Gli #errori gravi del ddl Pillon

Gli #errori gravi del ddl Pillon

di Paolo Buonaiuto

#LaCroce quotidiano, 16 ottobre 2018

La proposta del senatore leghista raccoglie una repulsione trasversale a tutto l’arco costituzionale: è stata fortemente sottolineata la totale inapplicabilità della mediazione nei casi di alta conflittualità tra le parti e nei casi di violenza domestica. Aumentano le figure con cui i due coniugi in fase di separazione debbono confrontarsi e di tutto paga le spese il minore, che si vorrebbe tutelare.

Il ddl Pillon (atto Senato n. 735) sulle “Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità” è oggetto di un affollatissimo dibattito e di molte, moltissime condivisibili critiche.

Tuttavia nessuna di esse, se non erro, ha colto e perciò censurato un aspetto significativo, eppure passato sotto silenzio: la fine della responsabilità coniugale.

Genitori sì, coniugi meno. Ci tornerò a breve, premettendo, per i non addetti ai lavori, una spiegazione sintetica del progetto di riforma ed evidenziando le principali criticità individuate.

I principali punti della preventivata riforma

Secondo i proponenti la nuova previsione riassegnerebbe centralità a famiglia e genitori, restituendo a questi ultimi (soprattutto ai papà) il diritto di decidere sul futuro dei loro figli, lasciando al giudice una funzione meramente residuale e solo in caso di conflitto irrimediabile ed ove lo esiga l’interesse del minore.

Tutto ciò in accordo con la Risoluzione n. 2079 del 2015, del Consiglio d’Europa, la quale esorta verso l’effettiva uguaglianza dei diritti tra padre e madre nei confronti dei propri figli.

Per chi non avesse avuto ancora modo di leggere il progetto di riforma in una materia così delicata come i conflitti coniugali e le procedure di separazione e divorzio, diciamo che i punti essenziali del progetto di riforma sono essenzialmente quattro.

Il primo riguarda la prevenzione e la soluzione dei conflitti genitoriali con metodi alternativi alla disputa giudiziaria. Meglio non far lavorare troppo i Giudici ed intasare la giustizia, perciò si introducano una serie, varia e variegata, di figure professionali che devono collaborare con i genitori per trovare una soluzione ai loro conflitti e per meglio esercitare la responsabilità genitoriale.

Pertanto ecco la novità della mediazione preventiva obbligatoria presso figure ed organismi riconosciuti, che si affianca (o sostituisce?) alla figura degli avvocati e si pone come previo soggetto interlocutore.

Fallito tale esperimento, vi sarebbe ancora la fase di conciliazione da parte del Presidente del Tribunale, che eventualmente, come spesso avviene, si avvale del sostegno del Servizio Sociale, che indaga prima dell’udienza sulle condizioni ambientali della coppia, sino a svolgere una vera e propria mediazione processuale (mettere d’accordo su casa ed assegni).

Tuttavia, non è escluso che il Presidente (o il Giudice Istruttore) possano predisporre un nuovo percorso di mediazione (genitoriale e/o di coppia). Infine vi è l’introduzione della nuova figura del Coordinatore Genitoriale che assiste i genitori nella fase post-separativa.

Il fine sarebbe di sostenere i genitori sostenendoli ed aiutandoli a trovare le capacità di dialogo e comunicazione.

Caspita, ma se io e mia moglie vogliamo litigare, quante persone debbono interessarsi a noi? Speriamo almeno che vadano d’accordo tra di loro.

Il secondo aspetto riguarda le modalità di garantire la bigenitorialità evidenziandola secondo criteri meramente quantitativi.

Gli strumenti introdotti per favorire tale condizione di “co-parenting” sono quelli di far assurgere a regola il principio del mantenimento diretto (ognuno si mantiene il figlio secondo le sue esigenze ed i tempi di permanenza) sino all’eliminazione del contributo perequativo al mantenimento.

Ciò è favorito dall’adozione di tempi genitoriali tendenzialmente paritetici (non meno di 12 ore settimanali) con la previsione di una doppia casa familiare con un doppio domicilio per i figli.

