“Il mistero della donna”

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“Il mistero della donna”

di Jo Croissant

È noto in Italia per essere il “libro feticcio” di Costanza Miriano, che difatti ha impreziosito questa nuova edizione con una sua prefazione. Il merito di aver promosso la riedizione si deve a Giuseppe Signorin, direttore della collana “Uomovivo” della casa editrice Berica. La traduzione è stata affidata a Giovanni Marcotullio, che si è valso dell’amichevole collaborazione di Emiliano Fumaneri.

Il saggio sarà nelle librerie a partire da sabato, festa della Natività di Maria: in anteprima su La Croce anticipiamo, per gentile concessione dell’editore, il testo integrale del settimo capitolo.

Da figlia, diventare sposa

È solo quando la figlia è divenuta sposa, cioè quando il suo corpo, il suo cuore, la sua psiche, sono pronti per il dono, che ella può pensare di essere sposa. Psicologicamente, è il padre che aiuta il bambino a superarsi, a uscire dalla cuna materna dove tende a cercare sicurezza, è lui che gli dà fiducia in sé e il coraggio di affrontare gli ostacoli, di entrare nel mondo degli adulti. Se egli viene meno alla sua missione – sia lasciando il bambino all’iperprotezione della madre, sia aspettandosi da lui più di quanto possa dare, mettendolo continuamente di fronte alla sua incapacità – suo figlio avrà difficoltà a diventare uomo, e sua figlia resterà la “piccolina”… obbediente o ribelle, ma non diventerà una donna.

Ecco perché è così importante per ciascuno vivere questa relazione autentica con Dio Padre che, come abbiamo visto, permette a ciascuno di essere ciò che egli è in verità, senza complessi né aggressività. Se la figlia non è divenuta libera, non è veramente pronta a diventare sposa. Non avendo preso le sue distanze in rapporto all’uomo, ella non può costituire un vero “a tu per tu”. Allora corre seriamente il rischio di passare dall’essere la piccolina obbediente che si conforma a ciò che ci si aspetta da lei per far piacere ai suoi genitori alla moglie totalmente dipendente da suo marito. In questa relazione, che ne sarà del suo insaziabile desiderio di amare?

Perché la sposa è colei che ama

La donna è per natura assetata d’amore. Ha delle idee meravigliose sul matrimonio, sulle relazioni tra gli esseri, ed è completamente destabilizzata quando la realtà non corrisponde a quanto aveva immaginato. Ecco perché deve scoprire le sorgenti che Dio ha messo in lei per assumerle nella propria vocazione di donna e ritrovare la vocazione di sposa che è costitutiva del proprio essere.

La vocazione della donna è davvero una vocazione magnifica. Essere sposa significa anzitutto amare. “Essere sposata” significa uscire da sé stessa per donarsi all’altro. Ma non si può donare se non ciò che si ha, ciò che si è, e se il nostro essere non è finito, compiuto, abitato dalla presenza di Dio che fa la sua pienezza, egli resta sempre nell’attitudine dell’attesa e non in quella del dono.

Giovanni Paolo II fa consistere la vera dignità della persona nel dono disinteressato di sé stessa agli altri. E tutta la nostra vita non è che un cammino d’amore che parte dall’amore di sé per approdare a quello totalmente disinteressato per l’altro; dall’amore che riceve a quello che si dona. Esso conosce dei gradi e noi siamo invitati a entrare nell’avventura dell’amore che si approfondisce, s’intensifica, si purifica, fino al più alto grado – che è quello di dare la propria vita per quelli che si amano. È tutta una progressione che si vive a ogni tappa: in quanto figlia, sposa e madre.

La figlia è tutta tesa nell’accoglienza dello sguardo di Dio, dell’amore di Dio, perché è lui che dà la vita, che plasma l’essere. Quando questo è costituito, allora può entrare in una relazione con l’altro, e già si pregusta il dono all’altro.

Nel Cantico dei Cantici le prime parole dell’amata sono: «Il mio diletto è mio», ed è vero che quando s’incontra l’essere amato si desidera “il diletto per sé”. L’amore è cacciatore, da principio: si cerca di ricondurre tutto a sé, però mano a mano che si approfondisce esso si trasforma: «Il mio diletto è mio e io sono sua» (Ct 2,16). È l’amore condiviso, che riceve e si dà. Di grado in grado, ci si eleva così verso un amore puramente oblativo.

