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Vincent #Lambert: 10 anni senza fine

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Vincent #Lambert: 10 anni senza fine

di Davide Vairani

29 settembre 2008: l'auto del 32 enne, Vincent Lambert, sposato e padre di famiglia, si schianta contro un albero. Questo incidente, avvenuto su una piccola strada nei pressi di Châlons-en-Champagne, ha lasciato cerebroleso e tetraplegico il giovane infermiere francese.

Cinque anni dopo, l'inizio della battaglia legale intorno alla sua vita lo spinge sul fronte della scena mediatica: la sua situazione diventa un "caso".

"Le condizioni di Vincent sono piuttosto stazionarie - dichiara Viviane, la mamma di Vincent, in una breve intervista a Gregory Amir-Tahmasseb -. Vorrei ricordare che Vincent non ha bisogno di macchine per vivere e che non soffre, contrariamente a quello che a volte leggo. Se si fosse potuto ricoverare in un reparto specializzato per pazienti come lui, avrebbe potuto ricevere cure adeguate e la sua salute sarebbe già migliorata".

In che stato d'animo sei, dieci anni dopo il suo incidente?

"Oscillo tra speranza e disillusione. Dieci anni sono molto tempo, per Vincent e per tutti noi. Se fosse stato trasferito in un servizio adeguato, sarebbe andato tutto meglio. Con mio marito, affittiamo un piccolo appartamento a Reims per vedere Vincent il più spesso possibile, perché la nostra casa si trova nella Drôme. È una prova per Vincent, ma anche per tutta la famiglia. Detto questo, sono stata felice di sentire l'esperto giudiziario dire l'8 settembre che Vincent non si trova in una situazione di 'ostinazione irragionevole'. Ne sono veramente convinta"

Si sono succeduti numerosi episodi giudiziari (favorevoli o sfavorevoli, per voi), tutti sotto una grande pressione dei media ... come hai reagito a tutto questo?

"Credo che non siamo mai preparati a questo e ovviamente non è stato il mio caso. Ero una nonna felice e un giorno tutto si è sgretolato. Ciò che conta per me, oggi, è difendere la vita di mio figlio che non è in una situazione di accanimento terapeutico. Non è un vegetale, come ho sentito dire da più parti. Queste formule mi fanno molto male. Vincent è semplicemente nutrito e idratato con un tubo. Nel suo attuale stato di salute, non vedo alcun motivo per smettere di dargli cibo e bevande."

Questa situazione ha anche squarciato la tua famiglia, pubblicamente. Come vivete e gestite tutto questo?

"È una lacerazione dolorosa e io e mio marito ci auguriamo che tutto questo finisca. È un grande calvario per i genitori avere un figlio distrutto sulla strada ed è la seconda volta che si prova questo dolore. Ma desidero con tutto il cuore che ci rivedremo un giorno attorno a Vincent, perché rimango convinto che lo amiamo tutti e che questo amore per lui ci permetterà di ritrovarci".

Quali sono le tue speranze per Vincent oggi?

"Speriamo che gli esperti riconoscano che Vincent non è in una condizione di accanimento terapeutico e, come ho detto prima, stiamo aspettando che Vincent venga trasferito in un'istituzione specializzata dove potrebbe fare progressi".

L'esistenza di Vincent in dieci anni si è trasformata in segno di divisioni e ferite (forse) insanabili.

Prima di tutto all'interno della sua famiglia.

"Vincent mi ha detto: 'La mia ossessione è finire come un vegetale'. Aveva questa convinzione che mi aveva manifestato in maniera assoluta e indipendente", sostiene il nipote François Lambert, deciso a rifiutare una inesorabilità terapeutica insensata per Vincent, insieme a cinque fratelli e sorelle e a sua moglie Rachel.

Una volontà che - tuttavia - suo zio non ha mai scritto.

Dal Belgio, dove si è rifugiata, Rachel - sua moglie e tutore legale dal 2017 - arriva all'ospedale di Reims, vede un marito non del tutto assente, non proprio presente e ribadisce la sua convinzione: "Lasciate morire con dignità mio marito Vincent".

Di tutt'altro avviso, Viviane e Pierre, i genitori di Vincent, che - insieme a due fratelli ad altri parenti di Vincent- in tutti questi anni hanno sempre cercato di guardare ogni gesto, anche il più insignificante, come il segno che Vincent non è un vegetale, che il loro figlio è sì un disabile grave, ma vivo.

Vincent ha smesso di essere una persona per diventare un "affaire", un simbolo, sia per chi difende la vita fino alla fine naturale sia per chi sostiene che dia più dignitoso porre fine ad una vita senza più vita.

E le tifoserie non risparmiano colpi bassi e giudizi pesanti.

Il network "France Info", proprio oggi, pubblica un articolo che conclude:

"Il caso Lambert, simbolo suo malgrado del dibattito sulla fine della vita, riunisce in un solo agglomerato i 'catho-fachosphère' (potremmo tradurre il termine con 'catto-fascisti'), che 'non sono la Chiesa cattolica, ma un movimento fondamentalista dotato di un potere sui social network', sostiene Devalois, responsabile dell'ospedale di Reims dove Vincent è ricoverato, sottolineando che 'in uno stato di diritto', si assiste ad un '"accanimento giuridico estremamente intelligente' da parte dei pro-vita.

Di ricorso in ricorso provvisorio, 'questa parte si basa sull'arsenale legale a sua disposizione e, anche dopo il mancato ottenimento della tutela o il rifiuto di trasferire il paziente in un'altra istituzione, non abdica mai'".

"Da dieci anni, l'ospedale è il purgatorio di Vincent Lambert, intrappolato in questo 'corpo sofferente', secondo il suo medico dell'ospedale, il dott. Vincent Sanchez. Al termine di una nuova procedura collegiale (la quarta in cinque anni) il 9 aprile 2018 il dott. Sanchez aveva deciso la cessazione delle cure, come previsto dalla legge Claeys-Leonetti, giudicando una "ostinazione irragionevole" proseguirle.

Tuttavia, una nuova valutazione clinica è stata richiesta dal Tribunale amministrativo di Châlons-en-Champagne, sequestrato dai genitori. Gli esperti di valzer (nomina, ritiro, riconferma) hanno rinviato la presentazione del rapporto, prevista per fine ottobre 2018".

Non mi interessa essere etichettato.

Mi interessa Vincent.

Mi interessano i 1.500 Vincent che come lui si ritrovano in stato di semi-coscienza in vari reparti ospedalieri della Francia.

Persone in attesa di un verdetto.

Persone che non possono decidere nulla. Persone gravemente disabili.

Persone.

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E’ (sempre) emergenza disabili a scuola

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E' (sempre) emergenza disabili per la scuola

di Davide Vairani

Crotone, scuola “Montessori”: un bimbo diversamente abile siede su un banco. Ha tutto a posto: cartella, quaderni, libri, calcolatrice, insomma un allievo curato in tutto e per tutto. Siede nel suo banco, ma con la faccia che guarda il muro. Obbligato a guardare il muro per almeno 5 ore di lezione: è da impazzire.

Ma è tutto normale.

Possibile che proprio nessuno in quella scuola abbia alzato la mano per protestare?

Possibile poter anche solo immaginare che trattasi di un comportamento normale?

Interrogativi che non possono non porsi, dato che a dare l'allarme è stato il padre del bambino.

Un giorno ha notato il figlio in quella strana posizione. E si è accorto che la cosa si ripeteva ogni volta che entrava in classe.

Così ha deciso di chidere l'intervento del Garante per l'Infanzia, con un post su Facebook. Il garante è intervenuto subito. Per prima cosa ha telefonato al dirigente scolastico. Quest’ultimo, che nel frattempo era venuto a conoscenza della vicenda, ha quindi informato il garante di avere avviato le procedure previste per sanzionare i responsabili. Marziale - il garante - ha quindi ringraziato il dirigente scolastico e quello dell’ufficio provinciale per la rapidità dell’intervento, “che dimostra – ha affermato – come la scuola debba intervenire, proprio per salvaguardare la dignità umana e professionale di quanti vi lavorano, nella stragrande maggioranza con perizia e cura”, ma è deciso ad andare avanti.

