27 marzo 1993

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Ventisei anni fa' un pugno di italiani espugnò il mitico Wembley. O forse no. Almeno, non solo quello.

L'U.S. Cremonese guidata da mister Gigi Simoni il 27 marzo del 1993 battè 3 a 1 il Derby County e si aggiudicò la Coppa Anglo-Italiana. Una partita rimasta nella leggenda per i grigiorossi, che in quel momento alzavano al cielo l’unico trofeo internazionale vinto dal club fino ad oggi.

Il punto più alto della gloriosa e ultracentenaria storia della Cremonese, il preludio degli anni d’oro della Serie A (tre campionati consecutivi in massima serie dal 1993 al 1996).

Quel giorno nello spogliatoio di Wembley si sentivano solo lo scricchiolio dei tacchetti sul pavimento e lo strappo del nastro isolante messo attorno alle caviglie.

Tra decise pacche sulle spalle e sguardi che s’incrociavano, nessuno parlò prima di entrare in campo. Restò in silenzio anche l'allenatore. Essere lì voleva dire entrare a far parte della storia del calcio e questo contava più di ogni parola.

Cinque minuti al calcio d’inizio: 30.000 persone sugli spalti, tra i quali un migliaio di tifosi grigiorossi. Nel tragitto dallo spogliatoio al terreno di gioco i calciatori della Cremonese continuarono a guardarsi attorno: ad attirare la loro attenzione le immagini sulle pareti di campioni, squadre nazionali e club che, come il Milan nel ‘63, a Wembley conquistarono la Coppa dei campioni.

Solamente tre giorni prima la società aveva festeggiato 90 anni di storia, nonostante gli addii del calibro di Favalli, Marcolin e Bonomi (il trio delle meraviglie), Rampulla e il magico Alviero Chiorri (di lui che dire, se non che ogni volta che mi ritornano alla mente i suoi tocchi di classe unici mi commuovo ...), la Cremonese aveva allestito una rosa di tutto rispetto, in grado non solo di conquistare il trofeo a fine marzo, ma anche di conquistare la promozione in Serie A.

Era la Cremo del presidentissimo Attilio Luzzara, di uno dei più grandi allenatori italiani come Gigi Simoni, del dirigente Giuseppe Miglioli, del segretario Nedo Bettoli, il medico Bruno Anselmi, il massaggiatore Luigi Rivetti e il fisioterapista Bigio Rossi.

Figure che sono diventate leggende del calcio grigiorosso (e non solo), uomini che - a parte Simoni, classe 1939 - ci hanno lasciato e che restano indelebili nei cuori della città del Torrazzo.

E permettetemi allora di divagare, perchè mi corre il dovere di andare ad Emiliano Mondonico.

Aveva compiuto 71 anni esattamente 20 giorni prima di quel fatidico 29 marzo 2018 nel quale la Bestia (come chiamava lui il cancro che lo aveva divorato) ce lo portò via.

Il "Mondo", cremonese di Rivolta d'Adda, classe 1947, non lo puoi raccontare se non lo hai vissuto. Allenatore "pane e salame", come si autodefiniva, partito da ragazzino dando calci al pallone nell'oratorio di Rivolta d'Adda, dove la famiglia gestiva una trattoria in riva al fiume e dove da anni tornava per allenare ogni mercoledì una "squadra speciale", persone a cui insegnare come prendere a calci le proprie dipendenze.

Come puoi dimenticare le 5 promozioni in Serie A con la Cremonese (1983-1984), le due con Atalanta (1987-1988 e 1994-1995), con il Torino (1998-1999) e la Fiorentina (2003-2004)

Ma anche le fantastiche cavalcate europee con i bergamaschi e i granata. Memorabile la sedia alzata per protesta contro l'arbitro nella finale Uefa '92 tra Toro e Ajax.

Nel mese di gennaio 2018, dopo aver subito un delicato intervento chirurgico per l’asportazione di un tumore all’addome, nell’ultima conferenza stampa, mentre annunciava le sue dimissioni per "problemi di salute" dichiarava: "Tra due settimane saprete se ci sarò ancora o no".

"Ma sono tranquillo e ho fede" - dichiarò a "Il Giornale" -. "La fede, quella certezza morale che fa vivere anche la malattia come una promessa, una circostanza immersa nel grande disegno misterioso di ognuno".

"La fede che mi viene dai salesiani, dal collegio di Treviglio. Servivo messa, il momento critico era quello del Sanctus, dovevo raggiungere l’altare a fianco del quale stava appoggiata l’asta con il campanello e poi tornare al posto, senza che si sentisse il minimo trillo, avevo imparato la sacralità del passo lento, la massima cura di ogni movimento.

Una volta servii messa con Angelo Roncalli, era cardinale in visita al collegio di Treviglio, sarebbe diventato Giovanni XXIII. La fede è stata una compagna preziosa, con Dio ho un rapporto personale, silenzioso.