L’amare è davvero proprio alla grazia della donna. Tuttavia, è all’uomo che questo è domandato – come si vede nell’epistola agli Efesini (5,25): «Mariti, amate le vostre mogli». Ma non ha mai detto alle donne: «Amate i vostri mariti». È così naturale… La donna è amore nella sua stessa costituzione: sta sempre là, è sempre presente, sempre in attesa.

La delusione

Il cuore della donna è un abisso: può essere riempito all’infinito, ma se la donna resta centrata su di sé ne viene una catastrofe; sarà sempre sospesa in quell’incessante ricerca che con avidità mendicherà l’amore ovunque crederà di poterlo trovare. Tale richiesta d’affetto mai appagata può condurla a una profonda delusione, a una vera crisi di identità. Eppure è amando che ella trova la propria vera realizzazione, è amando che attira l’amore e diventa amabile.

Tutto in lei è fatto per ricevere l’amore e per donarlo, e per raccoglierne il frutto. Ella porta in sé la potenza più straordinaria che ci sia, e troppo spesso scialacqua tale bene col restare centrata su sé stessa, attendendo di ricevere prima di dare, e così soffoca il dono prezioso che le è proprio.

Come è possibile alla sposa situarsi in una relazione giusta riguardo al proprio sposo? Come può, senza perdersi, realizzare l’immenso bisogno di amare che porta in sé? Ancora una volta la Scrittura ci servirà da guida, perché è lì che Dio ci ha lasciato i suoi segreti e ci rivela i suoi misteri.

Il giardino dell’Eden e la caduta

Se torniamo alla Genesi, è innegabile che l’uomo e la donna siano stati creati l’uno per l’altra. Senza la donna, la creazione sarebbe rimasta incompiuta. Dio voleva per Adamo un aiuto, un “a tu per tu” che gli fosse simile. Ma nessuna creatura poteva corrispondergli. Egli prese dunque parte della carne stessa dell’uomo e delle sue ossa, indicando così una dipendenza così stretta che essi non potessero trovare la propria pienezza se non l’uno mediante l’altra, in un totale dono dell’uno all’altra che li portasse a non essere più che una cosa sola.

Si comprende perciò che l’uomo sia sempre alla ricerca della donna, come se cercasse quella parte di sé stesso che nella Creazione gli era stata tolta; e che la donna aspiri ad essere riunita a colui dal quale ella è stata estratta, senza fusione, senza confusione – altrimenti sarebbe un ritorno al sonno adamitico.

Nel giardino dell’Eden, l’uomo e la donna erano in una costante comunione con Dio. Ricevevano una pienezza d’amore che era il principio stesso della loro unità e che li appagava perfettamente. La loro conoscenza avveniva attraverso lo sguardo di Dio. Era una conoscenza mediata dal cuore. Si conoscono davvero solo quelli che uno ama.

Il senso biblico dell’unione dell’uomo e della donna si traduce con la parola “conoscere”. Conoscersi è un po’ con-nascere, nascere insieme, ricevere insieme e l’uno dall’altro il dono della vita. Conoscere è aprire il proprio cuore e la propria intelligenza ai misteri, significa entrare nella contemplazione delle opere di Dio.

Ma il serpente, geloso di una tale felicità e non potendo sopportare che altri potessero gioire di ciò da cui egli stesso s’era tagliato fuori, introdusse nel cuore di Eva il sospetto sulle intenzioni di Dio, insinuando che egli volesse privarli di qualcosa, e la sorprese mentre Adamo era assente. Egli introdusse il sospetto sulla parola di Dio: Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come lui, conoscendo il bene e il male! Gen 3,5

Questa parola – che è vita e dà la vita – egli volle renderla inefficace facendo dubitare la donna. Uno può chiedersi dove fosse Adamo, in quel momento! Mangiando il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, Eva ha voluto conoscere da sé stessa, senza passare per Dio e senza consultare Adamo. Uscendo dalla sottomissione e tagliandosi fuori dallo sguardo di Dio, ella si è tagliata fuori dalla fonte dell’amore, dalla sorgente della vita, da ciò che faceva la sua pienezza. La conseguenza immediata fu la perdita della vita eterna. Da immortali che erano, sono divenuti mortali. Dio aveva ragione.