“Degli accadimenti – ha affermato Marziale – relazionerò alle autorità competenti, magistratura minorile in primo luogo, perché non è tollerabile che un santuario della tutela e della formazione dei nostri bambini divenga, invece, luogo di tortura. I genitori hanno il diritto di essere sicuri che i figli sono custoditi con amore. Chi non è in grado di garantire questa sicurezza, cambi mestiere“.

“E’ un esperimento della maestra di sostegno”. Così si sono giustificate con il genitore le insegnanti che tenevano in classe il figlio disabile faccia al muro e spalle ai compagni.

E' un episodio e non avrebbe senso generalizzare.

Ma ci dice di quanto la scuola sia ancora lontana dal garantire dignità di accesso e di percorso a tutti gli alunni. In particolare, agli alunni con problemi di disabilità.

Di chi è la colpa? Di quella maestra di sostegno, evidentemente non adatta a fare questo mestiere? Della scuola?

La risposta è una sola: di tutti e di nessuno.

Garantire la "continuità didattica" agli alunni disabili è un obiettivo lontano lontano da raggiungere pienamente nella scuola italiana. Lo sanno bene i genitori di bambini e ragazzi diversamente abili. E riguarda ogni ordine e grado della scuola italiana.

Un esempio? Il sostegno, questo sconosciuto. L'anno scolastico è iniziato da poco e sarà un altro anno di docenti precari con la specializzazione sul sostegno, che dovranno aspettare ancora per la stabilizzazione ed accettare una supplenza dove capita. Tutto questo a scapito degli alunni disabili e delle loro famiglie, che vorrebbero che i loro figli venissero seguiti da insegnanti preparati e che possano accompagnarli nel tempo.

"Ad oggi, risultano più di 250 mila gli alunni disabili, che necessitano di insegnante specializzato. Allo stesso tempo, gli attuali docenti con titolo di specializzazione sono sono troppo pochi, ma soprattutto in totale ci sarebbero circa 50mila precari insegnanti di sostegno, un numero troppo elevato considerando la carenza, specie al Nord Italia", si legge in "Sostegno, ci risiamo: i docenti specializzati restano precari e la continuità didattica salta", di Fabrizio De Angelis su "Tecnica della scuola".

Nelle scorse settimane, il Ministro Bussetti ha annunciato che saranno attivati presto i corsi di specializzazione sul sostegno, calcolati su 10mila posti.

Il sostegno è un dedalo di burocrazie, risorse economiche precarie, troppi enti e - soprattutto - di un peregrinare continuo e snervante per le famiglie degli alunni con disabilità. Ministero, Regioni, Province e Comuni: tutti i livelli dello Stato sono coinvolti, ciascuno a gestire un pezzetto. E per ogni livello di assistenza una burocrazia diversa, moduli, visite mediche, sportelli ubicati in luoghi e posti diversi tra loro. Perchè il sostegno è una parola che si frammenta a sua volta in tanti tasselli.

C'è l’insegnante per le attività di sostegno, "un insegnante specializzato assegnato alla classe dell’alunno con disabilità per favorirne il processo di integrazione". E di questo ne risponde direttamente il Miur, cioè il Ministero della Scuola. Non è pertanto l’insegnante dell’alunno con disabilità, ma una risorsa professionale assegnata alla classe "per rispondere alle maggiori necessità educative che la sua presenza comporta. Le modalità di impiego di questa importante (ma certamente non unica) risorsa per l’integrazione, vengono condivise tra tutti i soggetti coinvolti (scuola, servizi, famiglia) e definite nel Piano Educativo Individualizzato".

Ai collaboratori scolastici è affidata invece la cosiddetta "assistenza di base" degli alunni con disabilità. Per assistenza di base si intende l'ausilio materiale agli alunni con disabilità all’interno della scuola, nell'accesso dalle aree esterne alle strutture scolastiche e nell'uscita da esse. Sono comprese anche le attività di cura alla persona, uso dei servizi igienici e igiene personale dell'alunno con disabilità. Ma non è solo questione di “accompagnarlo in bagno”. In una scuola inclusiva l’assistenza di base è parte fondamentale del processo di integrazione scolastica e attività interconnessa con quella educativa e didattica. Se coinvolto in questo modo, il collaboratore scolastico partecipa al progetto educativo e collabora con gli insegnanti e la famiglia per favorire l’integrazione scolastica (CM 3390/2001).

L'integrazione scolastica si avvale anche di altre figure professionali fornite dagli Enti Locali (Comune o Provincia di residenza dell’alunno). Le modalità di applicazione possono variare in base a diverse disposizioni regionali. Gli "operatori di assistenza" e "addetti alla comunicazione" sono figure professionali, nominate dagli Eni Locali, presenti a scuola, a supporto dell’alunno con disabilità, "per consentirgli di frequentare le lezioni in modo adeguato. La figura di Operatore di Assistenza è riferita prevalentemente agli alunni con disabilità di tipo fisico e conseguenti problemi di autonomia, l’Addetto alla Comunicazione si occupa degli alunni con disabilità sensoriale. L’organizzazione di questi servizi può però essere anche molto diversa nelle varie regioni d’Italia. Essi hanno principalmente il compito di consentire all’alunno di fruire dell’insegnamento impartito dai docenti. Seguono solo lo specifico alunno e non hanno nessuna competenza sul resto della classe (in certe regioni si chiamano anche assistenti ad personam). Il compito dell’Operatore di Assistenza è chiamato anche di Assistenza Specialistica per distinguerlo dall’Assistenza di Base affidata ai collaboratori scolastici".

I dati rilevati dall'Istat mostrano con evidenza il quadro. Se a livello nazionale, il rapporto docente di sostegno-alunno disabile è addirittura minore di quello previsto dalla legge 244/2007 (due studenti ogni insegnante), con 1,6 alunni ogni docente alla primaria e 1,7 alle medie inferiori, il grosso problema, che preoccupa le famiglie, è quello della continuità didattica che, per troppi ragazzi, è ancora un miraggio. Come rilevato dall'Istat, infatti, il 16% degli alunni disabili alle elementari e il 19% di quelli delle medie ha cambiato insegnante di sostegno nel corso dell'anno. Addirittura il 42% degli allievi della primaria e il 36% degli studenti delle superiori ha cambiato insegnante di sostegno ogni anno. Per vedere riconosciuto il diritto allo studio per i propri figli, tante famiglie sono così costrette a rivolgersi ai Tribunali. Circa l’8% delle famiglie di alunni della scuola primaria e il 5% della secondaria ha presentato negli anni un ricorso per ottenere l’aumento delle ore di sostegno. Questo problema è ancora più grave nel Mezzogiorno, dove il numero di famiglie che ha presentato ricorso è circa il doppio di quelle del Nord, per entrambi gli ordini di scuola.

La FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), seguita a ruota dall’ANFFAS (Associazione Nazionale Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o relazionale), che alla stessa FISH aderisce, ha lanciato in questi giorni una iniziativa: un sondaggio anonimo rivolto alle famiglie e composto di undici domande, che merita certamente il maggior numero di risposte possibili, oltre a una capillare diffusione.

L’iniziativa viene presentata così dalla FISH:

"Si è avviato un nuovo anno scolastico, ma sembra che la reale data di inizio per molti alunni e alunne con disabilità non sia la stessa dei loro compagni. Ancora una volta. La nostra Federazione, purtroppo, raccoglie quotidianamente segnalazioni, denunce, notizie in cui ricorrono: ritardi nell’assegnazione di insegnanti di sostegno, assenza di assistenti all’educazione o alla comunicazione, lacune nell’assistenza igienica. Tutti elementi che incidono negativamente sulla reale inclusione scolastica. Il confronto politico e istituzionale verso il Ministero dell’Istruzione è costante con una pressione da parte nostra affinché quei diritti siano esigibili. Per potenziare dunque l’azione ulteriormente, chiediamo l’aiuto, la vicinanza e la testimonianza delle famiglie degli alunni con disabilità e per questo, anche grazie al supporto tecnico dell’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici), abbiamo predisposto un agile sondaggio anonimo (undici domande) rivolto alle famiglie sul tema della reale inclusione scolastica. I dati raccolti verranno utilizzati soprattutto da un punto di vista politico: potranno cioè essere utilissimi nei confronti di queste settimane con il Ministero".

Per partecipare al sondaggio promosso dalla FISH, accedere a questo link.

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ufficiostampa@fishonlus.it

E' (sempre) emergenza disabili per la scuola. Ogni anno. Sempre.