Ovviamente per far questo (e siamo al terzo punto) è necessario che i genitori, da soli o caodiuvati dalle mille figure di cui sopra, siano in grado di elaborare un piano genitoriale, sul quale si confronteranno per identificare le concrete esigenze dei figli minori e fornire il loro contributo pedagogico e progettuale che presti attenzione a tempi e attività della prole, oltre i relativi capitoli di spesa.

Per favorire infine un impianto del genere, e siamo al quarto punto, è necessario contrastare qualsiasi pressione psicologica da parte di ciascuno dei genitori che possa comportare un fenomeno di rifiuto dell’altro in favore di un maggiore, corretto, nonché armonico, sviluppo psichico e fisico del minore (PALS).

Le criticità condivise

Gli esperti del diritto di famiglia, le associazioni di genitori, gli psicologi, le femministe e comunque i “saggi” in una materia così delicata hanno espresso per lo più numerose su riserve su alcune criticità di ordine sociale, educativo-relazionale e processuale.

È stata fortemente sottolineata la totale inapplicabilità della mediazione nei casi di alta conflittualità tra le parti e nei casi di violenza domestica. Non sono mancate critiche (forse ingenerose) da parte di chi ha ricordato come il Sen. Avv. Pillon sia un mediatore familiare; pur tuttavia è almeno sorprendente che i primi 5 articoli del DDL si occupino dettagliatamente della creazione di tale profilo professionale. Tale soluzione ha in ogni caso diversi oggettivi aspetti negativi: da un lato si obbligano i due ex coniugi che si vogliono separare consensualmente a confrontarsi con più figure professionali; dall’altro vi è pure un notevole aumento dei costi.

C’è poi chi ha ritenuto, con una sorta di ragionevolezza, che la previsione del diritto del figlio di trascorrere con i genitori tempi paritetici o equipollenti in ragione della metà del proprio tempo, compresi i pernottamenti, comprometta gravemente la stabilità dei minori, spostati come pacchi postali, addirittura con due residenze, sacrificando una dimensione qualitativa del tempo con una più mediocremente materiale.

In effetti la cd. bigenitorialità non si misura in tempi, ma in una condivisa assunzione di responsabilità. La stessa progressiva eliminazione dell’assegno perequativo di contribuzione al mantenimento verso il cd. mantenimento diretto necessita come l’elaborazione di un complicatissimo ed elaboratissimo piano genitoriale che richiede una grande capacità comunicativa tra i genitori, prerequisito richiesto ma non pretendibile e neppure semplicemente verificabile, la cui difficoltà di realizzazione ha determinato l’insuccesso della Legge sull’Affido condiviso (54/2006).

Infine, è condivisibile chi resta obiettivamente perplesso nel considerare le previsioni sanzionatorie dell’art. 17, che postulano l’ammissione della contestatissima sindrome di alienazione parentale.

Non è possibile ritenere infatti che il rifiuto di vedere un genitore da parte di un figlio sia automaticamente da ricollegare ad una manipolazione dell’altro. Nella prassi mi sento di condividere questo assunto, essendo frequente che il rifiuto sia sintomatico, soprattutto nella fase dell’adolescenza, dinanzi a comportamenti di abbandono, di violenza familiare, di disinteresse e/o di poca collaborazione del genitore non collocatario.

Obiettivamente mi pare un progetto che cerchi di riequilibrare l’esigenza mediatica dei padri separati, ma non sia particolarmente attento alle vere esigenze dei figli. P.es. si è assolutamente persa l’occasione di riflettere sul difficilissimo caso dell’introduzione della figura terza (il nuovo compagno/a) dinanzi ai delicatissimi profili adolescenziali e/o infantili.

La fine della responsabilità coniugale

Giunto a questo punto vorrei ritornare all’incipit di questo editoriale.

Il Ddl presenta una breve quanto indisturbata disposizione, le cui conseguenze, rappresentano la fine di ogni responsabilità coniugale: l’art. 19.

L’articolo che di fatto elimina le separazioni con richiesta di addebito.

È una novità, motivata dall’esigenza di ridurre il contenzioso processuale.

