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O è un Fatto, oppure non è niente

O è un Fatto, oppure non è niente

di Davide Vairani

Mi ha colpito la riflessione dello scrittore Teju Cole su "Repubblica" dall'emblematico titolo "La mattina in cui ho perso la fede".

"Intorno ai venticinque anni mi successe una cosa strana - confessa Cole - : mi trovavo di fronte a paradossi teologici che non riuscivo risolvere. Avevo studiato la religione così a fondo che non vedevo come fare progressi. Come capire se la Bibbia era davvero l'unica verità dell'esistenza? Certo, lo diceva la Bibbia, ma come potevamo sapere se la Bibbia diceva la verità? Sempre perché lo diceva la Bibbia. Ogni riflessione mi riportava allo stesso punto. E così la questione divenne capire se la Bibbia dimostrava in qualche modo di essere diversa dai testi sacri di altre religioni, o se, come loro, era scritta da esseri umani, messa insieme da essere umani e usata nei secoli per scopi umani".

Il dubbio. La tentazione del dubbio. La fede è essenzialmente un prodotto della riflessione oppure un cercare di penetrare nelle profondità del mio essere? Anche, certamente. Ma, senza l’ascolto mediante il quale Dio dal di fuori, a partire da una storia da Lui stesso creata, mi interpella, la fede si riduce. Perché io possa credere, ho bisogno di testimoni che hanno incontrato Dio e me lo rendono accessibile.

"Analizzai razionalmente gli assunti su cui avevo basato la mia vita, e che non avevo adottato secondo la logica, e scoprii che non reggevano - prosegue Cole -. Non furono giorni facili per me. Senza Dio, come potevo dare significato alla vita? La frase di Dostoevskij nei Fratelli Karamazov era un monito potente, non una promessa di libertà: 'Se Dio non esiste, tutto è permesso'. Non volevo che tutto fosse permesso. Temevo l'abisso. Ma continuai a ragionare. Poi un mattino, a ventisette anni, mi svegliai e scoprii di aver perso la fede. Immaginiamo di pensare che gli omosessuali andranno all'inferno. Che i musulmani andranno all'inferno. E anche i cattolici, gli induisti, i buddisti, gli atei. Immaginiamo una concezione così ristretta del destino umano che chiunque non condivida il nostro credo è condannato. E così, anche se l'ultima cosa che avevo provato prima di perdere la fede era la paura, la prima emozione subito dopo fu il sollievo. Sollievo all'idea di non dover essere più crudele e limitato! In inglese, 'losing it', è sinonimo di impazzire, perdere la testa. Ma io avevo perso la fede, e trovato la ragione".

Se riguardo alla mia storia personale, quante volte sono caduto nella sua stessa tentazione. "Non è il ragionamento astratto che fa crescere, che allarga la mente, ma il trovare nell’umanità un momento di verità raggiunta e detta. È la grande inversione di metodo che segna il passaggio dal senso religioso alla fede: non è più un ricercare pieno di incognite, ma la sorpresa di un fatto accaduto nella storia" (prefazione a "All’origine della pretesa cristiana", Rizzoli, p. VI). L'incontro con don Giussani mi ha lentamente e progressivamente scardinato la pretesa di una concettualizzazione metodologica o teologica del cristianesimo che avevo vissuto sino a quel momento. Attraverso di lui, mi si è resa presente ed evidente tutta la bellezza e la convenienza dell’essere cristiani.

Non senza difficoltà, paure e tentazioni. E non subito, immediatamente. "Il senso religioso" è stato (e continua oggi) per me un cammino al vero, una educazione al vero.  Ed è per questo motivo che - oggi - posso testimoniare che non solo non ho perso la fede, ma ho guadagnato la ragione usata in tutte le sue facoltà. La ragionevolezza della fede in Cristo Gesù, morto e risorto, Presenza oggi, qui, adesso, ora! Lo sperimentare concretamente un Fatto che genera una affezione e - dunque - una storia, la storia della Chiesa, cioè la compagnia di Cristo all'uomo.

