7,50 metri d’altezza. Metti che questa statua sia anche d’artista. Metti poi che questa statua abbia le fattezze di un personaggio famosissimo e popolarissimo. Mettici anche che questa statua la regalino ad un paesino di 9.000 abitanti. Tutto fatto a regola, tutto perfetto, materiali di prim’ordine, beninteso.

Tu che faresti? Non la collocheresti forse in un bel posto al centro del paesello, in modo che possa diventare una attrazione turistica? Ci fai una bella inaugurazione, inviti un po’ di politici, un bel buffet, taglio del nastro e via.

No? No. C’è un piccolo “dettaglio”: in cima alla statua c’è una croce. Bella grande. Allora no, non va bene per nulla: è contro la legge. Non è una barzelletta.

In quel di Ploërmel (Morbihan), in Francia, dopo dodici anni di controversie, la statua di San Giovanni Paolo II sarà (finalmente) conforme alla legge. Trenta metri. Tutto si è giocato per trenta metri. Mi vien da ridere, ma giuro che è vero! La statua in bronzo di 7,50 metri di altezza, donata alla città di Ploërmel dall’artista russo-georgiano Zurab Tsereteli, è stata “parcheggiata” in un parcheggio pubblico per oltre dodici anni. La statua, che pesa tredici tonnellate con il suo arco e la sua croce in alto, sarà spostata di soli trenta metri. Trenta metri che cambiano tutto, dal momento che spostano il monumento dalla terra pubblica alla terra privata. L’altro giorno (martedì 22 maggio 2018) sono infatti iniziati i lavori costruzione di una nuova base sul terreno del collegio del Sacro Cuore di Ploërmel.

Fu il Consiglio di Stato che, in una decisione del 25 ottobre 2017, ordinò la rimozione della croce che sovrastava l’edificio entro sei mesi, a seguito delle rimostranze di diversi abitanti capeggiati dalla laicissima “Fédération nationale de la Libre Pensée” locale. In discussione: la legge del 1905, che proibisce “l’innalzamento o l’apposizione di qualsiasi segno o emblema religioso” in un “luogo pubblico”.

“Poiché la croce è un segno o emblema religioso, ai sensi dell’articolo 28 della legge del 9 dicembre 1905, la sua installazione da parte del comune non rientra in alcuna delle eccezioni previste da questo articolo e pertanto la sua presenza in una posizione pubblica è contraria a questa legge”.

Ipse dixit. Jean-Marc Sauvé, allora vice-presidente del Consiglio di Stato, così spiegò la decisione in una intervista a “La Croix” (“Notre pacte social contient un principe fondamental de laïcité”, di Anne-Bénédicte Hoffner, 09 novembre 2017): “La rappresentazione di un personaggio come Papa Giovanni Paolo II, inclusi tutti gli attributi relativi alla sua missione spirituale, non pone alcuna difficoltà, data la sua dimensione storica, politica e internazionale. La legge del 1905 proibisce solo, ma molto chiaramente, ‘l’innalzamento o l’apposizione di qualsiasi segno o emblema religioso su monumenti pubblici o in qualsiasi luogo pubblico’”.

La giornalista chiese quindi: “A proposito dei presepi di Natale, il Consiglio di Stato ha invitato a guardare il ‘contesto’ della loro installazione. Perché spazzare questa volta l’argomento della ‘forte tradizione cattolica locale’?”. Risposta: “La legge protegge tutto il patrimonio religioso così come esisteva prima della legge del 1905. Per i segni o emblemi religiosi nelle aree pubbliche dopo il 1905, la legge ha posto un chiaro principio di divieto, tranne che per luoghi di culto, cimiteri e musei. D’altra parte, tutto è permesso su proprietà private, anche visibili dallo spazio pubblico. Queste regole, molto liberali, sono state chiare e stabili per 112 anni: non possono variare in base alle opinioni religiose di una regione o di un comune! La nostra decisione era quindi abbastanza prevedibile. Per quanto riguarda la natività, è solo a causa della pluralità di significati che assume – sia culturali che religiose – che il giudice è portato a mettere in discussione la presenza di una tradizione locale e il contesto della loro installazione in un edificio o in un luogo pubblico. Per quanto riguarda l’installazione di una croce, non ci può essere altra decisione che quella che è stata fatta. Non dobbiamo vedere alcuna flessione verso una giurisprudenza che sarebbe antireligiosa. Dobbiamo tutti sottometterci alla legge, anche se può, in un caso particolare, offendere le coscienze”.

Un ragionamento di una ferrea coerenza logica, in stretta e coerente osservanza logica di una corretta applicazione di una legge del 1905 nella laicissima Francia. Non c’è che dire.

Insomma, nulla da eccepire sulla collocazione in suolo pubblico di una statua raffigurante il capo della cattolicità (e va bene anche che sia santo), magari abbellita da strumenti di lavoro come il Vangelo o le chiavi di Pietro, ma non se ne parli proprio se ci mettiamo una bella croce. La croce no. Che è un po’ come sostenere che sia legale immaginare una statua raffigurante Bob Dylan con una chitarra in mano e il Vicario di Cristo con una croce no. Bob Dylan (lunga vita, ovviamente) senza chitarra in mano, chi lo riconosce? Come caspita fai a capire che quella statua intenda raffigurare proprio Bob Dylan e non (chessò?) Elvis Presley se non ci metti n mano una chitarra?

La decisione ha provocato una violenta polemica intorno alla difesa dell’“identità della Francia”, mentre Ploërmel e i suoi 9.000 abitanti hanno acquisito notorietà internazionale. Petizione online per salvare la croce, hashtag #WatchTaCroix sui social network, anche il primo ministro polacco ha reagito, indignato contro questa “censura”.

Una soluzione è stata finalmente trovata dal municipio e dalla diocesi: spostare il monumento sul terreno vicino a un collegio cattolico, privato e quindi non influenzato dalla legge del 1905.

