#Alimentare Vincent Lambert è “irragionevole”

#Alimentare Vincent Lambert è "irragionevole"

di Lucia Scozzoli

#LaCroce quotidiano, 01 Febraio 2019

Il caso Vincent Lambert si è arricchito di un nuovo tragico capitolo: il tribunale amministrativo di Châlons-en-Champagne (Marne) ha confermato oggi (31/01/19) “l’irragionevole ostinazione” con cui Vincent Lambert è mantenuto da dieci anni in stato vegetativo, aprendo la strada alla procedura che prevede la sospensione delle cure e soprattutto di alimentazione e idratazione.

La corte dice di conoscere quale sarebbe il desiderio di Vincent: “non essere tenuto in vita nel caso in cui si trovi nello stato in cui è da dieci anni”, nonostante il precedente tentativo di terminarlo sia fallito, per l’irragionevole ostinazione di Vincent a voler vivere anche così.

I genitori di Vincent hanno già dichiarato di voler ricorrere al consiglio di stato.

Nel frattempo, mentre la giustizia francese si arrovella tra cavilli burocratici, conflitti di competenze, perizie e controperizie, la gente comune legge la notizia e sospira: “a questo punto sarebbe meglio l’eutanasia”.

Già, perché il punto chiave è proprio questo: chi ha letto la minuziosa descrizione del supplizio di Eluana Englaro, mentre moriva disidratata nel 2009, davanti a meticolosi assistenti che annotavano i crepi sulle labbra secche, il battito accelerato per il sangue fattosi più denso, l’affanno inesprimibile provocato dall’arsura, pensa subito a quel che significa morire di fame e sete, imprigionato, come il conte Ugolino, nella galera del proprio corpo immobile, davanti all’imperturbabile durezza di chi lascia morire. E allora viene da invocare il colpo di pistola pietoso, che termina il supplizio della tortura per il condannato a morte.

Ma in questo quadro desolante, il nemico non è la malattia, come vorrebbe far credere la agiografica narrazione dell’eutanasia come fine delle sofferenze: qui il nemico è il medico che taglia il filo, è il parente che chiede la morte.

Quale sofferenza sta patendo Vincent davvero? Se è in stato vegetativo, certo non si cura delle questioni di principio che tanto accalorano noi, come la libertà di movimento, la capacità di esprimersi, la possibilità di costruirsi un futuro produttivo. E se in lui è rimasto un barlume di coscienza, com’è cheè ancora vivo? Lo sappiamo bene tutti come sia facile lasciarsi morire, come una prostrazione psichica sia più che sufficiente per minare un fisico sano, tanto più un tetraplegico allettato da dieci anni.
Sta verosimilmente soffrendo assai di più la moglie di Vincent, che ha sposato un uomo forte ed ora è la consorte di un vegetale, che forse costa denari di cure, senz’altro costa tanto cuore, con quel suo esserci ancora e non esserci più contemporaneamente. Non si può voltare pagina, non si può archiviare il ricordo di un amore nell’empireo della perfezione, finché quello sguardo che non ti guarda continua a trattenere nel presente una storia già tutta passata.
Accantonata la speranza di una ripresa, seppur marginale, cosa resta dunque al capezzale di chi è vivo ancora, ma non è più con noi? Cos’è un uomo che non si relaziona più col mondo e che verosimilmente non ha più uno stato di autocoscienza? E lo stesso quesito vale per chi non ha perduto, bensì non ha mai avuto, come un bambino nato gravemente handicappato.
In definitiva, cos’è un essere umano senza relazione possibile con nessun mezzo?
In effetti la domanda non è retorica, la risposta è molteplice e trova se stessa nell’etica di ciascuno, nel significato che diamo all’esistenza nel suo complesso.
In una visione meccanicistica, in cui l’uomo è solo carne, ossa e sangue e l’intelligenza è solo una acuta accensione di sinapsi ed un groviglio di impulsi elettrici, un tribunale qualunque può decidere, a suo insindacabile giudizio, quando una vita conviene alla collettività e quando no. Ma in una simile prospettiva, andrebbero terminati molti altri, oltre Vincent, che hanno danni molto minori. Il metro di valutazione sarebbe l’utilità futura residua dell’individuo in previsione di una guarigione. Dunque via i vecchi, via i malati non curabili, via i soggetti irrecuperabili.
Ci siamo molto vicino: in fondo, nel nostro cuore, un po’ lo crediamo tutti che, se non siamo utili a qualcuno, allora che ci stiamo a fare. Basta un po’ di pubblicità mirata e un velo di edulcorazione della pratica, ed ecco che l’eutanasia diventa più di un diritto. Diventa un gesto di altruismo verso i familiari e un atto di carità verso se stessi.

Avendo poi ucciso tutte le autorità morali e spirituali superiori che potrebbero dare valore al nostro essere senza troppa riflessione, come Dio, ciascuno si ritrova solo nel mondo, costretto a darsi un senso giorno per giorno, anche attraverso i marosi di storie avverse e dolorose. Perché vivere diventa un interrogativo non retorico, dalla risposta non banale, non ovvia.

Già il porsi la domanda è sintomo di uno squarcio sociale e psicologico grave, figlio del nostro tempo edonista
che osanna la perfezione e rigetta il limite e che pubblicizza deodoranti con lo slogan “perché io valgo”.

Vincent non vale più nulla per il mondo.

Solo la Chiesa, con lo sguardo di Dio, continua a non mettere in dubbio il valore intrinseco dell’essere umano. Non c’è rimasto nessun altro sulla faccia della terra, nemmeno i cattolici, che in fondo sono già perfettamente rassegnati all’inevitabile e che non hanno il coraggio di una resistenza né culturale né materiale, tanto da aver teorizzato in serenità il fatto che una simile resistenza nemmeno serva.

In bilico tra lo spiritualismo di chi affida alla preghiera ogni azione e il sentimentalismo di chi ritiene l’argomento troppo personale per farne oggetto di dibattito pubblico, il cristiano un po’ ammira la madre di Vincent, che continua ad opporsi e si fa pietra d’inciampo di questo processo violento di legalizzazione dell’omicidio del più debole, un po’ la compatisce, la poveretta, che si è incaponita a difendere il figlio vegetale.

E più d’uno si augura che Vincent muoia presto, prima di dover subire la tortura dell’inedia.

Magari con l’aiutino di un’iniezione pietosa. Non sappiamo più cosa vale una vita.

Vincent non vale più nulla per il mondo.

Solo la Chiesa, con lo sguardo di Dio, continua a non mettere in dubbio il valore intrinseco dell’essere umano. Non c’è rimasto nessun altro sulla faccia della terra, nemmeno i cattolici, che in fondo sono già perfettamente rassegnati all’inevitabile e che non hanno il coraggio di una resistenza né culturale néb materiale, tanto da aver teorizzato in serenità il fatto che una simile resistenza nemmeno serva.

In bilico tra lo spiritualismo di chi affida alla preghiera ogni azione e il sentimentalismo di chi ritiene l’argomento troppo personale per farne oggetto di dibattito pubblico, il cristiano un po’ ammira la madre di Vincent, che continua ad opporsi e si fa pietra d’inciampo di questo processo violento di legalizzazione dell’omicidio del più debole, un po’ la compatisce, la poveretta, che si è incaponita a difendere il figlio vegetale.

E più d’uno si augura che Vincent muoia presto, prima di dover subire la tortura dell’inedia.

Magari con l’aiutino di un’iniezione pietosa.

Non sappiamo più cosa vale una vita.

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Author: Davide Vairani

Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese.
Peccatore da sempre, cattolico per Grazia.
Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.

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