"Non avevo davvero abbandonato tutti gli dèi, solo i più vecchi e patriarcali, quindi il mio essere ateo era in realtà una sorta di politeismo. I nuovi dèi, o meglio, quelli di cui ero appena diventato consapevole, non avevano i nomi o le fattezze classiche. Scetticismo, dubbio, libertà, poesia, musica, giardini, natura, narrazioni, amore, amicizia: questi erano diventati i miei dèi. Non erano potenti, e non promettevano il paradiso, anzi, non promettevano niente, ma in una serata incerta potevano darmi compagnia e conforto. Quelle consolazioni terrestri non rappresentavano delle garanzie, ma erano immediate e reali, imprevedibili e temporanee, e vi si poteva attingere senza fare violenza sulla vita degli altri".

"Per anni ormai, ho avuto solo i miei dubbi per orientarmi nella vita. Ma anche i dubbi vanno tenuti sotto controllo perché non diventino totalitari. Convivere con il dubbio non significa abbandonare ogni valore. (...). Dover prendere costantemente decisioni può spaventare, e spaventa soprattutto chi dà valore a parole come 'rivoluzione', 'tolleranza zero' e così via. Ma dopo due battesimi non mi fido più di queste rivoluzioni che promettono il paradiso. Non ho bisogno di unirmi a un gruppo, un culto una religione. Non ho bisogno di sottostare all'apparato. E la bellezza di tutto questo è che condivido il mio approccio con molti altri, anche con chi è nominalmente associato a una religione o a un sistema di credenze. Ci accomuna una fondamentale lealtà al dubbio produttivo più che alle stridenti dichiarazioni di fede. Non siamo sicuri".

L'esperienza di "messa in dubbio" razionalistico della fede narrata da Teju Cole che cosa mostra, in fondo, se non che l'approdo finale a cui giunge non lo rende felice?

Nelle parole che usa si manifesta una sorta di resa, una resa che lascia non soddisfatto il cuore dell'uomo."Abbiamo perso la fede e la testa. Non troviamo certezze. Amiamo e dubitiamo", conclude la sua confessione. Possibile che il desiderio di felicità infinita che urge nel nostro cuore sia davvero destinato a non essere soddisfatto fino in fondo? Possibile che siamo fatti per nascere, vivere e morire e basta?

Anna Arendt - ebrea che vive e scrive durante la catastrofe della Shoa - di fronte al male non perde la coscienza che l'uomo è costitutivamente fatto per "andare più in là". In un saggio sull’età moderna ("Vita activa"), la Arendt scrive: "Nella filosofia e nel pensiero moderni, il dubbio occupa la stessa posizione centrale che occupò per tutti i secoli prima il thaumazein dei greci, la meraviglia per tutto ciò che è in quanto è". E' come se l'uomo moderno fosse dominato dal rancore contro "tutto ciò che gli è donato, compreso la sua propria esistenza"; rancore contro "il fatto che egli non è il creatore dell’universo, né di lui medesimo". Spinto da questo rancore fondamentale "a non vedere né senso né ragione nel mondo tal quale esso si dona a noi", l’uomo moderno "proclama apertamente che tutto è permesso ed egli crede segretamente che tutto è possibile".

Negare la realtà è una menzogna verso se stessi. E la menzogna non conduce che al relativismo e al nichilismo di cui siamo imbevuti. "Ad ogni modo, l’uomo moderno non guadagnò questo mondo quando perse l’altro mondo, e neppure la vita ne fu favorita - scrive la Harent in una raccolta di lettere -. Egli fu proiettato in se stesso, proiettato nella chiusa interiorità dell’introspezione, dove tutt’al più poteva sperimentare i processi vuoti del meccanismo mentale, il suo gioco con se stesso". Profezia straordinaria: "È perfettamente concepibile che l’età moderna – cominciata con un così eccezionale e promettente rigoglio di attività umana – termini nella più mortale e nella più sterile passività che la storia abbia mai conosciuto".

