Il caso del ministro Fontana e l’ambiguità della Lega

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Il caso del ministro Fontana e l’ambiguità della Lega

di Emiliano Fumaneri /”La Croce” quotidiano / 05 giugno 2018

A proposito dell’innamoramento fulminante (e a senso unico) tra cattolici e leghisti Salvini

p03-page-001-e1528204922639 Il caso del ministro Fontana e l’ambiguità della LegaCome era ampiamente prevedibile, il caso del veronese Lorenzo Fontana, ministro della Famiglia e della Disabilità, dichiaratamente cattolico, prolife e profamily, ha fatto letteralmente esplodere il romanticismo politico dei cattolici di area Family Day.

I fatti sono noti: la stampa mainstream lo ha messo in croce per le sue convinzioni antiabortiste e il suo sostegno alla famiglia naturale. Le reazioni dei profamily non si sono fatte attendere. E così in questi giorni i social brulicano letteralmente di appelli a sostegno del neoministro, non si contano gli slogan tesi a esaltarne la cattolicità tetragona. Finalmente uno dei nostri al governo! Siamo tutti con Fontana!

Ahinoi! Tutto questa fiumana di emozioni in libera uscita non è che un sintomo della profonda crisi del cattolicesimo politico. Il pensiero sociale cattolico non ha mai condiviso la visione dei romantici, tutta centrata sull’individuo. L’eroe romantico è un uomo solo che lotta e resiste contro un mondo ostile. Ma la politica non è fatta di eroi solitari e produttori di sforzi titanici. La politica è soprattutto azione collettiva, sforzo organizzato. In politica l’emotivismo diffuso è soltanto pubblicità, vale a dire uno strumento al servizio della propaganda. Qui non si tratta per l’appunto di muovere qualche rilievo critico al bravo Lorenzo Fontana, persona stimabilissima e cattolico tutto d’un pezzo, da sempre impegnato a favore della famiglia e della vita. Per lui parlano il passato e il presente. Certo, non ha esitato a precisare che cambiare la legge sulle unioni civili «non è all’ordine del giorno», non essendo questo proposito previsto dal contratto di governo tra M5S e Lega. Ma cos’altro poteva dire? Cos’altro potrebbe fare? Il problema non è Fontana. Ma per capirlo occorre affrancarsi dal clima di esaltazione collettiva che offusca la lucidità e fa passare in secondo piano i veri problemi. Il problema, ribadisco, non è Fontana. Non è nemmeno la macchina del fango armata e azionata contro di lui. Scusate, ma cosa ci si aspettava da Repubblica e dalla Cirinnà? Che lo applaudissero forse?

Lorenzo-Fontana-1030x615 Il caso del ministro Fontana e l’ambiguità della LegaNo, il problema è un altro. Piaccia o meno, il problema è il partito di Fontana, il primo a non sostenerlo, e il patto di governo che ha sottoscritto col Movimento Cinque Stelle, che ha il relativismo per essenza.

Cominciamo dal vertice della Lega, Matteo Salvini. Le parole che ha detto sulla vicenda rappresentano un inno al trasformismo e alla politica dei due forni. Se ha stoppato ogni ipotesi di modificare la legge sulle unioni civili (tornare indietro «non è una priorità», ha detto il leader leghista) ha anche ribadito che «un bambino ha bisogno di una mamma e di un papà». La presa di posizione di Salvini conferma quanto La Croce aveva previsto in tempi non sospetti, ossia che la lenta ma progressiva trasformazione della Lega in partito pigliatutto avrebbe prodotto i suoi effetti anche sull’ideologia leghista, destinata inesorabilmente ad allargare le maglie per non perdere consensi e non spezzare l’asse governativo coi Cinque Stelle. Così Salvini di fatto si è attestato su una posizione intermedia, di compromesso alfaniano: sì alla famiglia naturale con un papà e una mamma ma anche sì alle unioni civili. In questa maniera la Lega non rompe col “forno” del mondo cattolico (almeno quello del Family Day) e non rompe nemmeno col “forno” a Cinque Stelle. Salvini ha poi aggiunto che Fontana «ha le sue idee ed è libero di avere le sue idee, ci mancherebbe, ma non è nel contratto di governo». Non sarà inutile far notare che si tratta della tipica distinzione liberale tra virtù pubbliche e virtù private, con le seconde condannate a restare chiuse nelle sacrestie. La Lega conferma una volta di più di essere solo la faccia securitaria, cattivista, dell’ideologia neoliberale.

Come se non fosse bastato lo stop di Salvini, a ribadire il concetto ha pensato anche Maria Edera Spadoni, vice presidente della Camera per il Movimento 5S. I temi etici sono elemento di divisione per due partiti dalle «sensibilità molto diverse» come Cinque Stelle e Lega. Dunque per evitare discussioni non sono stati inseriti nel contratto di governo. Essere pro o contro l’aborto pro o contro il matrimonio gay, pro o contro l’eutanasia, ha dichiarato domenica al Corriere, «sono idee, appunto, che nel nostro programma di governo non hanno trovato posto. Sarebbe stato opportuno che non venissero fatte nemmeno dichiarazioni pubbliche». Da San Francisco si è fatto sentire anche Alessandro Di Battista, che ha affidato il proprio pensiero a Facebook: «Ora è tempo di realizzare concretamente i punti del programma. Non toccando i diritti civili conquistati ma occupandoci adesso di quelli economici e sociali smantellati».

