Qualcuno obietta. Altri violano.

Qualcuno obietta. Altri violano.
di Davide Vairani

Leoluca Orlando, oggi "sindaco disobbediente" nell'applicazione del decreto sicurezza. Non ho mai amato Orlando. Anzi, ho sempre provato diffidenza.

Non entro sul tema immigrazione e sul decreto sicurezza in sè. Ma non mi piace Orlando.  Non mi è mai piaciuto, nemmeno quando aderii alla "Rete" nel 1994/95. Lui ne era il fondatore di un grupetto di persone che avevano l'ardire di provare a cambiare modo di fare politica.

Iniziai da lì a "fare politica".  Dopo le stragi di Falcone e Borsellino ebbi un contraccolpo tale da decidere di alzarmi in piedi e di occuparmi della "cosa pubblica". Non sapevo nemmeno da dove cominciare. La mia vita fino a quel momento si era giocata tutta dentro un perimetro ristretto fatto di casa, scuola, Oratorio e Parrocchia.

Di politica non se ne parlava, di impegno civile tantomeno.

Era l'epoca di Tangentopoli, del crollo della DC, del "i politici tutti mafiosi e corrotti". Lo slogan nelle piazza era spesso "ma che democrazia, ma che cristiana: ladri, mafiosi e figli di puttana".

In quel breve periodo della mia vita conobbi il figlio del Generale, Nando Dalla Chiesa; il giudice Antonino Caponnetto, colui che inventò il pool di Palermo. Non posso dimenticare il suo volto dopo la strage che ammazzò Borsellino. Mi ricordo però che dopo qualche giorno, oppure lo stesso giorno, una folla davanti al Palazzo di Giustizia di Palermo applaudiva e confortava con forza Caponnetto, che si diceva pentito di quel momento di scoraggiamento, di quel “è finito tutto”.

Sto divagando.

Non mi è mai piaciuto Orlando.

Ne ho scritto di squincio qualche mese fa', in tutt'altro contesto. Sono a andato a riprenderlo in mano e vorrei riproporvene un frammento.

"Preoccupa l'idea che per fare giustizia e pulizia nella Chiesa si arrivi ad elevare a metodo la 'cultura del sospetto'. Siamo nei tardi anni Ottanta. Leoluca Orlando era diventato sindaco nel 1985 e aveva inaugurato la Primavera di Palermo, che auspicava un gioco di sponda tra procura e istituzioni per combattere e distruggere la mafia e le sue infiltrazioni nella politica e nell'apparato dello Stato.

Però, a un certo punto, dopo che il 16 dicembre 1987 la Corte d’assise di Palermo aveva comminato 19 ergastoli nel cosiddetto 'maxiprocesso', qualcosa cambiò.

Tutti si attendevano che il nuovo consigliere istruttore di Palermo dovesse essere lui, Giovanni Falcone: ma il Csm, il 19 gennaio 1988, scelse Antonino Meli seguendo il criterio dell’anzianità.

E a Falcone cominciarono a voltare le spalle in tanti. Tra questi, lo stesso Orlando.

Quando Falcone accettò l’invito di dirigere gli Affari penali al ministero della Giustizia (il cui guardasigilli era Claudio Martelli, il delfino di Craxi), la gragnuola delle accuse aumentò a dismisura. È di quei giorni uno slogan di Orlando che fece epoca: "Il sospetto è l’anticamera della verità".

Orlando era un carroarmato: "Diede inizio" - scriverà Maria Falcone in "Giovanni Falcone, un eroe solo" -, a una vera e propria campagna denigratoria contro mio fratello, sfruttando le proprie risorse per lanciare accuse attraverso i media".

"Seguirono mesi di lunghe dichiarazioni e illazioni da parte di Orlando, che voleva diventare l’unico paladino antimafia", ha scritto ancora Maria Falcone.