E aggiunge: "La speranza induce a esplorare il mondo alla ricerca di una piccola, minuscola crepa che potrebbero aver lasciato rapporti e legami; una fessura – sia pur sottilissima – che aiuti a ordinare e centrare il mondo indefinito perché l’inatteso desiderato dovrà infine uscirne fuori come felicità definitiva. La speranza porta alla disperazione, se la convinzione non fa trovare nessuna fessura, nessuna possibilità di essere felice".

Occorre oggi più mai tenere desto questo atteggiamento del cuore splendidamente descritto dalla Arendth: solo in questo modo, può accadere l'impossibile, cioè sperimentare il fatto che Gesù di Nazareth, vissuto tra la Galilea e la Giudea duemila anni fa, è "contemporaneo" di ciascun uomo e donna che vive oggi e in ogni tempo.

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Londra: per staccare la spina basterà l’ok di medici e famiglia

Londra: per staccare la spina basterà l'ok di medici e famiglia
di Davide Vairani

Staccare la spina ai pazienti che versano in stato vegetativo nel Regno Unito diventa sempre più pericolosamente facile. La Corte suprema britannica è intervenuta questo lunedì con una sentenza storica, in base alla quale non sarà più necessaria la richiesta di autorizzazione legale per interrompere l'alimentazione artificiale dei malati in stato vegetativo e basterà quindi un accordo tra i medici e i familiari. Sino ad oggi, invece, era necessario l'intervento della Court of Protection, che doveva esprimersi sui singoli casi. Nel sistema inglese, la Corte di protezione è una corte di prim'ordine creata ai sensi della legge sulla capacità mentale del 2005. Essa ha giurisdizione sulla proprietà, gli affari finanziari e il benessere personale di persone prive della capacità mentale di prendere decisioni per se stesse. Agisce attraverso figure di "Official Solicitor and Public Trustee" (OSPT) , avvocati e amministratori pubblici in stretto contatto con il Ministero di Giustizia che aiutano le persone  vulnerabili a causa della loro mancanza di capacità mentali o di giovane età a usufruire dei servizi offerti dal sistema giudiziario. Questo li aiuta ad evitare di essere socialmente esclusi.

Il caso che ha permesso questa decisione è quello di un 52enne colpito da un grave attacco di cuore, con conseguente danno cerebrale. Dal giugno 2017, un analista finanziario di 52 anni - di cui la stampa del Regno Unito non rivela il nome per motivi di riservatezza - si trovava in condizione di PDOC dopo aver subito un arresto cardiaco a causa di una malattia coronarica. L'acronimo PDOC sta per "prolonged disorders of consciousness", indica cioè la condizione di persone con disturbi prolungati della coscienza, compresi stati vegetativi (VS) e stati minimamente coscienti (MCS) - a seguito di un grave danno cerebrale.

Come si è arrivati a questa sinistra sentenza? Secondo quanto riportato da "The Telegraph", tutto è iniziato per volontà dei famigliari del paziente, i quali, di fronte ai lunghi tempi di attesa per l'autorizzazione a staccare le macchine per tenerlo in vita, si è rivolta alla giustizia del Regno Unito.

Nel frattempo l'uomo è deceduto, ma il procedimento è andato avanti e ora la vittoria ottenuta dai suoi legali potrebbe cambiare la sorte di migliaia di persone che si trovano in condizioni irreversibili negli ospedali e nelle case di cura del Paese. Si parla di 1.500 nuovi casi ogni anno solo in Inghilterra e Galles, rispetto ai quali ora si potrebbe utilizzare il pronunciamento della Corte Suprema. La sua famiglia e il suo team medico hanno concordato sul fatto che sarebbe stato nel suo interesse sospendere la nutrizione e l'idratazione clinicamente assistita (CANH), tradotto farlo morire nel giro di due o tre settimane. Il tutto fondato sulla prognosi clinica effettuata da specialisti, nella quale in sostanza si affermava che fosse "altamente improbabile" che il paziente riemergesse in coscienza e che - anche se avesse ripreso coscienza - "avrebbe dovuto convivere con una profonda disabilità cognitiva e fisica e sarebbe sempre stato totalmente dipendente dagli altri". E la volontà del paziente? Era in coma in quel periodo e dunque non avrebbe mai potuto esprimersi in merito. Resta - tuttavia - il fatto che - sempre secondo "The Telegraph" - l'uomo non avrebbe rilasciato alcun consenso anticipato scritto nel quale trovare traccia di una volontà esplicita a rinunciare alle cure vitali e - dunque - a morire.

