Oms e burnout da lavoro: medicalizzare il mestiere di vivere

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Oms e burnout da lavoro: medicalizzare il mestiere di vivere

di Davide Vairani

Il burnout al lavoro è reale. È così reale che ora è una sindrome ufficialmente riconosciuta: codice QD85, secondo il più recente aggiornamento dell’International Classification of Diseases (Icd), una raccolta di malattie, disturbi e sindromi monitorate dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Si tratta del celebre manuale, giunto all'undicesima edizione, che l’Oms fornisce ai medici per riconoscere e diagnosticare le malattie.

La nuova classificazione delle malattie, denominata CIP-11 e già pubblicata lo scorso anno, è stata ufficialmente adottata dagli stati membri durante la 7a Assemblea mondiale dell’OMS ed entrerà in vigore il 1 gennaio 2022.

L'ICD-11 non elenca il burnout sul posto di lavoro come una condizione di salute mentale o una malattia, ma come una sindrome , cioè un gruppo di sintomi che si verificano insieme:

"Burn-out is a syndrome conceptualized as resulting from chronic workplace stress that has not been successfully managed. It is characterized by three dimensions: 1) feelings of energy depletion or exhaustion; 2) increased mental distance from one’s job, or feelings of negativism or cynicism related to one's job; and 3) reduced professional efficacy. Burn-out refers specifically to phenomena in the occupational context and should not be applied to describe experiences in other areas of life".

Il burnout è una sindrome concettualizzata come conseguenza dello stress cronico sul posto di lavoro che non è stato gestito con successo.

È caratterizzato da tre dimensioni:

  • sentimenti di esaurimento o esaurimento energetico;
  • aumento della distanza mentale dal proprio lavoro, o sentimenti di negativismo o cinismo relativi al proprio lavoro;
  • ridotta efficacia professionale.

Il burnout si riferisce specificamente ai fenomeni nel contesto occupazionale e non dovrebbe essere applicato per descrivere esperienze in altri ambiti della vita.

È distinto, dicono gli autori, da altri tipi di disturbo dell'adattamento, disturbi specificamente associati a stress, ansia o disturbi correlati alla paura, e disturbi dell'umore - ognuno dei quali ha una propria classificazione.

Questa definizione la distingue dalle precedenti menzioni di burnout nell'ICD. La versione ICD-10, definiva il burnout come "uno stato di esaurimento vitale" e lo  elencava sotto la categoria "difficoltà di gestione della vita" e non ne descriveva i sintomi in modo robusto.

Uno qualsiasi di questi tre fattori probabilmente affligge molte persone di volta in volta in una forma o nell'altra. Le persone che svolgono lavori basati sui servizi possono sentirsi esauste dall'essere costrette a sorridere, i nottambuli possono faticare a conformarsi al normale orario di lavoro, e alcune ricerche indicano conseguenze più gravi, come i sintomi depressivi derivanti dal lavoro di ore "extra lunghe". Ma un vero caso di burnout del lavoro probabilmente coinvolge tutti e tre questi fattori che si verificano su base continuativa.

Lo scopo dell'ICD-11 è quello di fungere da "base per l'identificazione di tendenze e statistiche sulla salute a livello globale e lo standard internazionale per la segnalazione di malattie e condizioni di salute", secondo l'OMS. Ha lo scopo di aiutare a tenere traccia dei problemi di salute in tutto il mondo.

Lo fa assegnando codici a determinate condizioni che trascendono le barriere linguistiche e aiuta a standardizzare i sintomi associati a condizioni specifiche, che potrebbero differire a seconda di dove ti trovi nel mondo. Ci sono alcune malattie che rendono i candidati ovvi per questo tipo di monitoraggio, come il diabete di tipo II, che ha la designazione 5A11. Ora, il burnout sul posto di lavoro verrà tracciato dal codice QD85.