Il 2 marzo il comune bretone aveva ceduto alla diocesi la statua del papa polacco in cambio di 20.000 euro sonanti, chiudendo così una soap opera giudiziaria. L’operazione costerà tra 90.000 e 100.000 euro alla diocesi di Vannes, che ha lanciato un appello per le donazioni per finanziarlo. Le donazioni già raccolte coprono metà delle spese sostenute, secondo la diocesi. Per il momento iniziano i lavori di sterro e la costruzione di una nuova base sul terreno del collegio del Sacro Cuore, prima dell’effettivo spostamento della statua, all’inizio di giugno. L’inaugurazione è prevista per il 16 giugno, con una celebrazione presieduta dal vescovo Raymond Centène, Vescovo di Vannes e alla presenza di una delegazione polacca.

“Quell’uomo crede in se stesso”, non c’è frase oggi più ripetuta e più insensata. Compreso tutto il perfetto sistema culturale, politico e legislativo annesso e connesso. “Sapete dove vivono tutti coloro che credono in se stessi? – scrive in ‘Ortodossia’ Gilbert Keit ChestertonIn manicomio”. E si spiega: “Il pazzo non è chi ha perduto la ragione, ma chi ha perduto tutto fuor che la ragione.  Ridotta la ragione a pura capacità logica asservita a un’idea scelta come principio universale – sia questa la razza, la classe, la genetica o la convinzione di essere Napoleone – il pazzo in modo monomaniacale ricostruisce il mondo con logica ferrea così che tutto rientri nello schema, con le buone o con le cattive, l’imprevisto e l’irriducibile vengono eliminati, anche violentemente”.

Resta un problema, la realtà è ostinata, il pazzo cerca di farla entrare tutta nella sua testa ma alla fine “la testa scoppia”. E si finisce per smarrire ogni contatto con la realtà, perdendo quello che una volta tutti quanti noi chiamavamo “buon senso”, o “senso comune”.

L’uso attuale del termine “laico” nel senso generico di “non religioso” è una sorta di auto-gratificazione che si son data tutti quelli che nella loro attività non partono dal Vangelo – il che è del tutto legittimo – ma vogliono sembrare più fighi di quelli che partono dal Vangelo – cioè da un punto di partenza che è altrettanto legittimo, come minimo.Se non fosse così, si contenterebbero di chiamarsi laicisti, cioè sostenitori del laicismo, che è la definizione dello Zingarelli. Solo che “laicista” suona troppo come un dispregiativo o un termine ideologico (molti termini che finiscono in -ista sono dispregiativi, altri sono legati a precise ideologie) ed è chiaro che, in questi decenni di manipolazione comunicativa, a chiamarsi “laicisti” si otterrebbe meno credito. Laicismo [1863]:s. m.* Tendenza ideologica che sostiene la piena indipendenza del pensiero e dell’azione politica dei cittadini dall’autorità ecclesiastica | (est.) Atteggiamento di chi si oppone a interferenze della gerarchia ecclesiastica negli affari civili | (gener.) Laicità”.

Ma a discutere coi pazzi non se ne esce, bisogna aprire loro gli occhi. “Una pallottola è perfettamente tonda come il mondo, ma non è il mondo”. Bisogna, appunto, allargare la ragione fino al riconoscimento, ‘mistico’ dice Chesterton, dell’irriducibilità del mondo e dell’uomo alle nostre pur raffinate categorie, fino al ragionevole riconoscimento dell’esistenza del mistero: ‘L’uomo comune ha conservato la sua salute mentale perché è sempre stato mistico’”.

La guarigione dalla pazzia per Chesterton, infatti, non è un ragionamento, ma uno sguardo.

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“Sono contro l’aborto”

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Sono contro l’aborto
Pier Paolo Pasolini, Corriere della Sera, 19 gennaio 1975

" ... Sono però traumatizzato dalla legalizzazione dell'aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell'omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano - cosa comune a tutti gli uomini - io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell'aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita sia sacra è ovvio: è un principio forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo.

La prima cosa che vorrei invece dire è questa: a proposito dell'aborto, è il primo, e l'unico, caso in cui i radicali e tutti gli abortisti democratici più puri e rigorosi, si appellano alla 'Realpolitik' e quindi ricorrono alla prevaricazione 'cinica'dei dati di fatto e del buon senso.

Se essi si sono posti sempre, anzitutto, e magari idealmente (com'è giusto), il problema di quali siano i "principi reali" da difendere, questa volta non l'hanno fatto. Ora, come essi sanno bene, non c'è un solo caso in cui i "principi reali" coincidano con quelli che la maggioranza considera propri diritti. Nel contesto democratico, si lotta, certo, per la maggioranza, ossia per l'intero consorzio civile, ma si trova che la maggioranza, nella sua santità, ha sempre torto: perché il suo conformismo è sempre, per la propria natura, brutalmente repressivo.

Perché io considero non "reali" i principi su cui i radicali e in genere i progressisti (conformisticamente) fondano la loro lotta per la legalizzazione dell'aborto?

Per una serie caotica, tumultuosa e emozionante di ragioni. Io so intanto, come ho detto, che la maggioranza è già tutta, potenzialmente, per la legalizzazione dell'aborto (anche se magari nel caso di un nuovo 'referendum' molti voterebbero contro, e la 'vittoria' radicale sarebbe molto meno clamorosa).

L'aborto legalizzato è infatti - su questo non c'è dubbio - una enorme comodità per la maggioranza. Soprattutto perché renderebbe ancora più facile il coito - l'accoppiamento eterosessuale - a cui non ci sarebbero più praticamente ostacoli. Ma questa libertà del coito della 'coppia' così com'è concepita dalla maggioranza - questa meravigliosa permissività nei suoi riguardi - da chi è stata tacitamente voluta, tacitamente promulgata e tacitamente fatta entrare, in modo ormai irreversibile, nelle abitudini? Dal potere dei consumi, dal nuovo fascismo. Esso si è impadronito delle esigenze di libertà, diciamo così, liberali e progressiste e, facendole sue, le ha vanificate, ha cambiato la loro natura.

