Noa Pothoven & Vincent Lambert

Condividi

Noa Pothoven e Vincent Lambert

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 12 giugno 2019

Sappiamo come è finita la breve vita terrena di Noa Pothoven. Per quanto possa essere terribile anche il solo immaginarlo, la realtà è che questa ragazzina diciassettenne olandese, da tempo depressa a causa di violenze subite da bambina, si è “lasciata morire”, rifiutando cibo e acqua.

Il fatto che in Olanda l’eutanasia sia legale ha spinto molti giornalisti e commentatori a saltare alla conclusione che si fosse trattato di eutanasia. Il fatto che la stessa Pothoven avesse in effetti richiesto l’eutanasia (che però le era stata negata) ha complicato le cose.

Anche se - ad oggi - non sono del tutto chiare le modalità con le quali la piccola si sia “lasciata morire” (il governo olandese ha aperto una inchiesta a tal proposito), ciò che colpisce di più sta da un'altra parte e non tanto nella rapidità con cui alcune notizie sbagliate, false o fuorvianti, si diffondano, rimbalzando anche su testate rispettabili, e su come una storia irresistibile – per i clic che genererà, per i dilemmi più ampi a cui rimanda – spinga a volte ad abbassare la guardia.

E nemmeno mi colpiscono le strumentalizzazioni e le elucubrazioni che si sono costruite addosso alla “vicenda Noa” da una parte e dall’altra, nella logica delle tifoserie cui ci stiamo tutti in qualche modo assuefando.

In un'intervista rilasciata al quotidiano olandese “De Gelderlander”, Noa Pothoven ha descritto gli anni trascorsi in ospedali e centri sanitari specializzati.

La ragazza aveva provato a suicidarsi più volte e pertanto il trattamento è stato ordinato dal Tribunale di Arnhem.

"Mi sentivo come un criminale, mentre non rubavo una caramella da un negozio nella mia vita", ha descritto Noa il suo stato d’animo. Il giudice la mandò in una struttura medica ad Achterhoek, per sei mesi.

"È un inferno", Noa scelse una parola che non avrebbe potuto descrivere meglio la sua permanenza in quell’ospedale.

Risolvere il problema dell'anoressia o della depressione non era una priorità nell'ospedale, secondo Noa, si stavano solo prendendo cura di impedirle di suicidarsi. Quasi tutte le "notti, anche le mattine" venivano passate in isolamento. Dopo un mese fu trasferita in una struttura per il trattamento dei giovani, ma le sue condizioni non migliorarono.

"È solo un controllo dei sintomi ogni volta. Se il problema o la malattia non scompare, devi andare avanti. In un'altra clinica. ", si lamentava.

Sua madre, Lisette, ha detto che oltre agli ospedali, Noa è stata ammessa a tre diverse istituzioni sanitarie.

"Ma Noah dovrebbe essere in un reparto psichiatrico chiuso per curare tutti i suoi problemi", ha dichiarato. E questo risultò essere un problema.

"È pazzesco. Se hai problemi cardiaci gravi, andrai in chirurgia entro poche settimane. Ma se hai seri problemi psicologici, di solito dicono: 'purtroppo siamo pieni, iscriviti alla lista d'attesa'. E tu sai che in Olanda, uno su dieci pazienti con anoressia muore per disturbi alimentari ", ha detto Noa.

La ragazza è stata quindi seguita da casa. Ha frequentato un certo numero di esperti, ma le sue condizioni continuavano a peggiorare. Ha dedicato la sua vita rimanente all'attivismo. Voleva attirare l'attenzione sui problemi del trattamento dei disturbi mentali nei giovani. Il suo account Instagram è stato visto da migliaia di persone che stavano attraversando fasi depressive, traumi da stupro e anoressia.

Impressionante.

Lascia senza fiato vedere il grido disperato d’aiuto di un genitore preoccupato per la salute e la vita del proprio figlio e dall’altra l’inadeguatezza del sistema di cura nell’offrire una risposta adeguata.