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Noi, sempre #popolari e mai populisti

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Noi, sempre #popolari e mai populisti

di Fabio Torriero

"La Croce" quotidiano, 26 settembre 2018

La nascita del Ppi ha segnato storicamente il passaggio dallo stato liberale, come unica forma possibile istituzionale, ad un’altra idea possibile di Stato, non unicamente risorgimentale.

Così Fabio Torriero ha dedicato il proprio intervento nella festa di Camaldoli per evidenziare agli uditori le ragioni di portato politico per cui è impossibile che il PdF si accodi sul carro del vincitore (attuale)

In tempi di populismo arrembante, inteso come fenomeno politico e mediatico, credo che un’analisi dei suoi valori e della sua comunicazione, sia importante per farsi un’idea precisa e non sbagliare. Un lavoro utile per decifrare il reale che stiamo vivendo e per operare scelte vere sul piano politico, non dettate dall’emotività, dalla pancia e dall’irrazionalità.

Un antifurto per non essere attirati, ad esempio, dalle “sirene antropologiche” della Lega, che in verità sono soltanto la parodia degli stessi principii. Un modo per svuotarli e bruciarli e favorire, al contrario, paradossalmente il laicismo.

Dire, affermare, annunciare, l’importanza della famiglia naturale, esaltare il primato della vita, non vuol dire crederci veramente, o compiere atti politicamente e giuridicamente rilevanti in tal senso. Su questo aspettiamo e giudicheremo, infatti, il governo Conte e il ministro Fontana.

Il riferimento alla Lega e ai partiti populisti (dall’estrema destra italiana ed europea) non è puramente casuale.
Nessuna analogia, similitudine, vicinanza, ci può essere tra chi si richiama alla tradizione e all’identità del popolarismo, e chi invece, aderisce, sceglie o vota questi partiti.

Una diversità sostanziale, sia per quanto riguarda la trattazione e attualizzazione della storia dei cattolici in politica (dal Partito popolare di don Sturzo, fino alla Dc), sia se ci si orienta verso le nuove dinamiche e prospettive elettorali: dal Family Day al Popolo della Famiglia.

Ciò che segue è un accostamento, un parallelo scientifico tra i valori e la comunicazione del popolarismo, e i valori e la comunicazione del populismo vecchio e nuovo. Ovviamente, un rapporto semplificato per parole-chiave.

1) POLITICA DEGLI ANNUNCI vs POLITICA DEI FATTI
Il populismo considera la politica come “mero annuncio”, come vellicazione della pancia, eccitazione degli umori popolari dal basso.

Per gli studiosi, i politici e i leader populisti “sono gli annunci che creano i fatti e fanno opinione e da qui la loro rappresentazione politica”. E ne consegue che la “percezione finisce per surrogare la verità, sostituire la realtà”. Non è questo il segreto del successo della Lega, dei 5 Stelle e di molti soggetti politici europei, dai pirati al Fn francese, dagli indipendentisti inglesi, ai tedeschi, svedesi o austriaci?

In Italia non è un dato scontato che la paura dell’immigrazione, l’odio e la rabbia verso la Ue, pur basandosi su numeri indiscutibili, è assolutamente dilatato dalla comunicazione?

Il popolarismo concepisce, invece, la politica come complessità, come mediazione, come sintesi tra idee e interessi, non come semplificazione. Elevare il popolo a rango di sovrano assoluto e assolutista, e servirlo, sono due cose diametralmente opposte.

2) INDIVIDUALISMO DI MASSA vs BENE COMUNE
L’uso dei social media, la comunicazione diretta sulla rete, comune a Lega e 5Stelle, e a tanti movimenti europei, è figlia ed effetto al tempo stesso, dell’individualismo di massa, di quella società “delle pulsioni dell’io”, che inesorabilmente porta ad uccidere la relazione, la comunità, la polis, il bene comune. Ossia, la visione cristiana della società.

Quello della Lega è un “individualismo territoriale, è un egoismo economico, esprime chiusura”; quello dei grillini è la “mera continuazione individualista della lotta di classe”, come noto, basata sull’invidia sociale. Una lotta di classe individualista e non collettiva, che secondo le categorie marxiane, era raggruppata in classi ideologiche ed economiche, classi soggettuali (proletari contro borghesi). Sul piano valoriale, quello dei 5Stelle, è nichilismo, giustizialismo giacobino. È Robespierre. La concezione umanitaria e moralizzatrice grillina è “un cristianesimo senza Cristo”, laddove la giustizia e la moralità sono idoli. Due individualismi, quello della Lega e dei grillini, che minano dall’interno i presupposti solidali della società politica.

Il popolarismo è per la polis, la solidarietà, la coesione sociale, l’interclassismo, la collaborazione tra le classi (basti attualizzare il pensiero, gli studi e gli scritti di pensatori, teologi, intellettuali, sacerdoti e politici come Gioacchino Ventura, Vincenzo Gioberti, Antonio Rosmini e Luigi Sturzo). La cultura cattolica ha partorito il corporativismo cristiano, l’economia sociale di mercato, l’economia della felicità, la partecipazione agli utili, l’azionariato operaio etc.

La nascita del Ppi ha segnato storicamente il passaggio dallo Stato liberale, come unica forma possibile istituzionale, ad un’altra idea possibile di Stato, non unicamente risorgimentale. Ha significato l’abbandono del “neo-guelfismo”, che partendo dal “non expedit, si è tradotto gradualmente nel rifiuto della società, nel rifiuto del concetto di partecipazione attiva dei credenti, e quindi, alla delega agli altri partiti, come possibili interlocutori dei valori cristiani (basti ricordare il patto Gentiloni 1913, la sottoscrizione da parte dei cattolici, ex Opera dei Congressi, di un’intesa programmatica, basata su alcuni punti sensibili alla dottrina cattolica, in cambio del voto alle liste liberali e giolittiane dell’area ministeriale).

Neo-guelfismo che ha disegnato a lungo l’identikit del cattolico, protagonista virtuoso di un civismo municipale, di un alto senso della società, ma di uno scarso senso dello Stato e di un scarsa cultura di governo (in parte attenuata dall’esperienza della Dc). Vulnus che permane in certi cattolici di oggi, avulsi da ogni idea di testimonianza pubblica del bene comune, nel nome e nel segno di un individualismo mistico e di un privatismo magico e incomunicante.

Il Ppi invece, agì allo scoperto, pubblicamente, nella direzione di un “federalismo solidale”, anima vera della società, prima forma di presenza popolare e di rappresentanza democratica dal basso. Col Partito popolare dal 1919 in poi, si è sancito ufficialmente, da una parte, il protagonismo politico dei cattolici, dall’altro, il primato dello Stato laico e dell’aconfessionalità. E inoltre una proposta originale nel quadro delle riforme costituzionali: il federalismo regionale, con le Regioni intese come enti identitari ed enti economico-imprenditoriali (CONGRESSO PPI VENEZIA 1921).

3) PAURA vs AMORE
La comunicazione e la costruzione politica del populismo, va ribadito, si basano sulla paura: paura dell’immigrato, del diverso, del delinquente, dell’altro. È un’idea egoistica e chiusa dell’identità. La comunicazione e la costruzione politica del popolarismo si basano sull’amore, sul dialogo, sul confronto.

4) IDENTITA’, LIBERTA’, POLITICA vs SOCIETA’ PULSIONI
Per il populismo l’identità è vista come primato, chiusura, mera appartenenza. Il valore della libertà sta dentro le pulsioni dell’io. Lo abbiamo già detto nel precedente raffronto: è individualismo di massa; la politica diventa affermazione, conquista, vittoria ideale, non dono, scambio, amore.

Per il popolarismo l’identità è la relazione, non l’auto-percezione, come l’uomo si percepisce, come si definisce, cosa vuole e desidera (qui il populismo ha gli stessi dogmi del gender); l’identità per il popolarismo è amore per la propria vita, per la propria terra, per il proprio lavoro, per la propria storia, cultura; è la suprema forma della dignità umana, a immagine di Dio. La politica, per il popolarismo, lo hanno ribadito durante i pontificati tutti i papi, da papa Paolo VI a papa Francesco, è la suprema forma di carità e servizio, appartenenza a una comunità di destino. È lo svolgimento di una missione, l’obbedienza alla realtà, la fedeltà ad una promessa.

