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206 giorni senza Padre Gigi #Maccalli

di Davide Vairani

“Easter Workshippers". Letteralmente “adoratori della Pasqua”, come ci dice il Cambrige Dictionary, suggerendone l'utilizzo per indicare nella sostanza "fedeli che si recano in Chiesa per le celebrazioni pasquali", insomma "cristiani".

In realtà, a nessuno nel mondo anglosassone passarebbe per la testa di ricorrere ad un tale bizzarro ed ambiguo accostamento di termini: "Christians", molto più semplice e chiaro.

Non staremmo qui a discettare di semantica, se non fosse per il bailamme che ha scatenato sui social la scelta di utilizzare tale locuzione  da parte di Barack Obama e Hillary Clinton - in due tweet a breve distanza temporale l'uno dall'altro - per commentare l’atroce strage di matrice islamista compiuta in Sri Lanka.

“Easterworkshippers”adoratori della Pasqua, suona un po’ come “adoratori” di un culto primitivo, esotico, eccentrico, minoritario, come un insieme di persone da guardare con distacco misto a curiosità.

Perchè - dunque - l'ex presidente degli Stati Uniti, Obama, e la quasi presidente USA, Illary Clinton, hanno scelto proprio questa locuzione, in una occasione oltrettutto tragica e in un contesto temporale così importante per i cristiani quale è la Pasqua?

Non lasciamoci trascinare dalle spiegazioni (apparentemente) più semplici, perchè la realtà è più complessa della nostra esigenza di rendere tutto smart.

“Easter Workshippers” non è un neologismo da acrivere alla cristianofobia che da troppi anni viene perseguita dalle istituzioni internazionali per autogiustificare l'inerzia di fronte ai continui massacri di cristiani in terre governate da maggioranza musulmane.

O - almeno - non c'è solo questo.

Come si affretta a sottolineare "Open" di Enrico Mentana con uno dei suoi giornalisti (si veda: "Il significato di 'Easter worshippers» e i cristiani. L'inutile polemica contro Obama e Clinton", di David Puente, 23 aprile 2019"Barack Obama e Hillary Clinton non si sono inventati un nuovo termine e non hanno evitato di citare i credenti della religione cristiana colpiti all'interno dei luoghi di culto negli attentati in Sri Lanka".

"Il significato del termine easter workshippers è quello di 'credenti che hanno celebrato la Pasqua cristiana in un luogo di culto', sintetizzato in due parole, un riferimento più che evidente nei confronti di coloro che celebrano la festività seguendo la cerimonia religiosa rispetto ad altri credenti che invece la passano altrove" - scrive David Puente - . Non è una definizione affatto nuova e fa riferimento proprio ai credenti cristiani che festeggiano la Pasqua.

Cerchiamo di riassumere: la parola 'Worshippers' identifica coloro che vanno a una cerimonia religiosa o a un luogo di culto ('someone who goes to a religious ceremony to worship God'); la parola 'Easter' identifica la Pasqua cristiana ('a Christian religious holiday to celebrate Jesus Christ's return to life after he was killed', così come nell'inglese americano 'a Christian religious holiday that celebrates Jesus Christ’s return to life')".

E prosegue nel suo puntiglioso articolo con citazioni varie per dimostrare che "oltre a citare i credenti di religione cristiana" i due principali esponenti Dem americani "hanno fatto riferimento anche ai turisti e viaggiatori che si trovavano nei luoghi colpiti dagli attentatori e che potrebbero non essere per forza dei credenti. 

Come al solito, "la polemica" viene "avviata da un'area dei credenti cristiani" per motivazione "tipicamente politica", scrive "Open".

Stia tranquillo Mentana, noi credenti cristiani siamo un po' più intelligenti di quanto creda lui e non ci lasciamo inscatolare in contrapposizioni di natura politica Trump-Clinton, Democratici-Repubblicani, Sinistra-Destra, perchè qui la questione è più complessa ed esige spiegazioni più adeguate.

Non mi convince fino in fondo la spiegazione che fornisce Corrado Ocone su "Formiche.net" (si veda: "Se il politicamente corretto di Obama e Clinton dimentica i cristiani", di Corrado Ocone, "Formiche.net", 22 aprile 2019), per il quale la scelta di tale locuzione non sarebbe altro che "il risultato di un progetto culturale-politico ben preciso di cui Obama e Hilary sono stati e sono, all’una tempo, espressione e autori eminenti. Effetto e causa".

"Questo progetto, che ha trovato espressione in una quantità di leggi e regolamenti sotto la presidenza Obama, e che non poco spiega il voto per reazione dato dagli americani a Donald Trump, è il 'politicamente corretto', espressione compiuta del pensiero radicale e liberal nel momento del suo apogeo. - scrive Ocone -. Un pensiero che, colto nella sua essenza più profonda, è, nonostante in molti pensino il contrario, profondamente illiberale e antioccidentale.

Prima di tutto, perché, nel momento in cui pone nel discorso pubblico e politico il tema di una presunta 'correttezza' e 'moralità', tende ad escludere i diversamente senzienti e pensanti e a porsi come 'pensiero unico'.

Secondariamente, perché, in nome di una astratta ragione e morale, depotenzia dall’interno la mostra identità e la nostra morale, cioè quegli elementi che in un travaglio storico plurisecolare, plasmato in quasi ogni sua parte dal cristianesimo, ci hanno portato alla democrazia, al liberalismo e alla laicità (cioè in concreta alla separazione del potere politico da quello religioso).

Ciò è particolarmente pericoloso nel momento in cui altre civiltà, fra cui quella islamica, non solo nelle sue espressioni più radicali, vuole prendersi una rivincita storica nei nostri confronti. Il rischio, anzi già quasi la realtà, è di farci trovare disarmati a questo appuntamento con la storia. Se prima noi non crediamo alla nostra Storia e ai nostri valori, perché gli altri dovrebbero rispettarci?

Non è forse il relativismo acuì siamo giunti prima ancora che il nostro essere 'infedeli' che arma la mano dell’islamismo politico e in genere quella di ogni nemico della nostra civiltà? Che dialogo alla pari possiamo intraprendere con gli altri se non abbiamo più una nostra identità o ci vergogniamo di essa

L’impressione è che prima che dal nemico esterno, l’Occidente sia oggi aggredito da un nemico interno che ne sta lentamente corrodendo i valori e l’essenza.

Mi sembra che, in quest’ottica, il neologismo usato da Obama e Clinton sia indicativo di un certo modo di pensare e della gravità non sempre percepita (e non a caso) dei tempi che stiamo vivendo".

C'è molto di vero in ciò che scrive Ocone, ma ho la sensazione che occorra fare uno sforzo e andare ancora più a fondo.