Ogni tanto l’ho usato. Mi spiego: ho pregato che mi aiutasse a vincere una partita, poi mi sono chiesto: ma se aiuti me allora fai perdere il mio avversario, che Dio della giustizia sei? Ero io che dovevo vincere, io soltanto".

Quel giorno la Rai iniziò il collegamento con Wembley sette minuti dopo il fischio d'inizio. Tra gli strafulmini pensati e anche detti, eravamo tutti davanti al televisore: un evento, per noi squadra di provincia, più abituata a frequentare le serie inferiori del campionato italiano piuttosto che misurarsi con i giganti del football. E così ci sembrava di respirare un'altra atmosfera quel giorno.

Non importava il risultato, ma che i colori grigio-rossi in terra inglese tenessero alto l'onore del calcio italiano.

O forse non era nemmeno quello che ci entusiasmava così tanto. E forse i ricordi acquistano un gusto più intenso e ci portano in altre direzioni, arrivando persino a sfocare fatti, parole e gesti, mischiando nostalgia e rimpianti, non fosse altro per tornare ad avere 26 annni di meno.

Una Cremonese in grande spolvero che parte subito in attacco. Dopo 10 minuti la partita già si sblocca in favore della Cremonese: corner dalla sinistra di Florijančič, Gualco non ci arriva, ma il capitano Corrado Verdelli sì, anticipando il portiere Taylor e infilando sul secondo palo.

Tripudio sugli spalti per il migliaio di tifosi grigiorossi accorsi a Wembley per seguire da vicino la squadra di mister Simoni e del presidentissimo Luzzara.

Dopo il pareggio del Derby County con Marco Gabbiadini al 22' - uno che in carriera ha segnato più di 220 gol -, la Cremonese ha la chance per tornare immediatamente in vantaggio.

Intervento del difensore Forsyth sulle gambe di Giandebiaggi, lanciato a rete, e l’arbitro Velasquez fischia il rigore per i grigiorossi. Alla battuta va l’esperto Eligio Nicolini, arrivato l’estate precedente dall’Atalanta, che però tira forte, centrale e rasoterra, permettendo la risposta del portiere Taylor. I fischi hanno intimorito il centrocampista piemontese, ma non tutto è perduto.

Diversamente accade per l’altro rigore assegnato alla Cremonese dopo soli 4′ dall’inizio del secondo tempo. Questa volta concesso per l’intervento del portiere Taylor su Tentoni, che era scappato via sulla destra con un’iniziativa personale. Dagli 11 metri si presenta Ricky Maspero: mancino forte e preciso che stavolta Taylor non riesce a intercettare, pur indovinando ancora la traiettoria del pallone. Esultanza sfrenata sua e dei tifosi, Cremo ancora avanti nel punteggio.

E allora tocca a lui, ad Andrea Tentoni, 1,90 di altezza, da poco arrivato nelle fila grigiorosse: 43 goals in 4 stagioni in grigiorosso. Centravanti forte fisicamente e nel gioco aereo, dotato di una progressione che lo rendeva particolarmente abile nelle ripartenze, tanto da essere definito dal suo allenatore Gigi Simoni "il più forte centravanti d'Italia se si gioca in contropiede".

Contropiede, lancio dalla sinistra, aggancio perfetto, scatto verso la porta avversaria e mancino docile in diagonale che trafigge Taylor: 3-1 per la Cremo a 7 minuti dalla fine, è fatta!

Ventisei anni dopo il calcio è cambiato e non sarà mai più come lo è stato allora.

Tutto cambia. Restano le emozioni vissute, l'attaccamento alla maglia e ai colori sociali.

O forse no. Forse non è - solo - questo.

Ci sono immagini e momenti che ti restano dentro e che per misteriose ragioni ogni volta che li riporti alla mente tornano potentemente in vita. Ma non sono più quei fatti e quei momenti, perchè tornano a vivere portandosi dentro mille altri pezzetti di vita.

Quel 27 marzo del 1993 avevo 22 anni, secondo anno di Filosofia alla Cattolica di Milano. Ricordo benissimo che cosa stavo vivendo in quel periodo e che cosa sarebbe accaduto poi.

Rievoco le immagini della coppa alzata a Wembley, ma mi tornano insieme la Renault 4 rossa del 9 maggio in via Caetani, la stage di Capaci e di Via D'Amelio, il piccolo Alfredino, il viso di mio padre al Niguarda poche settimane prima di morire, quella volta che a Milano rischiai di non ritrovare più mia moglie, il primo attacco di panico, la laurea, la scomparsa di Augusto Daolio, i Nomadi, CL e don Giussani.

Era la stagione 1988/1989 quando riuscii ad andare allo Stadio Zini. Non ci ero mai stato, non ero mai andato allo stadio.

Infanzia e adolescenza giocata tutta in un perimetro casa-scuola-parrocchia. Avevo vissuto dentro una specie di bolla (apparentemente) rassicurante, nella quale tutto aveva una risposta. La scuola era il mestiere che dovevo fare ovviamente;  la Parrocchia e l'Oratorio erano la mia città e fuori da quel perimetro non esisteva nulla per il quale valesse la pena metterci piede, un mondo richiuso in se stesso, una sorta di cittadella autosufficiente che si sovrapponeva alla società civile, al sociale, alla politica locale, insomma che rubava i confini al mondo reale confinandolo in qualcosa di lontano.

Una bolla che poteva anche permettersi di nascondere sotto il tappeto fatti inquietanti senza che nessuno si lasciasse squotere dal torpore, perchè era una bolla (apparentemente) rassicurante. Paese di provincia lontano dall'impero, 9.000 anime che in fondo sapevano tutto di tutti e fingevano di rappresentare la parte dell'"io non c'ero e se c'ero dormivo".

Lo stadio? Va bene essere tifosi di una squadra di calcio, ma ti fermi alla radiolina e 90 minuto.

Quel giorno scoprii che fuori c'era il mondo reale, con tutte le sue contraddizioni, bellezze e nefandezze, ma il mondo era lì fuori ed era molto di più di quello che avevo immaginato fino a prima. E - comunque - non era poi così differente da quella bolla (apparentemente) rassicurante) nella quale avevo vissuto mio malgrado.

Cremonese - Padova allo stadio Zini di Cremona: 3 a 0, con goal di Edi Bivi su rigore e doppietta di Gianfranco Cinello. Allenatore: Bruno Mazzia.

Ci andai con due miei amici del liceo e al ritorno con il treno rischiammo pure di essere menati da un gruppo di ultras padovani che ci attendevano alla fermata di Olmeneta.

Edi Bivi restò a Cremona solo quell'anno. Ma quella non fu una stagione normale, fu quella del ritorno in A, dopo 3 anni consecutivi di serie cadetta. Edi Bivi fu uno dei protagonisti  segnando 14 reti (molte su rigore), decisive per il quarto posto finale. Per salire in A bisognava passare da uno spareggio.

Ma a Pescara contro la Reggina, in quel memorabile 25 giugno 1989, la palla non voleva entrare. Si andò ai rigori ed Edi Bivi, cecchino infallibile, non sbagliò segnando il primo tiro della serie dopo l’errore di Onorato per i calabresi. Fu una rete pesantissima, come quelle decisive in campionato nei derby contro Piacenza e Brescia (a segno sempre su rigore) oppure le doppiette contro Licata e Taranto.

Le strade di Bivi e della Cremonese però si separarono: così come Mazzia, l’allenatore della promozione, fu lasciato libero e scelse di andare a Pescara, squadra che 2 anni dopo porterà in A.  Bivi è rimasto comunque nella storia della Cremonese. Era uno che segnava e lo faceva anche nelle partite importanti. Lo sanno bene anche i tifosi di Bari e Catanzaro, squadre di cui fu idolo e lo sapeva bene anche Enzo Bearzot.

Infatti nella stagione 1981/82, all’esordio in A, a 21 anni, con la maglia del Catanzaro, stupì tutti segnando 12 reti (secondo solo a Pruzzo nella classifica marcatori), tra cui quella decisiva a San Siro contro il Milan. Bearzot, allora allenatore della nazionale, lo mise nei papabili per i Mondiali di Spagna, credendo nel suo potenziale. Non divenne campione nel mondo perché gli fu preferito Selvaggi. I destini del mondo reale, le occasioni perse e quelle guadagnate, i traguardi che sembrano lì a portata di mano e poi svaniscono.

Al termine della sua carriera calcistica, Edi Bivi disse così in una intervista a chi gli domandava se avesse dei rimpianti:

"Se proprio vogliamo chiamarlo così, credo che ho vissuto la mia carriera pensando troppo poco al vil denaro.

Non dico che non contasse, però di certo il fattore economico non era predominante nelle mie scelte.

Se vedo com'è cambiato questo mondo, quasi quasi mi rammarico.

Però alla fine dei conti, credo di essere soddisfatto di quello che ho fatto.

Ho una moglie che mi vuol bene, dei figli meravigliosi, non ci manca nulla, ed è per questo che posso dire che sono contento così".

Ventisei anni fa' un pugno di italiani espugnò il mitico Wembley.

Era il 27 marzo 1993.

Quel giorno scoprii che fuori c'era il mondo reale, con tutte le sue contraddizioni, bellezze e nefandezze, ma il mondo era lì fuori ed era molto di più di quello che avevo immaginato fino a prima.

Ho ancora la forza che serve a camminare
picchiare ancora contro per non lasciarmi stare
Ho ancora quella forza che ti serve
quando dici, "Si comincia"
E ho ancora la forza di guardarmi attorno
mischiando le parole con due pacchetti al giorno
di farmi trovar lì da chi mi vuole
Sempre nella mia camicia
Abito sempre qui da me
in questa stessa strada che non sai mai se c'è
E al mondo sono andato
dal mondo son tornato sempre vivo

UNIONE SPORTIVA CREMONESE | PRO CREMONA


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Author: Davide Vairani

Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese.
Peccatore da sempre, cattolico per Grazia.
Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.

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