Sul passatempo di manomettere le parole del Papa

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Sul passatempo di manomettere le parole del Papa
di Davide Vairani, #LaCroce quotidiano, 08 gennaio 2018

Negli ultimi giorni del 2018, Papa Francesco ha fatto tre affermazioni che hanno suscitato più di un fiorire di mal di pancia: dapprima ha detto che Maria non è nata santa ma lo è diventata - perché santi non si nasce ma si diventa -; poi che il cristianesimo è rivoluzionario ed infine ha affermato che è meglio essere atei piuttosto che andare in Chiesa e poi comportarsi male.

Copia e incolla dai titoloni di giornale, sia chiaro. Così come le hanno riportate effettivamente non possono che condurre in una direzione: vi sarebbero indizi sufficienti per dubitare dell'eterodossia del Vicario di Pietro.

In un colpo solo, Papa Francesco smonta il cuore del cattolicesimo: via tutta la traditio mariologica (abrogate le “quattro parole” su Maria, la Theotókos, “Madre di Dio”; la Kecharitoméne, “colmata (da Dio) di grazia”; la Aeipárthenos, “sempre vergine” e la Kóimesis, la dormitio, assunta direttamente in cielo); via la Resurrezione di Cristo e la Salvezza eterna, perchè se Gesù è venuto per far rivoluzione, allora davvero ha vinto la modernità con il suo "Dio è morto", la progressiva ateizzazione della società dall'illuminismo ad oggi, il suo razionalismo, nichilismo e relativismo, con il conseguente "suicidio della rivoluzione" di delnociana memoria. La fede, così, diventa un’etichetta inutile, della quale alla fine sbarazzarsi o tenerne qualche valore, non la lampada per illuminare il reale e ciò che da sotto, spesso nascostamente, lo muove.

Qualcuno potrebbe obiettarmi una dialettica interpretativa esagerata e caricaturale, in fondo basata su titoli di giornale che - si sa - hanno indubbiamente il dono della sintesi ma peccano per mancanza di esaustività. Qualcun altro potrebbe - inoltre - obiettarmi la mancanza di un corretto metodo interpretativo: il metodo per giudicare è dettato sempre dall'oggetto, non da ciò che - pregiudizialmente - voglio che l'oggetto da indagare mi rimandi.

Che cosa ha - dunque - affermato davvero Papa Francesco?

L'occasione è data dalla catechesi sul "Padre Nostro" che Papa Francesco enuncia nella prima udienza del 2019.

"Beati i poveri, i miti, i misericordiosi, le persone umili di cuore…"- sottolinea il Papa, evidenziando il fatto che Matteo nel suo vangelo collochi il Padre Nostro nel contesto del discorso della montagna, delle Beatitudini. Qui sta la rivoluzione del Vangelo: "Questa è la rivoluzione del Vangelo. Dove c’è il Vangelo, c’è rivoluzione". Perchè usa il termine "rivoluzione"? Lo spiega subito dopo: "Il Vangelo non lascia quieto, ci spinge: è rivoluzionario. Tutte le persone capaci di amore, gli operatori di pace che fino ad allora erano finiti ai margini della storia, sono invece i costruttori del Regno di Dio. È come se Gesù dicesse: avanti voi che portate nel cuore il mistero di un Dio che ha rivelato la sua onnipotenza nell’amore e nel perdono!".

Il Vangelo impone da sè una rivoluzione nella storia, porta una cosa nuova:

"La Legge non deve essere abolita ma ha bisogno di una nuova interpretazione, che la riconduca al suo senso originario. Se una persona ha il cuore buono, predisposto all’amore, allora comprende che ogni parola di Dio deve essere incarnata fino alle sue ultime conseguenze. L’amore non ha confini: si può amare il proprio coniuge, il proprio amico e perfino il proprio nemico con una prospettiva del tutto nuova". La rivoluzione è Cristo incarnato. In Lui, nel Figlio di Dio che si è fatto carne, tutto acquista una consistenza ed un sapore nuovo. "Ecco il grande segreto che sta alla base di tutto il discorso della montagna: siate figli del Padre vostro che è nei cieli".