Dalla trasparenza all’opacità

Il midraš insegna che prima della caduta Adamo ed Eva erano vestiti da tuniche di luce (kotnot ’or). Essi erano trasparenti davanti a Dio e trasparenti l’uno all’altra; senza segreti, senza retropensieri, nell’innocenza di chi non conosce il male. Ma dopo la caduta Dio fece loro delle tuniche di pelle (kotnot hor), ma l’aleph della parola “luce”, il cui valore numerico equivale a uno, è cambiato nella lettera ayin della parola “pelle”, che equivale a settanta. L’unità originale s’è trasformata in molteplicità, la semplicità in complessità, l’unione in divisione, perturbando per sempre la relazione dell’uomo e della donna che – da dono gratuito e meraviglioso di Dio – sarebbe divenuto campo d’un incessabile contendere.

«Tra due individui, l’armonia non è mai data una volta per tutte, essa deve essere conquistata indefinitamente», constatava Simone de Beauvoir. Il passaggio dalla trasparenza della luce all’opacità della pelle ha fatto dell’unione tra uomo e donna qualcosa da riconquistare, e ha introdotto una dissonanza fra loro, perché Dio era la loro unità e faceva la loro meravigliosa armonia. Allora, quando ebbero paura di Dio, essi fuggirono dal suo sguardo e si ritrovarono l’uno di fronte all’altra. L’uomo è passato dalla meraviglia al rimprovero, e ormai avrebbe diffidato della donna come di colei che può farlo cadere; al contempo sarebbe rimasto sempre alla ricerca di quell’essere meraviglioso che Dio aveva voluto per lui. Quanto alla donna, ella s’è rivolta verso l’uomo, ha riportato su di lui tutta la propria attesa, un’attesa che mai nessuno potrebbe appagare ma che a causa della debolezza di cui aveva appena fatto esperienza la predisponeva ad essere dominata, suo malgrado, e predisponeva l’uomo ad approfittare della propria forza. La rottura con Dio ha così introdotto un rapporto di dominazione tra l’uomo e la donna.

Dalla dominazione alla sottomissione

Quando non è più l’Amore che presiede le relazioni fra gli esseri, bensì la diffidenza, la paura, l’esito non può essere che la dominazione sull’altro. La donna come l’uomo ha il medesimo desiderio di dominare, ma poiché non può farlo con la forza – essendo naturalmente più fragile di costituzione – la sua dominazione è più insidiosa. È con l’inganno che perviene ai propri fini, coscientemente o inconsciamente, e quando ella non impiega la propria energia per essere l’aiuto che Dio ha voluto per l’uomo, bensì opera per conto proprio, può diventare distruttrice. E talvolta – pur con le migliori intenzioni del mondo – ella può perfino impedire all’altro di vivere, come si vede nella seguente testimonianza:

Mi è stato molto difficile ammettere di esercitare su Joël la benché minima dominazione. Lo amavo, questo è certo. Perché avrei cercato di dominarlo? Gli riconoscevo senza esitazioni un sacco di qualità: stabile, riflessivo, di umore costante, fedele, curato, dotato di humour eccetera. Fino al giorno in cui degli amici ci hanno proposto di cercare se non ci fossero nella nostra relazione degli àmbiti di concorrenza; io ne dubitavo e, anzi, da principio trovavo assurda la proposta. Eppure – ed era troppo visibile – mi rendevo conto che credevo di parlare meglio di Joël, più rapidamente, più facilmente, mentre lui sembrava cercare le parole e distillare in lunghi secondi una risposta misurata, pesata, sfumata, che mi faceva ribollire. È questo che mi portava a prendere la parola anche quando ci si rivolgeva a lui, a interromperlo se era troppo lento, a correggere quanto finalmente giungeva a dire.