Oggi la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un'ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore. Insomma, la falsa liberalizzazione del benessere ha creato una situazione altrettanto e forse più insana che quella dei tempi della povertà. Infatti, primo risultato di una libertà sessuale 'regalata' dal potere è una vera e propria generale nevrosi. La facilità ha creato l'ossessione; perché è una facilità "indotta" e imposta, derivante dal fatto che la tolleranza del potere riguarda unicamente l'esigenza sessuale espressa dal conformismo della maggioranza. Protegge unicamente la coppia (non solo, naturalmente, matrimoniale): e la coppia ha finito dunque col diventare una condizione parossistica, anziché diventare segno di libertà e felicità (com'era nelle speranze democratiche).

Secondo: tutto ciò che sessualmente è 'diverso' è invece ignorato e respinto. Con una violenza pari solo a quella nazista dei lager (nessuno ricorda mai, naturalmente, che i sessualmente diversi son finiti là dentro). E' vero; a parole, il nuovo potere estende la sua falsa tolleranza anche alle minoranze. Non è magari da escludersi che, prima o poi, alla televisione se ne parli pubblicamente.

Del resto le "élites" sono molto più tolleranti verso le minoranze sessuali che un tempo, e certo sinceramente (anche perché ciò gratifica le loro coscienze). In compenso l'enorme maggioranza (la massa: cinquanta milioni di italiani) è divenuta di una intolleranza così rozza, violenta e infame, come non è ceto mai successo nella storia italiana. Si è avuto in questi anni, antropologicamente, un enorme fenomeno di abiura: il popolo italiano, insieme alla povertà, non vuole neanche più ricordare la sua "reale" tolleranza: esso, cioè, non vuole più ricordare i due fenomeni che hanno meglio caratterizzato l'intera sua storia.

Quella storia che il nuovo potere vuole finita per sempre. E' questa stessa massa (pronta al ricatto, al pestaggio, al linciaggio delle minoranze) che, per decisione del potere, sta ormai passando sopra la vecchia convenzione clerico-fascista ed è disposta ad accettare la legalizzazione dell'aborto e quindi l'abolizione di ogni ostacolo nel rapporto della coppia consacrata.

Ora, tutti, dai radicali a Fanfani (che stavolta, precedendo abilmente Andreotti, sta gettando le basi di una sia pur prudentissima abiura teologica, in barba al Vaticano), tutti, dico, quando parlano dell'aborto, omettono di parlare di ciò che logicamente lo precede, cioè il coito. (...)

Corriere della Sera 19 gennaio 1975 col titolo Sono contro l’aborto,
poi raccolto in Scritti corsari

"Il 1975 fu l'ultimo anno per Pasolini. A Novembre sarebbe stato ucciso. L'anno iniziò con una rovente polemica con Alberto Moravia. Si stava discutendo se legalizzare o meno l'aborto in Italia. Pasolini si spese sul fronte del no, lui ateo e marxista, perché considerava l'aborto un omicidio. Legalizzarlo era legalizzare un omicidio. E così si trovò dalla parte dei cattolici e della Chiesa cattolica, che scese in campo, anche se non tutti i cattolici si spesero davvero per contrastare una legge che avrebbe solo diffuso la piaga negli anni successivi e che avrebbe fatto diventare l'aborto una specie di contraccettivo. Allora, come oggi, c'erano cattolici 'buonisti', 'aperti', 'inclusivi', 'rispettosi delle idee altrui', ma non di ciò che c'è di più indifeso sulla terra.

Ma torniamo a Pasolini. Contro di lui, che scriveva articoli di fuoco sul Corriere della Sera, intervennero i grandi intellettuali della sinistra: i Moravia, gli Eco, i Calvino, le Ginzburg, tutti a favore dell'aborto. Pasolini denunciava un'alleanza tra neo-capitalismo e nuovi chierici di sinistra e temeva per l'Italia un nuovo fascismo, ben più conformista ed invasivo di quello mussoliniano. Moravia ci andò giù duro e accusò PPP di essere un cattolico sessuofobo. Pasolini era un omosessuale. Moravia lo definì sessuofobo. C'è sempre qualche fobia con la quale accusare l'avversario. Soprattutto l'accusa più infamante è proprio quella di essere cattolico.

Eppure Pasolini e i cattolici erano davvero lungimiranti. Da allora in Italia abbiamo avuto più di 2 milioni di aborti legali, a spese dei contribuenti e siamo giunti alla crescita zero. Ci stiamo suicidando e l'aborto è entrato nella mentalità comune addirittura come un diritto, da delitto che era. Pasolini non combatteva in difesa della morale, ma della ragione. Ancora oggi ci troviamo a combattere come lui per la ragione e lo ringraziamo per l'esempio che ci ha dato".

Gianluca Zappa, 2014

P.S. ad oggi, 2018, i bambini abortiti arrivano a 6 milioni.

Clicca e scarica "Scritti Corsari" in pdf

 

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40 anni di 194, niente da festeggiare

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40 anni di 194, niente da festeggiare
di Giuliano Guzzo

Il quarantennale della legge italiana sull’aborto, com’era prevedibile, è oggi da più parti celebrato come un traguardo positivo, una ricorrenza di civiltà, quasi una festa nazionale. Sarà.

Ma cosa c’è esattamente da festeggiare? Spero sia ancora lecito chiederselo. La sconfitta dell’aborto clandestino, come sostengono in tanti? Può anche essere, ma allora si dovrebbe spiegare come mai a pagina 15 dell’ultima relazione sulla 194, considerando le donne italiane e quelle straniere, si stimino dai 15.000 ai 20.000 aborti clandestini all’anno, quindi più di 40 al giorno. No, la sconfitta della piaga della clandestinità non dev’essere motivo di giubilo per il semplice fatto che non c’è stata.

