#Lambert: oggi, ore 17.00

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#Lambert: oggi, ore 17.00

di Davide Vairani

Oggi - venerdì 28 giugno - la Corte di Cassazione francese deciderà, probabilmente in modo definitivo, il destino di Vincent Lambert.

Se annullerà la decisione della Corte d’Appello di Parigi, che il 20 maggio aveva bloccato l’interruzione di idratazione e alimentazione al paziente tetraplegico di 42 anni, i medici dell’ospedale Chu Sébastopol di Reims potranno di nuovo sedare Lambert e aspettare che muoia di fame e di sete.

Il 1° luglio Viviane, la madre di Lambert, che si batte dal 2008 perché il figlio possa vivere, interverrà a Ginevra al Consiglio dei diritti umani dell’Onu: sarà ancora vivo Vincent per quel giorno?

Questa la nuda cronaca degli ultimi fatti.

Sul destino terreno di Vincent pende una spada di Damocle da sei anni: l'eterno nodo diritto/etica.

Non è più una persona in carne ed ossa al centro dell'ennesima decisione giudiziaria, ma un affaire.

E come tale viene trattato da giudici, medici, media, politici ed opinione pubblica, in Francia come in Italia.

Ecco - ad esempio - come il quotidiano "La Repubblica" tratta la notizia:

"La Cassazione francese deciderà domani se sospendere le cure. I genitori, cattolici lefebvriani, contro la moglie dell'uomo in stato vegetativo"

("Al capezzale di Vincent: la battaglia sul fine vita tra familiari e medici", di Anais Ginori inviato sul posto, 26 giugno 2019).

Non c'è bisogno di perdere molto tempo per spiegare il messaggio che il quotidiano italiano di sinistra vuole veicolare: lasciate morire dignitosamente un uomo ridotto ad un vegetale e non date retta a quei catto-integralisti e fanatici religiosi che invocano il diritto alla vita per ideologia.

"Il signor Lambert non è in stato vegetativo, ma di minima coscienza, che è diverso perché presenta alcune reazioni emotive. Non abbiamo alcun mezzo tecnico ad oggi per sapere che cosa queste reazioni implicano veramente a riguardo della psiche del paziente", dichiara il dottor François Pernot, chirurgo in pensione ed esperto nella cura dei pazienti con traumi cranici, in un articolo pubblicato mercoledì sul Quotidien du Medecin, rivista sanitaria specializzata francese" (ampi stralci tradotti in italiano in "Francia. Oggi si decide il destino di Lambert: 'Interrompere le cure è omicidio', di François Pernot, "Tempi" 28 giugno 2019).

"Questi pazienti soffrono? - prosegue il Dr. Pernot - Moralmente è poco probabile perché per soffrire moralmente c’è bisogno di un grado di coscienza elevata, che senza dubbio questi pazienti non hanno, come corroborato da diversi esami. Soffrono fisicamente? È molto difficile rispondere. (…).

Il personale specializzato e le famiglie diventano capaci a causa del loro coinvolgimento di percepire nettamente quando il paziente o il proprio caro si trova in una situazione non confortevole o al contrario è calmo e in pace. Questi pazienti non sono evidentemente in fin di vita e la legge Léonetti, costruita essenzialmente per questi ultimi, si adatta molto male a questa problematica.

Alcune famiglie e non per forza per ragioni religiose (soprattutto le madri) si attaccano in modo incredibile ai loro figli vulnerabili, in tenera età o in età adulta. Non si tratta affatto di una reazione irragionevole ma è legata alla psicologia dell’attaccamento e su questo non c’è davvero niente da fare né da dire perché si esce veramente dal campo medico: avviare una procedura di fine vita in queste circostanze dà a questi genitori la certezza che si sta assassinando il loro figlio (e la parola non è troppo forte). Bisogna essere davvero molto insensibili per non comprendere questo tipo di reazione.

Quindi, io che non posso essere accusato di voler prolungare una vita in questo genere di situazione – che non auguro né a me né ai miei figli (…) – e forte di una certa esperienza, penso che il medico debba essere liberato da questa supremazia della decisione (…) e che la decisione finale spetti alla famiglia (nella cerchia ristretta di ascendenti e discendenti diretti maggiori e del consorte) e se una sola persona è per mantenere le cure, io penso che bisognerebbe mantenerle. Il ruolo del medico è quello di informare e sempre più precisamente grazie al progresso delle neuroscienze (…)".

Intanto, Vincent Lambert è da mesi prigioniero della sua stanza d'ospedale: chiusa con un codice segreto, sorvegliata da una telecamera, non può essere portato in giardino, non riceve alcun tipo di cure. Il personale medico ha ricevuto dal tribunale orari di visita scaglionati per evitare che i parenti possano incrociarsi.

Non entro nel merito della faida famigliare che sta all'origine della spada di Damocle sulla testa del povero Vincent.

Mi colpisce e mi rattrista - tuttavia - vedere l'acredine di Francois Lambert, nipote di Vincent, e da qualche anno avvocato della moglie Rachel.

In un'intervista a "France Info" nel giorno della prima udienza della Corte di Cassazione, il giovane Francois dichiarava:

"Finché Vincent non se ne sarà andato, non possiamo dire che c'è un epilogo. Sarà sempre con la spada di Damocle sopra la sua testa, i suoi genitori, che andranno a caccia di tutti i giudici della Francia sperando di trovarne uno d'accordo con le loro opinioni e non con il diritto".

Per poi aggiungere:

"Questo è un giudizio dell'assemblea plenaria, il che significa che ci sono molti giudici, una quindicina, e voi non avrete la speranza di trovarne otto fanatici come i genitori di Vincent.

Ce n'erano due alla Corte d'Appello di Parigi, non ce ne saranno otto.

Dovrebbe essere noto che i giudici della Corte d'appello di Parigi dovevano basarsi su una base costituzionale per la loro decisione.

Dalla legge Veil del 1975 sull'interruzione volontaria della gravidanza, i pro-vita hanno sistematicamente chiesto che ci fosse un diritto alla vita nella Costituzione.

Il Consiglio costituzionale ha sempre affermato che non esiste il diritto alla vita nella Costituzione, ma qui la Corte d'appello di Parigi afferma che esiste un diritto alla vita.

I magistrati hanno consegnato ai pro vita ciò che chiedono da 40 anni. Se avete voluto osare cambiare il diritto, adesso dovete tornare indietro, perchè tutto ciò è folle".

Le stesse parole usate da François Molins, Procuratore Generale, durante la prima udienza della Corte di Cassazione rispondendo all'avvocato dei genitori di Vincent che chiedeva il rispetto del diritto alla vita per ogni persona:

"Riconoscere il diritto alla vita come valore supremo nella scala dei diritti costituzionali avrebbe come effetto mettere in discussione le leggi Leonetti sul fine vita o la legislazione sull'interruzione di gravidanza".

Nelle rabbiose parole del nipote di Vincent Lambert ed in quelle del Procuratore Molins si manifesta con chiarezza ciò che stiamo sostenendo da anni.

Qui non si vuole valutare quale sia davvero il bene di una persona.

Qui si sta usando il caso Lambert per affermare la supremazia di un modello di società immolata al sacro dio dell'autodeterminazione individuale.

Una società fondata sulla menzogna, che vuole spacciare per vegetale una persona che - pur gravemente dipendente - respira da sola, non è attaccato ad alcuna macchina che lo tenga in vita, deglutisce e reagisce agli stimoli delle persone a lui care.

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Author: Davide Vairani

Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese.
Peccatore da sempre, cattolico per Grazia.
Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.

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