“E se un caso come quello di Noa Pothoven capitasse in Italia?”: confesso di avere pensato immediatamente a che cosa sarebbe potuto accadere a me - da padre di una ragazzina della stessa età di Noa -, se mia figlia si fosse trovata a vivere così.

L'inchiesta di “Avvenire” sulle tante Noa italiane “che non ricevono cure e vanno incontro alla disperazione, come la giovanissima olandese che si è lasciata morire”, ci mostrano con drammatica evidenza che anche uno dei sistemi sanitari più organizzati e strutturati come quello italiano non è poi così dissimile da quello olandese.

Impressionante.

Lo è – forse – ancora di più “l’effetto Noa” (suo malgrado, ovviamente).

Nei Paesi Bassi – dove sappiamo bene che l’eutanasia è legale dal 2012 – la “vicenda Noa” non ha suscitato dibattiti pubblici, come in Italia, ma ha “generato” un aumento delle richieste eutanasiche presso le cliniche olandesi autorizzate dallo stato.

La clinica “Levenseindekliniek”“la seule institution néerlandaise à pratiquer l'euthanasie” -, quella che avrebbe rifiutato la richiesta di eutanasia da parte di Noa, “a reçu cette semaine des demandes émanant des quatre coins de la planète”, ha ricevuto richieste dai quattro continenti del pianeta solamente in questa settimana.

Steven Pleiter, responsabile della struttura, si è affrettata a dichiarare che non è loro intenzione innescare ed alimentare “un tourisme de l'euthanasie", per non incappare in possibili sanzioni del governo olandese.

"Nous essayons d'aider les gens à mettre fin à leur vie de manière décente". Aiutiamo le persone a mettere fine alla loro vita in modo decente.

“Ces sept dernières années, la Levenseindekliniek a reçu 12.000 à 13.000 demandes d'euthanasie, dont environ 3.500 ont été acceptées”: in questi ultimi sette anni, la clinica ha ricevuto 12/13 mila richieste d'eutanasia, delle quali circa 3.500 sono state accettate, leggasi eseguite.

Impressionante.

Non c’è un solo articolo di giornale nei Paesi Bassi che abbia avviato una inchiesta giornalistica, che si sia posto l’interrogativo di come sia possibile che nel XXI° secolo, nella progredita Olanda, una ragazzina di 17 anni “si lasci morire di fame e di sete”.

Restano come pugni nello stomaco le parole della stessa Noa: “Ma se hai seri problemi psicologici, di solito dicono: Purtroppo siamo pieni, iscriviti alla lista d'attesa. E tu sai che in Olanda, uno su dieci pazienti con anoressia muore per disturbi alimentari ".

Nulla di nulla nel dibattito pubblico olandese, mentre aumentano le richieste di farla finita.

Se vuoi farla finita un posto lo trovi, se vuoi vivere, no.

In Francia è diventata una sorta di tragica gara la persecuzione giudiziaria a voler fermare la vita di Vincent Lambert.

Come sappiamo, è il governo a scendere in campo e a presentare ricorso contro la decisione della Corte d’Appello di Parigi che aveva ordinato di ripristinare temporaneamente i trattamenti per lui vitali, in attesa delle prime conclusioni del Comitato Onu sui diritti delle persone disabili.

L'udienza si svolgerà il 24 giugno 2019 e quindi tutto potrebbe essere messo in discussione in pochi giorni.

Paradossale, no? L’eutanasia e il suicidio assistito in Francia non sono legali, eppure Vincent Lambert rischia seriamente di morire nella stessa identica maniera di Noa Pothoven, di fame e di sete.

Tra “lasciarsi morire di fame e di sete” disperato perché nessuno si prende cura davvero di te e morire perché ti sospendono nutrizione ed idratazione pur non avendolo chiesto ci sono forse differenze sostanziali?

Probabilmente una sola, e cioè provare meno dolore.

Una sedazione profonda e continuativa, quella che probabilmente a giro di breve somministreranno a Vincent Lambert, una iniezione perché la “dolce morte” lo accompagni in un sonno eterno, l’alibi per non dover ammettere di averlo volutamente aiutato a morire.

Noa Pothoven molto probabilmente è morta tra dolori lancinanti.

