Vincent #Lambert deve morire

Vincent #Lambert deve morire 

di Davide Vairani

"Au mépris du recours annoncé devant le Conseil d’Etat et au mépris du droit au recours effectif, le Tribunal Administratif a fixé en urgence une audience lundi 21 janvier à 14h30 et alors que c’est sa partialité qui est mise en cause!"

Lo annunciano gli amici di Vincent #Lambert via web e social dalle pagine del comitato "Je soutien Vincent" e la notizia viene subito rilanciata dai quotidiani francesi

Cronaca degli ultimi sviluppi di una interminabile vicenda fatta di rimpalli giudiziari sulla pelle di una persona che da dieci anni è prigioneria del suo letto d'ospedale in attesa di un verdetto.

La lunga battaglia giudiziaria attorno alle sorti terrene di Lambert si sarebbe dovuta conludere il 19 dicembre scorso.

Il Tribunale amministrativo di Châlons-en-Champagne aveva calendarizzato per quella data il dibattimento finale.

Il testo della valutazione medica è stato consegnato ai giudici dai tre esperti nomininati: l'obiettivo della Corte era quello di avere in mano elementi medici sufficienti a stabilire l'appropriatezza o meno della decisione dell'Ospedale di Reims - dove è ricoverato Vincent da otto anni - di sospendere le cure, dunque di farlo morire.

Ma questa udienza non si è mai tenuta: i genitori di Vincent hanno recusato i giudici e chiesto di potere trasferire il dibattimento presso un'altra Corte, quella di Nancy.

Gli avvocati dei genitori di Lambert non si fidano dei giudici di Châlons-en-Champagne: "atteggiamento pregiudizievole", hanno motivato nella recusazione.

La notizia di oggi è il respingimento della richiesta da parte della la Corte d'appello amministrativa di Nancy: il dibattimento si deve tenere presso la Corte nel quale il procedimento è stato incardinato.

Le reazioni: gli avvocati dei genitori sono intenzionati ad appellarsi al Consiglio di Stato francese; il Tribunale di Châlons-en-Champagne ha contesualmente fissato un'udenzia urgente prevista per lunedì 21 gennaio nel primo pomeriggio (ore 14,30).

Questa la cronaca degli ultimi sviluppi attorno all'affaire Lambert.

Nel frattempo, fuori dalle aule dei tribunali, c'è un uomo di 42 anni, tetraplegico e cerebroleso da dieci, che giace letteralmente sopra un lettino d'ospedale. Non riceve alcuna cura, stimolo, riabilitazione fisica: nulla di nulla. Solo gli interventi essenziali riceve: idratazione ed alimentazione attraverso una sondina che permette alle sostanze nutritive di entrare nel suo corpo. Non parla. Non si muove e nessuno lo muove.

Tutta la cronaca degli ultimi anni di vita di Vincent è ostinatamente e diabolicamente irragionevole.

Ciò che appare disumano - oltre ogni umana comprensione -  è l'incapacità nell'assumere una decisione.

La vicenda di Vincent - in fondo - non mostra altro che il fallimento di un sistema di fronte alla vita di una persona.

Se il '900 è stato il troppo della politica e degli apparati statali che hanno portato ai totalitarismi etici, oggi assistiamo - al contrario - ad un niente della politca ed alla scomparsa di un barlume di idea di societas.

In quest'ottica, l'affaire Vincent è emblematico.

La Francia si è dotata di un proprio sistema normativo sul fine-vita, ha un sistema di apparati legislativi e giudiziari assolutamente in grado di esercitare le proprie funzioni, un sistema sociale, socio-sanitario e sanitario non certo da Terzo Mondo.

Eppure non si assume nè la responsabilità di decidere se Vincent debba vivere oppure morire.

Di fronte alle controversie intra-familiari, di fronte ad opposti e contradditori pareri clinici e medici, lo stato francese non è in grado nemmeno di stabilire se Vincent sia vivo oppure no.

Non è neppure in grado di garantire le cure più appropriate per una persona nelle condizioni in cui si trova Lambert e come lui almeno 1.500 altre persone sparse per gli ospedali francesi: in "état de conscience minimale" o in "état pauci-relationnel".

