Tornare ad essere uomini

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Tornare ad essere uomini

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 08 marzo 2019

Non lasciamoci trascinare sul terreno di contese miopi ed ideologiche almeno oggi. Se un senso ci deve essere, il miglior “regalo” che possiamo fare alle donne per l’08 marzo e “farci un regalo”: torniamo ad essere uomini per davvero. Per essere mariti degni e padri nobili. Uomini nobili, dunque virili. Non conosco altro modello di uomo pienamente nobile e virile quale Youssef di Nazareth.

Il luogo comune è che san Giuseppe sia una figura scialba e sbiadita, da immaginetta olografica e basta. Una comparsa, un artificio retorico, perché qualcuno non pensasse che Gesù fosse semplicemente un figlio illegittimo. Sposo di una moglie non “sua”, dalla quale non può nemmeno avere un figlio “suo” che porti il suo cognome e continui il seme della stirpe. Giuseppe, padre putativo - quasi disincarnato - del Dio incarnato. Un uomo senza voce, senza autorità, senza personalità. Non è affatto così.

Youssef di Nazareth. Youssef ascolta il sogno: è disposto ad accogliere una voce non sua, a lasciarsi guidare. Il sogno è lo spazio di accoglienza del mistero. La parola “mistero” dice ancora qualcosa a noi uomini? Siamo capaci di lasciarlo, questo spazio, nella nostra vita? Giuseppe ci mostra come fare. È semplice e difficile nello stesso tempo, ma non impossibile. E lì sta tutta la differenza. Nel dire di a ciò che non abbiamo scelto. Come aveva fatto Maria. Un che si affida e nell’affidarsi trasforma la nostra vita in un’avventura che ci porta dove mai saremmo andati seguendo i nostri progetti. Che la rende unica, irripetibile. Indispensabile.

Matteo è - tra i quattro evangelisti - quello che ha un’attenzione particolare per i sogni di Youssef. Ce ne racconta quattro, che segnano il destino di Youssef e della sua famiglia e ci rivelano come è fatto davvero un uomo. Dopo ogni sogno un “risveglio”. Il risveglio è un’improvvisa presa di coscienza di una realtà che era già presente, ma della quale non si era ancora avuta l’esperienza. Questa coscienza, questo risveglio, è l’avvenimento più importante che possa capitare, e capita solo all’uomo. Tutti e quattro i sogni tolgono in qualche modo Giuseppe dal dubbio o dall’angoscia, ma nello stesso tempo gli aprono un cammino diverso da quello che lui aveva in mente

Il primo sogno è il sogno che fa vincere a Youssef il dubbio e la paura e che gli dona la forza ed il coraggio di intraprendere il cammino della vita.

“Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: ‘Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati’ (...). Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù” (Mt 1,18-25).

Youssef di Nazareth era un uomo di nobile stirpe, della dinastia di Davide, come ci dice il Vangelo. Ma la nobiltà per la quale ne facciamo memoria è un’altra: aver trasformato la nobiltà di sangue e di stirpe in una nobiltà di spirito. “Poiché era un uomo giusto” scrive l’evangelista.

La nobiltà di carne per Youssef sarebbe stata rimandare a casa Maria (“promessa sposa”), secondo quanto la legge mosaica gli imponeva. Che cosa avrebbe detto di lui la gente? Piccolo paese, dove tutti ci si conosce. Per quella morale non scritta pronta a giudicare tutto e tutti, Youssef non si sarebbe mai potuto staccare di dosso i risolini dietro l’angolo. Promesso sposo con una moglie incinta non per opera sua.

Youssef non sa darsene una ragione, non sa cosa fare. È combattuto tra l’adempimento della Legge e la difesa di Maria e della sua dignità. È un uomo “giusto”. Questo sogno è lo sciogliersi di un incubo che lo paralizzava e gli apre una strada nuova, assolutamente impensata: in Maria si compie ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele” (Mt 1,23).

La nobiltà di spirito gli ha consentito di accogliere Maria nella sua casa e nel suo cuore, come l’angelo gli aveva detto, ma per fare questo egli ha saputo andare oltre la propria giustizia, che pure era qualcosa di vero e di importante. Youssef si apre a un significato del tutto nuovo per il suo presente; trova il suo perché, pur senza conoscere il come.