Nel novembre 2017, un giudice dell'Alta Corte ha rilasciato una dichiarazione secondo cui non fosse obbligatorio portare in tribunale la decisione di sospendere le CANH in circostanze nelle quali non vi fosse alcuna controversia tra i suoi parenti e i medici specialisti. Nonostante questo parere, il giudice ha acconsentito la presentazione di un appello da parte della Court of Protection. Nel frattempo, in attesa di dibattimento, è stata congelata la decisione di sospendere a quell'uomo le pratiche di nutrizione e l'idratazione clinicamente assistita (CANH).

Nel dicembre 2017 quell'uomo è deceduto. Nonostante questo, la Corte ha deciso che l'appello dinanzi a cinque giudici della Corte suprema sarebbe comunque dovuto essere discusso, a causa dell'importanza generale delle questioni sollevate da quella situazione.

La questione sollevata dell'avvocato della Corte di Protezione non era affatto irrilevante. La questione centrale posta era cruciale: la Corte di Protezione non può intervenire nei casi nei quali dovesse intravvedere che la sospensione dei trattamenti vitali per una persona in condizione PDOC - cioè di estrema vulnerabilità - non sia presa nell'interesse del paziente nonostante un accordo positivo tra famigliari e medici curanti?  "Questo caso non riguarda il fatto che sia nell'interesse di un paziente il ritiro del CANH. Riguarda chi decide questa domanda".

Ebbene, lunedì i giudici hanno respinto all'unanimità l'appello. Il magistrato Lady Black ha dichiarato: "Avendo esaminato la questione nel suo più ampio contesto e da una più ristretta prospettiva giuridica, non ritengo che sia stato stabilito che la legge comune o la CEDU (Convenzione europea dei diritti dell'uomo), in combinazione o separatamente, dare origine al requisito obbligatorio, per il quale il Pubblico Ufficiale sostiene, di coinvolgere la corte per decidere sul miglior interesse di ogni paziente con un disturbo prolungato della coscienza prima che il CANH possa essere ritirato. Se vengono rispettate le disposizioni del MCA 2005 (Mental Capacity Act) e osservate le linee guida pertinenti, e se vi è accordo su ciò che è nel migliore interesse del paziente, il paziente può essere trattato in accordo con tale accordo senza richiesta di la Corte."

Una sentenza pericolosa e preoccupante. Quanto vale ancora una vita? La vita in sè di una persona ha ancora una dignità? Anche quando le condizioni di vita di una persona sono ridotte al lumicino, la scelta prioritaria è ancora aiutare a vivere oppure farla finita per assicurare una "morte dignitosa"?

Non so se in questo caso si potesse davvero riscontrare un accanimento terapeutico. So solo che ogni qualvolta si riducono le forme di tutela terze per una persona in condizione di estrema vulnerabilità si rischia di demandare alla sola scienza medica una decisione così essenziale per il destino di una persona. E se famigliari e medici concordano, allora, si deve procedere a staccare la spina senza alcuna forma terza di controllo e verifica dell'interesse (vero) del paziente?

Non sempre i famigliari sono nelle condizioni mentali per capire quale sia la scelta migliore, perchè il dolore spesso prevale, come i rimorsi e i sensi di colpa. Ogni vita merita di essere vissuta fino in fondo.

