In bocca al lupo, Mentana

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In bocca al lupo, Mentana

di Davide Vairani

La nascita di un nuovo giornale è sempre da accogliere con entusiastica approvazione ed è quasi una sorta di dovere civico seguirne - almeno - i primi passi.

Un progetto editoriale, una redazione di giornalisti, rubriche e approfondimenti - preparati, masticati e pubblicati - aggiungono infatti un nuovo sguardo di osservazione e giudizio sulla realtà.

Nel tritatutto dell'informazione globalizzata del "fai da te", un giornale è - o almeno dovrebbe essere - un presidio di salvaguardia dall'omologazione, indipendentemente dal conviderne o meno la linea editoriale. 

E' con queste aspettative in testa che ho atteso di compiere il primo click sulla nuova "creatura" web di Enrico Mentana.

Dopo cinque mesi dall’annuncio  e 15mila curriculum scremati, "Open" è ufficialmente online. 

Poco prima delle 6:30 del mattino, è lo stesso direttore del Tg di La7 ad inaugurare la sua nuova creatura:

"Era una scommessa e anche una promessa. Far nascere un giornale direttamente sul web: un triplo salto generazionale, per la tecnologia, per l'età di coloro che sono stati scelti per realizzarlo, e per quella di chi vorremmo lo leggesse, insieme a quanti magari giovani non sono più, ma hanno ancora fame di nuova informazione.

Un post giornale, aperto al nuovo, alle contaminazioni, aperto 24 ore al giorno, aperto ai contributi e alle critiche. OPEN, appunto.

Gratis, e vivendo sulle entrate pubblicitarie. Senza un euro dello Stato, né di aiuti né di provvidenze, in libertà.

Senza pregiudizi e senza tifare né gufare. 

OPEN ha come editore una società senza scopo di lucro. 

Se grazie a chi lo legge intascherà più soldi di quanti il fondatore ha versato, quegli utili saranno reinvestiti nel giornale, per assumere altri giovani e cercare di migliorare la qualità del prodotto.

Da oggi ci proviamo, col vostro aiuto".

Impresa indubbiamente coraggiosa e - per questo motivo - applausi ogni qualvolta si apre un nuovo canale di informazione .

Doppio applauso alle intenzioni:

“L’ambizione è di fare con Open un’informazione libera, verace, senza steccati, che può essere un bene per tutti quanti", scrive Mentana.

Triplo applauso per una delle poche iniziative che vogliono scommettere sui giovani: 

"La generazione degli anni '50 e '60 ha potuto realizzare il sogno di fare i giornalisti, quel che è ormai precluso anche ai più bravi tra i giovani di oggi”. 

“L'obiettivo sarà offrire uno strumento per tutti, anche per chi ha abbandonato o non ha ancora preso la buona abitudine di informarsi con continuità, e soprattutto per quelle nuove generazioni quasi sempre snobbate e ignorate dal sistema Italia. Sarà aperto al nuovo, aperto a tutte le idee, aperto a tutti i contributi.”

Insomma, tutte premesse bene auguranti. 

Cronaca, sport, economia, inchieste ed approfondimenti vari ci sono tutti: grafica un po' spartana, essenziale, ma di indubbio appeal per il target principale cui vuole rivolgersi "Open", i giovani, appunto.

"Le nostre storie" è la rubrica che attira subito la mia attenzione e che - penso - dovrebbe meglio rappresentare la mission di questa nuova testata di informazione.

Clicco.

Sono postati sette articoli: sei di questi hanno per tema il "gender fluid" e uno il diritto al suicidio assistito, almeno così intendo dall'esplicito richiamo nel titolo a Dj Fabo.

Clicco ancora e li scorro uno ad uno.

"Generazione gender fluid: l'identità (sessuale) è mia"è il pezzo che fa da apri pista a quella che viene definita dai giornalisti di "Open" una "inchiesta sul gender fluid", cioè "storie ed emozioni dei giovani italiani che non si identificano nei generi maschile e femminile".  

Ragazzi come Gabe, per i quali "non sono solo il maschile e il femminile a definire la propria identità di genere: c'è un 'terzo genere', una realtà vissuta, da protagonista od osservatore, con sempre più naturalezza da chi ha meno di 25 anni". E' il gender fluid: il "non sentirsi rappresentati da entrambi i generi binari", "il rifiuto dell'appartenenza rigida all’uno o all’altro" (in "Gender fluid, Gabe: 'La mia transizione in un genere non definito'").

"Per me gender fluid vuol dire sentire di non corrispondere al cento per cento né al genere maschile né al genere femminile", racconta Alvaro, venticinque anni, nato e cresciuto a Milano, chelavora in uno studio di fotografia con suo padre. 

"Mentre sorseggia un succo di mirtillo, racconta un'adolescenza di solitudine, spesa a cercare risposte sulla sua identità" (in "Gender fluid, Alvaro: 'Il non binario è la risposta a un'adolescenza di solitudine'").

Marcello, diciannove anni, studia all’Istituto Europeo di Design a Milano. È originario di Trani, cittadina pugliese a meno di un’ora da Bari.

"Il trasferimento ha segnato una svolta nel suo modo di essere, lasciandolo libero di giocare con il suo genere senza dover fare i conti con contesto e pregiudizi" (in "Gender fluid, Marcello: 'I vestiti sono solo pezzi di tessuto'").

La narrazione passa poi a toccare la storia di Elia, trentun'anni, che vive in Liguria e lavora in un supermercato.

"Biologicamente femmina, ha deciso di utilizzare un nome maschile".

"Quando ho scelto di cambiare anche il nome di battesimo, non è stato facile spiegare alla mia famiglia che non volevo diventare un uomo", racconta nel pezzo "Gender fluid, Elia: 'Sono l'unica persona non binaria che io conosca'".

Poi, il pezzo intitolato: "Restituiamo a Dj Fabo il diritto alla bellezza"Una sorta di è un inno alla "morte dignitosa".

Due fotografie di Fabiano: una mamma col suo bambino. "Ma questa non è un'immagine come le altre, come quelle di ogni album di famiglia", si legge.

"Quella mamma si chiama Carmen, il suo piccolo Fabiano. Noi lo abbiamo conosciuto con un diminutivo, e soprattutto quando non c'era più. Se pubblichiamo questa foto di dj Fabo, andato a morire in Svizzera per porre fine a un'ingiustizia, è per restituire a un uomo morto giovane e a sua mamma il diritto alla bellezza.

È un fatto che per lui, Fabo, così come per Piergiorgio Welby, e per altri che si sono trovati rinchiusi in un corpo che non rispondeva più loro, la storia e l'informazione sono state crudeli. Le immagini del loro strazio sono diventate l'emblema di battaglie civili importanti. Per questo è giusto ricordare Fabo come era per chi l'ha messo al mondo e amato.

La Corte costituzionale ha dato tempo fino al prossimo settembre al parlamento per varare una legge sul fine vita e sul suicidio assistito. Non è affatto certo che ce la si farà.

L'emozione e la spinta provocate dalla vicenda di dj Fabo - la cecità, la paralisi, la scelta di morire, il viaggio finale in Svizzera con l'aiuto a infrangere leggi inumane di Marco Cappato - si sono col tempo affievolite.

Ma non tra i giovani.

Al momento della verità sarà un dovere richiamare senatori e deputati a non tirarsi indietro.

Una battaglia anche nel nome di quel soldatone di leva ritratto ancora accanto alla sua mamma, e caduto in difesa della dignità umana".

Che dire?

La storia personale di ciascuno va sempre rispettata e mai giudicata. Non mi permetterei mai di farlo e - dunque - non lo faccio nemmeno questa volta.

"Open" vuole essere un giornale, vuole fare informazione. Raccontare storie di vita è sempre importante, perchè dietro ogni storia c'è una persona che vive, soffre, spera. 

Ma  qui, dove sta la novità, Mentana? Ci ritrovo il solito polpettone che il mainstreaming ci impone ogni giorno spacciandolo per verità assoluta: siamo quello che ci sentiamo di essere e niente e nessuno deve condizionare le nostre scelte, i nostri desideri e le nostre volontà.

Vivere o morire, essere uomo o donna dipendono solo ed esclusivamente da ciascuno di noi e tutti devono potere avere il diritto di potere scegliere quando e come vivere e morire, quando e come essere uomo o donna o tutti e due o nessuno dei due.

Saranno anche le storie di giovani (e sono certo che lo siano), ma non basta "dare la voce ai giovani" per fare un giornale, per fare informazione.

In bocca al lupo, Mentana.

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Author: Davide Vairani

Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese.
Peccatore da sempre, cattolico per Grazia.
Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.