Che cosa regge l’urto del tempo?

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Che cosa regge l'urto del tempo?

di Davide Vairani

“Proprio, a volte,
nel momento in cui tutto sembra perduto
giunge l’avvertimento che può salvarci;
abbiamo bussato a tutte le porte che non danno su niente,
e la sola attraverso la quale si può entrare,
e che avremmo cercato invano per cento anni,
l’urtiamo senza saperlo, e si apre”

Marcel Proust
"Alla ricerca del tempo perduto"
'Il tempo ritrovato', Vol. VII

Vincent Lambert è appena morto, ucciso per ragioni di Stato e da medici che hanno rinunciato al giuramento d'Ippocrate.

La lunga ed estenuante battaglia a difesa della sacralità della vita si interrompe bruscamente, segnata dalla sconfitta.

"Questa cattedrale di umanità che bruciava da una settimana davanti ai nostri occhi indifesi è crollata": le parole a caldo degli avvocati dei genitori di Vincent, Jean Paillot e Jérôme Triomphe, non hanno il riverbero di una sconfitta professionale.

Un uomo viene fatto morire di fame e sete nel cuore della moderna civiltà europea; nella “figlia maggiore della Chiesa”, come veniva chiamata la cattolicissima Francia; nel paese di Emmanuel Mounier, di Georges Bernanos,  Jacques Maritain, Charles Pèguy; gravemente disabile, tetraplegico e cerebroleso da dieci anni, barattato da giudici e tribunali compiacenti in cambio dell'eutanasia legalizzata sotto mentite spoglie per non turbare il diritto vigente; in the best interest, gli viene applicato il protocollo clinico riservato a quanti si trovano in fine-vita e per i quali non si può più umanamente fare nulla, per i quali la scienza e la medicina sono costretti al alzare le mani con la formula "ostinazione irragionevole" oppure "accanimento terapeutico".

Una morte siffatta non ci lascia tornare alle nostre cose come eravamo prima, perché ci mettono davanti all’urgenza della vita, costringono a fare i conti con la domanda: che cosa regge l'urto del tempo?

"Ad essersene andata oggi è un poco dell'umanità di ciascuno di noi, tanto è ignobile questo errore che scuote le fondamenta del nostro diritto e della nostra civiltà e ricadrà su di noi", dichiarano i due avvocati.

Sono crollate le cattedrali, colpite a morte, simbolo di una visione dell'umano ormai divenuta irrilevante?

Il 16 agosto 1904 appare su "Le Figaro" uno studio di Marcel Proust intitolato "La mort des cathedrales".

"Supponiamo per un istante che la religione cattolica sia spenta da secoli, che le tradizioni del suo culto siano perdute", l'incipit del ragionare di Proust. 

In quelle settimane del 1904 in Francia stava per essere approvata la legge di separazione della Chiesa dallo Stato francese, che prevedeva fra l’altro l’abolizione dei luoghi di culto, l’inventario di tutti i beni della Chiesa di Francia.

"Supponiamo per un istante che la religione cattolica sia spenta da secoli, che le tradizioni del suo culto siano perdute", scrive Proust.

"Sole, monumenti fatti inintelligibili ma rimasti mirabili, di una fede obliata, sopravvivono le cattedrali, mute e dissacrate. Supponiamo quindi che un giorno alcuni eruditi suffragati da documenti arrivino a ricostruire le cerimonie che vi si celebravano un tempo, per le quali erano state costruite, che erano precisamente il loro significato e la loro vita, senza le quali esse non erano ormai più che lettera morta; e supponiamo allora che alcuni artisti, sedotti dal sogno di restituire momentaneamente la vita a quei grandi vascelli divenuti silenziosi, vogliano rifarne per un’ora il teatro del dramma misterioso che vi si svolgeva, al centro di canti e profumi: in una parola, intraprendano, per la Messa e le cattedrali, ciò che i felibri hanno realizzato per il teatro di Orange e le antiche tragedie".

Da tempo era in atto la scristianizzazione moderna, in una terra che considerava il cristianesimo come un passato che non lo riguardava più.

