Liberarsi dal “veleno del cristianismo”

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Liberarsi finalmente dal "veleno del cristianismo" di Maurras

di Emiliano Fumaneri

#LaCroce quotidiano, 15 giugno 2019

Anche in Italia sono tornate di moda, dopo la non breve parentesi dell’ateismo devoto, le tesi del “cristianismo”1, l’ideologia diffusa in quei circoli politico-intellettuali che pretendono di difendere i “valori cristiani” e la “civiltà cristiana” senza però credere nella divinità di Gesù Cristo.

Meglio difendere i valori cristiani che combatterli!

È la risposta stereotipata dei cattolici sedotti dal cristianismo. Non discuto la loro buona fede. Ma non posso non ricordare loro che una forma di negazione pratica di Dio può ben coesistere con le glorificazioni esteriori e l’esaltazione degli elementi decorativi del sacro.

Maritain parla di una forma di ateismo che riconosce l’esistenza di Dio ma che lo trasforma in un idolo. Si accetta la forma, si svuota la sostanza. Dio così diventa l’ornamento della nazione, l’espressione della cultura di un popolo da usare contro altri popoli2.

Il cristianismo non è che un regresso alla teologia politica degli imperi pagani come quello di Roma. Secondo questa visione gli dèi (a cui non di rado gli stessi romani non credevano) erano garanzia del successo politico di Roma.

S. Agostino criticò aspramente questa “teologia politica”3.

La stessa critica è stata ripresa ai nostri tempi da Joseph Ratzinger:

"In Roma – e generalmente in ogni polis terrena – la città consiste innanzi tutto in una comunità di uomini che è una per la comunione in un determinato amore. Da questo amore essa si crea il suo dio. Dapprima esiste la civitas e poi essa si dà la propria religione. Primario quindi qui è l’amore e solo esso si costruisce poi la sua fede; primaria è la situazione e questa poi si crea il proprio oggetto. Oppure ci si può esprimere così: vera e propria divinità originaria, la madre di Dio è la civitas, cioè un unione di uomini e questi uomini fondano poi religione e dèi"4.

Per Sant’Agostino e per Ratzinger gli dèi di Roma rispecchiano Roma stessa, celebrano la sua gloria, la sua potenza. Quello della teologia politica di Roma è un amore terreno che genera una civitas mundi e i suoi dèi. Non è affatto l’amore di Dio (che genera invece la civitas Dei). E guardare al cristianesimo con questo spirito mondano equivale a sfigurarlo.

L’ideologia cristianista trova in Francia, a cavallo tra Otto e Novecento, uno dei suoi principali interpreti: Charles Maurras (1868 – 1952), forse il più celebre esponente dell’Action française.

Per Maurras il mondo pagano rappresenta il vertice della civiltà umana. Il politeismo antico, nella sua concezione, ha il merito di conservare intatto il senso della gerarchia. Il monoteismo, al contrario, trasmette il veleno della decomposizione.

Come il suo maestro Auguste Comte, Maurras individua nel monoteismo un pericolo mortale per la civiltà: predicando un intimo legame tra il divino e l’io individuale il monoteismo favorisce la tendenza del singolo ad assolutizzarsi. In questo modo all’interesse comunitario si sostituisce un individualismo anarchico che esalta sì l’uomo, ma così facendo lo isola profondamente dal resto dell’umanità.

Maurras mostra invece di apprezzare il cattolicesimo nella sua veste istituzionale.

Gli aggrada la Chiesa come organismo sociale. Egli perciò dà risalto alla capacità dell’istituzione ecclesiale di disciplinare l’anarchia monoteista.

"Il merito e l’onore del cattolicesimo", afferma, consiste nell’aver saputo "organizzare l’idea di Dio" purgandola dal "veleno" monoteistico5.

Poco alla volta, nel linguaggio maurrassiano il termine cattolico diventa sinonimo di tutto ciò che evoca l’ordine, l’organizzazione, la gerarchia, mentre cristiano giunge a coincidere col disordine, con la disorganizzazione e l’anarchia.

Giusto all’opposto di Simone Weil, Maurras esalta all’eccesso l’aspetto romano della religione cattolica: il cattolicesimo senza Cristo; Chiesa sì, Cristo no.