Aspettate un momento, allora forse, oggi, si celebra un diritto di libertà della donna? Difficile: un terzo delle donne che in Italia ha fatto ricorso all’aborto – evidenziava una ricerca sociologica di qualche anno fa -, senza la 194 avrebbe desistito da tale intento (Cavanna – Gius, Maternità negata, Giuffrè), quindi la legge non ha permesso ma – alla faccia della libertà – incentivato l’aborto. Allora oggi si festeggia l’autodeterminazione? Difficile anche questo: l’80% delle gestanti in difficoltà porterebbe a termine la gravidanza se ricevesse sostegni adeguati (Post Abortion Review, Elliot Institute), quindi molto spesso l’aborto non è affatto «autodeterminato». Tutt’altro.

Si potrebbe però sempre pensare che, grazie alla 194, si possa oggi festeggiare almeno una migliorata tutela della salute materna. Strano però, dato che l’aborto è una pratica che innalza, proprio per la donna, i rischi di isterectomia post-partum (Acta Obstet Gynecol Scand 2011), placenta previa (Int J Gynaecol Obstet 2003), aborti spontanei (Acta Obstet Gynecol Scand 2009), depressione, abuso di sostanze (Psychiatry Clin Neurosc 2013), tumori al seno (Indian J of Cancer 2013), mortalità materna (J of American Physicians and Surgeons 2013), suicidi (Scand J Public Health 2015). No, neppure la salute materna è un buon motivo per rallegrarsi dei 40 anni dell’aborto legale.

Ma allora, scusate, oggi che si festeggia di preciso? Forse i milioni di bambini mai nati, eliminati come rifiuti speciali ospedalieri? Forse il nostro inverno demografico? Forse le donne che – anche dopo anni –sperimentano sulla loro pelle la sindrome post aborto di cui nessuno aveva loro accennato? Forse il fatto che il ventre materno, grazie ad una legge «di civiltà», per molti figli oggi è, paradossalmente, il posto meno sicuro, quello col più elevato rischio di mortalità? O forse il fatto che ormai sia impossibile dirsi antiabortisti (come lo furono i non cattolici Bobbio, Pasolini e Gandhi), senza esser tacciati di bigottismo? Ma se è così, è chiaro – a questo punto – che oggi non c’è proprio nulla da festeggiare.

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Quelle quotidiane dimenticanze che uccidono i nostri figli

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Quelle quotidiane dimenticanze che uccidono i nostri figli

di Davide Vairani“La Croce” quotidiano ⌋  22 maggio 2018

“Dimenticare” è scontato, banale, umano. Se non si soffre di patologie degenerative, “dimenticare” o “scordarsi” di un appuntamento fa parte della quotidianità di ciascuno di noi, a qualsiasi età. “Dimenticare” il proprio figlio piccolo in macchina per ore al punto da lasciarlo morire per ipotermia è terribile. Ci si “dimentica” di qualcuno che si è visto una volta sola, ci si “dimentica” di un fatto banale e ci si “dimentica” di chi non si conosce, di chi non si ama.

Ci si “dimentica” – persino – di chi si ama? La cronaca dei giorni scorsi ci ha consegnato una bambina di poco meno di 1 anno morta dopo che il padre l’aveva dimenticata chiusa in auto in un parcheggio a poca distanza da Pisa, dove l’uomo lavora. Sul posto sono arrivati polizia e carabinieri, insieme con il personale del 118 e i vigili del Fuoco: quando sono arrivati i soccorritori la bambina era già deceduta. Il padre, trovato in forte stato di choc, è un ingegnere ed è attivo da anni in politica, tanto da avere anche ricoperto l’incarico di segretario del locale circolo del Pd; la bimba deceduta era la sua seconda figlia. Sarebbe stato un collega di lavoro dell’uomo a dare l’allarme, dopo avere notato la bimba sul seggiolino nell’auto parcheggiata sotto al sole nel posteggio dello stabilimento: la macchina sarebbe rimasta lì parcheggiata per ore, confermando l’ipotesi che il padre della piccola possa essersi “dimenticato” di averla con sé. Più o meno negli stessi minuti, per una tragica coincidenza, la mamma della bambina era andata a prenderla all’asilo nido, ovviamente senza trovarla: la donna ha immediatamente telefonato al marito, e a quel punto sono stati messi in moto i soccorsi; quando il personale del 118 ha raggiunto il posteggio, però, per la piccola, rimasta molte ore in auto, non c’era più nulla da fare.

Ci si può “dimenticare” – persino – di chi si ama? Sì. E il terribile dramma di questo e altri genitori è già diventato un “fenomeno”. O così i media veicolano la comunicazione di questi fatti, con titoloni allarmanti, citando l’elenco dettagliato dei precedenti negli ultimi anni. Come se stessimo assistendo ad una sorta di pandemia, una mutazione antropologica destinata a produrre pericolose amnesie nella più parte della società. Prima di ingenerare sconcerto in chi legge queste righe: fosse anche uno, un solo “caso”, trattasi un dramma devastante per quel povero genitore che certamente non per scelta deliberata si ritrova a vivere la perdita del proprio cucciolo in questa atroce modalità.

Osservo un altro aspetto. Un aspetto che ha a che fare con l’informazione e con le dinamiche che si ingenerano. Insisto. Provate a “googolare” e leggere i titoli e i sottopancia degli articoli nei quali vi imbatterete: questi drammi diventano un “fenomeno”. Se però si prova a scavare un po’ più a fondo, anche se non esistono codifiche misurabili in sede storica per eventi di tale natura, ci si accorge che si sta parlando di una o due “dimenticanze” come questa nel corso di qualche annualità. Non riesco nemmeno ad immaginare il dolore straziante di un genitore dopo una “dimenticanza” tale.