Il "caso" di Vincent Lambert in Francia mostra che non sempre i famigliari (tutti insieme) sono in grado da soli di scegliere il bene per il loro congiunto e ci dimostra inoltre quanto la scienza e la medicina non possano essere assurte a demiurghi coni l potere quasi assoluto di decidere la vita e la morte di una persona.

Leggi anche:

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“Chi ha orecchi, ascolti!”

"Il seme"
#2minutixpregare

Martedì 31 Luglio 2018
S. Ignazio di Loyola (m); S. Fabio; S. Calimero
17.a di Tempo Ordinario
Ger 14,17b-22; Sal 78, Mt 13,36-43

+ Dal Vangelo secondo Matteo 13,36-43
In quel tempo, Gesù congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

"Chi ha orecchi, ascolti!" (Mt 13,36-43)

"Voi non potete dimezzare il Vangelo della grazia divina... Avete osservato che parlava di pace,... Di buona volontà e di pietà, di più non avete udito; ma quanto al fervore e alla santità dell'occhio ardente e alle tremende profondità della grazia, le avete trascurate".

Attualissime queste dure parole del beato Newman nella sua poesia del 1833, "Liberalism". In alcuni ambienti il vangelo è di moda, e quotidianamente ci si fa la scorpacciata di commenti e di letture del vangelo accolte come pillole di self help, con un Gesù addomesticato che parla solo di cose belle e morbide. Ma vangelo è anche il passo di oggi e il cristiano sincero nella fede è colui che sa vedere il volto del Signore nella sua completezza. Il cristiano incamminato sulla via della maturazione non dimezza il vangelo di Dio, ma accetta che il vangelo spezzi l'incoerenza della sua esistenza e la parzialità delle sue opinioni. E in quei occhi che non mentono vede la verità dell'amore di Dio, il migliore dei padri, anzi, l'unico Padre.

#pregolaParola
#RobertCheaib

Posted in #2minuti

“Il seme”

"Il seme"
#2minutixpregare

Lunedì 30 Luglio 2018
S. Pietro Crisologo (mf); S. Orso; S.Massima
17.a di Tempo Ordinario
Ger 13,1-11; Cant. Dt 32,18-21; Mt 13,31-35

+ Dal Vangelo secondo Matteo 13,31-35
In quel tempo, Gesù espose alla folla un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell'orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un'altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».

"Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo"

"Non siamo in grado di muoverci verticalmente. Non possiamo fare neppure un passo verso il cielo. Dio attraversa l’universo e viene fino a noi. Al di là dello spazio e del tempo infinito, l’amore infinitamente più infinito di Dio viene ad afferrarci. Viene quando è la sua ora. Noi abbiamo facoltà di acconsentire ad accoglierlo o di rifiutare. Se restiamo sordi, egli torna e ritorna ancora, come un mendicante; ma un giorno, come un mendicante non torna più. Se noi acconsentiamo, Dio depone in noi un piccolo seme e se ne va. Da quel momento, a Dio non resta altro da fare, e a noi nemmeno, se non attendere. Dobbiamo soltanto non rimpiangere il consenso che abbiamo accordato, il sì nuziale. Non è facile come sembra, perché la crescita del seme, in noi, è dolorosa".
Simone Weil

Il seme

Il Signore ha messo un seme
nella terra del mio giardino,
il Signore ha messo un seme
nel profondo del mio mattino.

lo appena me ne sono accorto
sono sceso dal mio balcone
e volevo guardarci dentro
e volevo vedere il seme.

Ma il Signore ha messo il seme
nella terra del mio giardino,
il Signore ha messo il seme
all’inizio del mio cammino.

Io vorrei che fiorisse il seme,
io vorrei che nascesse il fiore,
ma il tempo del germoglio
lo conosce il mio Signore.

Il Signore ha messo un seme
nella terra del mio giardino,
il Signore ha messo un seme
nel profondo del mio mattino.

Parole e musica di Claudio Chieffo
maggio 1964
a Marta