E ci vuole coraggio e forza. Tanti uomini se ne sarebbero infischiati e avrebbero salutato per sempre quella donna incinta per “errore”. Forse avrebbero lasciato un po’ di denaro in cambio di silenzi amari e dolorosi e se ne sarebbero andati per sempre. Youssef custodisce e difende virilmente Maria, sua “promessa sposa”. Non si lascia trascinare da sentimento ed emozione. Surrogato dell’Amore, il “love is love” criterio di giudizio ultimo delle relazioni fugge dalla realtà e calpesta la dignità della persona, la dignità del corpo e del cuore. Fare sesso quando vuoi, come vuoi, con chi vuoi, questa è la declinazione corrente dell’amore.

Non c’è dignità in questo, uomini. Il giusto Youssef si apre a un orizzonte oltre i suoi pensieri e a un cammino oltre le sue forze, totalmente affidato alla parola: “Non temere”. Nei tormenti, negli incubi e nelle paure della vita, abbiamo bisogno di ascoltare, di credere in questa parola: non temere, non avere paura. Paura di noi stessi: non ce la faccio, non sono capace. Paura del nostro passato: ho già provato tante volte, so che sbaglio, non mi fido. Paura degli altri: cosa diranno, come giudicheranno quello che dico, quello che faccio? Paura del futuro: saprò resistere, saprò essere fedele, sarò all’altezza? come farò a mantenere mio figlio? La nostra povera umanità forse non sa e non può liberarsi da sola dalla paura, ma può tentare di restare in attento ascolto di una voce, quella che ascoltò Youssef e gli diede il coraggio di vivere la sua storia. Nell’ascolto la sua vita diventa un continuo atto di fede. Da uomo “giusto”. Youssef mette tutta la sua vita a difesa di sua moglie e di suo figlio: scommette sul futuro.

Il secondo sogno è quello in cui l’angelo comanda a Youssef di fuggire in Egitto per mettere in salvo il bambino dalla violenza omicida di Erode.

“Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese. Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: ‘Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo’. Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”. (Mt. 2, 9-14).

Youssef si prende cura di suo figlio fin dal momento del concepimento. Dentro un percorso relazionale e anche educativo, vissuto con Maria e con Gesù, accogliendo l’una come sposa e l’altro come figlio. L’esperienza di pienezza che Youssef ha vissuto è quella che ha sperimentato nel tempo minuto, quotidiano. Non nella vita pubblica di Gesù, ma in quella nascosta. Youssef non fa l’esperienza di Gesù come uomo pubblico, come maestro o come profeta, ma come bambino, ragazzo e giovane uomo dentro una semplice quotidianità, altrettanto portatrice di salvezza quanto la sua vita pubblica.

Essere padre oggi non significa proteggere e aiutare il proprio figlio, ma incoraggiarlo alla vita, invitandolo a compiere il suo viaggio, fino a nascondersi, ma facendosi sempre trovare nel momento del bisogno. Oggi, invece, spesso ci si arrende di fronte allo stato delle cose, perché incapaci di essere guida, di restare guida davanti all’ineluttabile. Gesù ricorda a Youssef che una relazione iscritta dentro i limiti del tempo trova senso solo nello spazio dell’amore libero e infinito, che è spazio di eternità, là dove non ci sono né padri né figli, né sposati né celibi, ma solo fratelli e sorelle.

Youssef, il padre, non dice una parola. Anche lui, come Maria, non comprende del tutto in quel momento a quale lontano orizzonte vogliano portarlo le parole del figlio. Uno degli aspetti della crisi della paternità oggi sta nel fatto che il figlio qualche volta è ritenuto un diritto, e quindi, anche inconsapevolmente, diventa un possesso. In nessun caso, però, i figli possono essere ritenuti un possesso: la loro vita e la loro libertà sono totalmente indisponibili. Maria conservava tutto nel suo cuore; Giuseppe indicava la strada. Sull’assenza della figura del padre si è scritto e detto abbondantemente.

