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#PELL VERDICT: WHY I DON’T ACCEPT IT

#PELL VERDICT: WHY I DON'T ACCEPT IT

di Andrew Bolt, "Herald Sun", 26 febbraio 2019

Il cardinale George Pell è stato falsamente condannato per aver abusato sessualmente di due adolescenti.

Questa è la mia opinione, basata sulle evidenze schiaccianti.

E la mia opinione si basa anche su quante volte Pell è stato accusato di crimini e peccati che non ha chiaramente mai commesso.

Ma alla fine un po’ del carico di fango gettato contro di lui gli è rimasto addosso.

A questo si aggiunge che Pell, il cattolico più in vista d'Australia, è stato costretto a pagare per i peccati della sua chiesa e una campagna mediatica di denigrazione.

È un capro espiatorio, non un abusatore di bambini. Secondo me.

Precisazione: ho incontrato Pell forse cinque volte nella mia vita e lo apprezzo. Non sono Cattolico né Cristiano.

Ma ecco perché non posso credere a questo verdetto, che ha chiaramente scioccato i giornalisti quando è stato annunciato per la prima volta (ma soppresso) l'anno scorso, e che Pell sta appellando perché ingiusto.

Ci dicono di credere che Pell a metà degli anni '90 abbia trovato due ragazzi del coro nella sagrestia della Cattedrale di San Patrizio mentre bevevano il vino dell’altare subito dopo una Messa alla quale Pell aveva officiato.

Ci dicono di credere che Pell abbia costretto un ragazzo a fare sesso orale con lui mentre tratteneva l'altro, e poi abbia molestato entrambi.

Ed ecco perché non credo a questa storia gotica - o non abbastanza da pensare che questa condanna sia ragionevole.

Uno dei ragazzi, ora morto, ha negato di essere stato abusato.
L'altro, la cui identità e testimonianza rimangono segrete, non ne ha parlato per molti anni.
L'abuso sarebbe successo subito dopo la messa, quando è noto che Pell ha l'abitudine di parlare ai fedeli che lasciano la chiesa.
Presumibilmente accadeva nella sagrestia, normalmente un ambiente molto trafficato, dove Pell sapeva che le persone sarebbero certamente potute entrare.
I ragazzi erano presumibilmente scappati via dalla processione dopo la messa per irrompere in sacrestia, ma nessuno degli altri coristi che ha testimoniato ha detto di averli notati mentre lo facevano, né li ha notati ricongiungersi successivamente al coro.
Pell era normalmente seguito dappertutto durante e dopo la messa dal maestro del cerimoniale, monsignor Charles Portelli, che ha testimoniato di aver scortato l'allora Arcivescovo dal momento in cui arrivò alla Cattedrale fino al momento in cui se ne andò. Ha definito l'abuso impossibile.
Non un singolo testimone di quella che era una Cattedrale affollata al momento del presunto abuso ha notato qualsiasi cosa durante i 10 minuti stimati di questo presunto abuso.
Non esiste alcuna storia o esempio di abusi simili da parte di Pell, a differenza dei veri pedofili della chiesa come Gerard Ridsdale, che ha violentato o aggredito almeno 65 bambini. Pell aveva 55 anni al momento del presunto abuso.

Non meraviglia che una prima Giuria non sia riuscita a condannare Pell. Non sono in grado di dire quanto sia stata molto vicina ad assolverlo prima di liquidare la faccenda perché arrivata a un punto morto. Oltre a ciò, l'uomo che conosco sembra non solo incapace di tali abusi, ma così intelligente e cauto da non poter mettere mai a rischio la sua brillante carriera e il suo buon nome in un assalto così folle in un luogo così pubblico. Ci saranno molte persone che risponderebbero con rabbia che bisogna sempre credere alle vittime, o almeno credere a questa.

Perché qualcuno dovrebbe fare una falsa accusa? Ma Pell è stato accusato molto spesso di gravi offese da parte di persone che si stavano chiaramente sbagliando. Forse ricordavano male. Forse miravano al tizio sbagliato. O forse cercavano qualcuno che pagasse per un trauma passato, e hanno scelto l'uomo che i media hanno diffamato da quando è emerso come il difensore più controverso e conservatore della Chiesa in questo Paese.

Queste accuse false o chiaramente inconsistenti includono diverse accuse cadute durante il processo di convalida, dopo essere state dimostrate infondate o troppo deboli per poter essere assegnate a qualsiasi giuria.

Ad esempio, è stato accusato di aver abusato di qualcuno durante una proiezione a Ballarat di Incontri ravvicinati del terzo tipo nel 1978 - sei mesi prima che il film arrivasse effettivamente in città.

Altre accuse per cui Pell avrebbe infastidito ragazzi in una piscina negli anni '70 mentre faceva saltare bambini dalle sue spalle. I pubblici ministeri oggi hanno abbandonato il caso - separandolo da quello per cui Pell è stato ora dichiarato colpevole - perché senza speranza di procedere.

La denuncia di un testimone alla Commissione Reale sugli Abusi sessuali su Minori, il quale avrebbe bussato alla porta del presbiterio di Pell a Ballarat quarant'anni fa per avvertirlo di un prete pedofilo. Pell viveva a miglia di distanza all’epoca, e quasi certamente lavorava nel suo ufficio del college a quell'ora del giorno.