Don Mauro Leonardi su "AGI" propende per una spiegazione incentrata su dinamiche di politica interna americana (si veda: "Gli sconcertanti tweet di Obama e della Clinton sulla strage in Sri Lanka", di don Mauro Leonardi, "AGI", 22 aprile 2019).

"Perchè fa così Obama? Evidentemente perché teme che i musulmani da cui spera di raccogliere i voti si infastidiscano anche solo a sentire che venga fatto il nome di 'cristiano' e per ciò preferisce usare un giro di parole" - scrive don Leonardi.

L'ex presidente degli Usa e il suo ex segretario di Stato chiamano le vittime degli attentati non "cristiani" ma "adoratori della Pasqua", a differenza dei musulmani che hanno condannato l'attentato.

"Gli 'Easter worshippers' con i quali i due potenti americani solidarizzano infatti, sono semplicemente quelli che 'rendono culto nel giorno di Pasqua'; cioè, detto semplicemente, sono quelli che si trovavano dentro l'edificio di culto il giorno di Pasqua, e cioè quelli che vanno a Messa il giorno di Pasqua - scrive don Leonardi - . I due tweet sono quindi addirittura peggio di come sembrano. Essi sono qualcosa come: ci rammarichiamo con i musulmani 'buoni' perché i musulmani 'cattivi' hanno ucciso quelli che erano in Chiesa il giorno di Pasqua".

Don Leonardi riprende nel suo argomentare le osservazioni di Mohamad Tawhid, "un Imam australiano che ha studiato nelle scuole sciite prima dell'Iran e poi dell'Iraq, e che ha da sempre preso posizioni molto nette a favore della pace dedicando le sue migliori energie a dare forza a un Islam ragionevole e riformista".

"Tawhid, insomma, da attento studioso del rispetto religioso in tutte le sue dimensioni, vuole farci riflettere su qualcosa di molto importante - conlcude don Leonardi su "AGI" - . Mentre alcuni musulmani fanno strage di cristiani perché li ritengono in una tale continuità con la loro storia da reputarli colpevoli delle crociate, chi governa il mondo ora, mentre chiama gli adoratori di Allah 'musulmani', descrivere i cristiani solo come frequentatori di templi senza ritenere neppure meritevole delle loro scelte dare nome alla loro Fede e ciò perfino quando dare il culto della propria Fede li ha portati ad essere vittime di una strage".

Ciò che è accaduto in Sri Lanka è più complesso.

Sei esplosioni simultanee nella mattinata di Pasqua, e altre due più tardi, che hanno colpito tre chiese, tre hotel di lusso e un piccolo albergo.

Secondo le forze dell'ordine locali, ad agire domenica sono stati 7 kamikaze. I gruppii jihadisti locali, avrebbero agito con l'aiuto di una rete internazionale. E in giornata è poi arrivata la rivendicazione dell'Isis. C'è anche un'inchiesta sul perché non siano state prese più precauzioni da parte della polizia dopo un avvertimento dell'11 aprile quando un'agenzia di intelligence straniera aveva riferito che l'NTJ aveva pianificato attacchi suicidi contro le chiese.

Ieri si è verificata una nuova esplosione nei pressi di una chiesa della capitale Colombo. La detonazione è avvenuta in un furgone, mentre gli artificieri stavano cercando di disinnescare l'ordigno. Inoltre sono stati trovati 87 detonatori a basso potenziale esplosivo nella Bastian Mawatha Private Bus Station a Pettah, un quartiere della capitale Colombo.

E domenica sera un altro ordigno esplosivo è stato trovato e disinnescato su una strada di accesso all'aeroporto internazionale vicino la capitale Colombo.

Martedì mattina il ministro della Difesa Ruwan Wijewardene aveva detto in Parlamento che secondo le prime indagini gli attacchi "sono stati compiuti come ritorsione dopo quello di Christchurch", la strage delle moschee dello scorso marzo in Nuova Zelanda.

Intanto, il bilancio delle vittime del massacro  continua ad aggravarsi: 321 morti, di cui 45 bambini, secondo l'Unicef, e più di 500 feriti. Nella Chiesa di San Sebastiano, a Negombo, nel nord della città, martedì mattina sono cominciati i primi funerali di massa delle vittime.

Il governo ha dichiarato il lutto nazionale e lo stato di emergenza, dopo aver già introdotto il coprifuoco dalle 8 di sera alle 4 del mattino, mentre le forze dell'ordine hanno arrestato 40 persone sospettate di aver avuto un ruolo nell'organizzazione degli attentati.

"Un intricata rete di interessi contrapposti sta strangolando lo Sri Lanka - scrive Valter Maccantelli su "Alleanza Cattolica" (si veda: "Dentro il groviglio dello Sri Lanka" , 22 aprile 2019) - . India, Cina e Pakistan ne sono i protagonisti principali, anche se magari il lavoro sporco viene poi affidato a comparse locali o estemporanee.

"La pista jihadista è  tutt’altro che improbabile, ma da sola non rende giustizia alla straordinaria complessità dei giochi che si svolgono sopra e attorno questo Stato insulare nel bel mezzo dell’Oceano Indiano, complessità sviluppatasi nell’ultimo decennio e rimasta ai margini dell’attenzione mediatica.

Molte cronache fanno oggi riferimento alla guerra civile fra il governo centrale e la minoranza separatista Tamil, ma questo scontro si è concluso quasi dieci anni fa e, probabilmente, è del tutto estraneo ai fatti.

Tre sono invece gli scenari principali che potrebbero avere un collegamento con questa ondata di violenza: quello religioso, quello politico interno e quello geopolitico.

Gli attentati dei giorni scorsi hanno colpito due obbiettivi: la minoranza cristiana e i visitatori stranieri. Il doppio obbiettivo rimanda direttamente ai tre ultrafondamentalismi nazional-religiosi che stanno prendendo piede nell’area: islamico, hindu e buddhista.

Il trend positivo del fondamentalismo islamico nella regione viene del resto alimentato dal fatto che, in questo quadrante di mondo, i musulmani appartengono alla categoria delle minoranze discriminate e perseguitate dal radicalismo hindu e buddhista.

Tipico è il caso della minoranza Rohingya nel Myanmar.

Questa situazione fornisce cioè argomenti forti al fondamentalismo internazionale, che se ne serve per una chiamata allo jihad in difesa dei fratelli perseguitati.

Molte sono insomma le ganasce che potrebbero aver stritolato gli incolpevoli cristiani che quella mattina sono andati in chiesa per incontrare la Resurrezione e invece, per mano di ignoti assassini, hanno trovato la morte".