Nella prefazione di uno dei suoi primi libri, Le Chemin du Paradis (1895), Maurras condensa l’essenziale del suo pensiero su Cristo.

Il libro si apre con una prefazione divenuta celebre in cui il futuro leader dell’Action française dichiara il proprio debito sul piano filosofico nei confronti del paganesimo, in particolar modo verso Lucrezio.

Il pensiero maurrassiano si articola a partire da un epicureismo della giusta misura in tutto, nel piacere come nell’amicizia o nel governo di sé. Questa saggezza epicurea ricusa ogni eccesso, sia esso romantico, nordico o barbaro. Ma soprattutto rigetta il cristianesimo per la sua componente più squisitamente semitica.

Sorvoliamo qui sul marcionismo implicito che avrebbe prodotto effetti nefasti in Europa negli anni a venire. Resta il fatto innegabile che in Marraus l’elogio del cattolicesimo come baluardo della gerarchia e della tradizione fa da contrappeso alla denuncia del carattere sovversivo delle Scritture.

Di questo dualismo si trova traccia nella parte finale della prefazione:

"Degli intelligenti destini hanno fatto sì che i popoli civilizzati del sud dell’Europa non abbiano punto conosciuto queste turbolente scritture orientali se non troncate, rimaneggiate, trasposte dalla Chiesa nella meraviglia del Messale e dell’intero Breviario: è stato uno degli onori filosofici della Chiesa, unito al fatto di aver accompagnato al Magnificat una musica che ne attenuasse il veleno"6.

L’errore capitale del cattolicesimo senza Cristo di Maurras – la confusione tra religione, cultura e civiltà – è stato diagnosticato dal suo grande avversario: Jacques Maritain.

Il pensiero maurrassiano esalta Roma e le sue virtù civico-politiche. Ma il romanesimo di Maurras è ambiguo, dice Maritain. La mano che tende in difesa della Chiesa produce una sottile, ma non meno pericolosa, corruzione.

Ma lasciamo la parola a Maritain:

“Questo romanesimo vuole onorare la Chiesa, la Chiesa non vuole essere onorata senza Gesù Cristo. Il mistero che la rende in un certo qual modo il prolungamento e l’universo dell’Incarnazione, tutto ciò che è propria della sua essenza si trova.

Nel momento in cui viene ammirata senza credere in Dio né alla Chiesa, essa si presenta soltanto come il custode tutelare della civiltà, della civiltà come viene concepita da questo romanesimo: debitrice non verso Cristo, ma verso Minerva. […] La sua realtà centrale viene ricercata a livello del mondo della cultura, mentre questa si trova nell’ordine del mondo soprannaturale; anche rendendo omaggio alla sua universalità ci si inganna una volta ancora a suo riguardo: si crede «essenzialmente latina» l’«autorità» da cui essa dipende, si ritiene questa universalità come il risultato di uno sviluppo storico superiore, mentre essa discende da Dio, indipendente di per sé da ogni condizione culturale particolare.

Questa Chiesa, che non si riesce a vedere, si vorrà difenderla, difenderla nella maniera che si giudica buona.

E quando essa mostrerà che le sue vie non sono quelle in cui la si immaginava impegnata, e che orgogliosamente sono state indicate come le sole vie della civiltà, si pretenderà di restare fedeli, meglio di lei e contro di lei – alla testa di alcuni dei suoi figli rivoltatisi, e opponendo al suo Capo visibile una frenesia allo stato puro – alla sua missione storica e al suo spirito essenziale.

Vediamo oggi esplodere contro la Chiesa stessa – o meglio, contro lo spettro che ci si è costruiti a partire da essa e che in apparenza si continua ad onorare – un furore a lungo trattenuto contro il Vangelo di Gesù Cristo"7.

Nel Breve racconto dell’Anticristo, dato alle stampe nel 1899, pochi anni dopo le righe maurrassiane sul «veleno» del Magnificat, Vladimir Soloviev incastona in una cornice apocalittica la natura corruttrice – addirittura anticristica! – del cattolicesimo decristianizzato.

