Asia #Bibi: in carcere da 3.300 giorni

Spread the love
  • 3
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
    3
    Shares

Asia #Bibi in carcere da 3.300 giorni

Asia Noreen Bibi è in prigione già da nove anni. La sua colpa è aver bevuto un bicchiere d’acqua. La donna cattolica pakistana, madre di cinque figli, è stata incarcerata il 19 giugno 2009 con l’accusa di blasfemia dopo un diverbio avuto con due colleghe musulmane: aveva preso dell’acqua dal pozzo per ristorarsi durante il lavoro nei campi ed è stata accusata di aver infettato la fonte in quanto cristiana. Ancora peggio, su esplicita richiesta si è rifiutata di convertirsi all’islam. Condannata all’impiccagione in primo e secondo grado, è in attesa della sentenza della Corte suprema.

"Asia Bibi è in carcere ormai da nove anni e io penso sempre alle sue figlie, che crescono senza la madre, in particolare a una che soffre di esaurimento nervoso e avrebbe bisogno di lei".

Parla così a tempi.it Saiful Malook, coraggioso avvocato musulmano di Asia Bibi, nel nono anniversario dell’arresto (19 giugno 2009) per false accuse di blasfemia in Pakistan. La madre cattolica entra oggi nel suo decimo anno di prigionia per aver bevuto un bicchiere d’acqua e aver rifiutato di convertirsi all’islam. Condannata in primo e secondo grado all’impiccagione, se la Corte Suprema non ribalterà il verdetto sarà la prima volta che nel paese viene impiccata una donna per blasfemia.

"Mi chiamo Asia Noreen Bibi. Scrivo agli uomini e alle donne di buo­na volontà dalla mia cella senza finestre, nel modulo di isolamen­to della prigione di Sheikhupura, in Pakistan, e non so se leggerete mai questa lettera. Sono rinchiusa qui dal giugno del 2009".

È da quasi due anni, dal 13 ottobre 2016, che si attende l’udienza finale del processo ma la Corte Suprema continua a rimandare il caso. Il Tribunale è oberato di istanze legali e alcuni magistrati si rifiutano di far parte del collegio giudicante per paura di essere uccisi dagli estremisti islamici che non accettano altro verdetto per Asia Bibi che non sia la condanna a morte.

A fine aprile Malook aveva dichiarato a tempi.it di essere stato convocato dal presidente della Corte Suprema, Mian Saqib Nisar: "Mi ha detto di tenermi pronto, perché la data sarà fissata presto: parliamo di giorni questa volta, non di mesi".

Ora ammette di "non aver più ricevuto alcuna notizia" ma resta fiducioso: "Spero che quest’anno venga finalmente ascoltato il suo ricorso in appello e che Asia Bibi ottenga giustizia dalla Corte Suprema del Pakistan, così che possa finalmente essere riunita alle sue figlie".

Ci voleva un laico per accendere ancora una volta la luce su quella cella e mostrare spietatamente "quello che non vogliamo vedere. E cioè una donna dimenticata dalla corrente mainstream e con lei una parte di noi. Perché Asia Bibi è una di noi, è questo il problema", spiega Pierluigi Battista a tempi.it, "è troppo poco “altra” da noi, per farne motivo di indignazione, per lottare per la sua liberazione. Perché Asia Bibi è cristiana e quindi secondo la vulgata manichea per cui il mondo si divide in buoni e cattivi, è troppo poco “buona” per essere difesa da noi che siamo cattivi, che abbiamo la fobia della difesa della nostra identità e quindi del retaggio religioso perché ogni nostra definizione potrebbe diventare un’offesa verso l’altro; ogni difesa della nostra identità venire letta come una forma di sciovinismo culturale, di supremazia, mentre l’identità altrui è sempre ricchezza, da difendere e per cui lottare".

Fino a livelli inaccettabili, "dove sono le organizzazioni umanitarie, dove sono i Gino Strada? Perché chi grida pietà per tutti i migranti non si impietosisce davanti a una donna e madre condannata per non aver fatto nulla? Il silenzio, è il motivo per cui ho scritto alla vigilia di questo mostruoso anniversario, questo numero spaventoso di giorni trascorsi in una cella da innocente che svela tutta la nostra ipocrisia e doppiezza morale: i martiri sono sempre gli altri, della sorte dei cristiani perseguitati, di chi ci è più prossimo come Asia Bibi, non interessa a nessuno".