Che cosa accade dentro di noi? “Anche se una madre si dimenticasse del proprio figlio” .. Un vuoto di memoria, un black-out? Un funzionamento anomalo della parte cosciente della nostra mente, che noi erroneamente consideriamo infallibile. Le anomalie possono coinvolgere qualsiasi elemento. Infatti, se possiamo dimenticare le chiavi, potenzialmente possiamo fare altrettanto con un figlio. Possiamo dare la colpa allo stress, a carenza di sonno e a cambiamenti nella routine quotidiana, ma non credo possano essere cause sufficienti da sole a spiegarne razionalmente gesti così “contro natura”. Ancora meno riesco ad immaginare come si possa riuscire a vivere dopo esserne sopravvissuto. Devastante dal punto di vista emotivo, con disperazione, angoscia, sensi di colpa, e un lutto che sarà difficile da elaborare nel resto della vita. Poi ci sono gli effetti nella relazione con l’altro genitore. Può un rapporto sopravvivere a un tale evento? Infine, l’aspetto cognitivo. Spesso non si recupera il ricordo di ciò che è realmente successo, e resta attiva la memoria degli eventi che sarebbero dovuti accadere, anche se evidentemente le cose non sono andate così.

Esiste un antidoto a questi drammi? I giornali hanno raccontato l’episodio elencando casi analoghi, ma soprattutto fornendo soluzioni, protocolli e misure adottabili grazie a dispositivi tecnologici integrati ai seggiolini, app e alert sullo smartphone per dire “stop al fenomeno dei bambini dimenticati in auto”.

Ho così appreso che esistono una molteplicità di “soluzioni”. Ad esempio, i seggiolini con allarme incorporato come l’americano Embrace Evenflo DLX con SensorSafe, che nella cintura con cui si assicura il bimbo ha incorporato un sensore che si collega al display del cruscotto ed emette un segnale sonoro se il conducente spegne l’auto senza slacciare la cintura. Un dispositivo molto simile arriva anche dall’Italia: Remmy è un sensore firmato da due papà italiani che si applica a qualsiasi seggiolino e che si alimenta tramite l’accendisigari. Se il conducente spegne il motore lasciando il bimbo sul seggiolino parte un allarme sonoro che segnala la presenza del piccolo nell’abitacolo, basandosi sul peso invariato. Concetto del tutto simile a quello che caratterizza il “salva bebè” ideato dal ricercatore Fioravante Tiveron, composto da due sensori, uno da collegare al seggiolino, l’altro da lasciare sul sedile del guidatore: se l’adulto si alza dal sedile senza recuperare il bambino, scatta un allarme luminoso e sonoro che ne segnala la presenza. Ancora, il belga Kenny Devlieger nel 2014 ha ideato Gabriel, un portachiavi che si collega wireless a un nastro sensibile alla pressione installante sotto ogni seggiolino: se si lascia l’auto e il peso sul seggiolino resta invariato, il portachiavi emette un primo segnale, mentre il tappetino abbinato inizia a monitorare la temperatura. Nel caso superi i 28 gradi, il portachiavi inizia a suonare con più frequenza e a volume più alto, sino a quando non si torna alla macchina a controllare. Chi non si separa mai dallo smartphone, invece, può contare sulle app: Waze, la popolare applicazione di Google per monitorare il traffico, ha aggiunto alle feature gratuite il “Promemoria bimbo in auto”, una notifica accompagnata da un segnale sonoro che ricorda al guidatore di controllare l’abitacolo una volta arrivati a destinazione. Basta abilitare la funzione dal menù impostazioni, e il promemoria viene inviato una volta registrato il percorso effettuato dall’auto. Funzionamento simile anche per l’app Kars4Kids e per l’italiana Infant Reminder, una delle prime a essere sviluppata per prevenire le morti per “dimenticanza”: una volta scaricata sullo smartphone e attivata registra il percorso e, una volta raggiunta la destinazione, inizia a inviare notifiche che, se non vengono visualizzate, fanno scattare il “protocollo di emergenza”, con invio di email e messaggi ai numeri memorizzati di persone che possono intervenire in tempo.

Non lo so. Riflettevo in questi giorni. Possiamo ricorrere a tutti i prodotti immaginabili come quelli sopra descritti con la presunzione di potere evitare il dramma della “dimenticanza” con un surrogato della nostra responsabilità: un sistema di controllo che de-responsabilizza – paradossalmente – l’umano nei confronti del bene più prezioso rimasto a questa società senza memoria, il bambino. E questo dovrebbe farci riflettere sulla speranza sterile e meccanica di questo mondo autistico che affida alla tecnologia la nostra salvezza, ma anche il riparo dall’esperienza delle conseguenze causate dal nostro male.

In fondo, se ci pensiamo, questo affidarsi sempre e in ogni caso a soluzioni tecnologiche è la presunzione di poter controllare l’imprevisto: evitare con un alert un fatto che non può essere assolutamente generalizzato e attribuito a un andazzo dei tempi, bensì solo a qualcosa di drammatico che è successo nel singolo genitore, credo vada nella direzione opposta a quella della responsabilizzazione, verso l’indifferenza intesa come mancanza di familiarità dell’umano, limitatissimo e drammaticamente fallibile. Tantissimi gli esperti che hanno tentato di identificare le ragioni alla base delle fatali dimenticanze: quasi sempre si tratta di mancanza di sonno, stanchezza, stress o variazioni nella routine quotidiana che possono influire sul comportamento anche del più premuroso e attento dei genitori. Accade. Le vittime di questo tipo di morte – clinicamente causata da ipertermia, un brusco aumento della temperatura corporea che causa idratazione e, nei casi più estremi, arresto cardiocircolatorio – sono nella stragrande maggioranza dei casi bambini di meno di quattro anni, che nella stagione più calda subiscono la prigionia di un abitacolo infiammato dal sole e dalle alte temperature.

C’è anche stato qualcuno che ha provato ad analizzare a fondo il “fenomeno” (e dai ancora con il termine “fenomeno” ..). Cito un articolo del 2017 pubblicato da “La Stampa” (“Bambini dimenticati in macchina, accorgimenti e tecnologie per evitare la tragedia”, di Andrea Barsanti, 10 giugno 2017):

“Ad analizzare il fenomeno, nel 2010, ha pensato Gene Weingarten, giornalista del Washington Post che per il lungo articolo dedicato proprio all’aumento dei bambini morti per ipertermia ha vinto un Pulitzer: stando ai dati raccolti, i casi di minori deceduti dopo essere stati lasciati in auto sono aumentati esponenzialmente, oltre 600 vittime dal 1998 a oggi, il 90% sotto i 3 anni d’età. La temperatura, in questa fascia d’età, sale infatti da 3 a 5 volte più velocemente rispetto a quella di un adulto proprio per le ridotte condizioni corporee e la minore percentuale di acqua presente nell’organismo, fattori che possono portare a disidratazione e ipertermia nel giro di 20 minuti. Pur tenendo conto delle diversità dei genitori protagonisti di questi tragici episodi, Weingarten è riuscito a individuare una causa comune: il giornalista ha evidenziato che l’aumento di casi si è verificato in concomitanza con l’entrata in vigore della legge che prevede l’installazione dell’airbag anche per il sedile del passeggero, che costringe ad assicurare il seggiolino per bambini sui sedili posteriori e, nel caso di neonati, con il volto rivolto verso il lunotto per ammortizzare quanto possibile il contraccolpo in caso di urto. Se da un lato la legge ha contribuito a diminuire il caso di decessi di minori in caso di incidente, dall’altro ha di fatto ridotto il campo visivo del guidatore, che non ha più il bambino al suo fianco, ma dietro di sé, e dunque non in vista. Se all’equazione si aggiunge la possibilità che il bimbo si addormenti, e quindi non ‘manifesti’ la sua presenza, la somma di fattori rende più probabile l’eventualità che il genitore si dimentichi di avere il figlio in auto, soprattutto se si tratta di un episodio ‘straordinario’”.

Comunque la si voglia guardare e riguardare, la tranquillità di un dispositivo è un formalismo che allontana l’umano dalla responsabilità e dalla coscienza di potere fare il male.

Non è un articolo contro la tecnologia, ma contro la derubricazione del drammatico limite umano all’ennesimo fenomeno da arginare con dispositivo tecnologico.

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Pur di governare …

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Pur di governare …

di Davide Vairani

Forse è la volta “buona” che ne esce il governo (“buona”, mah .. dipende dai punti di vista). Vedremo a breve che cosa accadrà. Come penso tanti di voi, mi sono scaricato e letto il famoso “contratto di governo” Lega-5 Stelle nella versione “definitiva”, o meglio nella versione che è stata “sottoposta” al bagno dei rispettivi elettorali sia online con la piattaforma Rousseau che con i gazebo per strada. 58 pagine articolate in trenta capitoli, a loro volta suddivisi in sotto-capitoli. Scontato il risultato del gradimento: il 94% dei votanti su Rousseau ha approvato il contratto di governo. Matteo Salvini dal suo profilo facebook ringrazia i “215 mila” che “nei due giorni di gazebo in 1.000 piazze” hanno espresso il proprio “Sì” “con il 91%”.

Non entro nell’esame e nel giudizio delle varie proposte politiche ivi contenute.

“Ma il nuovo governo gialloverde, se mai nascerà, cosa dirà sui bimbi con due mamme? E sull’utero in affitto? E sulle adozioni gay? E sull’eutanasia? Se ci fosse un caso Charlie o Alfie in Italia, il ministro della Salute interverrà oppure no? Se ci saranno altri Dj Fabo, l’esecutivo difenderà la legge sul suicidio assistito? O farà un altro passo avanti decisivo verso l’eliminazione dei più deboli? E le politiche sociali terranno finalmente conto dei diritti delle famiglie, quelle che maschio e femmina Iddio li creò? Oppure si continuerà a strizzare l’occhio, come dei cincirinnà qualsiasi, al mondo lesbo gay? Nelle scuole dilagherà ancora, indisturbata, la teoria del gender? O si potrà tornare a leggere Paolo e Francesca senza essere considerati dei sovversivi? Cenerentola sarà ancora messa al bando dagli asili? O continueremo a sentir raccontare la meravigliosa storia d’amore di Giulietto e Romeo. Non potranno essere smantellate leggi considerate conquiste dalla sinistra. Però in compenso non continuerà la deriva lgbt a suon di strappi alla Cirinnà?”.

Sono  domande che si pone Mario Giordano (“Dal contratto gialloverde spariti ‘i temi etici e la difesa della famiglia’”, “La Verità”, 18 maggio 2018). “Se cercate la risposta nel contratto di programma su cui Matteo Salvini e Luigi Di Maio sembrano aver trovato l’accordo, ebbene, state perdendo tempo – prosegue Giordano -. Lì si parla di soldi (ed è sacrosanto), di tasse e pensioni (ed è sacrosanto), di acqua pubblica, ambiente, Ilva, immigrazione, infrastrutture, telecomunicazioni, società e impianti sportivi, sicurezza stradale, campi nomadi, cyber security, lotta alla corruzione, tutela degli animali, rapporti con la Russia, musei e siti archeologici, green economy, rifiuti zero, agricoltura, turismo e tanto altro ancora. Ed è tutto sacrosanto, si capisce. Importante, fondamentale. Ma i temi etici? Non sono anch’essi altrettanto importanti e fondamentali?”.

