Lambert: respinto ennesimo ricorso

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Lambert: respinto un ricorso

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 17 maggio 2019

La Francia sputa in faccia a Vincent Lambert fino alla fine: mercoledì 15 maggio il tribunale amministrativo di Parigi ha respinto per l’ennesima volta un ricorso d’urgenza presentato dagli avvocati dei genitori di Vincent.

Lo scopo del ricorso era di chiedere al giudice di provvedimenti provvisori di sospendere l'interruzione dei trattamenti decisi per la settimana del 20 maggio dell’ospedale di Rèims.

Secondo quanto riportato da alcuni media francesi (“Valeurs Actuelles”, “20 Minutes France” e il canale televisivo BFM, tra i vari) gli avvocati di Viviane e Pierre, i genitori di Vincent, stanno cercando di giocare le ultime carte possibili per fermare la decisione di lasciare morire di fame e sete il loro figlio.

Dopo aver formalmente chiesto l’intervento del Difensore dei diritti francese, hanno di nuovo tentato la via giuridica del ricorso d’urgenza, in attesa che la Francia risponda alla richiesta presentata dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (CIDPH) che vuole vederci chiaro sull’affaire Lambert e verificarne il possibile riscontro di violazioni rispetto a quanto prevede la Carta dei diritti Onu, Carta approvata e ratificata non solo dell’Unione Europea ma anche dal governo d’Oltralpe.

Hanno invocato nelle motivazioni "l'ingerenza grave e manifestamente illegittima del diritto del rispetto della vita e del diritto ad ottenere un ricorso effettivo, diritti che costituiscono libertà fondamentali". Il giudice delle misure provvisorie ha rigettato la loro richiesta: "la corte ha valutato di ritenere il diritto a un rimedio effettivo fuori luogo, dal momento che il Comitato dei diritti degli handicappati, che non è un'autorità nazionale, non costituisce una giurisdizione", secondo una dichiarazione della corte virgolettata riportata dal quotidiano online “Sud Ouest”.

"Dobbiamo mantenere la speranza fino alla fine e spiegare a tutti che Vincent non è alla fine della sua vita, è disabile!", non smette di denunciare Viviane Lambert.

E chiama a raccolta i francesi domenica 19 maggio per un presidio davanti all’ingresso dell’Ospedale di Rèims: “Nulla è perso, il Comitato delle Nazioni Unite dei disabili ha chiesto alla Francia per continuare ad idratare e nutrire Vincent, la Francia deve rispettare la convenzione che ha firmato, deve farlo per Vincent, ma anche per tutte le altre persone disabili come Vincent".

Scenderanno in campo i francesi a difesa della vita?

In queste ultime settimane nelle quali l’affaire Lambert ha subito una durissima accelerazione verso l’impietosa fine della sua vita si ha come una sensazione di resa.

Sia sui social che nel dibattito mediatico francese si contano su di una mano le pubbliche prese di posizioni a difesa di Lambert.

E’ sceso in campo il prossimo Presidente della Conferenza Episcopale francese, Eric de Moulins-Beaufort, Arcivescovo di Réims.

“Lascia sorpresi che il signor Lambert non sia stato trasferito in un'unità specializzata nel supporto di pazienti in stato vegetativo o pauci-relazionale" – ha dichiarato in un comunicato stampa. E ha spronato i francesi a riflettere su dove stia andando la tradizione e la cultura dei diritti: “Fa parte dell'onore di una società umana non lasciare che uno dei suoi membri muoia di fame o di sete e fare tutto il possibile per assicurargli le cure appropriate. Permettersi di rinunciare perché una tale presa in carico ha un costo e perché sarebbe inutile lasciar vivere la persona umana interessata contribuirebbe a rovinare lo sforzo della nostra civiltà ".

Parole dure e chiare, ma solitarie. Nessuno dei 118 Vescovi della Chiesa francese ha deciso di fare altrettanto ed intervenire pubblicamente in tale direzione.

La politica francese è silente. Macron e il suo governo non intende muovere un dito per fermare l’esecuzione legalizzata di Lambert prevista per la settimana che inizia con il 20 di maggio, non intende ascoltare il Comitato Onu e si rifiuta di cercare una via di negoziazione. In data 07 maggio, il governo francese ha inviato una memoria di sei pagine a Ginevra tramite il Ministero degli Affari Esteri.

In questa dissertazione, consultata da “La Croix”, il governo francese mette nero su bianco tutti gli argomenti che tendono a dimostrare non è vincolato dalla richiesta preliminare del CRPD. E giunge a questa conclusione, secondo “La Croix”: "Dopo un'attenta analisi della situazione, il Governo informa il Comitato che non è in grado di attuare la misura precauzionale inviata”.

L’unica voce di un politico francese che ha osato alzarsi in piedi: Jean-Frédéric Poisson, ex Sindaco di Rambouillet ( Yvelines ) dal 2004 al 2007 e presidente del Partito Democratico Cristiano (PCD).