La situazione preferibile è che Vincent lasci un servizio di cure palliative che non è il suo (non beneficia di cure palliative, non è alla fine della sua vita, non c'è accanimento terapeutico o ostinazione irragionevole, non c'è sofferenza secondo gli esperti forensi), ma venga trasferito ad un servizio specializzato attrezzato per prendersi cura delle persone che si trovano nella sua situazione di grande fragilità, in particolare rafforzando gli stimoli, facendo le cure del fisico che non ha più.

Lo sappiamo bene.

E’ per il trasferimento ad un'unità idonea che i genitori e i loro avvocati si battono da sei anni e per il quale hanno depositato il 27 maggio scorso una denuncia contro il suo medico e ospedale di Reims “per omissione di soccorso”, per non avere mai deciso il suo trasferimento e per avere attivato le procedure di sospensione dei trattamenti nonostante il Comitato Onu avesse ordinato il contrario.

L'udienza è stata fissata per il 26 novembre 2019, senza sapere dove sarà Vincent e se sarà ancora vivo.

Paradossale, no?

Fondamentalmente, l'impossibile epilogo di questo dramma che è la storia di Vincent Lambert - così come il tragico epilogo della giovane Noa Pothoven - attesta la paura nel fare i conti con la vulnerabilità delle nostre vite.

Di fronte al dolore e alla sofferenza, il nostro cervello ha la necessità di fuggire altrove, dopo avere sperimentato i fallimenti uno dopo l’altro dei nostri tentativi esorcizzanti.

Il problema è che non siamo fatti per fuggire e il nostro cervello non funziona per sottrazione.

Manipolare il cervello per cancellare l’angoscia di un trauma? Impossibile.

Solo la nostra tendenza alla semplificazione ad ogni costo può pensare sia possibile.

Ogni tanto la scienza ci prova.

“Forse possibile ‘manipolare’ il cervello per cancellare i brutti ricordi”, titola “La Stampa”.

“Il neuroscienziato della Boston University Steve Ramirez, autore senior del lavoro, e Brian Chen, primo autore, oggi alla Columbia University, hanno scoperto che nell’ippocampo – una piccola porzione cerebrale a forma di anacardo che immagazzina le informazioni sensoriali ed emotive di cui sono fatti i ricordi – si nasconde una sorta di ’interruttore della memoria’.

Un interruttore flessibile, che cambia funzione a seconda di dove si trova.

Dopo avere identificato le cellule che partecipano alla costruzione dei ricordi, i test hanno infatti dimostrato che, stimolando artificialmente le cellule della memoria situate nella parte superiore dell’ippocampo, il trauma collegato ai cattivi ricordi si attenua; al contrario, stimolando le cellule della parte inferiore la paura che si prova richiamando alla mente memorie negative aumenta, a indicare che quest’area potrebbe essere iperattiva quando un ricordo diventa talmente angosciante da scatenare una malattia.

Almeno in teoria, dunque, spegnere questa iperattività potrebbe aiutare a trattare patologie come il Ptsd o i disturbi d’ansia”.

Poi leggi e vedi che trattasi dell’ennesimo esperimento Usa condotto sui topi, ma “promettente per future applicazioni sull’uomo nella terapia di depressione, ansia e stress post traumatico”.

La verità è che se vogliamo continuare a restare umani dobbiamo fare rientrare la morte nella vita, come è naturale che sia. Non c’è scienza, non ci sono terapie così efficaci da esorcizzarci la morte e la pretesa prometeica di vivere come se Dio non esistesse.

La vulnerabilità è inscritta nel dna di ciascuno di noi nel momento stesso nel quale veniamo messi al mondo. La promessa di vita non è esente dalla minaccia che l’esistenza stessa venga colpita da traumi interni ed esterni a noi.

Il rimedio non sta nel tentativo di semplificare la vita per accorciare la durata del tempo con il quale dolore e sofferenza ci spaccano in due al punto di essere tentati di farla finita.

Il rimedio sta nell’accogliere la vulnerabilità nel volto dell’altro.