Occorreva innescare una metamorfosi radicale di ogni simbolo dell'Ancien Règime e della nefasta religio che aveva corrotto nel corso dei secoli l'ésprit del popolo francese al grido di "Liberté, Égalité, Fraternité ou la mort".

Ora "le chiese potranno essere e saranno spesso dissacrate; non solo il governo non sovverrà più alla celebrazione delle cerimonie rituali nelle chiese, ma potrà trasformarle in tutto ciò che gli piacerà: museo, sala di conferenze, casino da giuoco", annota Proust.

Architetti, scultori e maître à penser di un nuovo mondo si stavano ingegnando per cambiare forma e mutare l'essenza di chiese e palazzi sorti dalla fede e dalla cultura cattolica, perchè "la vita si ritira dalle opere d’arte non appena non servano più ai fini che presiedettero alla loro creazione", un "mobile divenuto ninnolo, un palazzo divenuto museo non riescono più a parlare al cuore e finiscono per morire", sostengono.

Un triste scenario si sta aprendo in Francia, che Proust così descrive:

"Carovane di snob vanno alla città santa (sia Amiens, Chartres, Bourges, Laon, Reims, Rouen, Parigi, la città che volete, tante sublimi cattedrali abbiamo!), e una volta l’anno riprovano l’emozione che un tempo andavano a cercare a Bayreuth e ad Orange: gustare l’opera d’arte nella cornice stessa che per essa fu costruita.

Disgraziatamente, qui come a Orange, essi rimangono dei curiosi, dei dilettanti; qualsiasi cosa facciano, non abita più in loro l’anima di un tempo.

Gli artisti che son venuti ad eseguire i canti, quelli che incarnano i sacerdoti, possono essere colti, penetrati dello spirito dei testi; il ministro della pubblica istruzione non sarà avaro, con loro, di decorazioni né di complimenti".

Il culto sacrale nella cieca fiducia dei salvifici esiti del progresso aveva bisogno di riti da officiare e di chiese da consacrare alla nuova religione, salvo smarrire la ragione.

"Non vi è oggi un socialista di buon gusto che non deplori le mutilazioni inflitte dalla Rivoluzione alle nostre cattedrali, tante statue, tante vetrate infrante", incalza Proust, al punto da arrivare a dichiarare: "Ebbene, meglio devastare una chiesa che dissacrarla".

Non è (soltanto) il gusto estetico del pulchrum e neppure l'amore viscerale per le pietre e le memorie del passato a muovere nella ribellione Proust. 

Di fronte alla dissacrazione delle chiese, "non ci si può impedire di esclamare:

'Ahimè, quanto più belle dovevano essere queste feste, al tempo in cui erano dei sacerdoti a celebrare l’uffizio e non per dare a dei letterati un’idea di quelle cerimonie, ma perché avevano nella loro virtù la stessa fede degli artisti che scolpirono il giudizio universale nel timpano del portico o dipinsero le vite dei santi sulle vetrate dell’abside.

Come l’opera tutta intera doveva parlar più alto, più giusto, quando tutto un popolo rispondeva alla voce del sacerdote, piegava i ginocchi al campanello dell’elevazione, non, come in queste rappresentazioni retrospettive, al modo di freddi figuranti stilizzati, ma perché anche loro, come il sacerdote, come lo scultore, credevano'".

"La liturgia cattolica è una cosa sola con l’architettura e la scultura delle nostre cattedrali, poiché le une e le altre hanno radice in un unico simbolismo", riconosce Proust. 

"Le cerimonie del culto partecipano dello stesso simbolismo", aggiunge: "Così tutto, fino al minimo gesto del sacerdote, fino alla stola che indossa, si accorda a simboleggiarlo, con il sentimento profondo che anima tutta intera la cattedrale e che, come ha ben detto Mâle, è il genio stesso del Medioevo.

(...) Mai spettacolo comparabile, specchio altrettanto gigantesco della scienza, dell’anima e della storia, fu offerto agli sguardi e all'intelligenza dell'uomo.

L’identico simbolismo abbraccia anche la musica che si fa udire allora nell’immensa nave e di cui i sette toni gregoriani figurano le sette virtù e le sette età del mondo.