Dopo essere stato ridimensionato da Salvini e richiamato all’ordine dagli alleati pentastellati, a Fontana non è andata meglio con l’opposizione interna del Carroccio, che pure avrebbe potuto tranquillamente cogliere la palla al balzo per un affondo contro il leader maximo. Giusto al contrario, proprio da lì sono giunti i giudizi più sferzanti. Per rendersene conto è sufficiente leggere l’intervista concessa da Roberto Maroni a Repubblica (03/06/2018). Alla domanda esplicita di Rep («Ha fatto bene Salvini a correggere il ministro Fontana sui gay?») Maroni ha risposto così: «Fontana è un giovanotto, che deve rendersi conto che non è più all’opposizione a Bruxelles e che quello che dice coinvolge tutto il governo. E’ stato un peccato di gioventù». Ma non è finita qui. Interpellato sulle famiglie gay, Maroni afferma anche: «Io sono per la famiglia descritta dalla Costituzione, ma c’è una legge, la Cirinnà, e va rispettata». Per cogliere appieno la portata di queste parole va letta per intero l’intervista di Maroni, che critica Salvini su tutto (anche sulla scelta di non aver voluto tornare al voto ed essersi ostinato a governare coi pentastellati). Con una sola, significativa eccezione: il ridimensionamento di Fontana, liquidato come un giovanotto inesperto non ancora “sintonizzato” col ritmo e lo stile governativi.

Eppure stiamo parlando di chi da Governatore della Regione Lombardia veniva indicato come il leghista “family friendly”, l’osannato eroe antigender (sempre il mito romantico…), l’organizzatore nel gennaio del 2015 del Convegno a favore della famiglia naturale. Tutti lo ricordiamo, come fosse ieri, in prima fila al Family Day col codazzo di assessori regionali a dire anche lui «no» a quella legge Cirinnà che ora chiede di rispettare.

Quando Mario Adinolfi e La Croce si insospettirono per lo strano tweet con cui Maroni sembrava aprire a una trattativa sull’omofobia col piddino Michele Emiliano, il suo omologo della Regione Puglia, i cattodestri gridarono al reato di lesa maestà e si prodigarono per rassicurare l’elettorato profamily con una vera e propria gara a minimizzare, puntualizzare, contestualizzare le dichiarazioni del Governatore leghista. Uno zelo encomiabile. Peccato che ora sulle parole di Maroni tacciano con altrettanto zelo.

Comunque sia, dopo il ridimensionamento è indubbio che l’esperienza governativa di Lorenzo Fontana sia partita già ad handicap. Il messaggio è arrivato forte e chiaro: bisogna normalizzare qualsiasi elemento che potrebbe destabilizzare il patto tra M5S e Lega, fondato sulla “sospensione del giudizio” sui temi etici. Non sono priorità, ha detto Salvini.

Quanto ci metteremo a capire che per il capotribù leghista più dei princìpi contano i “valori”? I valori della Borsa Valori (l’euro, il debito pubblico) e quelli di Casa Italia, minacciati secondo la narrazione leghista dagli immigrati (che il nuovo Ministro degli Interni ha voluto ribadire di vedere bene «a casa loro») e dall’eurocrazia. È questa la scala delle priorità del governo gialloverde. E così, con uno spazio di manovra ancora più ridotto rispetto agli altri dicasteri senza portafogli, difficilmente il ministero di Lorenzo Fontana potrà andare oltre una funzione di rappresentanza: uno specchietto per le allodole profamily o poco più, l’ennesimo.

Contratto-675 Il caso del ministro Fontana e l’ambiguità della LegaIl problema, lo ribadiamo, non è Fontana. È il “contratto” di governo che lo vincola. Qualcuno dirà che si sapeva. Bastava leggere il contratto per sapere che i principi non negoziabili non sarebbero entrati nell’agenda governativa. Il dramma è proprio questo. Chi è andato al Family Day (due anni fa, non quaranta) per dire no alle unioni civili è stato inviato a dare il proprio voto utile alla coalizione di Centro destra (in particolare a Lega e FdI) come unico sbocco possibile di quella stagione.

Alla viglia del voto Massimo Gandolfini aveva dichiarato ad Affari italiani (02/03/2018) che il Movimento Cinque Stelle rappresentava il «nichilismo massonico più totale e come tale inaccettabile» (e dunque in-votabile), facendo chiaramente intendere come i partiti più vicini ai princìpi del Family Day fossero Lega e Fratelli d’Italia. Bene, proprio la Lega ha portato al governo l’inaccettabile nichilismo massonico a cinque stelle (che per Gandolfini è di gran lunga peggio del Pd che, parole sue, ha almeno «una sua storia e una tradizione con buoni valori»). Senza contare altri esponenti del CDNF che, anche a campagna elettorale ormai conclusa, cercavano di convincerci che nella Lega avrebbero trovato spazio le posizioni di chi intendeva abrogare le unioni civili e depotenziare la carica eutanasica delle Dat.

Bene, si avvicina il momento di stilare un primo bilancio della campagna del “voto utile”. Chi ha manifestato al Family Day contro le unioni civili si trova ora col ministro “più cattolico” della compagine governativa (Fontana) imbrigliato dal contratto coi 5S che non permette di toccare una virgola della Legge Cirinnà. Si trova col governatore “family friendly” della Lega (Maroni) a difendere le unioni civili.

Se utile vuol dire che “serve a qualcosa”, possiamo dire che quel voto è servito a poco? I princìpi sono ormai persi per strada, a riprova che il tatticismo esasperato non paga mai. Chi puntava tutto sulla strategia di “contare senza farsi contare” ha racimolato un ben misero guadagno. Anzi, tutto indica che il bilancio della stagione del voto utile chiuderà in perdita.

Quando si cancella la profezia dall’orizzonte della politica subentra il machiavellismo, quell’indole che porta a puntare tutto sulla tattica e la strategia per conquistare spazi di potere.

Ma Cristo non ci ha chiesto di realizzare la giustizia in questo mondo. Ci ha chiesto invece di agire in modo giusto.

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Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Grazia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.