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#Lambert: una società che ha orrore della vulnerabilità

di Davide Vairani

A sette giorni dall'uccisione per fame e sete di Vincent Lambert, tanti sono gli interrogativi che la vicenda terrena del giovane francese tetraplegico e cerebroleso ci consegna in eredità.

Nella massiccia mediatizzazione dell'affaire Lambert in questi ultimi sei anni, emerge quale drammatica misura di una società annichilita dal pensiero unico il silenzio assordante degli "intellettuali".

Un moltiplicarsi di opinionisti e commentatori che hanno spesso costruito la propria improvvisa popolarità su trasmissioni e reportage inneggianti alla dolce morte quale unico esito di dignità e rispetto per colui che veniva definito come un 'corp souffrant' o più impietosamente un 'vegetal'.

In mezzo alla folla di flautisti del pensiero dominante ed alle logiche del Potere del momento, dove sono finiti gli intellettuali disorganici?

"La libertà si manifesta nell’azione del capire", diceva Pier Paolo Pasolini, e mai come oggi abbiamo nostalgia di intellettuali liberi e perciò capaci di incidere nel pensiero comune perchè appassionati della verità.

Nel deserto culturale imperante, le poche voci che si ergono "in direzione ostinata e contraria" appaiono dei giganti sulle spalle di nani e vanno segnalati urgentemente al WWF quale specie in estinzione.

Robert Redeker, scrittore e filosofo francese, è uno di questi pochi di una tribù in via di estinzione.

Il giorno dopo l'uccisione di Vincent Lambert, Redeker rilascia una breve intervista dalle colonne de "Le Figarò".

"La nostra società non mette più a morte le persone colpevoli dei crimini più efferati, anzi, spesso ne ammorbidisce le pene detentive - sostiene Redeker -.

"Di più. Si nota una simpatia inconfessata verso l'ideologia dominante. (...). Di conseguenza, la società non può più cementarsi attorno allo spettacolo della morte di un criminale - e di questo ne è più che felice. Avrà bisogno di cementarsi attorno alla morte dell'innocente. Vincent Lambert è morto nell'approvazione generale perché era innocente".

Secondo Redeker, Vincent Lambert è stato sacrificato sull'altare del progressismo e del transumanesimo.

"Egli interpreta il ruolo di capro espiatorio - sostiene -, la cui agonia e morte della società sono in grado di riunificare la società in un consenso rassicurante quanto necessariamente passeggero".

Qual è il crimine di Lambert? La malattia incurabile.

E per questo crimine Vincent Lambert possedeva tutte le caratteristiche del capro espiatorio ideale, per mutuare le categorie antropologiche di René Girard.

"Il capro espiatorio ideale - riprende Redeker - deve essere innocente dei crimini di cui è accusato e per i quali si giustifica la sua morte. È questa incurabilità che prende il posto della colpa, perché significa un'insopportabile sconfitta della fiducia cieca nel progresso. Ed è per riscattare questa sconfitta che viene ucciso".

La nostra società ha tolto alla morte la sua dimensione fisica, palpabile, carnale e spirituale. La sofferenza e la morte sono diventate insopportabili e impensabili.

"Le religioni - specialmente, in Francia, il cattolicesimo - hanno dato loro un significato - prosegue Redeker - . Ogni uomo è cresciuto facendo i conti con questo modo di vivere sofferenza e morte. La sofferenza e la morte offrono a tutti l'opportunità di sperimentare la pienezza dell'umanità. C'è qualcosa di disumanizzante nella nostra fuga dalla sofferenza e dalla morte".

La scristianizzazione ha lasciato gli uomini in confusione di fronte a questi due fenomeni costitutivi della propria essenza.

"La morte di Vincent Lambert mostra, paradossalmente, questa perdita: la morte diventa come un'astrazione, qualcosa che nessuno vuole vedere davvero in faccia nella sua realtà".

Nel frattempo, il materialismo consumista, che pretende di riempire la nostra vita con il suo nulla, non può che fuggire di fronte a questo: "la finitude del nostro corpo".