Si può dire che una rappresentazione di Wagner a Bayreuth è men che nulla accanto alla celebrazione della Messa solenne nella cattedrale di Chartres".

Senza dubbio, "solo coloro che hanno studiato l’arte religiosa sono capaci di analizzare compiutamente la bellezza di una tale celebrazione.

E basterebbe questo perché lo Stato avesse l’obbligo di vegliare alla sua perpetuazione.

Allo stesso modo lo Stato sovvenziona i corsi del Collegio di Francia che non si dirigono se non a un piccolo numero di persone e che, a fianco di questa integrale resurrezione, una Messa solenne in una cattedrale, appaiono fredde dissezioni.

E a fianco dell’esecuzione di simili sinfonie, le rappresentazioni dei nostri teatri ugualmente sovvenzionati corrispondono a dei bisogni letterari ben meschini.

Ma aggiungeremo subito che coloro che possono leggere a libro aperto nella simbolica del Medioevo non sono i soli per i quali la cattedrale vivente, vale a dire la cattedrale scolpita, dipinta, sonora, sia il più grande degli spettacoli. Allo stesso modo si può gustare la musica senza conoscere l'armonia".

In questi spazi sembra che il tempo di dilati all'infinito, portando con se ad ogni passare la memoria presente del passato tempo.

"Dicevamo poco fa che in una cattedrale quasi tutte le immagini sono simboliche. Alcune non lo sono".

"Sono le immagini dipinte o scolpite di coloro che avendo contribuito con i loro denari alla decorazione della cattedrale, vollero serbarvi per sempre un posto, onde potere, dalla balaustra della nicchia o dallo sguancio della vetrata, seguire silenziosamente gli uffizi e partecipare senza rumore alle preghiere, in saecula saeculorum.

Si sa che, avendo i bovi di Laon cristianamente trascinato fino in cima alla collina su cui si eleva la cattedrale i materiali che servivano a costruirla, l’architetto li ricompensò drizzando le loro statue alla base dei campanili, dove potete vederli ancora oggi, nel fragore delle campane e nel ristagno del sole, levare i capi lunati al disopra dell’arca santa e colossale fino all’orizzonte delle pianure di Francia, nella loro 'meditazione interiore'. Per delle bestie, era tutto quel che si poteva fare: agli uomini si accordava di meglio.

Essi entravano in chiesa, vi prendevano il loro posto che serbavano anche dopo la morte e dal quale potevano continuare, come nel tempo della loro vita, a seguire il divino sacrificio, sia che affacciati fuor del sepolcro di marmo volgano leggermente la testa dal lato del Vangelo o dal lato dell’Epistola, in grado di percepire, come a Brou, e sentire attorno ai loro nomi lo stretto e infaticabile allacciarsi dei fiori emblematici e delle iniziali venerate, serbando a volte fin nella tomba, come a Digione, i colori splendenti della vita, sia che in fondo alla vetrata, nei loro manti di porpora o d’oltre mare o d’azzurro che imprigiona il sole infiammandosene, riempiano di colori i suoi raggi trasparenti e bruscamente li sciolgano multicolori, erranti senza meta per la navata che tingono.

Nel loro splendore disorientato e pigro, nella loro palpabile irrealtà, essi rimangono i donatori, che, proprio per questo, avevano meritato la concessione di una preghiera perpetua.

E tutti vogliono che lo Spirito Santo, nel momento in cui discenderà nella Chiesa, riconosca bene i suoi.

Non soltanto la regina e il principe portano le loro insegne, le loro corone o il loro collare del Toson d’Oro. I cambiavalute si sono fatti rappresentare verificando il titolo delle monete, i pellai vendendo le loro pellicce (vedi nel libro di Mâle la riproduzione di queste due vetrate), i beccai abbattendo i bovi, i cavalieri portando il loro blasone, lo scultore scalpellando capitelli".

Marcel Proust incarnava la difesa revanchista della cristianità perduta?