Il 14 agosto 1991 Orlando rilasciò un’intervista su l‘Unità poi titolata "Indagate sui politici, i nomi ci sono":

"Sono migliaia e migliaia i nomi, gli episodi a conferma dei rapporti tra mafia e politica. Ma quella verità non entra neppure nei dibattimenti, viene sistematicamente stralciata, depositata, e neppure rischia di diventare verità processuale… Si è fatto veramente tutto, da parte di tutti, per individuare responsabilità di politici come Lima e Gunnella, ma anche meno noti?

E quante inchieste si sono fermate non appena sono emersi i nomi di Andreotti, Martelli e De Michelis?".

Orlando citò espressamente, tra i presunti insabbiatori, "la Procura di Palermo" e implicitamente Falcone. Alfredo Galasso, assieme a Carmine Mancuso e allo stesso Leoluca Orlando, l’11 settembre 1991 aveva fatto un esposto al Csm nel quale si chiedevano spiegazioni sull’insabbiamento delle indagini su tutta una serie di delitti e poi sulle famose carte sui delitti eccellenti che Falcone avrebbe tenuto chiusi in un cassetto, a detta di Orlando.

Così, dopo circa un mese, Falcone dovette vergognosamente discolparsi davanti al Csm. Non ebbe certo problemi a farlo, ma fu preso dallo sconforto: "Non si può andare avanti in questa maniera, è un linciaggio morale continuo. Non si può investire dalla cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l'anticamera della verità, la cultura del sospetto è l'anticamera del khomeinismo giudiziario".

Poco tempo dopo, il 26 settembre 1991, al Maurizio Costanzo Show, ad attaccare Falcone fu il sodale di Orlando, Alfredo Galasso.

Sappiamo bene come andò a finire la storia: Giovanni Falcone venne fatto saltare in aria. Leoluca Orlando è ancora vivo e vegeto e fa il Sindaco di Palermo al quinto mandato (non consecutivo)" ...


La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità

Amesso e non concesso che la narrazione di Mons. Vigano corrisponda alla verità di come si sono svolti i fatti (per altro tutta da dimostrare), è a partire da questa prova provata che viene costruito il teorema: Papa Francesco è rimasto silente troppo a lungo semplicemente perchè lui è il mandante, lui è in realtà il capo dei capi, il tessitore occulto della cupola di pederasti, pedofili, omosessuali che vuole occupare il potere per sovvertire la Chiesa di Cristo. E’ Papa Francesco il dominus che protegge “le reti di omosessuali, ormai diffuse in molte diocesi, seminari, ordini religiosi, ecc.”.

Di questo si tratta, allora, alla fine dei conti? Questo si vuole – davvero – dimostrare? Si è convinti – davvero – che sia l’omosessualità il cancro e non forse la spia di una endemica malattia? Si è convinti – davvero – che Papa Francesco sia il capo dei capi della cupola mafiosa assoldata dal demonio per sovvertire la Chiesa di Cristo?

“Francesco ha ragione – a mio avviso – nell’accusare il clericalismo e non l’omosessualità, ovvero la malattia e non uno dei sintomi: il problema è che a questa diagnosi ideale deve far seguito una terapia compatibile con la ‘cartella clinica’ del paziente, cioè della Chiesa stessa. E questa cartella clinica dice di una diffusione endemica del male. Il grande pubblico, con tutti i luoghi comuni sulla corruzione ecclesiastica, neppure immagina il grado di marcio che pervade questa Danimarca; gli stessi ‘cattolici impegnati’, quelli che s’informano e cercano di farsi un’opinione sui fatti di Chiesa, mi sembrano avere una percezione sottodimensionata del problema. Il clericalismo che rende i chierici autoreferenziali e pronti a sfuggire a ogni controllo – dalla base e dai vertici, perché così funziona una cordata – è presente nella Chiesa come il sospetto di una malattia venerea in una dark room”.
(“Omosessualità e clericalismo: per Francesco e per la Chiesa è l’ora della verità”, di Giovanni Marcotullio, “Breviarium”, 26 agosto 2018).

