Stop utero in #affitto, senza se e senza ma

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Stop utero in #affitto, senza se e senza ma

di Davide Vairani

"La Croce" quotidiano, 02 ottobre 2018

#Stop alla pratica dell'utero in #affitto: senza se e senza ma.

Lo chiedono alla comunità internazionale 250 organizzazioni senza scopo di lucro - molte di matrice femminista - di 18 Paesi (e il numero delle adesioni sale).

Tutte hanno aderito al movimento che ha invitato all’Onu e ai governi di tutto il mondo una petizione di moratoria per proibire la maternità "a pagamento" in ogni sua forma.

E' stato il gruppo spagnolo Recav (Red Estatal contra el Alquiler de Vientres - Rete statale contro l’affitto di uteri) a convogliare su di sè questa rete globale contro l'utero in affitto.

In pochi giorni, alle 125 promotrici spagnole si sono unite:

E poi 29 organizzazioni argentine, 6 britanniche, 4 svedesi, 3 messicane, 3 australiane e varie di Stati Uniti, India, Belgio, Germania, Olanda, Canada, Thailandia, Cambogia, Perù e Repubblica Dominicana.

E' la prima volta che una rete geograficamente così vasta si mette insieme per chiedere una moratoria globale contro la pratica dell'utero in affitto.

Ci aveva provato nel 2016 la filosofa Sylviane Agacinski (moglie dell’ex premier socialista Lionel Jospin) insieme alla deputata socialista Laurence Dumont con la "carta per l’abolizione universale della maternità surrogata".

Si erano radunate al Parlamento francese da tutto il mondo per chiedere la messa al bando di "una pratica sociale ingiusta e che lede i diritti fondamentali dell’essere umano".

"Chiediamo alla Francia e agli altri paesi europei di rispettare le convenzioni internazionali per la protezione dei diritti umani e del bambino di cui sono firmatari e di opporsi fermamente a tutte le forme di legalizzazione della maternità surrogata sul piano nazionale e internazionale. Noi chiediamo inoltre, in nome dell’uguale dignità di tutti gli esseri umani, che essi agiscano con fermezza per abolire questa pratica a livello internazionale, in particolare promuovendo la redazione, l’adozione e l’efficace messa in pratica di una convenzione internazionale per l’abolizione della maternità surrogata".

Così recitava il documento firmato a Parigi -nella prestigiosa sede dell'Assemblea nazionale francese - dai rappresentanti di associazioni femministe di vari Paesi di tutto il mondo e la partecipazione del CoRP (Collectif pour le Respect de la Personne), della CADAC (Coordination pour le Droit à l'Avortement et à la Contraception) e della CLF (Coordination Lesbienne en France).

Un’assise che aveva radunato femministe di ogni orientamento sessuale, ricercatrici, giuriste, medici, attiviste e attivisti per i diritti umani. Con un obiettivo comune: rendere fuorilegge la pratica della Gestazione Per Altri, più comunemente dell'utero in affitto, a livello internazionale. Proibire dovunque "una pratica sociale ingiusta e che lede i diritti fondamentali dell’essere umano".

La pagina terza dell’edizione de "La Croce" per mesi - dal 28 gennaio 2015 - era diventata una pagina-manifesto per raccogliere firme per richiedere all’Onu una moratoria mondiale sull’utero in affitto: "I figli non si pagano, gli uteri non si affittano".

"Nel nome di Sushma Pandey, ragazza 17enne indiana morta a causa dei trattamenti ormonali di stimolazione ovarica propedeutici alla fornitura di ovuli per una procedura di utero in affitto acquistata da due ricchi occidentali, i sottoscrittori di questo documento chiedono ai potenti della terra e alle Nazioni Unite di indire una moratoria dell’applicazione delle leggi che consentono di accedere a forme di genitorialità surrogata - l'incipit di quella petizione -.