“Signor Presidente, non le sto chiedendo di usare il suo diritto alla misericordia, perché Vincent Lambert è un uomo innocente, ma di non essere complice nel suo omicidio premeditato”, ha dichiarato Poisson in un comunicato stampa di questi giorni. “Come non essere fortemente indignati, quando questa decisione si traduce nel lasciare morire un uomo di fame e sete? Come non ribellarsi a questo desiderio di uccidere una persona handicappata e indifesa? Come non essere preoccupati per la reazione del Ministro della Salute, Agnes Buzyn, che non considera vincolante il parere del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità? Francia, che cosa ne hai fatto dei Diritti dell’Uomo?”.

Anche in questo caso una posizione netta e chiara, non vi è dubbio. Una voce solitaria, tuttavia, e per di più di un piccolo partito fondato da Christine Boutin nel 2001 con la denominazione di “Forum des républicains sociaux (FRS)”: cinque consiglieri regionali, cinque consiglieri dipartimentali e circa 250 rappresentanti eletti locali (tra sindaci e consiglieri).

Sono scese in campo le “Associations Familiales Catholique” con un lungo comunicato stampa: “’Affaire Vincent Lambert’ : quelle société voulons-nous ?”.

“Il caso di Vincent Lambert non può fare a meno di interrogarci mentre rivediamo le nostre leggi sulla bioetica – dichiarano le Associazioni delle famiglie cattoliche francesi -. Vogliamo una società governata dalla ‘cultura dello scarto’, che consiste nel classificare gli esseri umani in base alla loro utilità per la società dei consumi, come afferma Papa Francesco, oppure una società che si prende cura dei suoi membri più fragili e vulnerabili?

Possiamo continuare a sostenere, con la legge Claeys-Leonetti, che ‘la nutrizione artificiale e l'idratazione’ sono cure che potrebbero essere sospese? In generale, questa disposizione è potenzialmente eutanasica, come ricorda il professore di etica medica Emmanuel Hirsch, il quale è convinto che ‘dare la morte a un uomo in stato vegetativo sarebbe un ultimo passo verso la legalizzazione dell'eutanasia’.

Può la vita di un uomo, anche nella sua estrema fragilità, dipendere dallo sguardo e dalla volontà di una parte della sua famiglia, portando, inoltre, il rischio di fratturare dolorosamente questa famiglia? La dignità di ogni persona umana è relativa alla sua capacità di relazione? Le Associazioni familiari cattoliche sono allarmate da questo diritto di porre legalmente fine alla vita di un uomo fragile”.

E concludono: “Si tratta di una certa idea dell'uomo, della sua intrinseca e incondizionata dignità. Si tratta di una certa idea della società che deve, sempre, andare al capezzale dei più vulnerabili. Si tratta dell’idea di una medicina che deve proteggere e curare. Si tratta dell'impegno che richiede alla Francia di rispettare le convenzioni internazionali che ha ratificato”.

Voce chiara e netta anche in questo caso, ma una voce solitaria. L’arcipelago pro life francese dove è finito?

Dove è finita la società civile francese?

Le uniche voci che rimbalzano sui media francesi sono quelle schierate per la “dolce morte”, come se la vera compassione per Lambert si dovesse tradurre univocamente per una sola strada: farlo morire.

Jean-Luc Romero, presidente dell'Associazione per il diritto di morire con dignità (ADMD) ha reagito alla decisione del medico dell'ospedale universitario di Reims di interrompere il trattamento di Vincent Lambert la settimana del 20 maggio con una intervista su “France Info” subito rilanciata da numerosi network.

“È drammatico – commenta Romero -, perché questa famiglia è stata distrutta per 11 anni, quindi è tempo che tutto questo finisca. Ma ciò che è davvero triste è che i politici non hanno fatto nulla. Sappiamo che esiste un'’ostinazione irragionevole’, ad eccezione del fatto che nella legge Claeys-Leonetti non abbiamo indicato chi la decide.

La domanda che conta è: chi decide? Questo è il punto cruciale del problema, oggi.

Per me, i medici devono indicare se vi sia ostinazione irragionevole, è la loro missione. Ma colui che deve avere l'ultima parola è la persona stessa e, se esso si trova in una condizione di non coscienza, la persona a lui più vicina. Nell’affaire Lambert vediamo tuttavia che la moglie non è d'accordo con i suoi genitori.

Ecco perché chiedo al legislatore di avere coraggio e di fare ciò che i belgi hanno fatto da tempo. In Belgio, quando sei in un coma irreversibile, è prima il marito a decidere e, se non c'è il coniuge, sono i genitori e, se anche questi non ci sono, i figli.

Dobbiamo uscire da questo empasse, perché domani di Vincent Lambert potrebbero essercene altri, quindi, non abbiate paura di legiferare. È chiaro che la legge Leonetti non risponde a tutte le situazioni. Vediamo che non funziona, che non mette la persona al centro della decisione”.