5) AMICO vs NEMICO
La comunicazione populista è basata sullo schema morale “amico-nemico”. Il nemico compatta, unisce, fa essere. Il popolarismo non ha nemici, solo avversari, fratelli che hanno idee diverse. Non storti da raddrizzare, ma dritti che semmai si sono storti. Lo schema semmai, è bene-male, falso-vero sulla base del Vangelo.

6) DEMOCRAZIA DIRETTA vs DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA
Secondo le categorie della scienza politica, il populismo si rivolge direttamente al popolo e semplifica il linguaggio politico. Il populismo si orienta sempre verso la democrazia diretta, il presidenzialismo, l’autoritarismo e il nazionalismo.

Il popolarismo rispetta le forme mediatrici della democrazia, i corpi intermedi, che poi è la democrazia parlamentare. Sul piano istituzionale, è da sempre per il federalismo, le autonomie dei popoli, l’europeismo. Il Patriottismo è il riferimento alla terra dei padri, amore per la propria identità, nazionalismo è la pretesa che un’identità sia superiore a quelle degli altri.

7) SCHEMA POLITICO vs SCHEMA MORALE
Il populismo ha introdotto nella politica lo “schema morale”: la casta, il ceto politico, la classe politica sono il male, mentre il popolo è bene. Da qui le battaglie contro il centralismo romano (Lega) o contro i corrotti, gli sprechi (5Stelle).

Il popolarismo considera le persone, non le categorie ideologiche; persone che sbagliano e persone che fanno bene.

E il potere non è intrinsecamente corrotto o male, ma un servizio alla cittadinanza, la proiezione pubblica dei talenti individuali, la rappresentanza degli interessi popolari

Parole e concetti chiari per decodificare un dna che non ha nulla a che spartire con la nostra tradizione e identità.

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“Liberate Padre Maccalli”: mettiamoci la faccia

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"Liberate Padre Maccalli": mettiamoci la faccia

di Davide Vairani

Padre Pierluigi Maccalli, 56 anni, missionario cremasco, è stato rapito notte tra il 17 e il 18 settembre a Bomoanga nel Niger.

“Non lasceremo che il mondo si dimentichi di padre Maccalli. Aiuto alla Chiesa che Soffre da oggi cambierà l’immagine dei suoi profili social per tener desta l’attenzione sul caso. Vogliamo che padre Gigi torni a casa al più presto”.

Così Alessandro Monteduro, direttore Acs-Italia, descrive la nuova azione di sensibilizzazione della Fondazione pontificia, che ha posto una foto del religioso appartenente alla Società delle Missioni Africane come immagine dei suoi profili Facebook, Twitter e Instagram.

“Dopo i primi giorni di attenzione, la vicenda è scomparsa dai nostri media. Ma noi vogliamo impedire che si crei l’ennesimo muro di silenzio e indifferenza. Quindi sostituiamo l’immagine del nostro profilo con quella di padre Maccalli. Se qualcuno vorrà unirsi a noi, ne saremo felici”. Intanto dal Niger non vi sono purtroppo novità, come conferma ad Acs padre Mauro Armanino.

Questa sera, mercoledì 19 settembre, alle ore 21.00 nella chiesa parrocchiale di Madignano (CR) si terrà una veglia di preghiera per padre Gigi Maccalli.

“Questi gruppi in genere non rivendicano i sequestri – afferma il confratello di padre Maccalli – noi continuiamo a sperare e a pregare, pur sapendo che vi sono altri ostaggi di cui da tempo ormai non si hanno notizie”.

Lo scorso aprile infatti un operatore umanitario tedesco è stato rapito al confine nigerino con il Mali, nell’area in cui nell’ottobre 2016 era stato sequestrato un cooperante statunitense. La sorte di entrambi è tuttora sconosciuta.

Come riferisce padre Armanino, la situazione in Niger è nettamente peggiorata negli ultimi anni.

“Il Paese è praticamente accerchiato da gruppi jihadisti”. A nord infatti vi è la Libia “una polveriera di gruppi armati e tribù che lottano per l’egemonia” con una forte presenza dello Stato Islamico. A sud la Nigeria da cui, specie dalla regione del Lago Ciad, giungono gli uomini di Boko Haram. Ad est il Mali, dove dopo il colpo di stato del 2012 vi è una forte presenza di Al Qaeda nel Maghreb islamico.

“E da diversi mesi, se non di più, anche la zona vicina al Burkina Faso, dove è stato rapito padre Pierluigi, è divenuta pericolosa”. Qui infatti hanno iniziato ad essere sempre più presenti i pastori islamisti di etnia fulani, plausibilmente autori del sequestro del sacerdote. Ma se il Niger è accerchiato dai jihadisti, all’interno del Paese negli ultimi anni l’Islam praticato dal 95,7% della popolazione si è andato sempre più radicalizzando.

“Le confraternite sufi tipiche di un Islam piuttosto tollerante stanno cedendo il posto al salafismo giunto dalla Nigeria, ma anche attraverso investimenti di Paesi quali Qatar e Arabia Saudita che finanziano moschee e scuole coraniche”.

Simbolo di un Islam sempre più intollerante sono le violenze anticristiane scatenatisi in Niger nel gennaio 2015, quando in seguito alla strage nella redazione della rivista satirica Charlie Hebdo, musulmani hanno bruciato o distrutto almeno 45 chiese.

“Da allora vi è stato da parte della comunità islamica il tentativo di affermare la propria identità a scapito del dialogo. La fiducia dei cristiani nei loro vicini musulmani si è incrinata ed il rapimento di Pierluigi, un uomo che ha fatto del bene a entrambe le comunità religiose, non è che un’ennesima ferita”.

Vedi:

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Posted in #Vita

“Siamo cristiani e lo resteremo fino alla morte”

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"Siamo cristiani e lo resteremo fino alla morte"

di Davide Vairani

Ringraziamo il Signore che ancora siamo vivi”.

Padre Hanna Jallouf, 66 anni, francescano siriano della Custodia di Terra Santa, è quella dei cristiani che vivono nei villaggi di Knayeh, Yacoubieh e Gidaideh che si trovano nella zona di Idlib, nel nord della Siria, ultimo bastione degli oppositori al presidente siriano Assad e dei terroristi islamisti.

Padre Hanna e il suo confratello Louai Bsharat sono gli unici religiosi cristiani rimasti in quelle terre, nei conventi di san Giuseppe e di Nostra Signora di Fatima. Allontanato per ora lo spettro di nuovi combattimenti, sul terreno restano i problemi di sempre e “condizioni di vita sempre più dure man mano che sale la tensione”.

"Non sappiamo come andrà a finire – dice padre Hanna che è parroco latino di Knayeh – i ribelli non intendono né arrendersi né ritirarsi. Se lo facessero tutti noi che viviamo qui, cristiani e musulmani, ne trarremmo giovamento. Anche i nostri fratelli musulmani soffrono molto. Vengono costretti ad andare in moschea e a seguire pratiche che sono solo nella mente di questi fanatici”.

I cristiani di Knayeh e Yacoubieh vivono rintanati in casa terrorizzati.

“La paura è enorme per le nostre comunità già povere – dichiara il frate -. Gli aiuti non arrivano come un tempo e sono iniziati i rapimenti  non conosciamo gli autori di questi crimini, se siano semplici malviventi o membri delle milizie che controllano la zona. Alcuni giorni fa è stato rapito il nostro avvocato e la famiglia ha dovuto sborsare circa 50mila dollari per il suo rilascio. Una cifra enorme”. 

Anche padre Hanna ha vissuto l’esperienza del rapimento: venne prelevato da miliziani del fronte Jahbat Al-Nusra, nell’ottobre del 2014, con 16 parrocchiani. “Dopo diversi giorni sono stato riportato al mio convento di Knayeh”, ricorda il religioso.

"Volevano costringerci alla conversione e prenderci il convento. Ma siamo rimasti saldi nella fede e tornati a casa più forti e motivati di prima”.

Adesso ai rapimenti si sono aggiunte le esecuzioni sommarie e gli omicidi:

“Il 19 settembre – rivela padre Hanna – un uomo, da sempre vicino alla nostra parrocchia, è stato ucciso. La sua unica colpa? Quella di aiutare i cristiani”. Nella comunità locale cresce la paura e nessuno vuole uscire più. “Nessuno va più a lavorare i propri terreni. Dentro casa si sentono più al sicuro”. Tuttavia i timori vengono messi da parte quando si tratta di andare a messa. “Ogni giorno vengono in chiesa almeno 50-60 persone. La domenica sono molte di più perché arrivano anche dai villaggi vicini. I cristiani che vivono nei tre villaggi – spiega padre Hanna – sono circa 1.100, tra latini, armeno ortodossi e greco ortodossi”.

“Viviamo così dal 2011, dall’inizio della guerra. Qui sono passati tutti i gruppi di ribelli e terroristi, da Isis fino ad al-Nusra e Hayat Tahrir al-Sham – sottolinea il francescano -. Tutti i preti e i sacerdoti che c’erano sono andati via o fuggiti. Molte chiese e luoghi di culto armeni e greco ortodossi sono stati distrutti o bruciati. Tra questi anche il nostro convento di Ghassanie. Siamo rimasti due frati in due conventi e cerchiamo di assistere materialmente e spiritualmente i cristiani. La vita è difficile, manca praticamente tutto, i prezzi per acquistare i beni necessari sono altissimi. Non abbiamo elettricità e acqua corrente”.

I miliziani di al Nusra hanno preso le nostre terre, anche quelle dei conventi, e hanno cacciato i cristiani dalle proprie case per dare alloggio ai loro profughi e ai loro combattenti”. Gli aiuti ai cristiani locali arrivano dalla Custodia di Terra Santa e dalla sua ong “AtsPro Terra Sancta”:

“Ogni mese – racconta padre Hanna – riusciamo a dare alle nostre famiglie, circa 260, beni di prima necessità come medicine e latte oltre a voucher per acquistare gasolio per elettricità e riscaldamento, vestiti e libri scolastici. Abbiamo organizzato anche un servizio per portare i bambini a scuola. Le scuole non danno sostegno che per il Corano, l’arabo, l’inglese e la matematica. Ai nostri alunni diamo anche altro materiale di studio ma all’insaputa dei gruppi fondamentalisti che controllano la zona. Se lo sapessero sarebbe un guaio per noi”.

Nella tana del fronte qaedista Hayat Tahrir al-Sham questa sparuta comunità di poco più di 1.000 cristiani vive e testimonia la propria fede, anche se le restrizioni sono tante.

Le nostre celebrazioni sono tollerate solo se svolte all’interno della chiesa, ma ci è vietato esporre all’esterno croci, statue dei santi, immagini sacre, suonare campane”, spiega il parroco, che poi rivela: “Due mesi fa sono stato convocato dal tribunale religioso dove mi è stato intimato di non vestire più l’abito da frate in quanto segno religioso indicante la fede cristiana. Così mettiamo il saio in valigia quando dobbiamo muoverci e lo indossiamo nelle zone dove ci è permesso”.

Padre Hanna sa bene che questo è il prezzo da pagare da chi ha scelto di "restare tra la nostra gente e il nostro popolo. Restiamo saldi nella fede con la nostra comunità. Qui è nato il cristianesimo, qui sono le nostre radici. A 500 metri da Knayeh, nella strada che da Apamea portava ad Antiochia è passato san Paolo. Ai fondamentalisti diciamo che siamo cristiani e lo resteremo fino alla morte. I nostri avi sono nati e morti qui. Così faremo anche noi”.

“La situazione è grave – conclude padre Jallouf – ma continuiamo a pregare e sentiamo ogni giorno sentiamo la mano di Dio che veglia su di noi. Preghiamo per la pace in Siria, perché finisca questa strage inutile. Abbiamo paura del futuro ma nel dolore e nella sofferenza viviamo un tempo di grazia”.

"Ci sono stati secoli nella storia dove il Cristianesimo non era attaccato come lo è nell’epoca attuale. Era dai tempi delle catacombe che non si vedevano attacchi così totali e organizzati alle comunità cristiane nel mondo": lo scrive una giornalista e saggista, Pilar Rahola, nel suo nuovo libro "S.O.S Cristianos".

Un libro uscito qualche mese in Spagna fa ma che non ha avuto ancora tutto il successo che avrebbe dovuto avere, soprattutto in Paesi come il nostro dove, il politicamente corretto è diventato un cavallo di Troia per far accettare a cittadini distratti diritti che altre religioni che nel mondo negano pesantemente.

"S.O.S Cristianos" è un libro scritto dal punto di vista laico che fa luce sulla difesa dei valori e dei diritti umani con l’obiettivo di far riflettere la società distratta sulla minaccia che queste persecuzioni significano per le società democratiche.

Il libro descrive in maniera cruda una realtà che accade in molti Paesi ma che non viene ripresa, ed anzi a volte è silenziata, sui media dell’Occidente.

"Mi ha molto sorpresa - conferma l’autrice - la dimensione del dramma che stava succedendo e che trova pochissimo riscontro nella stampa mentre, al contrario, viene spesso denunciata da Papa Francesco". Quanta è grande la persecuzione delle comunità cristiane che vivono in quei paesi governati dal potere islamico che applica la ’sharia’ o con Governi che fomentano l’odio verso l’Occidente.

"Copti, siriani, assiri, protestanti e ortodossi soffrono, in molti paesi, delle stigmate della croce - assicura Rahola - e non solo in paesi islamici radicali ma pure in paesi che sono parte degli Stati Uniti".

"La destra - dice la giornalista - non riconosce questa repressione in quanto associa il cristianesimo e il cattolicesimo solo all’Occidente, mentre la sinistra lega entrambi al potere e quindi le risulta difficile vederli come vittime’.

"Oggi - conclude la scrittrice - il razionalismo è passato sopra la religione. La ragione spiega tutto e la religione ne è rimasta fuori".

Ma in una società occidentale, oggi sempre più distratta, la denuncia di questo libro potrebbe essere un forte colpo di frusta per risvegliare le coscienze. E pure le nostre, italiane.

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Perché il reddito di #maternità

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Perché il reddito di #maternità

di Davide Vairani 

"La Croce" quotidiano, 25 settembre 2018

"Una statistica diffusa da Ocse, dedicata alle differenze di genere nella quantità di tempo libero disponibile nel corso di una giornata, è una buona occasione per ricordare una caratteristica del nostro paese della quale si discorre pochissimo: la condizione delle nostre donne che lavorano in casa, curando le attività domestiche e i familiari.

Ossia un’attività di lavoro a tempo pienissimo, sabato e domenica inclusi, che le impegna decine di ore a settimana e per la quale non esiste alcuna retribuzione. Manca persino una qualsiasi forma di riconoscimento sociale".

E' l'incipit di un interessante articolo del giornalista socio-economico ed esperto di comunicazione Maurizio Sgroj pubblicato nei giorni scorsi su "Il Sole 24Ore", il quotidiano di Confindustria.

Le analisi dei dati proposte servono a Sgroj per arrivare ad una proposta concreta:

"Invece di proporre improbabili redditi di cittadinanza ad aspiranti lavoratori - conclude Sgroj -, sarebbe mille volte più giusto fornire una qualche forma di reddito a chi lavora già. Almeno a quelle donne che non ne hanno alcuno. Sarebbe anche un valido sostegno alle famiglie. Sempre l’Istat, nell’ultima ricognizione dedicata proprio alle casalinghe, fornisce alcune informazioni che ci aiutano a dimensionare il fenomeno. Nel 2016, anno della rilevazione, erano presenti 7 milioni e 338 milioni casalinghe in Italia. La gran parte anziane ultra 65enni (40,9%). Quelle fino a 34 anni erano l’8,5%. Quindi parliamo di circa 620 mila donne. La gran parte delle casalinghe vive al Centro-Sud (63,8%)".

Non solo:

"Il 42,1% di queste donne vive in coppie con figli. Quindi circa si può stimare che circa 3 milioni di donne, malgrado si occupino anche dei figli e del marito non ricevano alcun reddito, a differenza di quanto accade a gran parte alle casalinghe ultra 65enni che hanno di solito una qualche forma di previdenza. Le casalinghe “giovani” se vogliono una pensione una volta anziane devono versare i contributi di tasca propria, pure se non è molto chiaro da dove dovrebbero prendere i soldi".