Nella neolingua di chi pensa che esista un diritto ad avere un figlio, ignorando l’unico vero diritto che è quello di un figlio a non essere considerato un prodotto da acquistare tramite contratto di compravendita oltre a quello di avere un papà e una mamma che non l’hanno ridotto a cosa, alcuni governi hanno consentito al varo di normative che prevedono la 'gestazione di sostegno', la 'gestazione per altri' o, appunto, la 'maternità surrogata'. Sono tutte espressioni che servono a mascherare la realtà dei fatti. Si chiama comunemente utero in affitto, perché questo è: un passaggio di denaro tra un acquirente o locatario e un venditore o locatore, la cui finalità è la consegna alla fine del processo di un 'prodotto' che è però un essere umano. Un bambino".

"Noi firmatari chiediamo alle istanze delle Nazioni Unite preposte al rispetto delle Convenzioni sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione delle donne (CEDAW), sui diritti umani e sui diritti dei bambini, di aprire una procedura volta a raccomandare il divieto della pratica della maternità surrogata in quanto incompatibile con il rispetto dei diritti umani e della dignità delle donne": era il 23 marzo 2017, quando alla Camera dei deputati italiani il movimento "Se non ora quando - Libera" presentava un documento perchè l'Onu vietasse l'utero in affitto.

E oggi?

Poche le associazioni italiane in campo: "Se non ora quando Libere", "Se non ora quando Genova", "Donne e Società", "ArciLesbica", "RadFem Italia", "Rua Resistenza all’utero in affitto".

Spezzoni di quel grande movimento nato il 13 febbraio 2011 da un appello che si concludeva con le parole "Se Non Ora Quando?".

Dal "vietare l'utero in affitto" senza se e senza ma si è passati al "vietare l'utero in affitto" ma solo in cambio di denaro. Qualcuno ha iniziato a mettere le mani avanti, nel nome dello mantra "il corpo è mio e lo gestisco io", simbolo del femminismo sessantottino.

E come allora, in nome di una falsa idea di libertà, il rassemblement si è spaccato. In fondo, prestare il proprio utero non è molto diverso dal donare un rene, ha sentenziato Emma Bonino nei mesi scorsi. La mercificazione del corpo della donna è tale solo se vi è costrizione e sfruttamento: se l'utero non lo affitto, ma lo dono, non solo non vi è traccia di sfruttamento, ma compio pure un gesto altruistico. Dunque, piano con i "senza se e senza ma".

L'arcipelago di movimenti e associazioni "di sinistra" (femministe, per i diritti di gay e lesbiche, etc.) è tornato a dividersi sul tema dell'utero in affitto. Al punto che, quando il Partito Democratico ha nominato due mesi fa' Sergio Lo Giudice a responsabile del Dipartimento tematico dei diritti civili, la polveriera è saltata del tutto.

Francesca Marinaro, ex parlamentare europea e ex senatrice, Francesca Izzo e Licia Conte - tra le fondatrici del Pd - hanno scritto al segretario Maurizio Martina:

“Constatiamo con dolore che il nostro partito, sciogliendo ogni precedente ambiguità, ha fatto la sua scelta con l’affidare il Dipartimento diritti civili a una figura che ha fatto della battaglia per la legalizzazione dell’utero in affitto la propria bandiera identitaria. È stato inviato in tal modo agli iscritti, agli elettori e ai cittadini un messaggio inequivocabile: il Pd ritiene che una pratica inaccettabile rientri nel novero dei diritti civili”.

E se ne sono andate dal partito. Troppo vedere affidare il tema dei diritti civili ad uno come Lo Giudice (ex senatore dem), da sempre convinto sostenitore della maternità surrogata tanto da esservi ricorso due volte insieme a Michele Giarratano, al quale è unito civilmente.

Troppo per le donne piddine che da anni si battono per l’abolizione universale della pratica.

Troppo per le femministe.

"Se Non Ora Quando Libere" aveva sottoscritto insieme ad altre sigle femministe tra cui Arcilesbica Nazionale una lettera di protesta al Pd:

“Sergio Lo Giudice rappresenta una versione distorta dei diritti civili ridotti a bella etichetta per pratiche neoliberali”.