Un'altra affermazione di un testimone che aveva avvisato Pell circa un prete molestatore a Ballart. Il passaporto di Pell dimostrò che viveva e studiava in Europa quell'anno.

Un reclamo di David Ridsdale, in seguito molestatore egli stesso, per cui Pell aveva cercato di corromperlo per impedirgli di dire alla polizia che era stato abusato da suo zio, il famigerato sacerdote pedofilo Gerald Ridsdale. L'ABC ha sostenuto questa affermazione, ma il consulente della Commissione Reale ha affermato che le prove non lo dimostravano.

Pell è sopravvissuto a così tante accuse false.

Ora è caduto per una delle più improbabili tra tutte.

Secondo me, questo è il nostro ‘caso OJ Simpson’, ma al contrario.

Un uomo è stato riconosciuto colpevole non sui fatti, ma sul pregiudizio.

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Un caffè in #compagnia: 28 Febbraio 2019

#2minutixpregare - Mercoledì 27 Febbraio 2019

Un caffè in #compagnia Un caffè in #compagnia
S. Romano; B. Antonia da Firenze; S. Osvaldo di Worchester 7.a Tempo Ordinario Sir 5,1-10(NV); Sal 1; Mc 9,41-50

"Buona cosa è il sale; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri".

Non di rado si dice che il vangelo sia pieno di paradossi, di inviti a compiere azioni o ad assumere comportamenti che vanno contro ogni umano buon senso.

Il brano di oggi potrebbe prestarsi a conclusioni di questo genere, se dovesse essere preso alla lettera. Ma sappiamo da san Paolo che “la lettera uccide, lo Spirito invece dà la vita” (cfr. 2Corinzi 3,6 ). Lo scandalo di cui parla Gesù in questo contesto, con un linguaggio davvero paradossale, sta a dire che la dignità della persona e la salvezza (nostra e quella altrui) è una cosa estremamente seria con la quale non è concesso giocare o trattare con superficialità.

Quando il sale si usa bene, non si sente il gusto del sale, il sapore del sale: si sente il sapore di ogni pasto.  Il sale aiuta che il sapore di quel pasto sia più buono, sia più conservato ma più buono, più saporito. Questa è la originalità cristiana. Quando noi annunziamo la fede, con questo sale quelli che ricevono l’annunzio, lo ricevono secondo la propria peculiarità, come per i pasti. E così ciascuno con la propria peculiarità riceve il sale e diventa più buono. La originalità cristiana non è una uniformità. Prende ciascuno come è, con la sua personalità, con le sue caratteristiche, con la sua cultura e lo lascia con quello, perché è una ricchezza. Ma gli dà qualcosa di più: gli dà il sapore.

Questa originalità cristiana è tanto bella, perché quando noi vogliamo fare una uniformità - tutti siano salati allo stesso modo - le cose saranno come quando la donna butta troppo sale e si sente soltanto il gusto del sale e non il gusto di quel pasto saporito con il sale. L’originalità cristiana è proprio questo: ciascuno è come è, con i doni che il Signore gli ha dato. Ciascuno è distinto dall'altro, dunque il sale cristiano è quello che fa vedere proprio le qualità di ciascuno.

Ma il sale può anche bruciare e fare del male.

Guai a dare scandalo!

"Lo scandalo è l'atteggiamento o il comportamento che induce altri a compiere il male. Chi scandalizza si fa tentatore del suo prossimo. Attenta alla virtù e alla rettitudine; può trascinare il proprio fratello alla morte spirituale. Lo scandalo costituisce una colpa grave se chi lo provoca con azione o omissione induce deliberatamente altri in una grave mancanza" (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2284).

+ Dal Vangelo secondo Marco 9,41-50

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chiunque vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue. Ognuno infatti sarà salato con il fuoco. Buona cosa è il sale; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri».

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Per mostrare la #bellezza prenatale

Per mostrare la #bellezza prenatale

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 28 febbraio 2019

"Nessun altro potrà mai conoscere la forza del mio amore per te.

Dopo tutto, tu sei l'unico che conosce il suono del mio cuore dall'interno"

Kristen Proby, 'Fight with Me'

Ogni tanto ci sediamo sul lettone di casa e  ci mettiamo tutti e tre a prendere in mano la cassetta dei ricordi .

C'è dentro un po' di tutto: fotografie, biglietti di treni, ingressi a musei e a posti che abbiamo visitato, lettere scritte (tante mai spedite), oggetti, insomma, c'è racchiusa un po' la nostra storia di famiglia fatta di simboli che solo a noi fanno memoria della bellezza vissuta.

Ieri sera il rito l'ho proposto io, perchè ho sentito forte l'esigenza di fare riemergere dieci fotografie. Bianco e nero, sbiadite, devi sforzare gli occhi per mettere a fuoco qualche cosa. Ma il cuore viene in soccorso per scatenare un mondo di emozioni e sensazioni delle quali avevo davvero bisogno.

Era il 05 gennaio 2001: la mamma ed io ti abbiamo vista per la prima volta con i nostri occhi. Eri già lì da due mesi: sentivamo il tuo muoversi e ci immaginavamo che cosa stessi facendo. Ti abbiamo vista e non ti so descrivere l’emozione di quel momento.

Dieci ecografie pinzate sul diario di bordo, con annotato tutti i dettagli fino al giorno nel quale mai un pianto è stato così benedetto.

Ti osservo – oggi – ed ogni volta che lo faccio (non sai davvero quante!) mi commuove vederti andar via “sicura, trasformando dal vivo cromosomi corsari di longobardi, di celti e romani dell' antica pianura”, “reginetta dei telecomandi, di gnosi assolute che asserisci e domandi, di sospetto e di fede nel mondo curioso dei grandi” (che volete farci, "Culodritto" di Guccini mi fa un effetto fontana sempre ... ).

I nuovi apparecchi ecografici ti lasciano a bocca aperta, tanto sono capaci di ricostruire una immagine in tre dimensioni. L’ecografia quadridimensionale addirittura ti dà la è tridimensionalità in real time, con movimento in tempo reale.

Il miracolo della vita che genera vita. I nove mesi in cui un bambino cresce all'interno di sua madre sono speciali. Come ogni persona ha le sue impronte digitali – uniche ed irripetibili – le ecografie sono un po’ come le tue impronte digitali – uniche ed irripetibili, Camilla: ogni gravidanza, feto e bambino, sono del tutto unici.

Sarebbero da incorniciare, perché dove vai a trovare un quadro così reale e vero?

L'idea non sarebbe affatto male. Navigando in web, mi sono imbattuto in una storia che di questo ne ha fatto il proprio lavoro. Ed è una storia che vale davvero la pena raccontare.

Laura Steerman ha 54 anni ed è oggi un'artista di Dublino, dove vive e lavora come illustratrice. Ma è anche diventata un'amante nella pratica di una forma d'arte molto particolare: convertire le ecografie uterine in quadri colorati.

“I miei dipinti sono stati progettati come regalo per celebrare la gravidanza e tutta questa esperienza insieme – dichiara la Steerman sul suo sito -. Ogni pezzo ha lo scopo di catturare questa magia e la personalità del tuo bambino. I miei piccoli disegni commemorano tutti i bambini, sono ispirati da te a raccontare la loro storia”.

“Quaint Baby Ultrasound Art” è diventato – oggi - il suo marchio di fabbrica.

Laura ha iniziato a dipingere a 35 anni, quando era in cinta della prima delle sue tre figlie femmine. “Avevo intenzione di seguire un percorso artistico o di interior design o comunque qualcosa di creativo", - dice Laura in una intervista -, ma alla fine ha scelto di studiare economia e diritto, diventando alla fine un avvocato”. Un lavoro che le piaceva, almeno all'inizio, e in cui era anche brava. Ha lavorato come avvocato in uno studio privato prima di diventare consulente interno presso la Commission for Regulation of Utilities irlandese e poi è andata a lavorare per ESB, una grande azienda di forniture di energia elettrica. Ha contribuito anche alla costruzione del testo di legge sull'energia tutt’oggi vigente in Irlanda.

Ma qualcosa non andava. "C'erano molte cose che mi piacevano nel mio lavoro, ma non ho potuto fare a meno di provare la sensazione di sentire come un vuoto dentro di me", dice.

"Mi sembrava davvero che mancasse qualcosa, ma ero andata troppo lontano sul treno per saltare giù improvvisamente: mi ero sposata, c'era una casa, avevamo un mutuo, quindi era molto difficile scendere da quel treno."

"I felt like I wasn’t doing myself justice, which I didn’t want (my children) to pick up on.

I felt that maybe if I was home more and doing something more creative, I thought I could be a more content person."

Laura Steerman

Diventare mamma per la prima volta è stato il punto di svolta per lei.

Ha 35 anni sceglie di rimanere in cinta. "Mi rilassava disegnare dipingere durante il periodo della maternità della mia prima figlia, ma ero al tempo stesso preoccupata. Non sentivo mia figlia muoversi ed avevo paura che qualcosa non stesse andando per il verso giusto”. Fortunatamente, una ecografia le assicurò che tutto filava via liscio.

Fu in quel momento che accadde qualcosa che le cambiò totalmente la vita. Ma ancora non lo sapeva.

Quella foto in bianco e nero della sua prima ecografia l’aveva lasciata un po’ delusa. “Ho pensato, non posso lasciare questa immagine e metterla in una cornice e sono stata davvero attratta dall’idea di portarle un po’ di colore, un po’ di vita. E' stato il mio amore per l'arte e l'artigianato che mi ha portato a trasformare in quadri le ecografie dei miei figli”.

Ha creato così il suo primo pezzo di “arte ad ultrasuoni” e non aveva intenzione di fare altro, fino a quando gli amici non hanno iniziato a commentare i suoi quadri. Presto la gente ha iniziato a chiederle di fare altrettanto per loro e così piano piano Laura ha iniziato a produrre quelli che a tutti gli effetti sono dei quadri.

Un punto di svolta arrivò quando Laura lesse la storia di una donna che aveva perso il figlio durante il parto.

"Mi sono resa conto che l’ecografia è spesso l'unica fotografia che un genitore in lutto potrà mai avere del proprio figlio", ha dichiarato.

Si mise in contatto con quella donna per offrirsi di creare un pezzo per lei e ne fu felicissima.

L'arte così  "ha assunto un denso significato", spiega Laura.  I suoi dipinti avrebbero potuto trasmettere ancora di più dell'inizio di una vita: avrebbero potuto anche commemorarne una terminata troppo presto. Questa esperienza la porta a collaborare con “Féileacáin” (Stillbirth and Neonatal Death Association of Ireland – SANDAI), un'associazione irlandese formata da un gruppo di genitori in lutto per offrire supporto a chiunque sia stato colpito dalla morte di un bambino intorno al momento della nascita.

Fino ad oggi, il suo unico rimpianto per avere lasciato il suo lavoro precedente per perseguire la sua passione per l'arte è quello di ... non averlo fatto prima.

“Era un lavoro sicuro, ben pagato, per tutta la vita, e alla fine c'era anche una buona pensione", ammette. "Avrei potuto stare seduta a quella scrivania per altri trent'anni e avrei potuto aspettare un pensionamento con la mia buona pensione all’ ESB fino alla mia morte, ma ho pensato - e questo è probabilmente davvero drammatico – che una parte della mia anima sarebbe morta prima di allora e questo per me era un prezzo che non potevo pagare".

Ora guadagna una "frazione" di quello che guadagnava prima. Laura  lavora da casa con quattro dipendenti part-time che la aiutano, ma ammette che sta ancora imparando a trovare un equilibrio tra essere mamma di tre figlie e lavorare come imprenditrice di se stessa.

"Non esiste un libro delle regole, nessuna fata madrina può sventolare una bacchetta e prepararti ad essere un lavoratore autonomo, con una giovane famiglia, e a destreggiarsi tra la vita familiare e gli impegni con gli amici e le tue finanze”.

"Sono certamente più stanca di quanto sia mai stata, ma c'è un'energia che ti fa andare avanti quando c’è qualcosa di veramente importante". L'attività procede bene: "Ora mando quadri in America, Austrailia, Asia, in tutta Europa e tutto attraverso le meraviglie di Internet e dei social network ". Laura ha smesso di preoccuparsi per il futuro: "Se un giorno mi ritrovassi a non avere più commissioni, continuerei comunque a dipingere, perché è quello che mi piace fare più di tutto. Il lavoro? Mi metterei ad invertarmi qualcos'altro di creativo!"

Quaint Baby Ultrasound Art

Steerman condivide il suo lavoro - oltre che dal suo sito web (www.quaintbabyart.com) – sui social: sulla sua pagina Facebook (www.facebook.com/QuaintBabyArt/), ma soprattutto su Instagram (@quaintbaby_ultrasoundart), strumento che facilita il godimento dei colori di immagini incredibili.

Ogni commissione inizia con una ecografia che le viene inviata, quindi una discussione su "#colorfulinspiration", il ridimensionamento e lo styling finale.

Non ci avevo mai riflettuto.

Quelle dieci ecografie sono parte integrante e impriscindibile della vita di Camilla, sono la rappresentazione concreta dell'origine di tutto. Festeggiamo con gioia la data del compleanno e tutti noi genitori abbiamo da qualche parte in casa bacheche piene di foto di quei momenti. Le appendiamo qua e là perchè quelle immagini ci aiutino ogni giorno a fare memoria della nostra storia e continuare a gustare i momenti sorridenti che abbiamo vissuto insieme.

E ci dimentichiamo l'emozione e la gioia del giorno nel quale tua moglie ti ha annunciato: "Aspettiamo un bambino, sono in cinta!". Difficilmente ne parliamo ai nostri figli, se non sommariamente.

Dalla storia di Laura Speerman mi porto via il desiderio viscerale di prolungare la gioia di una vita che nasce in grembo perchè sia sempre viva ed attuale ogni giorno nel cammino di genitori, figli e famiglia. Qualche cosa credo che mi inventerò per fare di quelle dieci piccole sbiadite ecografie in bianco e nero un'opera d'arte da ammirare, gustare e -perchè no? -mostrare.

Ha ragione il mio "amico" Alessandro Bono: "Ogni giorno che passa è un quadro che appendo".

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Pell condannato in primo grado, una brutta storia che va però ripercorsa

Pell condannato in primo grado, una brutta storia che va però ripercorsa

di Gabriele Marconi

#LaCroce quotidiano, 27 febbraio 2019

Un iter giudiziario lungo e tortuoso, quello che ha portato alla condanna per il cardinale australiano George Pell.
Lo ricostruiamo qui soprattutto a partire dal resoconto del gesuita Frank Brennan su The Australian, che ha seguito il caso per buona parte in presa diretta.
Ne emerge un quadro dettagliato.

L a notizia della condanna del cardinale George Pell non era certo inattesa, anticipata da più di due mesi di indiscrezioni semi-ufficiali, con un “suppression order” (un divieto di divulgazione) pendente sul processo sui casi degli anni ‘90, a tutela dei coinvolti di un secondo processo, come spesso avviene in casi del genere, in una seconda serie di accuse risalenti a quando Pell era sacerdote a Ballarat negli anni ’70.

Il 25 febbraio è stata rimossa l’ordinanza del giudice Peter Kidd, così sono emerse anche le prime certezze relative al processo contro il ministro delle finanze vaticane “in congedo”, ruolo che è comunemente noto come “il numero 3” della Santa Sede, dal già arcivescovo di Sidney e Melbourne ricoperto dal 2014 fino al 2017.
A giugno di quell’anno, di comune accordo con Papa Francesco, Pell decise di lasciare il Vaticano per la natia Australia.Lì voleva difendersi di fronte alle autorità giudiziarie nel processo denominato «cathedral trial», confidando di uscirne incolpevole. Una speranza razionalmente fondata e sorprendentemente disattesa.

L’informazione ha giocato un ruolo deleterio nel manipolare i fatti riguardanti il caso. All’indomani della sentenza segretata, il 12 dicembre 2018, diversi media internazionali hanno violato l’ordine del giudice, per gettarsi in una competizione disinformativa (inevitabile, vista l’assenza dei loro giornalisti in aula) innescata dall’irresistibile notizia del prelato di più alto grado di sempre giudicato colpevole di abusi: tra loro la CNN, il Washington Post, il Daily Beast, vari media australiani locali e naturalmente diverse testate o blog di area cattolica.

La violazione ha avuto come conseguenza l’avviso a più di 100 giornalisti da parte del Pubblico Ministero della Victoria che minacciava un procedimento ai loro danni con pene fino alla carcerazione, per la cancellazione di gran parte degli articoli pubblicati a dicembre. Le lettere oltre che dal PM sono state emesse anche dal giudice Kidd, che ha definito l’onda mediatica come un tentativo di influenzare la sentenza del futuro processo sulla seconda serie di accuse.
La copertina dello Herald Sun, il tabloid di Melbourne, ha simboleggiato perfettamente il clima che si respirava.«Il mondo sta leggendo di una storia davvero importante, una storia rilevante per i Victorian. Al The Herald Sun è stato impedito di pubblicare di pubblicare dettagli riguardo questa notizia significativa. Ma, fidatevi di noi, è una storia che i Victorian meritano di leggere».
Tra gli otto giornalisti e reporter giudiziari presenti ai processi che non hanno violato l’ordine c’erano invece Melissa Davey e Emma Younger, delle divisioni australiane del Guardian e di ABC News. Entrambe hanno prodotto dei pezzi sostanziosi e spesso tendenti all’emotivo da cui si può ricavare una versione verosimilmente in buona parte aderente agli atti giudiziari, seppur filtrati da una prospettiva tesa a dar più spazio all’accusa e a marginalizzare gli elementi corroboranti l’impianto difensivo.

Il resoconto meglio circostanziato del dibattimento ci viene invece offerto da un articolo di padre Frank Brennan SJ su The Australian: il gesuita, eminente giurista e attivista per i diritti umani nell’isola, ha seguito il procedimento per la gran parte del suo svolgimento.

Incrociando i report, si offre qui un resoconto selezionato per delineare il quadro più esaustivo.

Il «Processo della Cattedrale» Pell è stato accusato e condannato per quattro capi d’accusa di atti osceni su un minore di età inferiore a 16 anni e per l’accusa di penetrazione sessuale sempre ai danni di un minori di 16 anni. L’accusa è stata condotta dal Pubblico Ministero Mark Gibson, secondo la quale i fatti si sarebbero verificati da dicembre 1996 all’inizio del 1997, nel giro di pochi mesi dalla nomina di Pell ad Arcivescovo di Melbourne (avvenuta a luglio), dopo la celebrazione delle messe solenni nella Cattedrale di San Patrick.
Vista la rilevanza del caso, ha presieduto la corte il giudice Peter Kidd, un magistrato sia a Capo della Corte dello Stato della Victoria, che membro della Corte Suprema d’Australia. L’iter si è svolto in due fasi, ovvero due processi distinti, ad Agosto e Novembre 2018. Il secondo processo è stato aperto a seguito dell’incapacità della giuria di 12 giurati di pervenire ad un verdetto unanime o forte di una maggioranza 11 a 1, dopo le 5 settimane del primo processo.
I 12 giurati e gli altri 2 di riserva (previsti per assicurare la presenza dei 12 durante tutto il periodo prolungato) sono stati inizialmente selezionati da un campione di 250. Il giudice Kidd aveva tra le proprie priorità la selezione di giurati che non avessero pregiudizi a favore o contrari rispetto alla Chiesa Cattolica, in un momento critico come quello attuale per l’opinione pubblica australiana. La difesa è stata affidata al legale Robert Richter, che gode del titolo di QC.

I processi contro il cardinale Pell erano accessibili al pubblico, posto che si sapesse in quale aula della Corte Distrettuale di Melbourne recarsi. Il pubblico ha potuto assistere a tutte le testimonianze e gli elementi presentati in forma integrale come prove dall’accusa, salvo la testimonianza di una delle due presunte vittime, che è pervenuta al pubblico solo tramite le citazioni dei rappresentanti dalle parti in causa o nella presentazione del capo d’imputazione del giudice alla giuria. La testimonianza della vittima è stata ricevuta a porte chiuse nel primo processo, presentata in registrazione come prova al secondo e l’identità del testimone è rimasta riservata: l’intero impianto accusatorio è basato su questa testimonianza. L’altra presunta vittima, deceduta nel 2014, non ha mai parlato dell’evento con nessuno e ha negato di essere stato oggetto di abusi quando la madre gliel’ha domandato anni dopo (sebbene alla giuria sia stato detto che è defunto in “circostanze accidentali”, la causa è stata un’overdose di eroina). Gli altri testimoni, tra cui più d’una dozzina di uomini che da bambini sono stati cantori nel coro della Cattedrale, sono stati chiamati allo scopo di avvalorare o smentire la testimonianza del denunciante.

La testimonianza chiave è stata ascoltata dalla giuria per due giornate e mezzo d’udienza in videocollegamento, per un giorno il rappresentante della difesa Robert Richter ha potuto controinterrogarlo (Richter ha la nomea d’essere uno dei legali più abili nel controinterrogatorio in Australia).
Al contrario, Pell non ha voluto presentare nessuna controprova, ma solo una registrazione di 45 minuti del suo interrogatorio con il Sergente Ispettore della Polizia dello stato della Victoria Christopher Reed, avvenuto all’Hilton Hotel dell’aeroporto Da Vinci di Roma nell’ottobre 2016. In quell’occasione il cardinale ascoltava attentamente le domande dell’ufficiale, screditandole una per una come «un carico di assoluta e vergognosa immondizia», «prodotto della fantasia», «falsità totali, follia», dicendosi sicuro che «con un poco di fortuna, saprò dimostrarne la controfattualità punto per punto» e prendendo nota per cominciare a preparare la propria difesa.

Pell non è perciò andato al banco dei testimoni in nessun momento dei due processi, con la difesa che si proponeva di confutare la tesi dell’accusa evidenziandone la debolezza intrinseca. L’abuso secondo la testimonianza

Il testimone racconta di due episodi che lo vedono vittima di Pell, cui riferiscono i 5 capi d’imputazione.
Il primo sarebbe accaduto verso mezzogiorno, al termine di una Messa Solenne - rintracciata nella memoria come svoltasi nella seconda metà del 1996 – quando lui ed un altro cantore del coro della Cattedrale di San Patrick, entrambi 13enni, si allontanano dalla processione d’uscita dalla navata, in vena di marachelle, per rientrare in cattedrale dall’ingresso sud ed attraversando i corridoi arrivano nelle sacrestie. Lì trovano una credenza aperta contenente vino per la consacrazione e ne bevono alcuni sorsi a testa, gratificati della propria trasgressione. Li sorprende l’arcivescovo Pell, in paramenti liturgici e solo. Sulla soglia chiede loro «Che state facendo qui? Oh… siete nei guai!» ed, entrando infila le mani sotto gli abiti, estrae il membro e afferra per il capo l’altro ragazzino.
Il testimone implora «Ci può lasciar andare? Non abbiamo fatto nulla», ma l’arcivescovo lo mette da parte e continua premendo il viso del ragazzino contro i propri genitali. La violenza prosegue per un minuto o due, mentre il primo ragazzino rimane attonito ad una distanza di non più di due metri. Dopodiché Pell si volge a lui, il testimone, costringendolo a subire una penetrazione orale e a svestirsi dei pantaloni, per tastargli i genitali. Terminato l’abuso, il testimone si riveste e i due ragazzini escono dalla sacrestia e si dirigono verso gli spogliatoi del coro e riconsegnano le tonache [secondo la Davey del Guardian, avrebbero tentato di ricongiungersi alla processione].

Più breve il secondo episodio, a distanza di qualche mese.
Sempre al termine di una Messa Solenne, l’arcivescovo avrebbe assalito il testimone nei corridoi della cattedrale, spingendolo contro il muro e tastandogli nuovamente i genitali senza proferir parola. L’atto si sarebbe consumato in pochi secondi. Il peso dell’evidenza, tra impossibile ed improbabile Accusa e difesa concordano che la prima Messa Solenne celebrata dall’Arcivescovo nella Cattedra di San Patrizio è quella del 15 dicembre. Ciò sulla base della documentazione diaristica che offre un ministrante prestante servizio in cattedrale, che dal 1973 ha annotato ogni celebrazione cui ha partecipato in San Patrick.
Nell’anno 1996 il suo diario documenta che Pell ha celebrato le Messe Solenni di mezzogiorno a partire dal 15 dicembre, avendo come unica altra data il 22 dello stesso mese. Secondo l’accusa è perciò una di queste due date quella in cui sarebbe avvenuto il primo abuso. Secondo la testimonianza, nel primo episodio Pell avrebbe praticato sia l’atto osceno che la penetrazione orale ancora vestito, in parte, del paramento liturgico, in specie facendo riferimento all’alba (il camice). In particolare, Pell avrebbe armeggiato sotto il paramento nel levarsi «i pantaloni o la cintura», recita la trascrizione; a quel punto avrebbe estratto il membro.