“Tutto quello che si deve fare – aggiunge - è un emendamento per prevenire casi futuri come quello di Vincent Lambert, in modo che domani non ci saranno più tragedie familiari di questo tipo. È ora necessario che il Presidente della Repubblica dia il via libera ad una legge che sia una legge di scelta, che rispetti tutti, che non obblighi a nulla, in modo che alla fine saranno i francesi a scegliere la fine della loro vita, cosa che nel caso di Lambert non sta accadendo”.

Fino a che punto si spinge la cultura di morte lo avete letto, fino al punto di trasformare Vincent Lambert in una leva per giungere a rendere formalmente eutanasica la legislazione sul fine vita francese.

Tra 72 ore il destino di Lambert potrebbe essere segnato per sempre e le chiacchiere ormai stanno a zero.

A meno di un evento imprevisto e di grande impatto, Vincent sarà lasciato morire di fame e sete senza alcuna pietà. Staremo a vedere se d’un tratto il popolo francese avrà un sussulto d’onore, si alzerà in piedi e scenderà in piazza per protestare contro un omicidio legalizzato nel quale tutti i giudici di ogni ordine e grado non hanno mai voluto prendere in mano sul serio l’affaire Lambert.

No, non è vero: ci sono cinque giudici che coraggiosamente si sono alzati in piedi, ma nessuno li ha voluti ascoltare.

“Lambert et autres c. France”, Grande Camera, 5 giugno 2015, decisione n. 46043/14. Dei 17 giudici della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) che nel 2015 ha rigettato il ricorso degli avvocati di Viviane e Pierre cinque di loro hanno osato alzarsi in piedi, votare contro i loro colleghi ed ottenere che in calce al documento ufficiale venissero allegate anche le loro motivazioni. Un fatto senza precedenti nella giurisprudenza europea, un fatto che quasi nessuno oggi vuole ricordare.

I loro nomi sono infatti sconosciuti: Hajiyev, Šikuta, Tsotsoria, De Gaetano e Griţco.

I cinque giureconsulti, a differenza dei colleghi, hanno deciso di entrare nel merito della questione in relazione a cosa debba intendersi per trattamento straordinario e alla portata dell’art. 2 CEDU arrivando ad affermare che il caso Lambert in realtà è “un caso di eutanasia che non vuole dire il suo nome”.

"Vincent Lambert è vivo e noi ci prendiamo cura di lui. È anche nutrito - e acqua e cibo sono due elementi essenziali per il mantenimento della vita e intimamente legati alla dignità umana. Questo rapporto intimo è stato ripetutamente affermato in numerosi documenti internazionali. Ci poniamo quindi la domanda: cosa può giustificare uno stato che autorizzi un medico [...], in questo caso non a ‘disconnettere’ Vincent Lambert (perché non è collegato ad una macchina che lo mantenga artificialmente vivo), ma piuttosto di fermarsi o astenersi dal nutrirlo e idratarlo, così da farlo morire di fame?”.

I cinque giudici non ravvisano le ragioni imperative che possano condurre uno Stato a togliere il nutrimento e l’idratazione ad un individuo che, come Lambert, non abbia anticipatamente dettato le sue volontà in materia e si trovi in uno stato vegetativo cronico, ma non ancora in fin di vita non essendo in una situazione di morte cerebrale e potendo essere accudito anche al di fuori della struttura ospedaliera. In tale ottica, il cibo e l’acqua costituiscono due elementi essenziali per il mantenimento in vita del paziente e intimamente legati alla dignità umana.

"Una persona gravemente disabile e incapace di comunicare [...] non può essere privata di due componenti che sostengono la vita, ovvero cibo e acqua, e la Convenzione è inoperativa di fronte a questa realtà. Crediamo non solo che questa conclusione sia terrificante, ma anche che - e siamo spiacenti di doverlo dire – questo sia un passo indietro nel grado di protezione che la Convenzione e la Corte hanno finora offerto alle persone. vulnerabili”.

Così concludevano le loro argomentazioni i cinque giudici dissidenti: "Nel 2010, la Corte ha accettato il titolo di Coscienza d'Europa [...] tale consapevolezza deve anche basarsi su elevati valori morali o etici. Questi valori dovrebbero sempre essere il faro che ci guida, indipendentemente dalla ‘faglia legale’ che può essere prodotta durante il processo di analisi di un caso. Non basta riconoscere che un caso ‘tocca questioni mediche, legali ed etiche della massima complessità’. E’ l'essenza stessa di una coscienza permettere che le questioni etiche modellino e guidino il ragionamento giuridico fino alla sua conclusione finale. È proprio questo: avere una coscienza. Ci rammarichiamo che la Corte, con questa sentenza, abbia perso il diritto di utilizzare il titolo di cui sopra”.

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Author: Davide Vairani

Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese.
Peccatore da sempre, cattolico per Grazia.
Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.

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