Cosa più significativa di questa: poiché non potevo contare su di lui per tutto quanto riguardava nomi, date e luoghi di appuntamenti, avevo preso alcune cattive abitudini. Ad esempio controllavo tutto quanto mi diceva al telefono per assicurarmi che non avesse dimenticato qualcosa, gli suggerivo sottovoce le parole che doveva trasmettere; e poi annotavo con cura sulla mia agenda gli appuntamenti, fissandoli io stessa e disponendo del suo tempo senza preoccuparmi di sapere se fosse d’accordo e nemmeno se fosse disponibile.

Per i nomi era lui a rimettersi a me per ricordarglielo quando andavamo in famiglia o a casa di amici. Fu così che inconsciamente lo deresponsabilizzavo, almeno in certi àmbiti, e lo facevo apertamente.

In ultimo, c’è un dominio in cui la donna ha un vero potere: è quello dell’attività sessuale coniugale. Questo potere l’ho lungamente esercitato per paura, per ignoranza per ignavia; è il potere di dire “no”, con ogni sorta di pretesti, più o meno veri: emicranie, ciclo, gravidanza, fatiche di tutti i tipi, priorità mai ben definite e via dicendo. Mio marito, che mi rispettava, non insisteva. Così l’ho rinchiuso nel suo silenzio col suo desiderio di me, con la sua frustrazione, con la sua solitudine e forse anche con l’onta di essere praticamente sempre l’unico a “chiedere”. Fortunatamente c’era il lavoro; lì andava a gonfie vele, esprimeva il massimo delle sue capacità in piena libertà. Forse avrebbe anche prolungato l’orario di lavoro, per sfuggire ancora un poco all’egemonia di sua moglie.

E ancora, in altri àmbiti gli imponevo i miei gusti e le mie volontà; ma soprattuto gli davo sempre meno fiducia, lo costringevo a una posizione di minorità infantile; gli tarpavo le ali. Meno male che abbiamo continuato a pregare insieme ogni giorno, per quanto brevemente, e il Signore ci ha custoditi gelosamente nella sua mano. Egli vegliava! Ma questo è il seguito della nostra storia sacra…

Attualmente la sottomissione e l’obbedienza sono oggetto di un malinteso gravido di conseguenze. Si traduce subito: inibizione, oppressione, dominazione. S’interpreta immediatamente in termini di superiorità e di inferiorità. Si assimilano autorità e potere, e questa sola idea è insopportabile alla donna che intende condurre la propria vita come le pare, senza più subire il giogo dell’uomo.

È raro, per quanto riguarda questo punto fondamentale della relazione fra l’uomo e la donna, che si abbia un’attitudine equilibrata, che ci si dia pena di approfondire la questione andando al di là delle reazioni epidermiche, cercando di comprendere perché Dio – che è buono e che vuole la nostra felicità – abbia ordinato le cose in un modo che apparentemente sembra andare a grave svantaggio della donna.
In realtà non è Dio che l’ha ordinato così, e ciò che noi interpretiamo come una maledizione è di fatto una constatazione della situazione in cui si è posto l’uomo.

Dio non è un mago che, con un colpo di bacchetta magica, ripari tutto ciò che abbiamo rotto in noi escludendoci dalla sua legge d’amore. Egli lascia che ci assumiamo le conseguenze delle nostre colpe ma al contempo è attraverso le conseguenze che ci salva e ci dà una chiave per entrare di nuovo nel paradiso, per ritrovare la felicità di quell’unione con lui che avevamo prima della caduta. È così che nell’ordine della Redenzione si stabilisce una nuova modalità di relazione tra l’uomo e la donna. Quest’ultima ha in essa una parte difficile ordinata alla generazione dell’uomo e dell’umanità.

La corruzione dei due sessi a seguito della caduta ha condotto a un asservimento della donna all’uomo […]. Colei che deve divenire la sua compagna […] deve, con una libera decisione personale, venire in “aiuto” all’uomo e permettergli così di diventare ciò che egli deve essere.

Uscita ufficiale: 8 settembre, Natività di Maria, è già ordinabile su Amazon
“Il mistero della donna”
di Jo Croissant (Autore), Giovanni Marcotullio (Traduttore)
15,00 Euro
Berica editrice
collana “UOMOVIVO – umorismo, vita di coppia, Dio”
Per ordinarlo direttamente: bericaeditrice.it/shop

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Author: Davide Vairani

Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese.
Peccatore da sempre, cattolico per Grazia.
Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.