Ma è il passaggio successivo - a mio parere - il cuore dell'intervento di Papa Francesco:

"Apparentemente questi capitoli del Vangelo di Matteo sembrano essere un discorso morale, sembrano evocare un’etica così esigente da apparire impraticabile, e invece scopriamo che sono soprattutto un discorso teologico. Il cristiano non è uno che si impegna ad essere più buono degli altri: sa di essere peccatore come tutti. Il cristiano semplicemente è l’uomo che sosta davanti al nuovo Roveto Ardente, alla rivelazione di un Dio che non porta l’enigma di un nome impronunciabile, ma che chiede ai suoi figli di invocarlo con il nome di 'Padre', di lasciarsi rinnovare dalla sua potenza e di riflettere un raggio della sua bontà per questo mondo così assetato di bene, così in attesa di belle notizie".

Cristo non è venuto per un'etica, ma per rivoluzionare la nostra vita integralmente, in tutte le dimensioni che essa (la vita) esige di essere vissuta: nella famiglia, nella società, in politica, nel lavoro, a scuola.
Cosa altro può significare la frase che il Papa utilizza ("ogni parola di Dio deve essere incarnata fino alle sue ultime conseguenze") se non il fatto che "il cuore della nostra proposta è [...] l’annuncio di un avvenimento accaduto, che sorprende gli uomini allo stesso modo in cui, duemila anni fa, l’annuncio degli angeli a Betlemme sorprese dei poveri pastori. Un avvenimento che accade, prima di ogni considerazione sull’uomo religioso o non religioso" (don Giussani, in "Un avvenimento di vita, cioè una storia", Edit-Il Sabato, Roma-Milano 1993, p. 38)?

Le parole che usa Papa Francesco evocano in me - con prepotente urgenza di attualità - quanto don Luigi Giussani ha detto e fatto a partire dal '68.

Da qui provo a prendere il largo nel cercare di comprendere il senso delle parole del Papa.

"C’è un unico vero delitto - scriveva nel 1985 in 'Dio ha bisogno degli uomini' -, la dimenticanza del Dio che ha avuto bisogno di noi, che ha bisogno di noi. 'Sento che la mia nave – dice un buon poeta spagnolo, Juan Ramòn Jiménez – ha urtato là sul fondo in qualcosa di grande'. La nostra nave che sta navigando per l’Oceano della vita ha urtato là, sul fondo, in qualcosa di grande: Dio presente. E nulla accade. Nulla, quiete, onde. Tutto come prima, tutto è già accaduto e siamo già tranquilli nel diverso, ci siamo già rassegnati? Io auguro a me e a voi di non stare mai tranquilli, mai più tranquilli".

"Il Vangelo non lascia quieto, ci spinge: è rivoluzionario", ci ha ricordato Papa Francesco nei testi che stiamo provando a comprendere. Usa quasi gli stessi termini.

In una delle ultime interviste rilasciate poco prima di morire, don Giussani così rispondeva a Renato Farina sul perchè "questo hic et nunc, il qui ed ora (dell'avvenimento di Cristo), non è avvertito?" ("Parlare al sangue che bolle. Un don Giussani maestoso e tremendo", di Renato Farina, "Tempi", 17 gennaio 2016):

"Si tramanda un discorso corretto e pulito, alcune regole su come essere cristiani e uomini. Ma senza amore, senza il riconoscimento del Mistero vivificante, il singolo si spegne e muore – risponde Giussani -. La nostra speranza, la salvezza di Cristo non può essere qualcosa che abbiamo letto e sappiamo ripetere bene. Un discorso più o meno edificante o moralistico, ecco, a questo viene ridotto spesso l’annuncio. Bisognerebbe ribollire… Invece il mondo lo si lascia naufragare senza pastore… Non si comprende questo: ciò che risulta utile davvero è quanto investe il popolo e per cui il popolo è esaltato. Cioè l’unità come visibile segno di questo Mistero-Carità. Questo Mistero ha investito ed investe hic et nunc (qui, ora!) un popolo che talvolta non ha neanche più i suoi capi che se ne accorgono… Altrimenti essi accorrerebbero irruenti a mostrare e dimostrare la salvezza di Cristo".