Perchè - dunque - l'ex presidente degli Stati Uniti, Obama, e la quasi presidente USA, Illary Clinton, hanno scelto proprio questa locuzione, in una occasione oltrettutto tragica e in un contesto temporale così importante per i cristiani quale è la Pasqua?

Ho la sensazione che Lucandrea Massaro abbia centrato appieno la risposta.

"Il tema è più sensibile e più complesso e la scelta delle parole non è casuale - scrive Massaro su "Aleteia" (si veda: "Perché 'libertà di fede' e 'libertà religiosa' non sono davvero sinonimi", di Lucandrea Massaro, "Aleteia", 23 aprile 2019).

I tweet di Obama e Hillary Clinton dopo la strage di cristiani in Sri Lanka sui 'Easter Worshippers' aprono ad un tema vero: le religioni che spazio devono avere nella società?

"La scelta delle parole non è casuale e non è nemmeno una caduta accidentale essendo stata scelta da entrambi i leader democratici che vivono la politica repubblicana come quella del 'partito che fa le cose per i cristiani e le chiese' e che – per contraltare – determina una speculare politica religiosa per i Dem americani: noi siamo le 'vittime' di questa politica (o di questa retorica) - scrive Massaro - .

Che dunque non sia casuale come uso delle parole, è abbastanza evidente.

Del resto ai tempi di Hillary Clinton segretario di Stato americano (qualcosa di più di un ministro degli esteri in Italia), i tentativi di cambiare la terminologia relativa alla libertà religiosa cambiando da “freedom of religion” a “freedom of worship” sono stati numerosi, come ricorda Pasquale Annicchino, ricercatore ed esperto giurista che all’epoca ha discusso più volte di questo tema con il Dipartimento di Stato.

Annicchino ricorda come lui e i suoi colleghi abbiano spiegato ai funzionari che quel cambiamento avrebbe minato la possibilità di riconoscere – in aree difficili del mondo – la possibilità per i fedeli di organizzarsi in chiese riconosciute, essere quindi formazioni sociali visibili con dei diritti e la possibilità di incidere nel dibattito sociale.

La dicitura “freedom of worship”, il diritto di credere, rientra esclusivamente nel foro interno, nei diritti della propria coscienza, ma è solo se si persegue e si difende la “freedom of religion” che è possibile legittimare le conversioni pubbliche, difendere i luoghi di culto, i diritti delle famiglie ad una istruzione religiosa per i figli.

Una decisione del genere in politica estera sarebbe funzionale ad una analoga in patria, che limiti uno dei capisaldi della cultura americana, la vitalità delle chiese (tutte le chiese) nel dibattito politico".

"Essi cercano difendere una idea di lungo periodo che releghi la religione alla sfera della libertà di parola, ma non a quella di legittimo comprimario nel discorso pubblico, qualcosa di già noto in Europa, ma molto meno negli USA, dove il pluralismo sociale è dovuto anche ad un differente sviluppo della modernità nel ‘700, dove il tema dirimente non è 'chi ha il potere', ma 'come faccio ad evitare che il potere si concentri'" - conclude Massaro.

Non cadiamo nelle trappole semplicistiche che troppi vogliono propinarci.

Lo scrivo anzitutto per me e per chi - come me - crede che la fede in Cristo doni la Grazia di uno sguardo libero su di sè e sul mondo, uno sguardo nel quale tutta la ragione nelle sue facoltà viene esaltata alla sua massima espressione, uno sguardo capace di un giudizio non "di parte, ma da ogni parte", uno sguardo catholicon, universale, perchè non ha padroni nè ideologie da difendere. Uno sguardo libero non per fede, ma a causa della fede in Cristo.

Troppi vorrebbero tirare la giacca ai cristiani e costringerci a schierarci o di qua o di là, in una sorta di chiamata alla guerra santa dell'Occidente cristiano contro il feroce Saladino e l'invasione islamica, chiamata alla quale se non rispondi "presente!" non sei un vero cristiano.

«Vorrei esprimere nuovamente la mia fraterna vicinanza al popolo dello Sri Lanka. Sono molto vicino al cardinale Malcolm Ranjith Patabendige e a tutta la Chiesa di Colombo. Prego per le numerosissime vittime» e invito a «non esitare a dare tutto l'aiuto necessario. Auspico altrettanto che tutti condannino questi atti terroristici disumani e mai giustificabili» ha detto il Papa al Regina Coeli del giorno di Pasquetta.

Al termine dell'Incontro Interreligioso ad Abu Dhabi la firma del Documento sulla "Fratellanza Umana" di Papa Francesco e del Grande Imam di Al- Azhar. Gisotti: "Ad Abu Dhabi, Francesco e Al-Tayyib hanno indicato insieme una via di pace e riconciliazione su cui possono camminare tutti gli uomini di buona volontà, non solo cristiani e musulmani"

Pubblichiamo la riflessione di Kamel Abderrahmani, giovane studioso musulmano. (Traduzione a cura di AsiaNews).

Nella domenica di Pasqua, la festività più importante per i fedeli che commemorano la risurrezione di Gesù e che il Nuovo Testamento pone due giorni dopo la Passione – ovvero “il terzo giorno” – la barbarie anticristiana è tornata a colpire con forza in Sri Lanka. Una serie di attentati ha causato la morte di 310 persone ed il ferimento di almeno altre 500. Alberghi e chiese dove i fedeli, cattolici e protestanti, celebravano la messa sono divenute bersaglio per le sanguinarie forze islamiste. È una barbarie che agisce a volto scoperto. Non direi che questo gruppo non rappresenti l'islam, piuttosto ne rappresenta fedelmente una visione tra le altre: un islam ispirato a contesti storici contrastanti e testi spazio-temporali che non sono più validi.

Se tali atti sono commessi in nome del loro islam, nulla può sorprendermi perché questa religiosità superficiale di facciata è una malattia, una piaga e una macchina da guerra. Dico ‘questo loro islam’ perché il mio e quello di altri come me è diverso. È fede e spiritualità e rimane all’interno del dominio privato. Inoltre, noi siamo le prime vittime di questa visione medievale, ignorante e oscurantista della religione.

Dobbiamo attribuire alle cose il loro vero nome: quanto è appena accaduto in Sri Lanka è un atto di terrorismo islamico anticristiano. ‘Anticristiano’ perché non è la prima volta che i seguaci di Gesù subiscono tali atrocità solo perché sono cristiani. Lo abbiamo già visto con i copti e anche gli yazidi, giustiziati e cacciati in esilio dall'oscurantista Stato diabolico chiamato islamico. Non dobbiamo più tacere.

Oggi viviamo in un mondo malato, sofferente e che non ispira pace o convivenza. Un mondo in cui tutte le diverse comunità sono prese di mira: i cristiani in Sri Lanka, i musulmani in Nuova Zelanda e gli ebrei a Pittsburgh (Usa). Atti che ho denunciato e che continuo a condannare con fermezza e in modo assoluto.