Chiunque abbia una minima familiarità con gli abiti sacri si rende conto che questa descrizione è inattendibile: l’alba non può essere divisa, né sbottonata o aperta, le sole aperture sono in corrispondenza delle tasche laterali dei pantaloni. La difesa ha evidenziato l’incongruenza, facendo portare anche il camice nella corte ed esibendo l’impossibilità geometrica.
L’accusa ha allora corretto la testimonianza, sostenendo che il camice fosse stato spostato da parte. Anche quest’operazione è piuttosto ardua da praticare e, di nuovo, impossibile nel momento in cui il cingolo lega il paramento come prevede il vestiario liturgico. Il cingolo gioca un ruolo anche più stringente della conformazione del camice, in quanto è impossibile il prodursi di un’erezione finché esso è legato intorno alla vita.
Dalla testimonianza però è chiaro che la cintura cui il testimone si riferisce è quella dei pantaloni, non si può confonderla con il classico cordone (né l’accusa ha provato a re-interpretarla). Anche gli altri testimoni clericali o prestanti servizio di lungo corso hanno potuto assicurare che non c’è possibilità per un’erezione efficace all’atto sessuale nella situazione in cui l’allora arcivescovo si trovava, secondo l’accusa, non ancora svestito.
La sacrestia della Cattedrale durante gli atti sarebbe rimasta con la porta aperta. Secondo la ricostruzione sarebbe stato possibile vedere quegli atti consumarsi dai corridoi entro i 10 minuti successivi alla Messa Solenne nel luogo di culto cattolico più importante e frequentato dell’Australia. In più quella non era la sacrestia episcopale, che in quel periodo era in restauro secondo la testimonianza di mons. Charles Portelli, Cerimoniere della cattedrale all’epoca, bensì la sacrestia presbiterale, ove tutti i concelebranti, i diaconi, i ministranti e i sacerdoti che in cattedrale svolgevano altre funzioni si preparavano e si ritiravano prima e dopo le celebrazioni. Per non parlare del sacrista (Max Potter, in quel periodo), che secondo il protocollo doveva sempre essere presente prima che le sacrestie venissero usate, assicurandosi di chiudere gli armadi con le specie e le stanze stesse. Infine, anche trai laici c’è l’uso di frequentare le sacrestie per scambiare parole coi presbiteri. Il tutto in pieno periodo d’Avvento, uno dei tempi più impegnativi per i preparativi liturgici.
Le sacrestie sono state definite da varie testimonianze «un alveare di attività». Un rischio ancora più elevato è quello di assalire un fanciullo direttamente nei corridoi, com’è riportato per il secondo episodio. Eppure secondo l’accusa un rischio così alto (pressoché una certezza) di essere colto in fragranza non avrebbe fermato Pell. Anzi, secondo l’accusa la conferma di mons. Portelli che Pell in quel periodo facesse uso della sacrestia presbiterale sarebbe un elemento di rinforzo alla propria tesi: nell’arringa conclusiva verso la giuria Gibson ha pregato di tener conto di come il testimone abbia descritto parte dell’apparato decorativo ligneo (“i pannelli di legno”) e dove venivano conservate le specie per la consacrazione.

Se l’evidenza non si riscontra nell’abuso per come raccontato, anche il contesto fa sorgere numerosi dubbi.

Il primo riguarda l’effettiva presenza di due cantori che lasciano la processione finale della celebrazione senza che nessuno se ne avveda o li riprenda, né i responsabili del coro né chiunque altro di servizio nella cattedrale.
La processione è un momento con una certa visibilità nella chiesa e in San Patrick essa veniva curata con particolare ordine: i cantori si disponevano in fila per due, la sparizione di una coppia sarebbe stata difficile da giustificare. Secondo quelli che all’epoca erano piccoli cantori, si coglievano facilmente le occasioni di far scompiglio come per ogni studente (alcuni sostengono che, da un certo momento in avanti, era un po’ “tana libera tutti”), mentre gli adulti di allora ricordano un approccio ben disciplinato dalla fine della celebrazione fino all’ingresso negli spogliatoi.
Secondo l’opinione di Peter Finnigan, choir marshal e supervisore per i ragazzi, lui si sarebbe accorto se due cantori avessero lasciato la processione. Dietro domanda dell’accusa, Finnigan ha ammesso che, nel caso (che reputa improbabile) ci fossero riusciti senza farsi vedere, difficilmente se ne sarebbe potuto accorgere prima di rientrare negli spogliatoi, non tenendo l’appello. Ma più che l’improbabile fuga di due cantori, difficile è immaginare che l’arcivescovo lasci la processione al termine della Messa Solenne senza offrire una motivazione seria al suo Cerimoniere o a nessun altro.
La ricostruzione prevede infatti che Pell si sia allontanato a sua volta, solo, per recarsi nelle sacrestie. Ma la testimonianza di mons. Portelli, dall’accusa ritenuta credibile sull’impiego della sacrestia presbiterale da parte dell’arcivescovo, esclude che l’arcivescovo si dirigesse nelle sacrestie senza di lui, il suo Cerimoniere che gli forniva l’assistenza necessaria allo svestirsi dei paramenti (Portelli era descritto come “l’ombra” o “la guardia del corpo di Pell” in quegli anni). Il Cerimoniere non ricorda di aver trovato mai Pell solo in sacrestia e che, nelle rare occasioni in cui si doveva occupare di controllare le omelie per la messa vespertina, della svestizione si occupa il sacrista Potter.

La testimonianza di Portelli è particolarmente dettagliata, egli dichiara di ricordarsi il periodo bene perché le prime Messe Solenni celebrate da Pell servivano all’arcivescovo anche per rimuovere le imperfezioni (“iron out the bugs in the system”) che poteva incontrare nella nuova ritualità episcopale. Uno degli elementi più chiari nella testimonianza è l’abitudine di Pell di fermarsi al termine della processione conclusiva sul sagrato della cattedrale e salutare i fedeli, abitudine che è stata confermata da tutte le testimonianze. L’accusa ha speculato che l’arcivescovo potesse non aver ancora cominciato nel suo primo periodo di ministero a Melbourne, ma non ha offerto elementi in tal senso.