Ma è una pericolosa novità. Contiene una minacciosa promessa: un’ulteriore e definitivo passo verso una concezione disimpegnata del matrimonio, considerato realtà sociale estremamente fallibile e perciò non più implicante un profilo di responsabilità per chi lo contrae.

Della serie e più semplicemente: poiché è difficile stare insieme, è meglio non assumersi eccessive responsabilità, almeno per quello che ci riguarda.

È la fine del senso stesso dell’etimo “coniuges”, come coloro che nella gioia e nel dolore vivono “sotto lo stesso giogo”.

Proverò a spiegarmi meglio, non lesinando un certo stupore per il senatore Pillon, la cui nota e pubblicizzata “visione del mondo (“la weltanschaung“) avrebbe dovuto probabilmente suggerirgli migliori considerazioni.

L’art. 19 del DDL recita testualmente: “All’articolo 151 del codice civile, il secondo comma è abrogato”.

Che significa?

Sedetevi, perché è estremamente interessante.

Il predetto comma abrogato avverte che “Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio”.

Orbene, eliminando tale comma ne discenderebbe la conseguenza inevitabile dell’eliminazione dei giudizi di separazione giudiziale con richiesta di addebito, quella che un tempo veniva chiamata la “colpa”.

Fino ad oggi, ad esempio, se mi fossi reso colpevole di un conclamato adulterio oppure avessi rifiutato progressivamente l’assistenza morale e materiale verso mia moglie, sino a rendere intollerabile la convivenza, avrei di per sé violato l’art. 143 del Codice Civile, circa i diritti ed i doveri del matrimonio, tra i quali appunto l’obbligo reciproco alla fedeltà, l’assistenza morale e materiale, la collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione.

È pur vero che dagli anni ’70-80, la Giurisprudenza aveva sempre più ristretto il campo di applicazione della violazione di tali obblighi. Si pensi p.es. all’obbligo di coabitazione e persino a quello di fedeltà, ritenuto significativo solo quando l’infedeltà si sia concretata in modo ingiustificabile, pubblico ed in diretto rapporto con l’intollerabilità della convivenza.

Tuttavia, proprio in virtù della permanenza di questa previsione di “addebitabilità” anche per il legislatore civile, il matrimonio gode ancora di uno speciale riconoscimento quale impegno, se non per tutta la vita, come dovrebbe essere per noi cattolici, almeno al rispetto materiale e morale dell’altro coniuge. Per questo, mia moglie (sempre lei!) avrebbe potuto rivolgersi al Tribunale per farmi addebitare la separazione, ove avesse potuto dimostrare che la nostra convivenza per tal siffatto comportamento si era resa intollerabile. Accogliendo eventualmente la sua domanda il giudice mi avrebbe condannato alle spese legali, con conseguenze anche sul diritto ereditario e sotto il profilo di un concorrente probabile ulteriore giudizio per il risarcimento del danno. Insomma mi addebitava una certa responsabilità in virtù del disfacimento di un rapporto istituzionale il cui valore sociale e morale è riconosciuto anche dall’art. 29 della Costituzione.

Mi si dirà che il contenzioso processuale è divenuto oramai insopportabile con richieste di addebito spesso peregrine, defatigatorie e campate per aria. Altrettanto che non sarebbe precluso un giudizio per il risarcimento del danno restando in vigore l’art 143.

Però è indubitabile che il profilo normativo che ora si vuole introdurre, con immediata evidenza, spersonalizza la dimensione coniugale del matrimonio, limitandosi ad una dimensione puramente genitoriale.

È un nuovo passo verso il definitivo tramonto della protezione giuridica del bene coniugale?

Ne dovrei parlare con mia moglie: “mi hai scelto per essere il padre dei miei figli. Come marito farò del mio meglio, ma se non dovessi riuscirci, mi dispiace…”- mi verrebbe da dirle.

Ma sono sicuro che lei mi risponderebbe: “amore deriva da a-mors, non-morte. Tu per me tesoro, non morirai mai…”.

Leggi anche:

Il testo del DDL 735:

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Allegati

Author: Davide Vairani

Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese.
Peccatore da sempre, cattolico per Grazia.
Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.