“Mi sembra una polemica fuori luogo e strumentale - la risposta dello stesso Lo Giudice -. La Gpa è tema su cui il Pd ha assunto una posizione formale nel 2016 con una mozione votata da tutto il gruppo alla Camera in cui sostanzialmente su questo tema c’è una situazione molto articolata. E che avrei votato anche io se non fossi stato senatore. Rimane il fatto che bisogna tutelare i figli di due padri e di due madri”.

Fine delle trasmissioni.

E il fronte pro-life di "area cattolica" dov'è finito?

Ora la petizione è stata depositata, in attesa che venga esaminata dalla presidenza dell’Assemblea generale e approvata per essere discussa, Assemblea riunita a New York per il dibattito d’apertura della sua 73esima sessione.

Non sarebbe male se cattolici e laici tornassero a trovare un punto di convergenza su questa battaglia di civiltà. Una battaglia di libertà come questa non ha colori e appartenenze partitiche: se li avesse, sarebbe ideologia, menzogna.

Mettere a disposizione il proprio utero significa libertà e autodeterminazione femminile?. Non c’è realmente autodeterminazione quando a essere sfruttare sono in stragrande maggioranza le donne più povere del mondo. Non c'è libertà quando si pretende di oltrepassare i limiti dell'essere umano. Esistono limiti: la libertà non è infinita, in nome di essa non si può mettere in questione la felicità e la salute di altre donne. Esistono convenzioni internazionali che impongono il rispetto della dignità delle donne e dei bambini, che sono costate lacrime e sangue e che adesso si pretendono di ignorare in nome della libertà.

Le persone non sono cose, gli esseri umani non possono mai essere considerati oggetti, meno che mai i bambini. I figli non si pagano. Il desiderio di avere un figlio è un desiderio naturale che non può travalicare i limiti della natura stessa e mai e poi mai legittima all’attivazione di meccanismi di compravendita che reificano la persona umana. I figli non si passano da un utero all'altro: la maternità surrogata non può essere nemmeno lontanamente considerata un "dono". Perchè un bambino ha diritto ad avere una mamma e un papà.

Non sarebbe male se per una volta - una sola volta - cattolici e laici avessero la sapiente umiltà di andare oltre i reciproci steccati e veti incrociati che impediscono di vedere quando una cosa è buona e giusta. A noi cattolici verrà chiesto conto non solo di ciò che abbiamo fatto, ma anche di ciò che avremmo potuto fare e non abbiamo voluto fare.

Lo chiedo a "La Croce" quotidiano, al "Popolo della Famiglia", al "Forum Nazionale delle Associazioni Famigliari", a "Generazione Famiglia", al "Comitato Nazionale Difendiamo i Nostri Figli", passando per le "ACLI" e la "Caritas", lo chiedo a tutte le realtà del grande mondo cattolico impegnate nelle opere, ai parlamentari italiani, a tutte le donne e gli uomini di buona volontà: sostenete e diffondete questa petizione all'Onu.

Sarà la volta buona?

Di seguito, il testo completo della petizione, testo che potete trovare qui in lingua inglese, spagnola e francese.

"La pratica dell'utero in affitto (detta anche 'maternità surrogata' o 'GPA') è una grave violazione dei diritti e della dignità di donne e bambini. È una forma di sfruttamento riproduttivo delle donne che allo stesso tempo trasforma i neonati in transazioni contrattuali e commerciali.

La pratica dell'utero in affitto mette a rischio l'integrità fisica e psicologica delle donne e annulla il diritto fondamentale delle donne alla filiazione; e per quanto riguarda il bambino, cancella il diritto di conoscere le proprie origini. Infatti, la pratica dell'utero in affitto è lo strumento più diffuso per la tratta di bambini e di donne a scopi riproduttivi, con la realizzazione di profitti da milionari da parte di agenzie e cliniche intermediarie.

La pratica dell'utero in affitto viola i diritti umani fondamentali di donne e bambini contenuti in molte convenzioni e trattati internazionali, come la Convenzione sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW, articolo 3 e 6), la Convenzione sulla schiavitù (articolo 1), la Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia (CIDE, articoli 7, 9 e 35), il Protocollo opzionale alla Convenzione sui diritti dell'infanzia Bambino (sezioni 2a e 3) e il Protocollo alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale (sezione 3a).