Può sembrare paradossale. "Viviamo il tempo della promessa transumanistica e della fantasia euforica del corpo perfetto: il corpo vulnerabile del paziente incurabile è un insulto a queste disposizioni psicosociali. La morte è un insulto al nostro orgoglio. Deve quindi essere censurata nella vita collettiva. L''ascesa di insignificanza'- per usare la formula con la quale il filosofo Cornelius Castoriadis ha descritto il nostro tempo - passa attraverso l'eliminazione della sofferenza e della morte. Eppure sono le uniche porte della vita interiore, i percorsi verso l'anima ".

Il modo con il quale è stato trattato il 'caso' Vincent Lambert è stato quello di volere rimuovere sia la sofferenza che la morte.

"La morte reale - che ci rifiutiamo di affrontare e con la quale non vogliamo dialogare - è stata come evacuata, sostituita da un'astrazione".

Come una società - come la nostra - che rifiuta la morte può fare i conti davvero con un malato incurabile, ma vivo?

"Risposta: rimuovendo dalla morte tutta la sua dimensione fisica, palpabile, carnale - e naturalmente spirituale -, per trasformarla in un puro concetto: la mort déréalisée, la mort-abstraction".

"La morte così concepita e vissuta non è altro che un algoritmo cieco ed anonimo, esattamente come per coloro che hanno il compito di organizzare la censura sui social network. Non c'è più autore, non c'è più responsabile. Come gli algoritmi, la mort-abstraction de-responsabilizza".

Alcuni credono che il caso Lambert mostri la necessità di legalizzare l'eutanasia, perché la legge attuale è inadeguata. Niente di più falso e miope.

"Cosa ispira in questo desiderio di 'fare evolvere' la mentalità comune ?", si interroga il filosofo francese. "Sono ingenuamente militanti dell'estenzione del dominio del droit de tuer.

Il verbo 'evoluer' tradisce in loro due giudizi impliciti di valore: il fatto che ci sia un bene morale e sociale, un orizzonte a cui dobbiamo tendere, e che per il momento stiamo stazionando nel Male. Non fanno che utilizzare lo schema del progressismo.

Cos'è 'Bene'?

Una società in cui non c'è esternalità per l'uomo, dove l'uomo è il proprio unico artefice: della propria sua nascita, come della propria morte. Dove la sua nascita e la morte non sono che la risultanza esclusiva di scelte, così come scegliamo una marca di olio d'oliva in un supermercato.

In breve, è la società del dominio della volontà moderna che nasce a partire da Cartesio".

E in quest'ottica anche "la scelta del sesso dei bambini e il diritto ad avere un figlio rientrano allo stesso modo dentro questo quadro. Questo 'Bene' è allora una società senza trascendenza e neppure senza un fine. In breve, la società dell'uomo ripiegato sulla propria perfezione, la società totalitaria".

La nostra società così attenta ai diritti dell'uomo sembra aver difficoltà ad accettare la vulnerabilità.

Come spiegare questo paradosso?

"La morte di Vincent Lambert è presentata come una vittoria del progressismo: vogliamo far credere che lasciare morire un paziente sia un progresso nella direzione della storia.

Il progressismo permette di déculpabiliser l'abbandono. La vulnerabilità è - al contrario - la vita nella sua nudità, la cui sopravvivenza dipende dalla compassione dell'altro.

La possibilità di essere ucciso sopravviene nel momento stesso nel quale la persona vulnerabile non è più guardata come il prossimo, ma come un altro che non ha nulla a che fare con me".

Vogliamo una società così?

La rinuncia alla vulnerabilità è stata spesso nella storia "un sombre horoscope", avverte Redeker: "il pave les chemins d’une barbarie encore plus grande".

La rinuncia alla vulnerabilità ci ha consegnato l'immane tragedia dei totalitarismi del '900.

La società contemporanea che ha il terrore degli "scarti" umani, che difende come un dogma il diritto di tutti ad avere qualsiasi diritto e nessun dovere non è che la prosecuzione dei falsi miti di progresso in forme e modalità differenti eppure terribilmente simili all'orrore del comunismo e del nazional-fascismo.

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