Qualche giorno fa’, "Le Point" ha pubblicato una lettera del giornalista sportivo Jacques Vendroux (ex direttore del servizio sport di Radio France) che parla del suo amico calciatore, Jean-Pierre Adams, oggi 71 enne,  in coma da trentasette anni a causa di un errore di anestesia per quello che avrebbe dovuto essere un normale intervento al ginocchio il 17 marzo 1982.

Jean-Pierre restò così talmente affamato di ossigeno che subì danni cerebrali catastrofici e un massiccio arresto cardiaco.

Dopo poco più di un anno in ospedale, le autorità locali hanno suggerito alla moglie Bernadette che il posto migliore per suo marito sarebbe stata una casa di riposo.

Lei ha rifiutato e si è presa cura di lui da allora, dandogli assistenza 24 ore su 24 e raramente passando il proprio tempo senza il marito invalido.

Respira senza alcuna connessione.

Jacques Vendroux ha scritto:

"Egli ascolta, lui sobbalza quando c'è un rumore improvviso, forse capisce, ma non può più parlare”.

Disgustato dalla strumentalizzazione attorno all’affaire Vincent, il giornalista si rivolge alla moglie del suo amico:

"So che la gente è venuta a vederlo nella sua stanza, convinto che fosse collegato o che ci fosse una macchina nascosta sotto il materasso, ma non lo è.

Gli dai da mangiare, lui deglutisce di nuovo.

Bernadette, tu sei per me un'eroina: hai portato tuo marito con te, a casa. È sempre con grande rispetto che ti prendi cura di lui.

Non dici mai che ti prendi cura di lui, ma che lavori per il tuo Jean-Pierre.

(...) L'attaccante, [tuo nipote] viene regolarmente per dirgli i suoi obiettivi. Lì, possiamo vedere che sente, che ascolta.

(...) So che soffri nel vedere tuo marito prigioniero del suo silenzio, che sei sempre molto innamorata di lui e che i momenti sono difficili da vivere, ma io sono con te”.

Siamo ancora capaci di dire: “ma io sono con te”?

"Mia cara Bernadette,

nel bel mezzo della vicenda di Vincent Lambert, ho trovato la necessità di scriverti.

Sono passati 37 anni.

Da trentasette anni Jean-Pierre Adams, il tuo Jean-Pierre, è in coma dopo un errore di anestesia durante una semplice operazione al ginocchio.

Oggi ha 71 anni. Sente, sobbalza quando c'è un rumore improvviso, forse capisce, ma non può più parlare.

Ma so che cerchi sempre di essere positiva.

Jean-Pierre è in uno stato vegetativo, ma respira da solo.

So che la gente è venuta a vederlo nella sua stanza, convinto che fosse collegato o che ci fosse una macchina nascosta sotto il materasso, ma non lo è.

Gli dai da mangiare, lui deglutisce di nuovo.

Bernadette, tu sei per me un'eroina: hai portato tuo marito con te, a casa.

È sempre con grande rispetto che ti prendi cura di lui.

Non dici mai che ti prendi cura di lui, ma che lavori per il tuo Jean-Pierre.

I bambini e i nipoti vengono a vederlo.

Laurent e Frédéric, i tuoi due figli, sono l'immagine sputata del loro padre.

Noah, tuo nipote, condivide anche la passione di Jean-Pierre per il calcio. Attaccante, viene regolarmente per raccontargli i suoi obiettivi.

Lì, possiamo vedere che sente, che ascolta.

Marius Trésor, che ha giocato con lui nella nazionale francese - loro due sono stati chiamati 'la guardia nera' - è ancora molto presente per lui.

So che il caso di Vincent Lambert ti ricorda ricordi terribili, tu che sei contro l'eutanasia.

So che soffri di vedere tuo marito prigioniero del suo silenzio, che sei ancora molto innamorato e che i momenti sono difficili da vivere, ma io sono con te"

Jacques Vendroux *

* Ex capo del dipartimento sportivo di 'Radio France', e oggi giornalista presso 'France Info' e 'France Bleue', Jacques Vendroux è la voce del calcio in Francia

Condividi

Lascia una recensione

Please Login to comment
avatar
  Subscribe  
Notificami
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: