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Venerdì 14 Giugno 2019

S. Eliseo profeta; Ss. Valerio e Rufìno; S. Metodio

10.a di Tempo Ordinario

2Cor 4,7-15; Sal 105; Mt 5,27-32

ANTIFONA D’INGRESSO

Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura?
Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore?
Proprio coloro che mi fanno del male inciampano e cadono.

L'Antifona d'ingresso o e Introito fa parte dei riti introduttivi della Santa Messa. Sono quelli che precedono la liturgia della Parola.
Hanno uno scopo preciso: quello di aiutare i fedeli a formare una comunità, da gruppo disperso che erano quando sono entrati in chiesa, e ad ascoltare con fede la Parola e a celebrare degnamente l’Eucarestia.
Esso costituisce una parte variabile della Messa, che può essere cantata in canto gregoriano.

+ Dal Vangelo secondo Matteo 5,27-32

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

“Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio.

Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.

Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna.

E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.

Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”.

Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio”.

Ovidio, l’antico poeta romano, pagano, diceva in modo esplicito: “Video meliora proboque, deteriora sequor”, vedo ciò che è migliore, lo approvo, ma seguo ciò che è peggiore (Ovidio, Le Metamorfosi, VII, 20).

Le sue parole non si discostano molto da ciò che più tardi ha scritto San Paolo: “Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto” (cf. Rm 7,15).

L’uomo stesso, dopo il peccato originale, sta come tra “il bene e il male”.

Eppure, nonostante questo, niente e nessuno può fermare il nostro desiderio di infinità felicità, perché il desiderio è più forte di qualunque negatività, dramma, malattia, morte, strage.

Il desiderio è come l’aria compressa in un sacchetto, ermeticamente, cosa fa? Cerca un buchino da cui uscire fuori. Niente e nessuno possono fermarla.

Il nostro desiderio, anche di fronte al dramma più disumano, non può essere controllato, limitato, annientato, rinasce in continuazione perché il nostro cuore è fatto per la felicità, per il bello, per il bene. Come diceva spesso don Giussani: il nostro desiderio è promessa di felicità, di compimento certi.

Non ci possono essere dubbi, questo è l’unico sguardo ragionevole, che spiega noi stessi, che spiega come siamo fatti, che non censura, non tralascia nulla.

Noi dobbiamo desiderare, amare questo sguardo ragionevole, noi dobbiamo lottare contro lo scetticismo che ci viene sbattuto addosso da tutte le parti: la vita è un sogno, la felicità è una illusione, tutto va a finire nel nulla, tutto è brutto, Dio non esiste; godiamoci la vita fin che possiamo, non pensiamo al male, al dramma e soprattutto non pensiamo al nostro desiderio di felicità, ci faremmo soltanto del male, soffriremmo e basta. Quando non ce la facciamo proprio più meglio farla finita, meglio una morte dolce, assistita.

Ripeto, questa posizione nega l’evidenza del nostro desiderio, che rinasce in continuazione e “grida” perché sia compiuto, realizzato, totalmente!

Amare la nostra ragione significa stare di fronte a questa evidenza, essere leali davanti a questo dato, alla promessa che sottostà alla dinamica del nostro desiderio, al bisogno di positività della vita che domina dentro di noi. Così significa vivere da uomini, amare la nostra umanità, amare la nostra ragione.

Questo è l’unico modo per capire come siamo fatti, di che stoffa siamo fatti, perché siamo al mondo, altrimenti non comprendiamo chi siamo, non capiamo la nostra esperienza di desiderio che continuamente si rinnova. Ma così non capiamo neanche gli altri e non riusciamo a parlare con nessuno, a comunicare con nessuno.

Ma questo non è affatto scontato, anzi!

Implica un lavoro, implica un aiutarci ad essere ragionevoli, ad andare a fondo della nostra esperienza per capire chi siamo: diversamente, non capiremo mai chi è Gesù Cristo che è venuto nel mondo per liberare il nostro desiderio da tutti i lacci, le limitazioni, le censure, da tutto ciò che ci sembra impossibile. Infatti noi non parleremmo così del nostro desiderio, della nostra esigenza di felicità se Cristo non fosse venuto fra gli uomini per rivelare come è fatto il cuore di ognuno.

Ecco perché il Signore arriva a dirci che se il nostro occhio ci è motivo di scandalo, dobbiamo essere pronti anche a cavarlo pur di entrare nel regno dei cieli.

L’inquinamento dell’anima è un fatto molto più debilitante della perdita di un nostro organo fisico come il nostro occhio o la nostra mano.

Non c'è altra strada che lavorare su noi stessi per riconsegnare il senso alle parole che usiamo senza soffermarci sul loro significato: occorre ripartire dall''io', dall'autocoscienza.

Ripensando agli inizi di quello che poi sarebbe diventato il Movimento di "Comunione e Liberazione", don Giussani diceva: "l'inizio del movimento era dominato dal problema della persona! E la persona è un singolo, la persona è un singolo che dice 'io'".