Invece nulla: su quello nemmeno una virgola. Nemmeno per sbaglio. L’unico accenno alla famiglia è al punto 18, pagina 33. Poche righe, nelle quali si legge: “18. POLITICHE PER LA FAMIGLIA E NATALITÀ. È necessario rifinanziare gli Enti Locali dando priorità al welfare familiare (come ad esempio il sostegno per servizi di asilo nido in forma gratuita a favore delle famiglie italiane, le politiche per le donne, per gli anziani e la terza età, il sostegno alle periferie), in un’ottica di sinergia tra tutte le componenti dello Stato per raggiungere gli obiettivi di sviluppo economico di qualità e per far uscire il Paese dalla crisi economica. Occorre introdurre politiche efficaci per la famiglia, per consentire alle donne di conciliare i tempi della famiglia con quelli del lavoro, anche attraverso servizi e sostegni reddituali adeguati. Inoltre, è necessario prevedere: l’innalzamento dell’indennità di maternità, un premio economico a maternità conclusa per le donne che rientrano al lavoro e sgravi contributivi per le imprese che mantengono al lavoro le madri dopo la nascita dei figli. Occorre introdurre agevolazioni alle famiglie attraverso: rimborsi per asili nido e baby sitter, fiscalità di vantaggio, tra cui ‘IVA a zero’ per prodotti neonatali e per l’infanzia. Importante attenzione va posta anche nei confronti della terza età con provvedimenti volti ad agevolare le famiglie con anziani a carico, compresa l’assistenza domiciliare anche tramite colf e badanti”.

Per carità, tutti provvedimenti utili e necessari. Difficile – tuttavia – poterle definire una politica strutturale e massiccia di investimento sulla famiglia e sui figli. Si potrà obiettare che in fondo il “contratto di governo” gialloverde contiene una serie misure volte a sostenere indirettamente la famiglia, come gli interventi sul tema dell’occupazione, descritti in altri capitoli. Vero. Ma – chissà un po’ perchè – in Italia non esiste un capitolo specifico di bilancio strutturale per la famiglia (e pare che non esisterà nemmeno nel prossimo immediato futuro), come al contrario si registra in tutti i Paesi dell’UE.

E allora qui “il re è nudo”. Mi riferisco a Salvini e alla Lega, ovviamente. Tanti applaudirono le parole del buon Salvini a Milano nel chiudere la campagna elettorale: “Mi impegno e giuro – ha detto il leader della Lega – di essere fedele al mio popolo, a 60 milioni di italiani, di servirlo con onestà e coraggio, giuro di applicare davvero la Costituzione italiana, da molti ignorata, e giuro di farlo rispettando gli insegnamenti contenuti in questo sacro Vangelo. Io lo giuro, giurate insieme a me? Grazie, andiamo a governare e a riprenderci questo Paese”. Tanti hanno creduto che la Lega fosse diventata d’incanto il partito difensore della vita dalla nascita alla morte naturale, contro l’eutanasia e la legge sul biotestamento, contro le unioni gay. Attenzione a riversare aspettative di tale natura su un partito che trasforma i principi non negoziabili in valori identitari strumentali ad altro, strumentali ad esempio nella costruzione del consenso fine a se stesso.

“E si capisce anche il motivo: 5 stelle e Lega si trovano, sull’argomento, agli antipodi. Sono assai più distanti sui temi etici che sui temi economici o su quelli dell’immigrazione (dove pure le differenze non sono poche). Per capirlo basta guardare quello che sta succedendo in queste ore a Milano dove il sindaco Beppe Sala si è messo a inseguire le colleghe grilline di Roma e Torino e ha appena permesso di iscrivere all’anagrafe un bimbo con due mamme. I 5 stelle, ovviamente, applaudono felici. La Lega insorge inferocita. La sintesi quale può essere, se non il silenzio? La sparizione dei temi etici dal contratto di governo fra Di Maio e Salvini, dunque, è inevitabile: in effetti, o spariscono i temi etici o sparisce il contratto di governo. Tertium non datur”.

“Il Forum Famiglie è preoccupato – diceva nei giorni scorsi il Presidente Gigi De Palo dalla colonne di “Avvenire” –, perché sono oltre 110mila i nuovi nati in meno in 9 anni; perché l’Italia continua a rimanere fanalino di coda in Europa nel numero di figli per madre, con una media di 1,34 e una maternità sempre più tardiva; nel contempo, invece, cresce il numero degli ‘over-65’ in rapporto alla forza-lavoro: sono 38 ogni 100 persone attive e la tendenza sembra inarrestabile: già ora i lavoratori che restano non ce la fanno a sostenere il peso delle prestazioni sanitarie e previdenziali. I nuclei familiari italiani non si sentono garantiti dal punto di vista fiscale, lavorativo, sanitario, di Welfare. Eppure, sono tante le coppie che sognano una famiglia con figli, ma i nostri dati mostrano che chi mette al mondo tre o più bambini rischia di diventare povero il doppio rispetto a chi non ne ha”. “Ecco perché il Forum delle associazioni familiari manda un messaggio chiaro al nascente Governo: per poter trasformare in realtà il Patto per la Natalità c’è bisogno di un ministro dedicato esclusivamente alle Politiche per la famiglia, l’unica soluzione per invertire la rotta e far terminare il peggiore inverno demografico della nostra storia, ridando fiducia e un futuro all’Italia. Allora sì che potremo festeggiare”, conclude De Palo.

Ancora una volta, per l’ennesima volta, caro Gigi De Palo, non ci sarà “un ministro dedicato esclusivamente alle Politiche per la famiglia” e – se ci sarà – sarà ministro senza portafoglio. Scene già viste con ogni colore di governo, di destra, di centro e di sinistra.