La rivoluzione di Cristo non è di natura etica: "invece scopriamo che (i versetti di Marco) sono soprattutto un discorso teologico", dice Papa Francesco. Hanno cioè a che fare con il Destino che è Presenza già qui e ora. E che per essere Presenza attrattiva (cioè incidente) abbisogna necessariamente che i cattolici si sveglino dal torpore nel quale sono da troppi decenni immersi.

Occorre una rivoluzione.

Quando si usa il termine "rivoluzione" anche noi cattolici cadiamo nelle trappole della modernità che continuiamo a non voler sfidare realmente. Pensiamo ad esempio alla rivoluzione del '68, cioè ad una fase storica che ha potentemente coinvolto anche il nostro Paese nella quale l'imperativo era quello di distruggere tutto ciò che fino al giorno prima era stato costruito nel nome dell'idea di libertà dell'uomo da ogni retaggio e sovrastrutture che per secoli lo hanno soffocato (in primis Dio, Chiesa e famiglia).

Troppi - tuttavia - si dimenticano che il '68 visse anche un'altra – questa , autentica - rivoluzione.

"Un’urgenza di autenticità del vivere dettata da un’irrequietezza": nel giudizio di don Luigi Giussani è questa l'origine della rivoluzione sessantottina. Ed è proprio perchè capace di intuirne quell’urgenza che vi si nascondeva - dietro ai disastri che poi fece nel tessuto sociale - che Giussani prese sul serio la sfida.

In che modo? La tradizione della Chiesa - che fino a quel momento era stata pur in mezzo a molte lacune fonte di vita e di sostegno spirituale e morale - appariva ai giovani il retaggio di un passato oppressivo da superare. Occorreva un nuovo inizio, non un inizio nuovo. Lì iniziava la storia di quella che poi fu "Comunione e Liberazione", una vera e propria rivoluzione cristiana nel mondo contemporaneo.

Non si trattava di rinserrare le fila, nè di fare una contro-rivoluzione orizzontale, chiudendosi in una cittadella (come auspicavano settori del tradizionalismo cattolico), né tanto meno di assecondare il vento del potere – coperto dall’ideologia del “contro-potere” – come accadeva per i pseudo progressisti, ma di ricominciare secondo una dinamica che ricordava, per analogia, quella degli inizi del cristianesimo.

L'intuizione di don Giussani fu quella di capire che "non è più il discorso sulla tradizione, non è più la storia che fonda o che può fondare un richiamo e una adesione al fatto cristiano". Se all’inizio aveva detto ai "suoi" ragazzi "siamo nati in una tradizione cristiana, dunque dobbiamo innanzitutto impegnarci con essa", ora questa posizione non reggeva nel suo valore esistenziale.

"Infatti è un tempo, il nostro, che ha perso, che non ha più, che non ha assolutamente il senso della storia". Per questo, aggiungeva, "quello che, adesso, mi pare, possa costituire – unicamente – motivo d’adesione, è l’incontro con un annuncio, è il cristianesimo come annuncio, non come teoria. Un annuncio, cioè un certo tipo di presenza, una certa presenza carica di messaggio". L’incontro, nell’ora della fine della cristianità, costituiva il ritorno alla prospettiva del cristianesimo delle origini, quello dove la fede si comunicava per testimonianza, per l'”attrattiva Gesù”, e non per il peso glorioso di una tradizione (i virgolettati sono tratti da "Vita di don Giussani", di Alberto Savorana, ed. Rizzoli).

Per questo, affermerà nel 1976, "è venuto il tempo della persona".

La scelta della via antropologica centrata su Gesù Cristo. Sarà il contributo fondamentale del pontificato wojtyliano, così sintetizzato dal successore: "L’uomo è la via della Chiesa, e Cristo è la via dell’uomo".

Questa posizione sfidava la modernità a partire da essa, cioè a partire dalle esigenze che muoveva, con una teologia dell'avvenimento capace da una parte di smontarne pezzo per pezzo le contraddizioni filosofico-culturali e sociali e dall'altra di offrire una proposta attrattiva e persuasiva capace di ridisegnare una presenza incidente ed incisiva dei cattolici nella cultura, nel pensiero, nella politica e nella scuola.

Ora, come non riconoscerne gli stessi tratti distintivi oggi? Come non avvertire - oggi - l'urgenza di andare oltre un "cristianesimo anonimo", archiviando anzitutto categorie auto-interpretative quali progressisti-tradizionalisti, attivisti-spiritualisti, cattolici di destra e cattolici di sinistra?