I temi cosidetti "etici" (come il fine-vita) non possono essere appaltati al giudizio esclusivo della scienza e dei tribunali, perchè in questo modo si abica alla funzione propria della politica e dello stato, cioè quella di occuparsi del "bene comune".

Nello scontro di interessi di parte di cui è fatto l'umano vivere di una comunità, è la politica a doversi assumere la responsabilità di giungere ad una mediazione, a metterli insieme dentro una visione comune di società.

Se la politica abdica a tale funzione, è il patto sociale di un Paese a sfrangersi fino al punto da mettere in seria discussione le modalità con le quali si è scelto e definito di gestire la res publica. Senza autorità riconusciuta e riconoscibile, una società è destinata all'anarchia del soddisfacimento degli interessi individuali, ciascuno a scapito dell'altro e così via. E qui arriviamo al cuore della questione: in che cosa si dispiega il "bene comune"?

In altri termini (perchè sarebbe lungo addentrarsi in una risposta a tale domanda), ciò che la vicenda di Vincent mostra con evidenza è che senza un'opzione positiva sulla vita ci si infrange contro le senzazioni e gli umori contingenti.

Senza una opzione a favore della vita, la politica non è in grado di regolare il "bene comune".

Che cosa significa in sè essere in una condizione di coscienza minimale, se non il fatto che nonostante l'irreversibilità di un danno cerebrale al fondo non puoi non riconoscere che la vita c'è, per quanto imprendibile ed inscatolabile dalle terminolgie mediche.

Quando una persona sopravvive a un coma, dal punto di vista clinico prima si evolverà in uno stato  vegetativo. In questo caso, il paziente apre gli occhi e si muove. Ma tutti questi movimenti sono considerati riflessi dai neurologi. Tuttavia, tra questi pazienti, alcuni si evolveranno verso lo stato di coscienza minima (o semi-relazionale), che non consente di stabilire una comunicazione. D'altra parte, oggi sappiamo che questi pazienti a volte hanno momenti di coscienza. Cioè, possono seguire un movimento, o anche rispondere in modo affidabile ad un comando (ad esempio, stringermi la mano). Qui, quindi, la medicina parla di uno stato minimo di coscienza. A causa di questa non comunicazione - direbbe la medicina - è molto difficile prendere una decisione sul loro fine vita.

Gli esperti nominatii dal Tribunale hanno conlcuso che  Vincent Lambert non è - in senso medico - in una condizione di "ostinazione irragionevole", cioè di accanimento terapeutico.

Questa dichiarazione è coerente con ciò che i genitori di Vincent chiedono da aprile 2013 e cioè che Vincent Lambert possa essere curato in un centro specializzato.

Una strada che non è mai voluta nemmeno prendere in considerazione: per quale ragione? Per quale motivo non provare un percorso riabilitivo e di cure, se non perchè è stato deciso da anni che non valeva la pena? In base a quali valutazioni se non per una assenza di opzione per la vita?

"C'è il desiderio di assimilare la situazione di questa persona gravemente disabile - ma stabile nella sua disabilità - ad una situazione di fine vita - ha recentemente dichiarato il Professor Xavier Ducrocq, capo del dipartimento di neurologia dell'Ospedale di Metz-Thionville, nonchè  consulente medico dei genitori di Vincent fin dal 2013 - . Mentre questo non è affatto il caso. Che Vincent Lambert abbia vissuto per 10 anni in uno stato di coscienza alterata è un dato sufficiente per dimostrare che non si trova  alla fine della sua vita. Che non ci sia una realistica speranza di miglioramento, nonostante i lavori di ricerca per progredire nella conoscenza di questi pazienti, non sarebbe un dato sufficiente per parlare di fine vita. Questo è il destino comune di tutte le situazioni di disabilità: para e quadriplegia, autismo, disabilità motorie cerebrali, sordità, cecità ...".

Vincent deve morire, perchè non vale la pena farlo vivere.

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Author: Davide Vairani

Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese.
Peccatore da sempre, cattolico per Grazia.
Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.

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