“Dare a Cesare e dare a Dio””

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"Dare a Cesare e dare a Dio"
#frammenti

FRAMMENTI-450x377 "Dare a Cesare e dare a Dio""Martedì 5 Giugno 2018
S. Bonifacio (m); S. Pietro Spanò; S. Franco
9.a di Tempo Ordinario
2Pt 3,11b-15a.17-18; Sal 89; Mc 12,13-17

+ Dal Vangelo secondo Marco 12,13-17
In quel tempo, mandarono da Gesù alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso. Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?». Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio». E rimasero ammirati di lui.

 

Per Gesù il punto fondamentale è un altro: dare a Dio ciò che è di Dio. Come la moneta porta l’immagine di Cesare e appartiene a Cesare, così l’uomo è immagine di Dio e appartiene a Dio. Il tributo da pagargli è quello di darsi a lui, amando con tutto il cuore e il prossimo come se stessi. Questo comando, prima impossibile a causa del peccato, ora con Gesù possiamo e dobbiamo viverlo, in ogni nostra singola azione. Questo racconto evangelico aiuta a capire anche il potere del Figlio dell’uomo, che mette sempre in crisi quello dell’uomo. Il suo potere, fatto di amore, servizio e umiltà, esprime l’amore di Dio per ogni uomo o per tutta l’umanità.

 

La domanda che mi faccio è questa: “Abbiamo ancora un compito?”. Percepiamo, non solo noi, un’assenza, una latitanza, qualche cosa che manca in questa fase storica, in questo paese, che assomigli alla nostra tradizione, alla nostra cultura, alle speranze che abbiamo alimentato, alla nostra idea di società e di stato. Io credo che sarebbe difficile contestare, per esempio, che la radice dell’ispirazione cristiana, tradotta nella nostra cultura politica, ci ha consentiti di essere resistenti e vittoriosi contro il troppo della politica. La nostra concezione della persona, della società, dello stato non ci ha fatto ignorare lo stato, non ci ha fatto sottovalutare il suo ruolo, e tuttavia ci ha sempre convinti che la persona e la società vengono prima dello stato; che lo stato non contiene tutta la vita, tutto il sentimento, tutta la regola. Quando avevo una qualche responsabilità di rappresentanza di questo partito, a chi mi chiedeva cosa voleva dire essere un partito d’ispirazione cristiana, rispondevo: essere gente per cui la politica conta, ma sa che la vita conta di più della politica. Mi sembra un’asserzione minimale, ma che, tutto sommato, non è per niente insignificante: siamo stati contro lo stato etico, siamo stati contro la pretesa invasiva e totalizzante della politica del comunismo realizzato, siamo stati contro il troppo della politica e oggi perché dovremmo essere latitanti contro il rischio del niente della politica?

Mino Martinazzoli, 16 novembre 1999

 

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Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Grazia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.