Se quanto ho scritto fin qui ha una parvenza di verità, allora davvero meglio essere atei piuttosto che andare in Chiesa e poi comportarsi male. Questa frase - che ha così scandalizzato teologi ed intellettuali cattolici - non per caso è lo sviluppo del medesimo testo di Papa Francesco sul quale stiamo ragionando.

"Ecco dunque come Gesù introduce l’insegnamento della preghiera del 'Padre nostro'- dice il Papa -. Lo fa prendendo le distanze da due gruppi del suo tempo. Anzitutto gli ipocriti: 'Non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente' (Mt 6,5). C’è gente che è capace di tessere preghiere atee, senza Dio e lo fanno per essere ammirati dagli uomini. E quante volte noi vediamo lo scandalo di quelle persone che vanno in chiesa e stanno lì tutta la giornata o vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri o parlando male della gente. Questo è uno scandalo! Meglio non andare in chiesa: vivi così, come fossi ateo. Ma se tu vai in chiesa, vivi come figlio, come fratello e dà una vera testimonianza, non una contro-testimonianza. La preghiera cristiana, invece, non ha altro testimone credibile che la propria coscienza, dove si intreccia intensissimo un continuo dialogo con il Padre: 'Quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto' (Mt 6,6)".

Poi Gesù prende le distanze dalla preghiera dei pagani: 'Non sprecate parole […]: essi credono di venire ascoltati a forza di parole' (Mt 6,7). Qui forse Gesù allude a quella 'captatio benevolentiae' che era la necessaria premessa di tante preghiere antiche: la divinità doveva essere in qualche modo ammansita da una lunga serie di lodi, anche di preghiere. Pensiamo a quella scena del Monte Carmelo, quando il profeta Elia sfidò i sacerdoti di Baal. Loro gridavano, ballavano, chiedevano tante cose perché il loro dio li ascoltasse. E invece Elia, stava zitto e il Signore si rivelò a Elia. I pagani pensano che parlando, parlando, parlando, parlando si prega. E anche io penso a tanti cristiani che credono che pregare è – scusatemi – 'parlare a Dio come un pappagallo'. No! Pregare si fa dal cuore, da dentro. Tu invece – dice Gesù –, quando preghi, rivolgiti a Dio come un figlio a suo padre, il quale sa di quali cose ha bisogno prima ancora che gliele chieda (cfr Mt 6,8). Potrebbe essere anche una preghiera silenziosa, il 'Padre nostro': basta in fondo mettersi sotto lo sguardo di Dio, ricordarsi del suo amore di Padre, e questo è sufficiente per essere esauditi".

Per inciso: non è per caso che più volte Papa Francesco sia intervenuto sui rischi devastanti di un ritorno al pelagianesimo ed allo gnosticismo in certi ambienti cattolici. Qui sarebbe troppo lungo approfondire, ma teniamo presente anche questa cifra del pensiero del Papa.

Ma non ha forse ragione? Non descrive quell’ipocrisia di sta sempre con la ragione e mai con il torto? Non descrive – cioè – il peccato che tutti (a partire da me) commettiamo di essere ipocriti, sepolcri imbiancati?

E’ il senso del peccato al quale ci vuole richiamare Papa Francesco, quel senso del peccato, quella fragilità che ci strugge e che tuttavia non ci annienta perché certi della Misericordia di Dio, quello stesso Dio che in Cristo ci ha liberato dal giogo della morte. L’ipocrita è colui che sceglie di esserlo, esercitando tutta la propria volontà, ragione e libertà.

Abbiamo - come cattolici - un immenso patrimonio dal quale riattingere che sarebbe davvero una bestemmia non volerlo fare, non osare un di più. Aldilà dei gusti e delle sensibilità di ciascuno, penso al filosofo Augusto Del Noce, allo scrittore Eugenio Corti e al patrimonio del popolarismo sturziano (per restare sul terreno socio-culturale e politico).

A patto che ci liberiamo una volta per tutte da categorie interpretative incapaci di misurarsi con e nella modernità.