E allora di questo parliamo. In una prossima seconda puntata.

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Sulla scelta di Orlando di fare "obiezione di coscienza", mi limito a due considerazioni.

La prima. Prendo a prestito le parole usate da Mons. Luigi Negri in una intervista per "Vatican Insider".

Domanda: Eccellenza, che cosa ne pensa dell’obiezione di coscienza evocata dai sindaci contro il decreto sicurezza?

Risposta: "La Costituzione italiana e una prassi consolidata fanno sì che non si possa tirare fuori l’obiezione di coscienza di fronte a tutto in chiave politica, soprattutto in particolare di fronte a disposizioni amministrative di un governo e magari dagli stessi che l’hanno finora negata proprio lì dove era invece legittima e doverosa.

Il diritto all’obiezione va difeso quando sono messi in crisi principi fondamentali.

Quei sindaci che usano dell’obiezione di coscienza - volutamente come strumento politico - nei confronti di legittimi interventi di autorità superiori o pari, abusano del concetto".

La seconda. Il criterio spiegato bene da Mons. Negri vale - a mio avviso - anche per l'atteggiamento contrario e opposto: decidere di violare una legge.

Se è sbagliato - come credo - che un sindaco si appelli all'obiezione di coscienza di fronte a disposizioni amministrative di un governo, è altretto sbagliato che un sindaco decida di intervenire direttamente di fronte a disposizioni amministrative che indicano il contrario.

Faccio riferimento alla scelta da parte di numerosi sindaci di autorizzare la registrazione anagrafica di bambini di coppie dello sesso (molti dei quali - guarda caso - appartenenti alla stessa area politica di Orlando).

Per inciso. Stiamo ancora attendendo lumi in merito dal Ministro dell'Interno, dal Ministro della Famiglia e dal Sen. Pillon.

25 luglio 2018. In commissione il ministro Fontana ha affermato che 'il diritto di famiglia non può tenere in conto il riconoscimento di genitorialità di bambini concepiti all’estero da coppie dello stesso sesso, tramite pratiche vietate come la maternità surrogata o l’eterologa, non consentita a coppie omosessuali. Una visione che tradisce un’impostazione adultocentrica, in conflitto con l’interesse superiore del bambino. Va fatto rispettare il divieto, evitando che il ricorso di queste pratiche all’estero si traduca in un aggiramento del divieto in Italia'.

La linea della Lega d’altra parte è quella di sovrapporre la questione dell’iscrizione all’anagrafe dei bambini delle coppie gay e la pratica dell’utero in affitto.

Ed è proprio su questo per esempio che Simone Pillon, senatore della Lega, ha 'interrogato' il ministro dell’Interno (suo segretario) Matteo Salvini nei question time:

'Fino a quando io sarò ministro – ha risposto il capo del Viminale – gameti in vendita ed utero in affitto non esisteranno come pratica, sono reati. Difenderemo in ogni sede immaginabile il diritto del bambino di avere una mamma ed un papà'.

09 agosto 2018. Sulla questione della trascrizione dei matrimoni gay, Salvini ricorda nell’intervista a "La Bussola" di Cascioli" di  “di avere chiesto un parere all’avvocatura di Stato e ho dato indicazione ai prefetti di ricorrere. La mia posizione è fermamente contraria”.

“Quella tra Lega e 5 Stelle è un’alleanza nata in maniera particolare: movimenti diversi, storie diverse, culture diverse – aggiunge Salvini riferendosi in particolare ai temi etici, anzi “antropologici” come li chiama il direttore della Nuova Bussola – È un’alleanza di cui sono pienamente soddisfatto, che rifarei domattina, con un contratto di governo che su alcuni temi sensibili non ha scritto nulla perché abbiamo posizioni diverse”.

Amen. Attendiamo ancora.

Fonti:

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Author: Davide Vairani

Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese.
Peccatore da sempre, cattolico per Grazia.
Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.

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