Il verdetto sorprendente Richter ha perciò affermato, nella sua arringa conclusiva alla giuria, non solo che l’unico elemento a supporto dell’accusa è la testimonianza del denunciante, non solo che l’accusa non è riuscita a dimostrare che i fatti sono avvenuti, ma nemmeno che sono potuti accadere: «Vi hanno raccontato storie così piene di inconsistenze artefatte e di modifiche, che non ci appendereste un pollo allo spiedo, figuriamoci il destino di un uomo».

Dichiarando la tesi dell’accusa “la teoria dell’uomo folle”, echeggiava la sua arringa iniziale «La questione principale è che ciò è impossibile nella pratica. […] Nulla avrebbe impedito ad uno dei ragazzi di fuggire gridando mentre l’altro veniva abusato. Come poteva sapere Pell che ciò non sarebbe avvenuto? Come poteva sapere che uno non sarebbe scappato dando gli allarmi, correndo via dalla stanza in lacrime?».

Insediato da poco, se fosse stato un pedofilo Pell avrebbe davvero rischiato in una circostanza del genere, piuttosto che convocare i due ragazzini in un ufficio? Dopo le arringhe il giudice Kidd ha avvisato i giurati: «Questo processo non riguarda la Chiesa Cattolica. Pell non è qui per risponde delle colpe di altri chierici, ma delle proprie, per appurare se abbia commesso atti abominevoli. Questa non può essere l’occasione di trovare un capo espiatorio per le colpe della Chiesa Cattolica. Dovete sempre tenere a mente che la difesa non deve provare nulla. È in capo al pubblico ministero l’onere di provare ognuna delle accuse, dal principio alla fine. Potreste credere a tutti, ad alcuni o nessuno degli elementi presentati dai testimoni. Non cercate indizi da me, non ve ne darò alcuno, questo ve lo posso assicurare. Il mio compito non è esprimere in un senso o nell’altro sulla colpevolezza dell’accusato».

Il giudice ha così lasciato intendere che non avrebbe in nessun modo interferito col verdetto della giuria. Lo Stato della Victoria è il solo in Australia in cui un simile caso viene affidato ad un collegio giudicante di cittadini anziché ad un singolo magistrato.

Alla pronuncia della parola “colpevole” il team difensivo di Pell è descritto come allibito, si è così affrettato a chiedere una dilazione dell’applicazione per poter permettere al Cardinale di sottoporsi ad un intervento al ginocchio.

Come prosegue la vicenda?

La condanna espressa nel verdetto è di primo grado, oggi 27 febbraio si attende la lettura della sentenza del giudice in udienza, poi sarà il ricorso in appello, già annunciato dai suoi legali. Ma lo scenario non è benevolo.

I rilievi avanzati dalla difesa sembravano mettere l’accusa in una situazione di totale discredito, eppure dopo 3 giorni di delibera la giuria ha raggiunto l’unanimità contro l’accusato.

Né il giudice si è azzardato a rovesciare il verdetto come pure sarebbe nei suoi poteri in casi eccezionali.

Il giudice potrà dunque anche decidere che non ci sono le basi per il ricorso in appello?

Se la condanna si dimostrasse definitiva, ci troveremmo di fronte ad una sentenza pronunciata senza alcuna evidenza, anzi contro pesanti margini pregiudiziali, secondo cui i fatti come esposti sono se non impossibili, radicalmente improbabili, a danno di un membro del Collegio Cardinalizio.

La Santa Sede ha comunicato ieri attraverso il direttore della Sala Stampa di aver «confermato le misure cautelari già disposte nei confronti del Cardinale George Pell […]. Ossia che, in attesa dell’accertamento definitivo dei fatti, al Cardinale Pell sia proibito in via cautelativa l’esercizio pubblico del ministero e, come di norma, il contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età».

Nella nota si «prende atto» della condanna in primo grado nei confronti del cardinale, «una notizia dolorosa» che «ha scioccato moltissime persone, non solo in Australia».

La Santa Sede ribadisce perciò «il massimo rispetto per le autorità giudiziarie australiane». E proprio «in nome di questo rispetto», ha sottolineato Gisotti, «attendiamo ora l’esito del processo d’appello, ricordando che il cardinale Pell ha ribadito la sua innocenza e ha il diritto di difendersi fino all’ultimo grado». Al «massimo rispetto per le autorità giudiziarie australiane» espresso dalla Santa Sede, arduo è dar seguito con altrettanta fiducia verso le medesime autorità.

Per ora ci rimane il dubbio se al Cardinal Pell, che ha deciso di sua volontà e di concordato col Santo Padre di sottoporsi al processo civile, sarebbe servito presentare la propria testimonianza, anziché improntare tutta la difesa sulla confutazione dell’accusa dall’interno, cioè evidenziandone le fragilità.

Sarebbe di certo ingenuo ricondurre la sconfitta di Pell alla sua troppa sicurezza, alimenterebbe quello stereotipo dell’eccessivo decisionista, quasi autarchico che piace al gossip vaticanistico, ma non rende giustizia alla sua figura (né Pell era da solo, avendo assunto una squadra di legali delle migliori in circolazioni nella sua patria): l’accusa dipinge effettivamente, prima che un pedofilo, un folle od un idiota.

Un uomo dell’intelligenza di Pell può rispondere a questa descrizione?

Se l’avviso del giudice Kidd contro il “capro espiatorio” fosse di circostanza o meno, forse potremo capirne di più nei prossimi giorni.

Difficile, però, non notare la congiuntura tra la caduta del “suppression order” e la conclusione del summit sugli abusi.