Il desiderio di essere padre o di essere madre di bambini con il proprio materiale genetico non è un diritto o un diritto umano. I desideri non diventano automaticamente diritti.

Affittare l'utero in maniera "altruista" non esiste. Non si può chiamare "altruista" una pratica che richiede un contratto firmato in precedenza che prevede di rinunciare ai propri diritti fondamentali in cambio di una "compensazione finanziaria". E' - al contrario - una pratica "meschina ed egoista", che mira a conformare un sistema di "schiavismo riproduttivo" e trasforma i bambini in oggetti di scambio à la carte.

L'industria delle pance affittate opera nei paesi in via di sviluppo praticando le stesse tattiche criminali delle reti di trafficanti e trafficanti. Tattiche che implementano l'identificazione e la cattura delle donne in situazioni di vulnerabilità sociale per sfruttare la loro capacità riproduttiva.

Molti paesi al mondo hanno uno stato di diritto molto debole e la legalizzazione di qualsiasi aspetto della maternità surrogata (che viene appunto considerata "altruista") è di fatto la completa legalizzazione di questa pratica e la legittimazione di sfruttamento riproduttivo delle donne. Questa legalizzazione apre anche la porta allo sfruttamento riproduttivo delle donne da parte delle élites di questi paesi e alle mafie internazionali del traffico di organi e dello sfruttamento dei bambini.

L'industria dell'utero in affitto sta facendo pressioni sui funzionari governativi di tutto il mondo e sulle Nazioni Unite per rendere legale questa pratica. Dietro queste pressioni ci sono solo interessi puramente economici di molte aziende che vogliono mascherare l'elogio dell'utero in affitto in pura e semplice "tecnica di procreazione medicalmente assistita" e pura questione di "libera scelta" delle donne, senza curarsi affatto dei rischi di tale pratica, nonché della situazione di povertà e vulnerabilità delle donne che affittano l'utero.

L'ONU e tre delle sue agenzie stanno cercando di influenzare i governi di tutto il mondo per legalizzare l'elogio dell'utero in affitto (erroneamente detto "altruista"). Queste tre agenzie delle Nazioni Unite sono il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA) e l'Ufficio dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR).

Si ricorda agli Stati che, in base ai propri codici civili e penali e in conformità con i trattati internazionali firmati, non possono e non devono registrare o registrare i bambini nati dal noleggio della pancia, poiché ciò incoraggia la frode alla legge e approva una pratica che viola i diritti umani dei minori e delle donne.

In ragione di quanto sopra evidenziato:

  • Chiediamo a tutti e a ciascun capo di stato e di governo che partecipano alla sessione della 73° Assemblea generale delle Nazioni Unite di pronunciarsi pubblicamente a favore dei diritti umani delle donne e dei bambini e per il divieto mondiale della pratica dell'utero in affitto.
  • Chiediamo a tutti i governi di adottare ogni misura necessaria al fine di perseguire e prevenire la pratica dell'utero in affitto a livello nazionale ed internazionale, in stretta collaborazione intergovernativa e con il ruolo attivo delle ambasciate, consolati e polizia e sistemi giudiziari.
  • Esigiamo che vengano considerate illegali e dunque vengano chiuse agenzie, cliniche e tutte le aziende del settore in ogni Paese del mondo, così come la messa al bando di ogni attività di promozione e diffusione di tale pratica.
  • Esortiamo i governi aderenti alle Nazioni Unite a riconsiderazione i propri contributi finanziari alle agenzie delle Nazioni Unite che agiscono per legalizzare l'utero in affitto (compreso ciò che viene chiamato maternità surrogata  in termini di "altruismo"), vale a dire: il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA con il suo acronimo in inglese) e l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR con il suo acronimo in inglese).
  • Chiediamo con forza a tutti i governi del mondo di dare la priorità alla lotta contro la povertà delle donne e la disuguaglianza di genere, così come aumentare gli sforzi per la promozione e la tutela dei diritti civili, politici, economici, sociali e culturali, tra cui i loro diritti sessuali e riproduttivi.
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Davide Vairani

Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese.
Peccatore da sempre, cattolico per Grazia.
Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.

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