Pertanto, Sgroj arriva ad una proposta:

"Si potrebbe cominciare fornendo un reddito almeno alle casalinghe che operano all’interno di un nucleo familiare con figli minori. Ciò non soltanto non soltanto per dar dignità al lavoro che queste donne svolgono, ma anche per fornir loro un valido contributo economico, visto che la gran parte di queste donne vive in condizioni di povertà e circa il 10% in povertà assoluta. Servirebbe anche a sostenere le famiglie e insieme favorire la natalità, che è un altro dei grandi problemi del nostro paese. Soprattutto sarebbe un giusto riconoscimento dell’importanza che hanno queste donne nella nostra società. Un ultimo dato lo illustra compiutamente: il 71% delle ore di lavoro gratuito svolto in Italia nell’anno 2014 (oltre 50 miliardi) è stato svolto da donne per attività domestiche".  Si tratta, spiega Istat, di “un valore superiore al numero di ore di lavoro retribuito prodotto dal complesso della popolazione”. Le casalinghe da sole hanno regalato all’Italia 20 miliardi di ore di lavoro.

Sgroj non fa che proporre lo stesso identico strumento già prefigurato dal bigotto vetero-clerico-fascista "Popolo della Famiglia" di Mario Adinolfi: il "reddito di maternità".

Cos’è il reddito di maternità?

Lo scriveva Mario Adinolfi su "La Croce" quotidiano del 17 marzo 2017:

"Si tratta di una indennità di 1.000 euro al mese che la donna che intende dedicarsi alla crescita dei figli in via esclusiva può percepire se vive in un nucleo familiare dal reddito inferiore ai 60mila euro annui. L’indennità è vitalizia se la donna si dedica alla crescita dei figli in termini esclusivi, si perde ovviamente se la donna sceglie il lavoro esterno alla famiglia".

Obiettivo?

"La finalità del reddito di maternità è evidentemente quella di consegnare alla donna finalmente una piena libertà di scelta: se essere madre lavoratrice o essere esclusivamente madre, senza essere piegata al ricatto di dover contemperare attività faticosissime. Chi vuole realizzarsi nel lavoro oltre che nella maternità potrà ovviamente continuare a farlo, ma chi deve scegliere lavori massacranti e sottopagati solo per necessità potrà essere liberata da questo peso con conseguenze pienamente positive per tutta la società e per l’economia complessiva del Paese".

La proposta di Adinolfi è scritta nel programma elettorale del Popolo della Famiglia presentatosi alle ultime elezioni nazionali, dunque non una boutade.

E' interessante constatare che non trattasi di una balzana proposta, frutto di una visione superata della famiglia, della donna e della società, ma di uno strumento che potrebbe rivelarsi molto utile.

Non si tratta di un "risarcimento danni" alla donna che si prende sulle spalle il fardello più pesante per permettere al marito di scegliere la propria vita. E non si tratta nemmeno di svilire il ruolo e la funzione della mamma nell'economia della famiglia e nella relazione marito-moglie.

Al contrario.

In base al rapporto IstatMadri sole con figli minori” pubblicato il 19 aprile 2018, risulta che nel 2015-16 sono quasi 900 mila, precisamente 893 mila, le madri single, che rappresentano l’86,4% dei nuclei mono-genitore. Il numero è raddoppiato rispetto al 1983, quando si contavano 402 mila madri single. Molto più contenuto il numero dei padri soli: 141 mila nel 2015-2016 contro i 66 mila del 1983. Di queste madri single del 2016, il 57,6% è separata o divorziata, il 34,6% è nubile e il 7,9% è vedova. In totale, nel 2015-2016, sono un milione e 215 mila i bambini fino a 17 anni che vivono solo con la madre, pari al 12,1% dei minori. Una quota che è molto cresciuta rispetto al 1995-1996, quando si attestava al 5,3% (per un totale di 558 mila bambini). Se non proprio la metà, il 42% di queste madri vive oggi con i propri figli in condizioni a rischio di povertà o di esclusione sociale, e nel Mezzogiorno questa percentuale tocca il 58%, cioè quasi sei madri single su dieci.

Il rischio di povertà - in realtà - riguarda una fascia ancora più ampia di donne. Sempre nello stesso rapporto Istat, fra le madri in coppia il 29,3% è a rischio povertà o esclusione sociale. Sperimenta cioè almeno una delle seguenti condizioni: rischio di povertà, grave deprivazione materiale e/o bassa intensità di lavoro.

Il "reddito di maternità" - o comunque uno strumento anche differente che assuma questa filosofia di fondo - ha a che fare con la dignità della donna che è anche mamma. A che fare con l'idea di società e di futuro che vogliamo come Paese.

Rimettere al centro la famiglia, investire sui figli e dunque sul futuro. Togliendoci anche una certa visione edulcorata della famiglia, che non si nasconde certo le fatiche e anche le ferite. L'affermare la centralità della famiglia fatta da un uomo, una donna e dei figli significa metterla nelle migliori condizioni possibili per vivere dignitosamente.

L'Istat ci informa che “il modello di divisione del lavoro più tradizionale è quello male breadwinner, che assegna all’uomo il compito di provvedere al reddito e alla donna quello di curare la casa e la famiglia”. Questa modalità “è ancora oggi adottata dal 32,3% delle coppie con la donna in età attiva”.

Il che, oltre a spiegare il basso tasso di partecipazione delle donne italiane al mercato del lavoro, denota la persistenza dello stereotipo secondo il quale l’uomo deve lavorare e la donna stare a casa. Una convinzione condivisa“dal 54,1% degli uomini e dal 46,6% delle donne”.

Paradossalmente “l’analisi dei carichi di lavoro totale fa emergere l’efficienza del modello male breadwinner: allo stato attuale, infatti, è l’unico che porti a una sostanziale parità nei carichi di lavoro totale, pari a circa 7h 20’ al giorno per entrambi i partner”.

Con una differenza sostanziale però: la donna non viene pagata. Se poi lavora, “paga” il reddito con un aumento notevole del lavoro complessivo, dovendosi far carico anche di buona parte di quello casalingo. Conclude l'Istat che “il vantaggio di vivere in famiglia è percepibile soltanto per gli uomini, che beneficiano della condivisione del lavoro familiare con un guadagno netto in termini di carichi di lavoro complessivo, mentre per le donne, soprattutto se occupate, la vita di coppia comporta un aggravio di lavoro”.

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Pidieffini a Camaldoli: quale futuro?

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Pidieffini a Camaldoli: quale futuro?

di Davide Vairani

"Popolo della Famiglia" impegnato in una due giorni per rinserrare i ranghi e preparare il percorso vero i prossimi appuntamenti elettorali.

Il 22 e 23 Settembre 2018 la formazione di Adinolfi si è ritrovata a Camaldoli per la Terza Festa de "La Croce" quotidiano.

“Siete in un luogo particolare, straordinariamente ricco di storia spirituale e sociale - scrive ai partecipanti Mons. Zuppi, Arcivescovo di Bologna -. Non si tratta di tornare al passato, ma di trarre ispirazione e motivazioni per affrontare le sfide di oggi.

Allora era un tempo di grande incertezza dove tutto poteva accadere, sulle macerie della guerra. A Camaldoli alcuni cristiani si interrogarono su cosa fare.

Noi dobbiamo affrontare le macerie della crisi e della disillusione che sembrano sconsigliare sogni, impegno, iniziativa. Allora lo fecero con tanta sapienza cristiana, intelligenza e laicità.

È la stessa sfida che abbiamo oggi per difendere e costruire l’umanesimo che essi ci hanno affidato, confrontandoci con tante macerie di disillusione e di logiche individualiste che si rivelano contro la persona.

È su questa capacità che i credenti si interrogano perché i valori e la capacità di dialogo aiutino tutti a vivere nell’unica casa comune mettendo sempre al centro la persona come Cristo ci ha insegnato.

Buon lavoro e sempre tanta umile ma ferma speranza”.

Nessuna diretta streaming e dunque impossibile esprimere alcun giudizio. Radio Radicale ha trasmesso una parte dei lavori.

Se avete pazienza, potete rivedere o riascoltare il dibattito.

22 Settembre 2018 - Cristiani in politica tra passato e futuro
DIBATTITO | - Poppi - 15:15 Durata: 2 ore 39 min

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Alfie Evans: mai più

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Alfie Evans: perchè non accada mai più

di Thomas Evans

Premio Atreju 2018 alla memoria di Alfie Evans. Testimonianza di Thomas Evans alla cerimonia a Roma del 22 settembre 2018.