"La crisi del marxismo è irreversibile, il liberalismo che sembra trionfare prendendone il posto è anch’esso in decomposizione - diceva cinquant’anni fa’ Augusto Del Noce, secondo quanto riportato da Vittorio Messori in 'Pensare la storia. Una lettura cattolica dell’avventura umana', Paoline, 1992 -: e, alla pari del marxismo, lo è non perché sia fallito, ma proprio perché si è realizzato, capovolgendosi. E’ in crisi anche la Chiesa cattolica, ma non perché non sia più credibile o sia ormai impraticabile il suo messaggio, ma perché ci si è allontanati da esso. Basterebbe rifare chiarezza, rimettersi sui giusti binari per offrire a un mondo disperato la prospettiva di salvezza cui ha bisogno. Mio dovere è indurre i credenti alla riflessione, alla comprensione che la buona volontà non solo non basta, ma può essere dannosa se indirizzata verso percorsi sbagliati. Madre dell’eresia non è solo la superbia ma, secondo l’insegnamento dei padri, anche l’ignoranza: molti uomini di Chiesa ignorano letteralmente quale sia la prospettiva cattolica, assumendo schemi e punti di riferimento non cattolici, anzi talvolta non cristiani, senza neppure averne consapevolezza".

Per lui essere filosofo (e filosofo della politica, disciplina che aveva insegnato prima all’Università di Trieste, poi in quella di Roma) significava andare alle radici, non fermarsi alla superficie dei problemi quotidiani ma sondarne le cause profonde, individuare la deriva delle idee le quali, nella lunga durata, partendo da certi presupposti, portano inevitabilmente a certe conseguenze.

"Proprio questo, secondo lui, mancava ai credenti d’oggi - racconta Messori -. Mi disse: 'Sempre il pensiero cattolico ha elaborato una sua teologia della storia. Ma, forse, gli ultimi che vi di dedicarono furono i grandi pensatori controrivoluzionari dell’Ottocento, posti di fronte alla sfida della modernità. Oggi sono rarissimi i cattolici che si preoccupano di leggere davvero il proprio tempo partendo dalla fede e dalla Tradizione come da postulati essenziali. La crisi del mondo cattolico deriva dal distacco tra la prospettiva di fede (spesso ormai sconosciuta) e l’azione politica, sociale, culturale (che è necessariamente allo sbando). Messi davanti ai problemi della nostra epoca, i cattolici ne recepiscono i quadri interpretativi da altre culture, senza scendere ai fondamenti ultimi".

Sto divagando? Sto andando oltre il testo di Papa Francesco – e me ne rendo conto -, ma penso che debba essere proprio questo il nostro compito: sviluppare, procedere, senza mai oscurare il porto da cui siamo salpati nel nostro ragionare.

"L’uomo – ricorda Eugenio Corti citando l’insuperabile capolavoro di teologia della storia di Sant’Agostino -, vive nella storia il dramma causato dal peccato originale, che lo spinge verso l’edificazione di una città terrena incapace di trovare il proprio equilibrio nel riconoscimento dei diritti di Dio, in quanto, egoisticamente sbilanciata verso l’esaltazione dell’autonomia dell'uomo da Dio". È questa costante, continua tensione tra queste due forze, che si fronteggiano nel corso del tempo e della storia. E questa tensione continua, che si sposta ora verso l’uno, ora verso l’altro polo, è quella che determina le grandi mutazioni storiche, le grandi epoche, la nascita e la morte delle civiltà umane (in "Civiltà cristiana e dissoluzioni rivoluzionarie", di Claudio Forti per "Libertà e Persona, 24 giugno 2018).

"Possiamo dire - aggiunge Corti - che il processo di distacco dell’uomo da Dio, che si manifesta con inusitata chiarezza soprattutto a partire dal XV secolo, e che prosegue con caratterizzazioni differenti fino ai nostri giorni, può essere definito, secondo alcune autorevoli scuole di pensiero, come rivoluzione, intendendo con questo termine il rovesciamento dell’ordine naturale creato da dio, e del disegno salvifico, anche storico e temporale, perseguito dal Signore Gesù in riparazione del peccato. In questo senso, noi parleremo e parliamo di rivoluzione. E a ben vedere, queste radici del processo rivoluzionario che si dipana nel corso della storia, non possono essere individuate solo a partire dalla metà del secondo millennio cristiano".