Per chi non ne fosse a conoscenza, nel 2018 i cristiani sono stati la comunità religiosa più perseguitata al mondo. E se le cose continueranno così, è chiaro che nel 2019 l’oppressione nei loro confronti rischia di non placarsi a causa di tutti questi cristiano-fobici che, appartenenti ad altre fedi o anche senza religione, non smettono mai di insultarli o accanirsi sulle loro proprietà.

In quanto musulmano, considero i cristiani per quello che sono realmente: credenti che hanno la cultura del perdono e dell'amore, soprattutto nel giorno di Pasqua. Nonostante la risurrezione domenica si sia tramutata in morte, sono sicuro che essi manterranno intatta la loro fede e il loro amore; che l'odio non troverà posto nei loro cuori, pieni della grazia e dell'amore di Dio.

Unisco la mia umile voce a quella dei musulmani che come me hanno voluto esprimere la loro solidarietà e le loro condoglianze ai cristiani. Possa l'amore di Dio raccoglierci, nonostante vi siano persone che vogliono disunirci e seminare guerra tra noi. Parlo di quanti sono come me e voi, che credono nella convivenza e che lavorano per costruire ponti di amicizia e fratellanza tra diverse religioni e culture.

“Easterworkshippers”: letteralmente “adoratori della Pasqua”, come ci dice il Cambrige Dictionary.

Suona un po’ come “adoratori” di un culto primitivo, esotico, eccentrico, minoritario: come un insieme di persone da guardare con distacco misto a curiosità.

E' il termine che hanno utilizzato Barack Obama e Hillary Clinton - in due tweet a breve distanza temporale l'uno dall'altro - per commentare l’atroce strage di matrice islamista compiuta in Sri Lanka.

Non ci sono dubbi ormai che la mano terroristica appartenga ad uno dei tanti gruppi islamisti che seminano morte in nome di Allah. Lo Stato Islamico, attraverso la sua agenzia di propaganda, Amaq, ha infatti rivendicato gli attentati di Pasqua nello Sri Lanka che hanno causato almeno 321 morti, senza tuttavia fornire alcuna prova del suo coinvolgimento diretto.

Martedì mattina il ministro della Difesa Ruwan Wijewardene aveva detto in Parlamento che secondo le prime indagini gli attacchi "sono stati compiuti come ritorsione dopo quello di Christchurch", la strage delle moschee dello scorso marzo in Nuova Zelanda.

Il governo aveva anche rivelato che due gruppi islamisti locali sono sospettati dell'attentato: oltre al National Thawheed Jamaat, il cui nome era già circolato nelle scorse ore, ci sarebbe anche il Jammiyathul Millathu Ibrahim.

Il bilancio delle vittime del massacro  continua ad aggravarsi: 321 morti, di cui 45 bambini, secondo l'Unicef, e più di 500 feriti. Nella Chiesa di San Sebastiano, a Negombo, nel nord della città, martedì mattina sono cominciati i primi funerali di massa delle vittime.

Il governo ha dichiarato il lutto nazionale e lo stato di emergenza, dopo aver già introdotto il coprifuoco dalle 8 di sera alle 4 del mattino, mentre le forze dell'ordine hanno arrestato 40 persone sospettate di aver avuto un ruolo nell'organizzazione degli attentati.

“Easterworkshippers” - adoratori della Pasqua - non sarà nè un neologismo e neppure la volontà scientemente studiata per citare i credenti della religione cristiana colpiti all'interno dei luoghi di culto negli attentati in Sri Lanka senza usare il termine "cristiani", come si affretta a precisare "Open" di Enrico Mentana con uno dei suoi giornalisti (si veda: "Il significato di 'Easter worshippers» e i cristiani. L'inutile polemica contro Obama e Clinton", di David Puente, 23 aprile 2019)

"Barack Obama e Hillary Clinton non si sono inventati un nuovo termine e non hanno evitato di citare i credenti della religione cristiana colpiti all'interno dei luoghi di culto negli attentati in Sri Lanka, annota il giornalista di "Open".

Anzi, al contrario, i due principali esponenti del partito democratico americano hanno scelto il termine più appropriato: "Il significato del termine easter workshippers è quello di 'credenti che hanno celebrato la Pasqua cristiana in un luogo di culto', sintetizzato in due parole, un riferimento più che evidente nei confronti di coloro che celebrano la festività seguendo la cerimonia religiosa rispetto ad altri credenti che invece la passano altrove.
Non è una definizione affatto nuova e fa riferimento proprio ai credenti cristiani che festeggiano la Pasqua.

Cerchiamo di riassumere:
la parola 'Worshippers' identifica coloro che vanno a una cerimonia religiosa o a un luogo di culto ('someone who goes to a religious ceremony to worship God');
la parola 'Easter' identifica la Pasqua cristiana ('a Christian religious holiday to celebrate Jesus Christ's return to life after he was killed', così come nell'inglese americano 'a Christian religious holiday that celebrates Jesus Christ’s return to life')".

Come al solito "la polemica avviata da un'area dei credenti cristiani è tipicamente politica avendo di fronte una definizione che risulta corretta nei confronti di coloro, in quanto cristiani, festeggiano la Pasqua, e per coloro che si trovavano nel luogo degli attentati in quanto turisti".

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Il grande inganno

Il grande inganno

di Davide Vairani

“Quattro anni fa, ho scritto sulle pagine del ‘The New York Times’ circa la mia decisione di vivere come una donna.
Ho scritto che avevo voluto scegliere di vivere ‘autenticamente, come la donna che sono sempre stata’ e che avevo ‘efficacemente scambiato il mio privilegio di maschio bianco per diventare una delle minoranze più odiate d'America, i 'transgender'.
Tre anni fa, ho deciso che non sarei mai più stato né maschio né femmina ma non-binario.
E ho fatto notizia, dopo che un giudice dell'Oregon ha accettato di identificarmi come terzo sesso, nè maschio e nè femmina.
Ora, voglio vivere di nuovo come l'uomo che sono.
(...)
Sono uno dei fortunati. Nonostante abbia partecipato al transgenderismo medico per sei anni, il mio corpo è ancora intatto.
La maggior parte delle persone che desistono dalle identità transgender, dopo i cambiamenti di genere non possono dire lo stesso.
Ma questo non vuol dire che ne sia uscito indenne.
La mia psiche è eternamente sfregiata e ho una serie di problemi di salute dal grande esperimento medico”.

Ha urgenza di parlare James Clifford Shupe. Ha urgenza di esporsi pubblicamente, perchè chi abbia voglia di ascoltarlo comprenda come agisce il "grande inganno".