La denatalità in Italia non è solo un punto di governo: la denatalità in Italia è un punto di destino. “Questo dovrebbe essere chiaro a qualsiasi governo che nascerà. Le culle italiane sono vuote, la popolazione è a picco. C’è un problema di natalità; e di maternità, perché sono le mamme, le donne a fare i figli. Nel necessario contesto di un’unione di coppia, una volta si diceva la ‘famiglia’. Ma resta il fatto che sono le mamme a generare. A meno che un idiota unisex non pensi che questa ‘discriminazione di genere’ – che forse in radice è il semplice ‘discernimento’ di genere della natura, che ha un suo logos; nient’altro che l’esperienza della sapienza dell’evoluzione – sia superabile da un centro tecnologico di produzione bambini. Con annesso indotto produttivo di ‘allevamento’, come nel più orrido immaginario biopolitico, quasi biozootecnico relativo alla razza, di una società falansterio, che abbia risolto una volta per tutte il problema ‘emancipativo’ di un’individualizzazione senza differenziazione, né sociale, né di genere, né di immaginario; che è il mito demonico del ‘moderno’, del suo individualismo suicidario. Funzionale alla forza lavoro generica indifferenziata richiesta da un capitale e un’economia dediti alla ‘vita’ dell’’azienda’ come unico organismo sociale (artificiale) che conta, più che a una qualsiasi società ‘organica’ (vitale organismo storico-spirituale) che sia comunità di etnia, lingua, cultura.

È a questa mitologia mercatoria, che ormai tocca tutti gli ambiti della vita, che può essere indifferente questo punto di destino di un popolo, che è la sua natalità, già custodito nel «crescete e moltiplicatevi» da ogni Dio detto al suo popolo; da ogni comunità organica detto a se stessa. Più che allarmismo tradizionalista esposto agli strali del politicamente corretto sono i dati Eurostat. Drammatici. All’attuale tasso di natalità gli italiani nel 2050 si ridurranno dai 60,6 milioni di oggi a 51,5. Tra sessant’anni saremo ancora meno: 39 milioni. Numeri da brivido. Dove le polemiche sull’«Italia agli italiani» che rischieremmo di perdere per le «migrazioni», sono ridicola e corrosiva materia di intrattenimento elettorale.

L’Italia agli italiani non sarà tolta dagli altri, ma dai noi stessi. Tolta per quel mix micidiale di cultura della denatalità, legata a stili di vita, consumi e desideri guidati dalla stella polare della perdizione (un individualismo cieco, che ormai comincia e finisce alla promozione del proprio selfie), e di indifferenza. L’indifferenza, che quella cultura potentemente alimenta (e le dà l’alibi della necessità), di una società e di una politica che di famiglie e figli non vogliono saper niente, se non – a salvarsi l’anima sul terreno dei ‘diritti’ – nei modelli di nicchia delle nuove famiglie e delle nuove genitorialità. Anzi, in questo quadro di crisi economica di sistema, che ormai è nei numeri delle statistiche, saranno solo i fenomeni migratori a poter compensare gli scompensi socioeconomici del sistema Italia; sempre che lo si voglia mantenere agli attuali dati macro economici e sociali, e non se ne accetti con il declino demografico, una ristrutturazione al ribasso, un generale rimpicciolimento di sistema, con un segno meno traferito a tutto, dalle culle, alle scuole, alla formazione superiore, alle fabbriche, ai servizi, ritarando il welfare del Paese dai sessanta ai quaranta milioni di italiani, in una decrescita guidata dell’Italia degli italiani.

Che poi in effetti è l’unica politica che si vede fare da qualche decennio. Il trend italiano è un trend europeo (il che vuol dire che qui c’è un compito anche per l’Europa), ma questo trend non è ineluttabile, perché Francia e Gran Bretagna sono in questo ambito, ma sono Paesi più o meno ‘virtuosi’, perché possono ancora sperare (se correggeranno errori degli ulimi tempi) di veder aumentare la popolazione anche al netto dei flussi migratori. Come dovremmo fare noi. In Francia, secondo Eurostat, la popolazione dovrebbe salire dai 66 milioni di quest’anno ai 69 del 2050, e nel 2080 si assesterebbe sui 68 milioni. Stesso discorso per la Gran Bretagna. Oggi i britannici sono 64 milioni. Saranno tre in più nel 2030 e di nuovo 64 milioni nel 2080. Non è un caso che sono paesi che hanno politiche attive e strutturali di sostegno alla famiglia; al ruolo della donna non solo al lavoro, ma come madre, e madre che, se vuole, lavora; alla natalità, cioè alla condizione del cittadinofiglio.

Questa condizione – del cittadino-figlio – non si risolve con un bonus al concepimento o alla nascita e con qualche asilo nido in più. Perché questa condizione dura il tempo dell’allevamento, che nella specie sapiens sapiens (se ancora tale vorrà essere) dura vent’anni. Chiunque lo abbia in carico, è questo il punto di destino per l’Italia, quello che dovrebbe essere il primo punto del governo che verrà. E parte delle risorse promesse per quella o questa misura economica ‘identitaria’ di questo o quel partito – dalla flat tax al reddito di cittadinanza – siano impegnate per il futuro dell’identità italiana in quanto tale; con politiche strutturali di sostegno alla natalità, il cui punto di svolta potrebbe essere un assegno familiare a figlio che rappresenti – in un mondo che commisura anche i propri desideri più belli al reddito e al tenore di vita che ne discende, e dove purtroppo anche quei desideri per lo più perdono – un incentivo economico forte ad avere figli.

Una madre non solo deve poter entrare e uscire con più facilità dai ruoli sociali che oggi in quanto donna non più solo vestale del focolare le sono legittimamente davanti, ma deve poter avere remunerato con un reddito adeguato il primo lavoro sociale in assoluto: la genitorialità. Con 50 euro di assegno familiare a figlio non si va da nessuno parte. Un figlio non può valere il conto per una serata in pizzeria di una coppia. Non si butti questo discorso nella caciara ideologica del gender, del politicamente corretto, di maschilismo e femminismo, della ‘società che muta’. Perché la società è certamente mutante. Ma anche una società morta o suicidatasi è una ‘mutazione storica’. Bisogna solo intenderci se è quello che vogliamo” – da “La denatalità in Italia: un punto di destino” di Eugenio Mazzarella*, “Avvenire”, sabato 7 aprile 2018

Appunto….

*Ordinario di Filosofia teoretica Università Federico II

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