Come non ribollire di fronte ad una società che sta perdendo del tutto il senso della dignità della persona, che sacrifica vite fragili, sofferenti e "fallate" sull'altare dell'auto-determinismo individuale, aprendo dighe ad eutanasia, suicidio assistito, utero in affitto e ad ogni sorta di manipolazione genetica al punto da non possedere più alcun barlume di parole come "communitas" e "societas", che vive sempre più di rancorose rabbie senza più sogni, se non quelli disperati di costruire cittadelle fortificate nelle quali non ci può abitare nessun altro se non chi dico e voglio io?

Come non ribollire di fronte alla sistematica distruzione della famiglia e della scommessa sul futuro possibile di una società e di un Paese senza più figli, cieco al punto da non comprendere che senza investire su famiglia e figli non si investe sul futuro?

E di fronte a queste provocazioni, noi cattolici stiamo a perderci per dividerci nel fare le pulci pregiudiziali alle virgole e contro-virgole di ciò che dice e scrive Papa Francesco? Ma davvero potete pensare che il Papa sia contrario ai dogmi mariani (era questa la terza affermazione dalla quale siamo partiti nel nostro ragionare)? Ma di cosa si sta ragionando?

Papa Francesco ai dipendenti della Santa Sede e del Vaticano in occasione degli auguri natalizi (21 dicembre 2018):

"Mi è venuta in mente quella espressione dello scrittore francese Léon Bloy: 'Non c’è che una tristezza, […] quella di non essere santi' (La donna povera, Reggio Emilia 1978, p. 375; cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 34) - dice il Papa -. Dunque, il contrario della tristezza, cioè la gioia, è legata all’essere santi. Anche la gioia del Natale. Essere buoni, almeno avere il desiderio di essere buoni. Guardiamo il presepe. Chi è felice, nel presepe? Questo mi piacerebbe chiederlo a voi bambini, che amate osservare le statuine… e magari anche muoverle un po’, spostarle, facendo arrabbiare il papà, che le ha sistemate con tanta cura! 

Allora, chi è felice nel presepe? La Madonna e San Giuseppe sono pieni di gioia: guardano il Bambino Gesù e sono felici perché, dopo mille preoccupazioni, hanno accolto questo Regalo di Dio, con tanta fede e tanto amore. Sono 'straripanti' di santità e quindi di gioia.

E voi mi direte: per forza! Sono la Madonna e San Giuseppe! Sì, ma non pensiamo che per loro sia stato facile: santi non si nasce, si diventa, e questo vale anche per loro. [...]

Il mio augurio è questo: essere santi, per essere felici. Ma non santi da immaginetta, no, no. Santi normali. Santi e sante in carne e ossa, col nostro carattere, i nostri difetti, anche i nostri peccati – chiediamo perdono e andiamo avanti –, ma pronti a lasciarci 'contagiare' dalla presenza di Gesù in mezzo a noi, pronti ad accorrere a Lui, come i pastori, per vedere questo Avvenimento, questo Segno incredibile che Dio ci ha dato.

Cosa dicevano gli angeli? 'Ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo' (Lc 2,10). Andremo a vederlo? O saremo presi da altre cose?".

Insisto: è davvero ambiguo, incomprensibile, eretico, ciò che vuole intendere il Papa con quel suo "santi non si nasce, si diventa e questo vale anche per loro (San Giuseppe la Madonna ndr.)"? Stà scientemente costruendo un linguaggio nuovo e dunque una nuova dottrina, come qualche illustre teologo ha scritto?

Non spreco molte parole su questo. Mi rifaccio solamente (ancora una volta) ad un uomo innamorato di Cristo e della Madonna come don Giussani. Consiglio a tutti di leggere, pregare e meditare un librettino: "Il Santo Rosario", ed. San Paolo, 2003. Un libretto che contiene le riflessioni di Giussani ai misteri del Santo Rosario (già stati pubblicati nel maggio 2001 in "Litterae Communionis-Tracce" con il titolo “Il Santo Rosario”).

