“Fate agli altri ciò che avete a cuore”

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"Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro"
#2minutidipreghiera

Martedì 26 Giugno 2018
Ss. Giovanni e Paolo; S. Vigilio; S. Josemaria Escrivà
12.a Tempo Ordinario
2Re 19,9b-11.14-21.31-35a.36; Sal 47; Mt 7,6.12-14

+ Dal Vangelo secondo Matteo 7,6.12-14
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi. Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti. Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!».

"Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro"

Perchè? Per quale motivo dovremmo sforzarci di comportarci così? "Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te": al massimo riusciamo a stento a limitarci a vivere secondo la  linea etica di kantiana memoria. Gesù non è un filantropo e non ci indica questa via per "essere più buoni". Non ci riusciremmo nemmeno in questo modo. Sia che prendiamo l'una o l'altra via, alla fine della giornata, guardandoci allo specchio, potremo davvero affermare di essere felici? Il presente nella vita di tutti i giorni - non nascondiamocelo - ci viene spesso risucchiato e rinchiuso nell'urgere delle cose da fare che assorbono e non lasciano requie, il passato ci inchioda nella situazione in cui ci troviamo gettati, il futuro ci angoscia con le sue incertezze. L'unica alternativa all'angoscia dell'attimo sembra consistere nella distrazione, o nel tentativo di fuga da una apparenza soffocante, o nella immaginazione utopica di un nuovo tempo, di una nuova condizione, di una nuova morale.

Gesù ci sta dicendo altro. "La prima condizione perché l’avvenimento,  [o il cristianesimo come avvenimento], come fenomeno imponente, si realizzi, la prima condizione è proprio questo sentimento della propria umanità [...]: l’“affezione a sé”. Amati, cura questa "affezione a te" e più sarai capace di amarti così più amerai il prossimo e vedrai che non ti sarà un peso insopportabile. Anzi, ne avrai bisogno. L’affezione alla propria umanità è il contrario dell’egoismo, perché "l’affezione a sé o alla propria umanità è molto di più uno stupore per qualche cosa che si ha addosso e che non ci si è dato noi che neanche un’affermazione accanita di quello che si pensa o si sente. Nell’affezione a sé, nell’attaccamento a se stessi, originale, c’è affermata la sorpresa di non essersi fatti da sé, lo stupore di questa oggettività che è il mio soggetto, la meraviglia di questa cosa che chiamo 'io'".

Questa "affezione a sé" si traduce "nella serietà dello sguardo ai propri bisogni. [...] Noi, infatti, le esigenze o i bisogni [...] li sentiamo per forza e ci lamentiamo con un grido di dolore, con un lamento, quando non siano assecondati, ma normalmente non li prendiamo sul serio". La serietà nell’"affezione a sé" è la percezione del proprio bisogno senza limite, ma "non del proprio bisogno senza limite in quanto uno vuole centomila cose e poi desidera anche la centomila e uno! È senza limite proprio perché non premette nessuna immagine di cose di cui ha bisogno: 'È' bisogno!".

La vera sfida che abbiamo davanti - come persone - è questa: prendere coscienza che non possiamo prescindere da una "storia particolare" - riconosciuta come metodo - per vivere e trasmettere la concezione cristiana, per vivere e trasmettere la morale, la cultura, perché senza Presenza - dice Giussani parlando del "sì" di Pietro -, "senza adesione a una Presenza non c’è morale, i valori non attecchiscono in noi, non entrano nelle nostre viscere e diventano prima o poi 'irreali'.  Senza l’incontro con Cristo che mi spalanca costantemente gli occhi, io guardo come tutti, non si spaccano i miei pregiudizi e non cambia la mia mentalità, rimane come quella di tutti.

"L'affezione all’umano - [...] attaccamento pieno di stima e di compassione, di pietà, verso se stessi, [...] è come quell’attaccamento che tua madre aveva verso di te, specialmente quando eri piccolo (ma anche adesso che sei grande) - se un po’ di questo non c’è in noi, verso noi stessi, è come se mancasse il terreno su cui costruire".

Il movimento verso il prossimo nasce solo da un’affezione alla propria umanità.

Tutte le citazioni sono tratte da: Luigi Giussani, "Uomini senza patria" (1982-1983), Burl

 "Fate agli altri ciò che avete a cuore"
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Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese. Peccatore da sempre, cattolico per Grazia. Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.

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