Pochi – però – hanno il coraggio di scrivere e di dire che cosa deve fare il padre. I figli quando sono piccoli imparano guardando, non ascoltando parole. Marito e moglie che ogni santo giorno discutono tra loro solamente su dove parcheggiare il proprio figlio in attesa dell’orario di rientro da lavoro che cosa lasciano? Marito e moglie che non sanno come arrivare alla fine del mese, senza lavoro e senza reti parentali, come possono investire sul futuro? Marito e moglie che vogliono avere tre o quattro figli con quale serenità possono affrontare la quotidianità senza uno stato che investa seriamente sul futuro e – dunque – sulla famiglia e sui figli? Il marito e padre Youssef non si arrende mai di fronte ad un futuro incerto e pericoloso.

È il sogno che, nel pericolo, nella minaccia di morte, apre una via di speranza. Ma a caro prezzo: c’è da andare in una terra straniera. È un sogno che chiede una cosa difficile, ma che toglie Youssef dal terrore che il bambino possa essere ucciso. Che cosa può significare per noi questo sogno? Che nella vita tutti siamo chiamati a confrontarci, anche a opporci, a difenderci da strutture di violenza e di morte, che sono a volte più forti di noi: è un dato da accettare. A volte l’unico modo per opporsi alle strutture di morte è custodire uno spazio di senso che sia in grado di crescere nel tempo.

Il terzo sogno di Youssef è la chiamata al ritorno in Israele, ma è strettamente legato al quarto sogno, che una volta ancora scompiglia i piani e le prospettive di Youssef.

“Morto Erode, ecco un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: ‘Alzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e restaci finché io non te lo dico; perché Erode sta per cercare il bambino per farlo morire’. Egli dunque si alzò, prese di notte il bambino e sua madre, e si ritirò in Egitto. Là rimase fino alla morte di Erode, affinché si adempisse quello che fu detto dal Signore per mezzo del profeta: ‘Dall’Egitto chiamai mio figlio’” (Mt 2, 13-15)

“’Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino’. Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzareth, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: ‘Sarà chiamato Nazareno’”. (Mt. 2, 19-22)

E’ morto Erode, ma il figlio Archelao non sembra avere migliori intenzioni. E Youssef ha di nuovo paura. Non può permettersi di interpretare quella morte come una vittoria, finalmente, la soluzione dei problemi, la fine della paura. Il piano è un altro: tornare, ma non dove avrebbe voluto tornare. Tornare là dove ci sono le condizioni giuste perché possano crescere la verità e la vita: Gesù cresceva in sapienza, in età e in grazia.

Il quarto sogno è un sogno che sconvolge, rassicura e chiama ad “abitare”, abitare a Nazaret da dove è partito. In questi ultimi due sogni è disegnata la nostra condizione di pellegrini, in cerca di verità e di casa, in cerca di pace e di speranza, in cerca di vita. Pellegrini non isolati, ma chiamati a costruire e ricostruire sempre una comunità di appartenenza, perché noi siamo prima di tutto comunità: la comunità è il legame inscindibile che abbiamo con gli altri; un legame che ha sempre bisogno di un luogo e di un tempo dedicati, ma che non è mai un luogo e un tempo separati.

Torniamo ad essere uomini per davvero. Per essere mariti degni e padri nobili. Uomini nobili, dunque virili. Come Youssef di Nazareth. Giuseppe, che trova il modo di sfuggire i pericoli, che insegna a Gesù il mestiere che conosce, che lo cerca quando si perde. Giuseppe, custode virile della vita. Vero marito e vero padre.

Uomo che non dimostra la propria virilità nell’affermazione di sé, ma nel custodire ciò che la vita gli ha consegnato. Nel trasmettere ciò che sa e nel lasciar andare, perché il figlio possa vivere la propria vita, portare a compimento la propria missione. Giuseppe, padre non padrone, ma custode. Che si prende cura con tenerezza, nell’intimità, perché il vero padre apre il cammino con la sua parola. A volte, con il suo silenzio pieno di amore.

Postilla. Liberamente (ma non troppo) ispirato dal meditare un libro che Johnny Dotti insieme a Mario Aldegani ha scritto, “Giuseppe siamo noi”, Ed. San Paolo, 2017.


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Author: Davide Vairani

Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese.
Peccatore da sempre, cattolico per Grazia.
Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.