Faceva caldo quel 14 giugno del 2009, Asia Bibi, madre di cinque figli, lavorava nei campi come sempre. Era andata a prendere dell’acqua da un pozzo per ristorarsi e poi l’aveva offerta alle donne musulmane che lavoravano con lei. Per tutta risposta, loro l’accusarono di avere infettato la fonte. Perché lei, in quanto cristiana, era, è, un’infedele. Asia Bibi aveva allora respinto quell’appellativo e si era rifiutata di convertirsi all’islam, spiegando quanto fosse grande tutto quello che Dio aveva fatto per lei nella vita. Le donne l’avevano accusata di blasfemia per insulti al profeta Maometto e, in capo a cinque giorni, il 19 giugno, il mullah musulmano Qari Muhammad Sallam aveva formalizzato l’accusa davanti alla polizia.

Pubblichiamo di seguito una lettera scritta da Asia Bibi nel dicembre del 2012, nella quale testimonia la sua grande fede.

"Mi chiamo Asia Noreen Bibi. Scrivo agli uomini e alle donne di buo­na volontà dalla mia cella senza finestre, nel modulo di isolamen­to della prigione di Sheikhupura, in Pakistan, e non so se leggerete mai questa lettera. Sono rinchiusa qui dal giugno del 2009. Sono stata con­dannata a morte mediante impiccagione per blasfemia contro il profe­ta Maometto.

Dio sa che è una sentenza ingiusta e che il mio unico de­­litto, in questo mio grande Paese che amo tanto, è di essere cattolica. Non so se queste parole usciranno da questa prigione. Se il Signore miseri­cordioso vuole che ciò avvenga, chiedo agli spagnoli di pregare per me e intercedere presso il presidente del mio bellissi­mo Paese affinché io possa recuperare la libertà e tornare dalla mia fa­miglia che mi manca tanto. Sono sposata con un uomo buono che si chiama Ashiq Masih. Abbia­mo cinque figli, benedizione del cielo: un maschio, Imran, e quattro ra­gazze, Nasima, Isha, Sidra e la piccola Isham. Voglio soltanto tornare da loro, vedere il loro sorriso e riportare la serenità. Stanno soffrendo a cau­sa mia, perché sanno che sono in prigione senza giustizia. E temono per la mia vita.

Un giudice, l’onorevole Naveed Iqbal, un giorno è entrato nel­la mia cella e, dopo avermi condannata a una morte orribile, mi ha of­ferto la revoca della sentenza se mi fossi convertita all’islam. Io l’ho rin­graziato di cuore per la sua proposta, ma gli ho risposto con tutta one­stà che preferisco morire da cristiana che uscire dal carcere da musul­mana. 'Sono stata condannata perché cristiana – gli ho detto –. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui'. Due uomini giusti sono stati assassinati per aver chiesto per me giusti­zia e libertà. Il loro destino mi tormenta il cuore. Salman Taseer, gover­natore della mia regione, il Punjab, venne assassinato il 4 gennaio 2011 da un membro della sua scorta, semplicemente perché aveva chiesto al governo che fossi rilasciata e perché si era opposto alla legge sulla bla­sfemia in vigore in Pakistan. Due mesi dopo un ministro del governo na­zionale, Shahbaz Bhatti, cristiano come me, fu ucciso per lo stesso mo­tivo. Circondarono la sua auto e gli spararono con ferocia.

Mi chiedo quante altre persone debbano morire a causa della giustizia. Prego in ogni momento perché Dio misericordioso illumini il giudizio delle nostre autorità e le leggi ristabiliscano l’antica armonia che ha sempre regnato fra persone di differenti religioni nel mio grande Pae­se. Gesù, nostro Signore e Salvatore, ci ama come esseri liberi e credo che la libertà di coscienza sia uno dei tesori più preziosi che il nostro Creatore ci ha dato, un tesoro che dobbiamo proteggere.

Ho provato u­na grande emozione quando ho saputo che il Santo Padre Benedetto XVI era intervenuto a mio favore. Dio mi permetta di vivere abbastan­za per andare in pellegrinaggio fino a Roma e, se possibile, ringraziarlo personalmente.Penso alla mia famiglia, lo faccio in ogni momento.

Vivo con il ricordo di mio marito e dei miei figli e chiedo a Dio misericordioso che mi per­metta di tornare da loro.

Amico o amica a cui scrivo, non so se questa lettera ti giungerà mai. Ma se accadrà, ricordati che ci sono persone nel mondo che sono perseguitate a causa della loro fede e – se puoi – prega il Signore per noi e scrivi al presidente del Pakistan per chiedergli che mi faccia ritornare dai miei familiari.

Se leggi questa lettera, è perché Dio lo avrà reso possibile. Lui, che è buono e giusto, ti colmi con la sua Grazia"


Spread the love
  • 3
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
    3
    Shares

Author: Davide Vairani

Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese.
Peccatore da sempre, cattolico per Grazia.
Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.

più nuovi più vecchi più votati
Notificami
Albalu
Ospite
Albalu

Povera figlia di Cristo
Albalù > http://www.albalu.it