"La Madonna sentiva che la creatura che aveva in seno sarebbe dovuta, un giorno, morire - e questo ogni madre, cercando di non pensarlo, lo sente -, ma non che sarebbe risorto - è la meditazione al primo mistero doloroso del Rosario -. Questo è l'avvenimento che unicamente è paragonabile al mistero dell'inizio; come si è formato il seme dentro il suo seno, così, raggiunta la maturità del tempo, sarebbe risorto; quell'uomo sarebbe risorto. Ma lei non lo sapeva. 'Avvenga di me secondo la tua parola' sulla bocca della Madonna è lo stesso che: 'Signore, sia fatta la tua volontà' sulla bocca di Cristo. La corrispondenza tra l'Angelus e la Croce è nel fatto che tutti e due dicono: 'Avvenga di me secondo la tua parola'. è il gesto dell'obbedienza nella sua essenzialità pura. La sua essenzialità pura fa strappare da qualche cosa che Dio chiede, per passare attraverso una croce e una resurrezione da cui scaturisce una fecondità senza limite, una fecondità col limite del disegno di Dio. La fecondità scaturisce dalla verginità. Non si può concepire la verginità che così".

A meno di tacciare anche don Giussani per eretico, la santità di Maria non ha nulla a che fare con la pre-determinazione.

"Santità: 'Vieni, perché mi manca'. Mi manca: mi manchi e mi manca. La santità è tale proprio perché è Mistero. È la misteriosità di Dio che nella parola 'santità' si enuncia, si declina: in qualsiasi momento è considerabile. Santità vuol dire abbandono a una Presenza che ci supera in tutti i sensi e che non è neanche legata alle possibilità che il Mistero ci dà di rispondere a quelle sollecitazioni a cui ci tende"

(da "Appunti da una conversazione di Luigi Giussani con un gruppo di Memores Domini", 21 aprile 2002).

La tota pulchra, la piena di grazia, concepita senza peccato originale, Maria, è tale in quel "sì" che ha cambiato il mondo. In quel "sì", scelto e voluto da una donna quale corripondenza al proprio Destino, sta tutto il Mistero di un Dio che ci ama a tal punto da sacrificare Suo Figlio per i nostri peccati. "Verbum caro factum est", lo abbiamo pronunciato solo qualche giorno fa': il Mistero del Dio bambino che si incarna. Dio ci ama a tal punto da "fermarsi" di fronte alla nostra libertà anche di rifiutarlo.

Questo vale per ciascuno di noi ed è valso anche per Maria (perchè Maria non è stata un robot oppure un ologramma).

“Immaginate, al contrario, uno che resiste… Questo è il cristiano, nella storia questo è il cristiano, e se non è così non è cristiano…. Resistenti bisogna essere.

Come resistenti? Resistenti, resistenza…rivoluzione: è un rivoluzionario, e un rivoluzionario deve essere combattivo.
Qual è l’unica risposta all’omologazione? Fare la rivoluzione.

Non è un concetto mio, è un concetto di Gesù, è la prima parola detta da Gesù: ‘Cambiate mentalità’, cambiate modo di giudicare, di vedere, di sentire, di gustare, di amare, di fare le cose. (…)

Cosa vuol dire, dunque, essere contrari alla omologazione generale?

Se sei contrario alla omologazione generale non potrai essere riconosciuto, non potranno lodarti, i giornali non parleranno di te, a meno di far scandalo contro di te, le televisioni non riprenderanno la tua faccia (…).

Se sei così, tutto il mondo sarà contro di te, eppure capirai che lo scopo della vita e il gusto della vita starà proprio nel continuamente gridare al mondo, incominciando da chi ti è vicino di banco, quello che il tuo cuore e i cuori di tutti desiderano dalla loro origine (…).

Non puoi non essere perseguitata, amica mia, non puoi non essere odiata.

Ma è nel dolore di questa persecuzione che tu coverai il seme luminoso e caldo della messe finale, del significato ultimo del mondo, che un giorno tutti – tutti! – riconosceranno, tutti dovranno riconoscere e diranno: ‘Aveva ragione, aveva ragione!’. Al di fuori di questo scopo non c’è più né affezione, né amicizia”

(in Don Luigi Giussani, "Realtà e giovinezza. La sfida", Ed. Rizzoli, riedito nel 2018).

Levàntate, pueblo, levàntate!

Fonti:

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Davide Vairani

Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese.
Peccatore da sempre, cattolico per Grazia.
Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.

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