Prima che il '68 portasse una grande sommossa mettendo a tema affannosamente non tanto l'io, quanto la sua azione nella società, la conquista del potere, questo era più chiaro:

"l''io' è l'autocoscienza del cosmo, cioè che tutta la realtà è fatta per l'uomo. Creando il mondo, Dio, nella concezione cristiana, aveva come scopo l'affermazione della persona. Per questo adesso diciamo che il cosmo intero raggiunge al suo acme, alla sua più alta cima, l'autocoscienza; è come una piramide sulla cui cima scoppia l'autocoscienza: la coscienza di sé, nella natura, in tutta la natura del creato, è l'io. Perciò, avrebbe significato il mondo, il cosmo, anche se ci fosse un solo io".

Da qui occorre ripartire.

Accettiamo la vita perchè tendiamo alla felicità

"Nel tempo che viviamo siamo giunti come alla sponda sabbiosa di una aridità, di un deserto umano, dove il soggetto della pena è l'io:
non la società, ma l'io, perché per la società si ammazzano anche tutti gli 'io' possibili e immaginabili.
Mentre per noi la società nasce dall'esistenza dell'io.
'Generate e moltiplicatevi', raccomandò Dio ad Adamo ed Eva: ma la natura del compito di Adamo ed Eva, del loro essere stati creati come personalità singole, è una compagnia tra loro due:
l'uomo non può vivere, non può conoscere, alimentare se stesso, se non in compagnia di un altro, nell'incontro con un altro.
Siamo, dicevo, come sulla sabbia, sulla sponda sabbiosa di un collasso terribile nella vita sociale.
E siccome il potere ha come ideale e scopo quello di regolare la vita di tutti, questa eliminazione della libertà ha delle conseguenze drammatiche,
perché non vogliamo essere tutti schiavi o manovrati secondo l'ordine di un meccanismo centrale.
[...] L'unica risorsa che ci resta è una ripresa potente del senso cristiano dell'io.
Dico del senso 'cristiano' non per un preconcetto, ma perché è solo, di fatto, il discorso di Cristo, l'atteggiamento di Cristo, la concezione di Cristo, la concezione che Cristo ha della persona umana, dell'io,
è solo questo che spiega tutti i fattori che noi sentiamo irruenti dentro di noi, emergere in noi, per cui, anche in una difesa ad oltranza del potere, nessun potere potrà, potrebbe schiacciare l'io come tale, impedire all'io di essere io.
Dall'io poi nasce una società, una compagnia, come dicevamo prima di Adamo ed Eva.
Ed è a una compagnia che il Creatore affida poi i compiti per cui l'ha creata: realizzare una conoscenza di sé, che sviluppi un autodominio.
Senza io non si potrebbero neanche usare queste parole"

Luigi Giussani,
Appunti da una conversazione di Luigi Giussani con un gruppo di universitari
Milano, 4 aprile 1998

Sant'Eliseo

Il profeta Eliseo è una figura dominante nel IX secolo avanti Cristo (Eliseo, in ebraico אֱלִישַׁע, Elišaʿ, che significa "Dio è mia salvezza").

Oggetto di una speciale e diretta elezione da parte di Dio, come leggiamo nel primo libro dei Re (19, 16-1 e 19 e seguenti), fu chiamato a succedere ad Elia dopo la sua misteriosa scomparsa in cielo, ereditandone lo spirito e compiendo a sua volta molti miracoli, raccontati nel secondo libro dei Re in vari capitoli, a favore di persone singole e di intere comunità.

Eliseo prese parte anche agli avvenimenti politici del suo Paese, sui quali esercitò un profondo influsso con oracoli e prodigi: ad esempio, in occasione della guerra del re d’Israele Ioram contro il re di Moab, egli disseta l’esercito e ne predice la vittoria.

Nelle guerre che il re di Damasco, Ben-Hadad II, conduce contro Israele, Eliseo una prima volta interviene svelando i piani del nemico e facendone catturare i soldati; un’altra volta, durante l’assedio posto da Ben-Hadad a Samaria, predice la fine della carestia e dell’assedio stesso.

All’inviato del re di Damasco, Hazael, predice la guarigione di Ben-Hadad dalla malattia che lo tormentava, ma nello stesso tempo individua in Hazael colui che provocherà la morte del sovrano, soffocandolo, e che regnerà poi al suo posto.

Taumaturgo in vita, Eliseo lo fu anche dopo morte, facendo risorgere un defunto che era già stato deposto nel sepolcro, come leggiamo sempre nel secondo libro dei Re (13, 20 e seguenti).

La sua tomba vuota si vedeva ancora in Samaria ai tempi di san Girolamo. Il culto di Eliseo fu propagato in Occidente dai Carmelitani insieme a quello di Elia: nel Capitolo generale nel 1399 ne fu introdotta la festa per l’Ordine.

Le reliquie del profeta furono portate a Ravenna nel 718 e poste nella chiesa di San Lorenzo, nella cappella antichissima (risalente al 425) dei santi Gervasio e Protasio.

Nel 1603 questa chiesa fu distrutta e nulla si sa della sorte toccata alle reliquie. Nella chiesa di S. Apollinare Nuovo, però, si mostra il capo di Eliseo.

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Author: Davide Vairani

Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese.
Peccatore da sempre, cattolico per Grazia.
Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.

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