Profondamente grato a Steadfast Onlus e a Giorgia Meloni per l'organizzazione dell'iniziativa.

Salve a tutti. Mi chiamo Thomas Evans. Sono il papà di un bellissimo bambino di nome Alfie.

Alfie non è più con noi; la legge inglese non ci ha permesso di salvarne la vita. Vorrei raccontarvi brevemente la sua storia.

Alfie è nato il 9 maggio 2016 dopo una gravidanza inaspettata ma serena. I medici dissero che poteva avere dei ritardi nello sviluppo, ma sembrava solo un bambino un po’ piu pigro del normale. A novembre peggiorò e fummo mandati all’ospedale Alder Hey di Liverpool, un centro pediatrico di eccellenza. Dopo una risonanza magnetica al cervello si capì che Alfie soffriva di un disturbo neurodegenerativo. A seguito di una grave infezione ai polmoni Alfie ebbe bisogno della ventilazione meccanica.

Non dimenticherò mai la prima volta in cui ci parlarono del “miglior interesse”. Nel caso di nostro figlio, per i suoi dottori, era semplicemente MORIRE. La notte del 31 dicembre ci fu detto che Alfie doveva essere lasciato andare perché non avrebbe mai più respirato da solo. Sconvolti e frastornati acconsentimmo.

Ma avvenne il primo di tanti piccoli miracoli che si sono susseguiti.

Alfie respirava. Respirava nonostante tutto e tutti. Ci fu chiaro che la sua malattia era grave ma ci fu ancora più chiaro che Alfie voleva combattere. Non avremmo più permesso a nessuno di interrompere la sua vita. Solo Dio avrebbe deciso. Io e Kate obbligammo i dottori a rimetterlo sul supporto vitale e a salvarlo. La malattia purtroppo continuava ad avanzare anche se per alcuni periodi Alfie riusciva a stare senza ventilazione meccanica.

Ebbe convulsioni croniche e subì ulteriori danneggiamenti al cervello, ma riusciva ad interagire e viveva circondato dal nostro amore. I medici dell’ospedale continuavano a ritenere la vita di Alfie inutile. Ci dissero che non era necessaria una diagnosi precisa, perché la sua malattia era degenerativa e poteva condurre solo alla morte.

Per questa ragione andava lasciato andare. Immaginate cosa potevamo provare, io e Kate, ogni volta che i medici, coloro che avrebbero dovuto lottare fino all’estremo per salvare la vita di chi hanno in cura, ci dicevano che non volevamo capire… che sbagliavamo… che eravamo egoisti…

A settembre 2017 l’ospedale avviò un procedimento legale per essere autorizzato al distacco forzoso del respiratore. Fu come vivere un incubo nell’incubo… non capivamo se eravamo svegli o se dovevamo svegliarci e per magia tutto questo sarebbe finito.

Nel frattempo la storia di Alfie arrivò ai media e il gruppo Alfie’s Army, su Facebook, raggiunse oltre 800.000 followers da tutto il mondo. L’ospedale Bambino Gesù ci offrì una speranza dichiarandosi disposto a prendere in cura Alfie e assisterlo fino all’ultimo respiro. Un ospedale tedesco fece altrettanto.

Alfie continuava a fare piccoli miracoli: aveva unito il mondo. Lui che non poteva parlare aveva fatto in modo che gli altri parlassero di lui e per lui.

A Febbraio 2018 iniziò il processo. Ho dovuto varcare la soglia del tribunale da solo, senza avvocato. Il giudice non ci concesse di ritardare l’avvio del procedimento e ho dovuto svolgere io quel ruolo. Avevo paura, sapevo che tutto era contro di noi, che probabilmente quello che dicevo non sarebbe stato tenuto in considerazione. Ma non avrei mai rinunciato senza lottare. MAI.

Io e Kate non avremmo discusso sulla sicura morte di Alfie, l’ho dichiarato anche in tribunale. Quello che non potevamo accettare era che Alfie morisse per mano d’uomo e non per volontà di Dio. Soprattutto perché eravamo certi della possibilità di una diagnosi completa che veniva rifiutata.

Nessun dottore testimoniò che Alfie soffriva o avrebbe avuto una morte naturale in tempi brevi. Lo potete leggere nelle sentenze. I giudici inglesi di ogni grado diedero ragione all’ospedale.

L’11 aprile la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo rifiutò di ascoltare la nostra storia. Nessuno ritenne giusto e umano salvare una vita che, per quanto ferita, meritava una possibilità.

Tutte le possibilità giuridiche parvero finite. L’ospedale aveva vinto. Poteva agire liberamente.

Ci venne consegnata la copia del “protocollo” che spiegava come Alfie avrebbe raggiunto la morte. Leggere quei fogli è stata una delle cose più difficili della nostra vita. Vedere, nero su bianco, fino a che punto può arrivare l’ingerenza dello Stato nella vita di un privato cittadino ci ha lasciati sconvolti.

Era tutto scritto lì. Ogni attimo che avremmo passato con nostro figlio era descritto nei più piccoli dettagli e non poteva essere più, in nessun modo, modificato. In quel momento io e Kate abbiamo rinnovato il proposito di non arrenderci.

Da tempo eravamo in contatto serrato con Steadfast che ci stava aiutando ad ottenere un permesso umanitario per portare Alfie in Italia. Abbiamo valutato la possibilità di fare una manifestazione non violenta fuori dall’ospedale.

Il 12 aprile i nostri legali ottennero la riapertura del processo e che Alfie potesse vivere fino al 16. Eravamo terrorizzati, ma Alfie andava salvato ad ogni costo e, con l’aiuto di alcuni supporter polacchi, ci organizzammo per portarlo via dall’ospedale con un’eliambulanza e un team medico specializzato. Non potrò mai scordare quella notte… la gente arrivò da Alfie per far sentire il suo amore… il mondo intero seguiva i collegamenti che i supporter mandavano in onda ininterrottamente usando i canali social.

Tutti pregavano per la nostra famiglia. Io non so dove ho trovato la forza di continuare a urlare la mia rabbia, la mia indignazione, ma stringendo la mano di Kate andavo avanti senza sosta. Alfie meritava la sua chance e noi dovevamo fare di tutto per garantirgliela.

L’ospedale riuscì ad ottenere un ordine d’emergenza e ci impedì di lasciare il suolo inglese. Venni minacciato di essere denunciato per aggressione e sequestro di persona se avessi osato rimuovere Alfie dalla sua stanza. L’ospedale venne piantonato dalla polizia giorno e notte.

Furono giorni difficili e dolorosi dove ci sentimmo sopraffatti dall’ingiustizia di quello che la legge inglese chiamava invece giustizia. Nel frattempo Steadfast continuava a premere sui politici affinché potessimo essere accolti nel Vostro paese. Si appellarono anche al Papa chiedendo di parlare di Alfie durante la messa in Piazza San Pietro del 15 aprile.

Papa Francesco aveva a cuore il nostro bimbo, ne aveva già parlato, ma si espose nuovamente e mi ricevette in udienza privata il 18 aprile. In quel momento ho capito che Alfie aveva compiuto un altro piccolo miracolo.

Venni ricevuto dal Papa che mi disse che stavo difendendo mio figlio con coraggio e mi promise che avrebbe fatto il possibile per portare Alfie al Bambino Gesù.

Il 22 aprile la Corte Suprema stabilì nuovamente che Alfie doveva morire nel suo “migliore interesse” e che l’ospedale doveva agire senza attendere le decisioni della Corte Europea, che comunque rinnoverà la decisione di non ascoltare il nostro caso.

Il Papa ci dimostrò ancora il suo affetto. Chiese di rispettare la nostra sofferenza e la nostra volontà di tentare nuovi trattamenti. Il giorno dopo l’ospedale iniziò le procedure per attuare il “protocollo”. La direttrice del Bambino Gesù arrivò a Liverpool in un estremo tentativo di salvare Alfie, ma non le venne concesso nemmeno di oltrepassare la porta dell’ospedale.

Mentre giravo l’ennesimo video di denuncia, affinché il mondo potesse vedere nostro figlio vivo, Alfie aprì gli occhi dando nuova dimostrazione della sua voglia di lottare. Non potrò mai essere in grado di spiegare a parole il dolore, l’angoscia, la paura che provavo… ma posso dirvi che dentro di me e Kate la fiamma della fede e della speranza non si era mai spenta.

In quei momenti disperati in Italia si continuava a lavorare in silenzio e ad Alfie giunse la cittadinanza italiana.

Io e Kate ringraziamo di cuore Steadfast, Giorgia Meloni e tutti quanti hanno lottato con noi. Il popolo e il governo italiano ci hanno dimostrato una vicinanza incredibile, che mai avremmo potuto immaginare.

Ma l’ospedale non si fermò e procedette con il distacco. Alfie compì l’ennesimo miracolo: respirava da solo dimostrando ai dottori che si sbagliavano. Avevano dichiarato in corte che sarebbe sopravvissuto poche ore, un giorno al massimo.

I giudici rifiutarono di riconoscere la nuova cittadinanza e il 25 aprile emanarono la definitiva “condanna a morte” per Alfie. Gli ultimi giorni della sua vita furono un calvario.

Passammo con lui giorno e notte dormendo per terra. La polizia ci perquisiva per evitare che introducessimo in ospedale qualsiasi cosa potesse aiutare Alfie a sopravvivere. Doveva esserci la certezza che morisse. Venne interrotta l’alimentazione e l’idratazione senza che fosse previsto nel protocollo. Il giudice ne impose il ripristino dopo nostra richiesta. Venne interrotta la ventilazione meccanica. Ma Alfie, respirando da solo, dimostrò che sarebbe stato possibile uno svezzamento dal respiratore che ci è stato sempre negato.

Con Steadfast intanto stavamo preparando i passaporti italiani e progettavamo il ricorso alla Corte Europea di Giustizia. Ma la notte del 28 aprile Alfie ha messo le ali ed è volato in Paradiso.

MAI, MAI, nella mia vita permetterò che Alfie sia morto invano. La sua breve vita ha lasciato un segno in milioni di persone… in milioni di cuori. Purtroppo Alfie non ha mai avuto una reale possibilità di salvarsi. È stato stritolato dalle maglie del sistema medico e giuridico inglese che ha mostrato il suo vero volto e anche tutta la sua ferocia.

Con la pretesa di agire nel suo “migliore interesse” ad Alfie sono stati tolti tutti i diritti umani fondamentali: il diritto alla vita, il diritto alle cure, il diritto alla dignità, il diritto all’amore dei suoi genitori.

Nel Regno Unito l’eutanasia è illegale. Non ci sono eccezioni: è illegale. Alfie quindi è stato eutanasizzato utilizzando un escamotage giuridico. Il “miglior interesse” prevale e giustifica tutto. Ma chi è così edotto, così infallibile, da poter decidere senza ripensamenti o rimorsi che il “migliore interesse” per un’altra persona è la sua morte? E quando si tratta di un bimbo o di un anziano, di qualcuno incapace di intendere o volere, chi può pensare davvero che provocarne la morte sia quanto di meglio gli si può offrire? Un malato necessita di cure e di attenzione, di amore prima ancora che di medicine e trattamenti.

Questo, e solo questo, un malato si aspetta di ricevere quando entra in un ospedale. Ora siamo arrivati al punto che un genitore con un figlio malato, o magari presunto malato, deve pensare se sia meglio portarlo in ospedale o prenotare un volo verso uno Stato a favore della vita.

Ma tra poco dove si potrà andare? L’Europa stessa ha permesso l’introduzione dell’eutanasia legale in alcuni Stati membri. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha dimostrato di essere completamente inefficace. Addirittura si rifiuta di ascoltare i casi che le vengono sottoposti. La libera circolazione in Europa per cercare la miglior cura disponibile resta un’utopia irrealizzabile. Noi inglesi tra poco usciremo dall’Europa così saremo ancora “più costretti” a subire questa legge assurda che ci impone di far morire i nostri figli anziché tentare di salvarli.

Ma Alfie non è morto invano… lo ripeto. Alfie ci ha indicato la strada da seguire e noi non ci fermeremo. A breve nascerà la fondazione in suo nome che, con la preziosa collaborazione di Steadfast, continuerà a lottare contro l’eutanasia. È nei nostri progetti presentare al Parlamento inglese una proposta di legge affinché cambino le cose. Non permetteremo più che quello che è capitato a noi succeda ad altri. Aiuteremo le famiglie che dovranno lottare per la vita dei propri cari.

Sono qui oggi per chiederVi di non smettere di lottare per la vita, in memoria di Alfie e nel nome di tutti coloro che, ogni giorno, prima e dopo di lui, si troveranno a fronteggiare chi crede che la morte sia l’unico “migliore interesse”.

Alfie ha dimostrato a tutti che non è così. Spero di avervi fatto percepire almeno in parte la gioia e l’orgoglio che ho provato e provo tutt’ora nell’essere il padre di Alfie. Alfie ha portato solo gioia nelle nostre vite e ci ha donato un piccolo miracolo anche dopo la sua scomparsa, il più prezioso.

Il 6 Agosto io e Kate siamo diventati i genitori di Thomas James, il fratello di Alfie. Avremo per sempre 2 bambini. Alfie ti amiamo.

ROMA, 22 Settembre 2018 – Atreju Discorso di Thomas Evans

Qui la testimonianza sul sito di Steadfast Onlus

Qui la testimonianza sul sito di Universitari per la Vita

Con la pretesa di agire nel suo “migliore interesse” ad Alfie sono stati tolti tutti i diritti umani fondamentali: il diritto alla vita, il diritto alle cure, il diritto alla dignità, il diritto all’amore dei suoi genitori.

Nel Regno Unito l’eutanasia è illegale. Non ci sono eccezioni: è illegale. Alfie quindi è stato eutanasizzato utilizzando un escamotage giuridico. Il “miglior interesse” prevale e giustifica tutto. Ma chi è così edotto, così infallibile, da poter decidere senza ripensamenti o rimorsi che il “migliore interesse” per un’altra persona è la sua morte? E quando si tratta di un bimbo o di un anziano, di qualcuno incapace di intendere o volere, chi può pensare davvero che provocarne la morte sia quanto di meglio gli si può offrire? Un malato necessita di cure e di attenzione, di amore prima ancora che di medicine e trattamenti.

Questo, e solo questo, un malato si aspetta di ricevere quando entra in un ospedale. Ora siamo arrivati al punto che un genitore con un figlio malato, o magari presunto malato, deve pensare se sia meglio portarlo in ospedale o prenotare un volo verso uno Stato a favore della vita.

Ma tra poco dove si potrà andare? L’Europa stessa ha permesso l’introduzione dell’eutanasia legale in alcuni Stati membri. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha dimostrato di essere completamente inefficace. Addirittura si rifiuta di ascoltare i casi che le vengono sottoposti. La libera circolazione in Europa per cercare la miglior cura disponibile resta un’utopia irrealizzabile. Noi inglesi tra poco usciremo dall’Europa così saremo ancora “più costretti” a subire questa legge assurda che ci impone di far morire i nostri figli anziché tentare di salvarli.

Ma Alfie non è morto invano… lo ripeto. Alfie ci ha indicato la strada da seguire e noi non ci fermeremo. A breve nascerà la fondazione in suo nome che, con la preziosa collaborazione di Steadfast, continuerà a lottare contro l’eutanasia. È nei nostri progetti presentare al Parlamento inglese una proposta di legge affinché cambino le cose. Non permetteremo più che quello che è capitato a noi succeda ad altri. Aiuteremo le famiglie che dovranno lottare per la vita dei propri cari.

Sono qui oggi per chiederVi di non smettere di lottare per la vita, in memoria di Alfie e nel nome di tutti coloro che, ogni giorno, prima e dopo di lui, si troveranno a fronteggiare chi crede che la morte sia l’unico “migliore interesse”.

Alfie ha dimostrato a tutti che non è così. Spero di avervi fatto percepire almeno in parte la gioia e l’orgoglio che ho provato e provo tutt’ora nell’essere il padre di Alfie. Alfie ha portato solo gioia nelle nostre vite e ci ha donato un piccolo miracolo anche dopo la sua scomparsa, il più prezioso.

Il 6 Agosto io e Kate siamo diventati i genitori di Thomas James, il fratello di Alfie. Avremo per sempre 2 bambini. Alfie ti amiamo.

ROMA, 22 Settembre 2018 – Atreju Discorso di Thomas Evans

Qui la testimonianza sul sito di Steadfast Onlus

Qui la testimonianza sul sito di Universitari per la Vita

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