Per sincerarsene non serve che leggere la professione di fede posta da Soloviev sulla bocca dello starets Giovanni in risposta alla protezione offerta dall’Imperatore, cioè l’Anticristo sotto mentite spoglie, che si prodiga in mille piaggerie promettendo ai cristiani di realizzare quanto hanno di più caro – al prezzo però di svuotare la loro fede della sua stessa essenza:

“Grande sovrano!

Quello che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso.

Lui stesso e tutto ciò che viene da Lui, poiché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità.

Da te, o sovrano, noi siamo pronti a ricevere ogni bene, ma soltanto se nella tua mano generosa noi possiamo riconoscere la santa mano di Cristo.

E alla tua domanda che puoi tu fare per noi, eccoti la nostra precisa risposta:

confessa, qui ora davanti a noi, Gesù Cristo Figlio di Dio che si è incarnato, che è resuscitato e che verrà di nuovo;

confessalo e noi ti accoglieremo con amore, come il vero precursore del suo secondo glorioso avvento"8.

Il seguito è noto: l’Imperatore, sollecitato dallo starets a confessare la divinità di Cristo, rimane silenzioso, «però il suo volto, rabbuiato e col pallore della morte, era divenuto convulso, mentre i suoi occhi sprizzano scintille».

Quando lo starets riconosce in lui il Filius Perditionis, niente più trattiene il furore contro il Vangelo di Gesù Cristo: l’Anticristo lo folgora rivelando così la propria natura.

Maneggiare con attenzione, dunque, il cattolicesimo senza Cristo.


1 Il conio del termine si deve a Rémi Brague (Cfr. Cristiani e “cristianisti”, «30Giorni», n. 10, 2004). Ma a onor del vero già Igino Giordani – nel libello La rivolta cattolica (1925) – aveva operato una distinzione tra «cattolici» e «atei cattolicisti» ironizzando sulla posa solo apparentemente filocattolica dei secondi.

2 Jacques Maritain, Umanesimo integrale, Borla, Torino 1962, pp. 295-296.

3 Cfr. Massimo Borghesi, Critica della teologia politica, Marietti, Genova-Milano 2013, pp. 19- 20.

4 Joseph Ratzinger, Popolo e casa di Dio in Sant’Agostino, Jaca Book, Milano 1971, p. 278.

5 Charles Maurras, Trois idées politiques, H. Champion, Paris 1898, nota II, «Les dèistes», ora in Oeuvres capitales, t. II, Essais politiques, Flammarion, Paris 1954, p. 89; cit. in Jacques Prévotat, Les catholiques et l’Action française, Fayard, Paris 2001, p. 31.

6 https://maurras.net/2012/07/12/preface-du-venin/. L’ultimo passaggio, dopo «Breviario» fino a «veleno» sarà soppresso nella riedizione del libro nel 1921 per non irritare i cattolici che simpatizzavano per l’Action française.

7 Jacques Maritain, Clairvoyance de Rome (1929), in Jacques Maritain, Raïssa Maritain, Oeuvres completes (1924-1929), vol. III, Éditions Saint-Paul, Paris 1984, pp. 1091-1092.

8 Vladimir Soloviev, Breve racconto dell’Anticristo, Marietti, Genova 1996, p. 190

Il tempo estivo è anche un’occasione per leggere e approfondire la conoscenza.

Il Vangelo paragona il Regno di Dio ad un tesoro: qual è il tesoro prezioso?

Così risponde Soloviev:

"Con accento di tristezza, l’imperatore si rivolse a loro dicendo:

'Che cosa posso fare ancora per voi? Strani uomini! Che volete da me? Io non lo so.

Ditemelo dunque voi stessi, o cristiani abbandonati dalla maggioranza dei vostri fratelli e capi, condannati dal sentimento popolare; che cosa avete di più caro nel cristianesimo?'.

Allora simile a un cero candido si alzò in piedi lo starets Giovanni e rispose con dolcezza:

'Grande sovrano! Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso.

Lui Stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità.

Da te, o sovrano, noi siamo pronti a ricevere ogni bene, ma soltanto se nella tua mano generosa noi possiamo riconoscere la santa mano di Cristo'.

Proponiamo la lettura de “Il racconto dell’anticristo” di Vladimir S. Soloviev che potete scaricare  in PDF cliccando qui.

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Author: Davide Vairani

Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese.
Peccatore da sempre, cattolico per Grazia.
Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.

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