La medicalizzazione della vita inizia come mania di inscatolare tutto e finisce per inscatolare le vite di ciascuno di noi.

O forse il contrario.

Dare un nome ad ogni paura ed ansia ti dà la sensazione di poterle gestire e controllare. Il problema è che abbiamo come smarrito la capacità di fare i conti con il "mestiere di vivere" e ci rifugiamo dietro a palliativi.

Ad ogni diagnosi corrisponde una pastiglia, ad ogni sindrome corrisponde una scatola prefabbricata e precostituita.

La scienza e la medicina assurgono così a demiurghi delle nostre vite, mentre l’industria della salute, per assicurarsi una continua crescita del mercato, trasforma normali alti e bassi della vita quotidiana, disturbi lievi e comuni, in malattie potenzialmente serie per cui è necessario assumere farmaci.

Qualche mese fa, il Codacons ha deciso di pubblicare una lunga lista: 32.623 tra medici, fondazioni e ospedali, hanno complessivamente percepito in Italia 163.664.432,70 euro nel periodo compreso tra il 2015 e il 2017. Soldi versati dalle aziende Abbvie, Almirall, Merck, Msd, Hospira, Pfizer, Pfizer Italia, Pierre Fabre Pharma, Pierre Fabre Italia, GlaxoSmithKline a titolo di accordi di sponsorizzazione, donazioni, viaggi, quote di iscrizione, corrispettivi e consulenze.

Finanziamenti che sono finiti all’attenzione dell’Autorità Anticorruzione, attraverso un esposto dell’associazione in cui si chiede di aprire una istruttoria sul caso e verificare la piena correttezza delle sovvenzioni.

Un recentissimo studio pubblicato l'8 febbraio scorso sulla rivista americana “The Oncologist” ha analizzato la relazione tra le somme ricevute dai medici da parte delle case farmaceutiche per consulti, viaggi o ad altro titolo, e le prescrizioni degli stessi medici relative ai farmaci prodotti dalle case farmaceutiche che avevano erogato tali somme ("Evaluating the Strength of the Association Between Industry Payments and Prescribing Practices in Oncology").

I risultati della ricerca hanno evidenziato l’aumento delle prescrizioni in favore di farmaci prodotti dalle aziende farmaceutiche che avevano erogato i finanziamenti in questione. In particolare – secondo la rivista “The Oncologist” - si è assistito ad un incremento di prescrizioni per il trattamento di quattro diverse tipologie di cancro (carcinoma prostatico, carcinoma renale, carcinoma polmonare e leucemia mieloide cronica).

Medicalizzare ogni aspetto imperfetto della vita ha un costo e un rischio.

Non sono sicuro che l’uomo oggi sia davvero contento. Il dato certo che molte risorse vengano spese per realizzarla, indica che il nostro essere felici consiste solo in un’elusiva comodità. L’ascesa dell’immaginario terapeutico mostra che guardiamo alla condizione umana come a un continuo smarrimento emozionale. Abbiamo molte credenze, ma non più quella - fondamentale - che solo la consapevolezza possa orientarci attraverso la vita.

Oggi tutto viene deputato al parere di professionisti. Ne deriva una medicalizzazione costante di ogni aspetto della vita. Si perde la capacità di ascoltare il proprio corpo, il proprio pensiero.

E per di più tutto diventa commercializzabile. E come conseguenza si ha un collasso nervoso. Due delle correnti più regressive del nostro tempo sono la professionalizzazione e l’omologazione della vita di tutti i giorni.

Ogni aspetto dell’esperienza umana è diventato target di interventi di esperti che ci dicono come amare, come provare dispiacere, come crescere i figli, come decorare la casa, come vivere e come morire.

Anziché avere relazioni libere tra persone, siamo incoraggiati a mettere in mezzo una terza parte.

Il risultato è che le relazioni diventano transazioni.


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Author: Davide Vairani

Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese.
Peccatore da sempre, cattolico per Grazia.
Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.

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