Il grande inganno del suo viaggio nel transgenderismo verso il non-binario e, infine, il ritorno al maschile.

Con i pesanti strascichi che questo dannato viaggio gli ha appiccicato addosso.

Shupe, classe 1963, cresciuto nel Maryland meridionale, si sposa con Sandy nel 1987, insieme hanno una figlia. Ha servito l'esercito degli Stati Uniti per 18 anni, ricevendo un certo numero di decorazioni militari e si è ritirato nel 2000 con la qualifica di sergente di prima classe.

Troverete in queste righe parole piene di dolore, ma sono le parole che James ha voluto consegnare in due articoli al “Daily Signal” dell'Heritage Foundation.

26 Maggio 2015. James Clifford Shupe cambia il proprio nome e diventa Jamie Shupe, la "donna" che voleva essere a tutti i costi.

La sua storia di trasformazione finisce sul "The Times" e in breve tempo la notizia diventa virale: James Clifford - ora Jamie - viene acclamato come una rock star dal mondo lgtb e transgeder americano.

"Dopo enorme dolore emotivo, ricerca interiore e ispirazione dalle donne militari che ci sono arrivate prima di me, ho iniziato il mio viaggio nel 2013, all'età di 49 anni - scriveva solo quattro anni fa -.

Dovevo decidere se avrei iniziato a vivere autenticamente come la donna che sono sempre stato o restare in silenzio e rimanere sepolto come il maschio che non sono per i miei familiari.

Mentre mi sono liberato dalla miseria della disforia di genere, ho scambiato quel sollievo per l'abuso e l'ira di un pubblico spesso spietato, che sta solo cominciando a capire la mia situazione.

Ho effettivamente scambiato il mio privilegio di maschio bianco per diventare una delle minoranze più odiate d'America.

I documenti della mia illustre carriera militare non riflettono più il mio nome.

Ora mi chiamo Jamie e vivo in un mondo dove politici e gruppi religiosi radicali e conservatori attaccano abitualmente la mia stessa esistenza con una legislazione che mi nega i diritti umani fondamentali.

Sono una donna transgender. I miei diritti civili sono fragili.

Vivo nella paura quotidiana in un paese che rivendica la leadership mondiale.  E i miei fratelli e sorelle trans sono costretti a servire la loro nazione in silenzio".

Il 10 giugno 2016 a Portland, nell'Oregon, Jamie Shupe è diventata la prima persona negli Stati Uniti ad essere legalmente riconosciuta come "non binario": né uomo e né donna.

Il 1° novembre 2016, Jamie Shupe è diventata la prima persona nella storia di Washington a ricevere un documento ufficiale con un sesso diverso da quello maschile o femminile: all’anagrafe segnato con una X, 'sesso sconosciuto', dopo che un giudice dell’Oregon ha stabilito che esiste il ‘terzo sesso’, né uomo e né donna.

15 Marzo 2019. James Clifford Shupe - oggi - racconta pubblicamente gli accadimenti della sua vita in quesgli anni, con lo sguardo amaro di chi ha compreso solo dopo il meccanismo infernale del grande inganno.

Lo racconta con dovizia di particolari e su ciascuno si sofferma a sottolinearne la devastazione che ha provocato nel suo animo e nel suo corpo.

“Dopo aver convinto me stesso che ero una donna, durante una grave crisi di salute mentale, ho incontrato un infermiere professionista, all'inizio del 2013, e le ho chiesto una prescrizione ormonale - scrive sul “Daily Signal” -.

‘Se non mi dai la droga, li comprerò da internet’, ho minacciato. Anche se non mi aveva mai incontrato prima, l'infermiera ha telefonato subito per ottenere una prescrizione medica di 2 mg. di estrogeni per via orale e 200 mg. di Spironolattone".

Lo Spironolattone viene impiegato per combattere produzioni eccessive dell'ormone aldosterone, bassi livelli di potassio, scompenso cardiaco ed edema associato a diverse condizioni, per esempio malattie epatiche o renali. Inoltre, viene somministrato da solo o in concomitanza con altri medicinali nel trattamento della pressione alta e, associato ad altri farmaci, in quello della pubertà precoce e della miastenia gravis. Infine, può essere utile in alcuni casi di irsutismo – ndr.

"L'infermiera ha ignorato che io ho un disturbo cronico da stress post-traumatico, dopo aver prestato servizio militare per quasi 18 anni. Tutti i miei dottori oggi sono d'accordo su questo. Altri ritengono che io abbia un disturbo bipolare e, probabilmente, un disturbo di personalità borderline. 

Avrei dovuto essere fermato, ma l'attivismo transgender - fuori controllo - aveva reso l'infermiera troppo spaventata per dirmi di no. Avevo imparato come diventare una donna dai documenti medici online nel sito web del Department of Veterans Affairs hospital.

Dopo aver iniziato a consumare cross-sex hormones, ho iniziato la terapia presso una clinica di genere a Pittsburgh, in modo che potessi convincere le persone a farmi certificare gli interventi chirurgici per diventare transgender di cui allora pensavo di avere bisogno per essere me stesso.

Tutto quello che dovevo fare era passare nel corpo il mio carburante ormonale per potere ottenere che il mio pene si trasformasse in una vagina.

Così sarei diventato uguale a qualsiasi altra donna.

Questa è la fantasia che la comunità transgender mi ha venduto.

È la bugia che ho comprato e alla quale ho creduto.

Solo una terapeuta ha cercato di impedirmi di infilarmi in questo buco nero.

Quando l'ha fatto, non solo l'hanno licenziata, ma anche denunciata.

'È un guardiano', ha detto la comunità trans".

Di fronte ad una persona con evidenti problemi multi-fattoriali, nessun medico ha voluto guardare James per ciò che era in quel momento.

Diagnosi pre-confezionata: disforia di genere.

La cura per lui pre-confezionata: diventa a tutti gli effetti la femmina che è in te.

Trasformare il suo corpo sessualmente maschile in un corpo "femminile".

Il grande inganno non lascia spazio ad altre ipotesi di diagnosi.

Il grande inganno è diventato un totem che non permette alcuna critica.

Chi osa dissentire viene eliminato, come è accaduto a quella terapeuta di cui ci ha narrato James: licenziata e poi denunciata.

"La mia storia del trauma assomiglia a un passaggio lungo l'Autostrada della Morte durante la prima guerra del Golfo".

L'autostrada della morte è il soprannome dato ad una superstrada che porta dalla capitale del Kuwait, Kuwait City, verso l'Iraq in direzione di Bassora. Durante la Guerra del Golfo, nella notte tra il 26 e il 27 febbraio 1991 le unità dell'esercito regolare iracheno in ritirata lungo la via di comunicazione furono attaccate e completamente distrutte dagli aerei statunitensi.

Il suo nome ufficiale è Autostrada 80: parte da Kuwait City e giunge fino alle città di confine di Abdali (in Kuwait) e Safwan (in Iraq), proseguendo poi per Bàssora. La strada venne riasfaltata alla fine degli anni novanta e fu utilizzata nelle prime fasi dell'invasione statunitense dell'Iraq nel 2003 dalle forze statunitensi ed inglesi .

"Da bambino, sono stato abusato sessualmente da un parente maschio. I miei genitori mi hanno picchiato duramente: non volevano in casa una femminuccia. A questo punto, sono stato esposto a così tanta violenza che non so come spiegare il fatto che io sia ancora vivo. Né so come elaborare mentalmente alcune delle cose che ho visto e vissuto".

" I ciarlatani della comunità medica - prosegue - mi hanno nascosto nel bagno delle donne con le mogli e le figlie della gente. 'La tua identità di genere è di sesso femminile', hanno detto questi presunti professionisti. Gli stigmatismi professionali contro la 'terapia di conversione' avevano reso impossibile per il terapeuta mettere in discussione le mie motivazioni per voler cambiare il mio sesso".

"Traumi, ipersessualità dovuti a abusi sessuali infantili e autoginefilia dovrebbero essere bandiere rosse per coloro che sono coinvolti nelle arti mediche della psicologia, della psichiatria e della medicina fisica, eppure nessuno, tranne che per l'unico terapeuta di Pittsburgh, ha mai cercato di impedirmi di cambiare il mio sesso.

Mi hanno semplicemente aiutato a farmi del male.

La sinistra liberale continua a spingere la sua agenda radicale contro i valori americani.

La buona notizia è che c'è una soluzione".

"Transgender è un aggettivo. Non è un nome. Non esiste davvero. Tutta questa faccenda dell'identità di genere è una frode. È una finzione legale.

E le persone devono iniziare a rendersene conto. Potrebbe essere una grande moda in questo momento, ma le persone stanno facendo cambiamenti ai loro corpi che non puoi tornare indietro. Sono così incredibilmente fortunato che l'ho fatto in età avanzata.

Non ho perso il lavoro a causa di ciò. Non so come, ma non ho perso il mio matrimonio a causa di ciò. Ho una figlia, di cui sono molto grato.

"Le persone stanno semplicemente distruggendo le loro vite, credendo che queste transizioni di genere siano reali.

E poi finiscono per avere dei brutti anni da adulti, quando tutto crolla.

Nel gennaio 2019, incapace di far avanzare la frode per un altro singolo giorno, reclamai il mio sesso di nascita maschile.

Il peso della menzogna sulla mia coscienza era più pesante del valore della fama che avevo guadagnato partecipando a questa elaborata truffa.

Due false identità di genere non potevano nascondere la verità della mia realtà biologica.

Non esiste un terzo sesso o un terzo sesso. 

Ho fatto la mia parte nel portare avanti questa grande illusione.

Non sono la vittima qui.

Mia moglie, mia figlia e i contribuenti americani sono ... sono le vere vittime".

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Un caffè in #compagnia: Settimana Santa 2019

S. Galdino; S. Atanasia; B. Sabrina Petrilli

Giovedì Santo

Es 12,1-8.11-14; Sal 115; 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15

Sette sono le frasi pronunciate da Gesù sul patibolo della Croce.

Messe in fila, paiono spezzoni giustapposti senza alcun nesso logico.

Eppure, una lettura meditata e attenta non può non cogliere una sostanziale unità di fondo che dà alle sette frasi quasi la parvenza di un testamento finale da parte del Cristo.

Scorrendole una ad una si odono risuonare in esse i contenuti peculiari dell’annuncio evangelico, che vedono il loro culmine proprio nella Pasqua di Gesù.

«DONNA, ECCO TUO FIGLIO! … ECCO TUA MADRE!»

Tutto il tumulto della più tragica giornata della storia sembra ora placarsi.

Sulla vetta del Golgota verso sera spiccano soltanto tre persone, tre esili figure: Gesù agonizzante, la Madre e Giovanni, il discepolo dal cuore vergine, capace di amare con totalità di dedizione, senza paura di morirne.

Come Maria. E si distinguono ormai soltanto alcune brevi parole: brevi ma intense, essenziali, cariche di potenza creatrice, perché cariche d’amore: «Donna, ecco tuo figlio!… Ecco tua madre!».

La consegna della Madre al discepolo è il supremo testamento d’amore lasciatoci da Gesù. Nelle tenebre del Venerdì Santo una luce rifulge; in un raccapricciante scenario di morte avviene un mirabile atto creativo. Maria rappresenta qui la nuova Eva dalla quale nasce una prole nuova: la stirpe dei figli di Dio. Donna, ecco tuo figlio!

Mentre sta presso la croce e consuma nel cuore l’immenso dolore della Passione del Figlio, dal Figlio stesso Maria è investita di una maternità spirituale e universale che la rende davvero grande più di ogni altra creatura.

Diventa madre di tutta l’umanità, perché – come dice sant’Agostino – Gesù, in forza del suo amore, essendo unico presso il Padre non ha voluto rimanere solo (cfr. Discorsi, 194,3).

Ecco tua madre! Quale pegno e quale responsabilità!

Giovanni la prende con sé per riceverne le cure quale figlio, ma anche per averne cura come di una madre cui è dovuto immenso amore, profonda riverenza e devozione.

Da questo momento Maria è la Madre della Chiesa; è la nostra Madre nella misura in cui noi instauriamo con Gesù una relazione vitale, prendendo parte al suo mistero di redenzione come membra del suo stesso corpo. La nostra vita ha quindi le sue radici nella croce di Gesù, nella stabilità di Maria, nella fedeltà di Giovanni.

Siamo nati là, in quell’ora, dal cuore trafitto di Cristo e siamo stati affidati da lui al cuore della Madre.

Così siamo nati quali figli di Dio e siamo nati anche come Chiesa; perciò siamo nati anche come madri, perché Maria è Madre e Figlia della Chiesa, com’è Madre e Figlia del suo Figlio.

Affidati a lei, riceviamo a nostra volta in lei e da lei la santa Chiesa; la riceviamo come Madre da amare, da onorare; la riceviamo per darle ascolto, per obbedire ai suoi suggerimenti, per camminare con la sua guida nella via della luce quali veri figli di Dio.

Meditazione di Madre Anna Maria Canopi

+ Dal Vangelo secondo Giovanni 13,1-15

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.

Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita.

Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto.

Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».

Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

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#Vincent: tra vita e morte

#Vincent: tra vita e morte

di Davide Vairani

Tra pochi giorni, il Consiglio di Stato francese dovrà esprimere il proprio parere, o meglio, la sua decisione circa la procedura di arresto dei trattamenti vitali di Vincent Lambert decisa dall'Ospedale di Châlons-en-Champagne e confermata dal tribunale amministrativo della stessa città.

L'udienza (la prima) si è svolta venerdì 29 marzo 2019 e i giudici amministrativi supremi si sono concessi tre settimane per esprimere il loro giudizio.

Giudizio che può spaziare dall'accettazione della cessazione delle cure (e quindi condannare a morte di Vincent Lambert) alla raccomandazione di trasferire Vincent Lambert in un istituto specializzato che abbia l'esperienza e la competenza per prendersi cura del suo stato semi-relazionale (coscienza minima), stato nel quale vivono circa 1.700 persone in Francia.

I giudici amministrativi - che vengono dall’École nationale d'administration (il grande ente responsabile della formazione dell'alta funzione pubblica francese voluto da De Guaulle) - non sono ovviamente preparati a fornire un parere che avrà l'effetto di decidere la vita o la morte di una persona.

Del resto, anche se lo fossero, sarebbero formati "scolasticamente", non sarebbero mai preparati umanamente, perché nessuno può essere preparato a pianificare la morte, nemmeno i medici, le cui previsioni a volte sono fuorvianti.

Aspettando la morte.

Ogni essere umano, fin dalla nascita, attende la sua morte, in qualche modo ce la mette in conto.

Perché è - quasi - l'unica cosa certa che riguardi il nostro futuro terreno. L’attesa della morte rende la vita a volte molto assurda, deprimente o futile, ma – fortunatamente -, se questa sensazione, questa conoscenza intima e definitiva, questa garanzia che non vi è alcuna garanzia, ritorna regolarmente, la vita prevale sempre e, con essa, una certa noncuranza che alla fine si rifiuta di anticipare il futuro.

Per non sapere (o simulare di sapere) che alla fine dalla strada ci sarà sempre un cimitero o un crematorio.

Anche chi possiede una fede incrollabile nell’esistenza di una vita infinita dopo la morte, sono certo che almeno una volta nella propria vita ci ha fatto i conti con questa attesa della morte.

A me – almeno – accade molto spesso.

Nella vita quotidiana accade molto più spesso di quanto immaginiamo di vedere la morte d’appresso.

Se ci pensate, ci sono dati molti modi di fare i conti con la morte.

Ci sono persone che vedono la morte molto vicino a loro per una questione anagrafica. Per le persone di una certa età (tipo intorno agli 80 anni?), possiamo dire che la loro fine terrena non sia molto lontana. Certo, alcuni possono vivere a volte oltre 100 anni e in questi venti anni che potrebbero vivere (e che dipenderanno molto dal loro stato di salute) potrebbero assistere al divenire di un mondo tutto nuovo e diverso: nuove generazioni, forse i pronipoti, tecnologie evolute.

Può essere eccitante avere davanti del tempo in attesa della morte. Purché - ovviamente - non si abbiano nel frattempo problemi di salute, ma questi problemi, purtroppo, possiamo anche incontrarli da giovani, anche da molto giovani.

E questa è probabilmente la seconda categoria di persone che vedono la loro morte avvicinarsi rapidamente: penso in particolare a coloro che sono malati, la cui condizione di salute mostra impietosamente il count-down, mostra che sono come "condannati a morire" (brutto termine, perché nessun dottore può realmente conoscere il futuro).

L’altro giorno hanno comunicato ufficialmente ad una mia carissima vicina di casa “quattro mesi di vita”. Ha 87 anni, allettata alla Casa di Riposo, lucidissima.

Cancro. La sua prima reazione è stata pensare con preoccupazione a quale vestito indossare per il suo funerale.

Quando ti vieni a trovare in una situazione simile è possibile che questa condizione di vita diventi intollerabile per l'ammalato.

Non entro nel merito di giudizio, ma è per questo motivo che il legislatore francese ha adottato, quasi all'unanimità diverse leggi sul fine vita

L'ultima è la legge Claeys-Leonetti, promulgata il 2 febbraio 2016, oggetto di dibattiti infiniti nella società francese e in attesa di essere revisionata dal Governo francese.

L’attuale legislazione francese propone quali princìpi cardine la lotta contro la sofferenza e la libertà del paziente di decidere se curarsi o meno nelle situazioni particolarmente critiche e previa valutazione medico-clinica.

Per combattere la sofferenza esistono le cure palliative, che richiedono risorse economiche di bilancio e che rispondono alla grande maggioranza delle situazioni difficili.

Troppo poco conosciute e diffuse nel sistema sanitario francese.

Per altre situazioni, la legge prevede la possibilità di una sedazione profonda e continua che permette al paziente di "addormentarsi" senza violare barriere morali e senza violare il Giuramento di Ippocrate, vale a dire senza dare deliberatamente la morte. Facendo entrare il paziente nelle migliori condizioni possibili, cioè senza soffrire.

Altre situazioni, ovviamente, suggeriscono che la morte potrebbe essere di lì a venire, indipendentemente dalle condizioni di salute.

Per capirci, la situazione di uno come Serge Atlaoiu, condannato a morte per un crimine, in una prigione di Jakarta, che afferma di non aver commesso alcun reato (traffico di droga) e di aver esaurito tutti i suoi possibili rimedi giudiziari in un Paese nel quale vige la pena di morte per reati come questo. E’ la situazione più generale per tutti i condannati a morte, che sono più o meno in attesa della loro grazia o della loro esecuzione. È anche il caso di situazioni di guerra, di crimine, ostaggi, ecc., dove la morte violenta può accadere rapidamente.

Vincent Lambert – lui - non si trova in nessuna delle situazioni sopra descritte.

Perché è vivo, non è alla fine della sua vita, in condizioni cliniche di “fine vita”.

Sono passati sei anni da quando alcune persone avrebbero voluto interrompere la sua vita smettendo di alimentarla e idratarla (la prima procedura di arresto è datata 10 aprile 2013) e questa procedura è stata messa in atto con il pretesto che Vincent fosse “en fin de vie”.

Con il senno di poi è chiaro che Vincent non si trovasse in condizione di fine vita, perché vive ancora, nonostante tutto, nonostante diverse settimane senza cibo (mai una persona ha dimostrato di resistere così tanto in una tale situazione). Vincent sta aggrappato alla vita, non è nelle più ottimali condizioni di salute, ma vive.

E non è soltanto perché ha persone intorno a lui che vogliono aiutarlo, accompagnarlo e che lo amano.

Alcuni sostenitori della legge Claeys-Leonetti spiegano che se questa legge non fosse applicabile a Vincent Lambert, sarebbe inevitabile che presto o tardi arrivi una nuova legge che legalizzi l'eutanasia in Francia, perché significherebbe che la legge attuale non sarebbe più sufficiente per rispondere alle situazioni complicate come quella in cui si trova Vincent Lambert,

Trovo questo tipo di posizione (espressa per esempio da uno degli autori della legge, Jean Leonetti, attuale vicepresidente de “Les Républicains”, il partito gollista e liberal-conservatore francese, nel PPE europeo) particolarmente malsana, per almeno due ragioni.

La prima è che Vincent Lambert è una persona e come tale unica e ciò che verrà deciso in merito alla sua situazione, al suo futuro, alle sue opportunità di miglioramento della vita, è unico, specifico e non dovrebbe mai essere preso come modello o da esempio per farne un affaire generale.

Per certi versi è il rischio dell'eco mediatico: la situazione di Vincent è strumentalizzata da entrambe le parti, sia da coloro che ne chiedono la “cessazione delle cure” come da coloro che ne chiedono il loro mantenimento.

È inevitabilmente strumentalizzabile, perché volutamente mediatizzata.

Sarà fatto anche dai tribunali, perché questa situazione costituirà un precedente importante per la giurisprudenza francese, qualsiasi decisione essi prenderanno.

La seconda ragione, in sostanza, è che questa affermazione è falsa. Il problema non sta nelle modalità con le quali interrompere una vita dolorosa che deve essere interrotta a tutti i costi in base a qualche procedura o a qualche interpretazione di legge. La legge attuale consente di sedare profondamente, senza far soffrire la persona interessata.

Il problema è altrove: è nella libertà del paziente, il che significa che per esercitarlo, deve essere in grado di esprimere chiaramente la propria volontà.

Vincent non ha mai espresso nulla in merito, né prima dell'incidente (il 20 settembre 2008) né tanto meno dopo, perchè il suo stato fisiologico non gli consente di parlare o scrivere o fare cenni chiari con capo.

Vincent non ha redatto direttive anticipate, non ha designato alcuna persona fidata, come invece viene espressamente richiesto dalla legge attuale perché si possa parlare di sedazione profonda in maniera legale.

Certamente ora ha un tutore, sua moglie, ma questo non riguarda il campo del fine vita: il fatto di essere un tutore non si applica a questa legge Claeys-Leonetti, ma piuttosto a possibili affari amministrativi e finanziari, materiali.

Il problema è che la famiglia, l'entourage a lui molto vicino, non è d'accordo sul futuro di Vincent.

Sua moglie vuole interrompere le cure, i suoi genitori ne vogliono il mantenimento e il trasferimento di Vincent in un'unità specialistica che conosca la situazione molto specifica di Vincent (diverse strutture hanno già offerto di aprire le loro porte).

Diciamolo con franchezza ed onestà: nessuna legge può risolvere una mancanza di consenso familiare.

Possiamo pensare ciò che vogliamo.

Possiamo pensare – ad esempio – che i genitori di Vincent si oppongano perché sono dei cattolici fondamentalisti, oppure semplicemente che si oppongano perché sono genitori amorevoli nei confronti del loro figlio.

Possiamo anche pensare che la moglie di Vincent voglia staccare la spina a Vincent per poter ricostruirsi una vita, oppure che lo faccia perché non riesce a sopportare il dolore di assistere ad una situazione di vita così fragile da fargli dire che suo marito è ormai solo un corpo senza vita.

Possiamo pensarla come meglio riteniamo e possiamo anche ritenere che entrambe le posizioni siano comprensibili ed abbiano un fondo di verità.

Ma tutto questo non potrebbe giustificare l'interruzione delle cure per Vincent Lambert.

Rispondendo alle domande della giornalista Cecilia Bouanchaud il 10 giugno 2015 su “Europe 1”, il dottor Eric Kariger (colui che per primo ha avviato una procedura di sospensione delle cure per Vincent) stigmatizzò duramente la messa in onda televisiva di un breve video amatoriale girato con un cellulare da un amico di Vincent e disse:

"Si chiama manipolazione. Ho le lacrime agli occhi. È doloroso, è drammatico. È soprattutto irrispettoso per il paziente, per sua moglie e sua figlia, che non possono piangere”.

La mediatizzazione implica necessariamente una parte di strumentalizzazione e, quindi, di manipolazione da entrambe le parti.

Ciò che è drammatico - e la reazione di cui sopra del dottor Eric Kariger ne è chiaro esempio - è che lui parla di "lutto" come se Vincent fosse già morto.

È sicuro, anzi certissimo, che i parenti prossimi di persone in gravi condizioni di vita vivano un inferno: è un cambiamento radicale della vita, una trasformazione che devasta i progetti di vita, che è pesante da portare, che può anche far morire di crepacuore, ma il punto non sta qui.

La questione di fondo non è sostenere che per rimuovere le tragiche condizioni di vita di persone care si debba rimuovere la persona medesima.

È il rispetto per la persona umana e per la dignità umana che vi sono coinvolte.

La legge sul fine vita francese è per alleviare il dolore delle persone alla fine della vita, non per alleviare la coscienza dei propri cari, facilitare le loro vite devastate psicologicamente e materialmente da questa dipendenza della persona amata.

Una legge che – tra l’altro - dovrebbe fornire supporto psicologico ai caregiver, anche se troppo spesso questa parte della legge non viene applicata.

Non è il momento di piangere.

Vincent lo ha dimostrato per sei anni. Vive e probabilmente è anche in grado di vivere a lungo.

È ancora giovane. Gli esperti medici richiesti dal tribunale amministrativo nel novembre 2018 conclusero che Vincent non soffriva, che la sua vita non era in una condizione di "ostinazione irragionevole", nonostante l'irreversibilità osservata del suo stato di minima coscienza (ma questo è in realtà incerto, nessuno specialista serio è disposto a dare affermazioni definitive in questo settore).

E’ questo il tempo per fare di tutto perchè la vita di Vincent sia la più confortevole possibile.

Permettere che possa lasciare la sua stanza nella quale è attualmente rinchiuso. Che possa beneficiare delle cure di fisioterapia. Che possa muoversi su una sedia a rotelle, camminare in un giardino, vedere la vita. Che possa godere di tutte le cure di cui ha bisogno e che, ovviamente, questo ospedale di Chalons-en-Champagne non gli fornisce, perché non è competente nel campo delle sue patologie.

Questo è il motivo per cui la decisione del Consiglio di Stato è attesa con impazienza da familiari e amici.

La vita di Vincent non può rimanere così com'è.

Ma lo stato non può permettersi, nella sua regale onnipotenza, di fermare la sua vita.

Il principio di solidarietà è, al contrario, proteggere i più fragili, non sacrificarli.