Omosessuale ed ebreo per parte di madre, figlio dell'alta borghesia francese, ateo (o agnostico) dichiarato, lo scrittore francese del monumentale "Recherche" ('Allo ricerca del tempo perduto', sette volumi per oltre tremila pagine, l’ultimo postumo), poteva avere le sembianze che più vi aggradano, ma non certamente quella di defensor christianitatis.

Marcel Proust un ateo devoto, per usare una categoria interpretativa contemporanea?

Prendo a prestito da Giuliano Ferrara tale definizione di atei devoti, ovvero  “laici che riconoscono che la ragione moderna è strettamente imparentata con il cristianesimo, e che cercano nella chiesa cattolica un rafforzamento dell’identità occidentale” (cfr. Carlo Galli, “Abbiccì della cronaca politica”, il Mulino).

"Siccome il compianto Beniamino Andreatta considerava 'atei devoti', stigmatizzandoli, coloro che fiancheggiano la chiesa per motivi anche politici, rovesciai il senso della definizione polemica, bella ed efficace - scriveva narrando di se stesso Giuliano Ferrara in un articolo su "Il Foglio" del 2012 -, e mi proclamai un 'ateo devoto', non essendo notoriamente né ateo né devoto (sono un teista razionalista, e amo la devozione e la pietà religiosa ma non pratico né l’una né l’altra)".

Dicevamo, Marcel Proust un ateo devoto?

Non mi appassiona arrovellarmi nel tentativo di risolvere tali busìllis.

Mi interessa la domanda dalla quale siamo partiti, mossi da un giudizio dal sapore nichilista: "Questa cattedrale di umanità che bruciava da una settimana davanti ai nostri occhi indifesi è crollata", come se davvero tutto fosse crollato (non solo simbolicamente) con la tragica morte dell'innocente Vincent Lambert.

Che cosa regge l'urto del tempo?

La difesa di una identità culturale minacciata di estinzione? L'affannosa pretesa irrinunciabile dei crocifissi nelle aule scolastiche o del Presepe nella piazza pubblica?

La pubblica difesa della sacralità della vita, dalla nascita alla morte naturale?

Tutto questo - per quanto da fare sia - basta da solo, di per sè, a reggere l'urto di una plateale sconfitta come la morte per mano d'uomo di Vincent Lambert?

Marcel Proust è come se intuisse la riposta in quelle pagine del 1904 de "La mort des cathedrales".

"Ecco che cosa si direbbe se la religione cattolica non esistesse più, se degli eruditi fossero giunti a riscoprirne i riti, se degli artisti avessero provato a resuscitarli per noi.

Ma per l’appunto quella religione esiste ancora e non ha per così dire mai mutato dal gran secolo in cui le cattedrali furono edificate.

Non abbiamo bisogno, per immaginare ciò che fosse, vivente e nel pieno esercizio delle sue funzioni sublimi, una cattedrale del tredicesimo secolo, di farne, come del teatro di Orange, la cornice di una ricostruzione, di retrospettive esatte forse ma gelide.

Basta entrarvi a una qualunque ora del giorno in cui si celebri un uffizio.

La mimica, la salmodia, il canto non sono affidati qui ad artisti senza persuasione. I ministri stessi del culto ufficiano qui, non secondo un pensiero estetico ma per fede, e per ciò tanto più esteticamente. Le comparse non si potrebbe desiderarle più vive e più sincere, se il popolo stesso si degna di comparire per noi senza saperlo.

Si può dire che, grazie alla persistenza nella Chiesa cattolica degli identici riti e, d’altro canto, della fiducia cattolica nel cuore dei francesi, le cattedrali non siano soltanto i più begli ornamenti della nostra arte ma i soli che vivano ancora la loro vita integrale, che siano rimasti in rapporto con lo scopo per il quale furono edificati.

Finché vi si celebra la Messa, per mutilata che sia essa conserva ancora la sua vita. Dal giorno in cui viene dissacrata è morta, e se anche sia protetta come monumento storico di celebrazioni scandalose, non è più che un museo.

Si può dire alle chiese ciò che Gesù diceva ai suoi discepoli: 'Se non continuerete a mangiare la carne del Figlio dell’Uomo, e a bere il suo sangue, non vi è più vita in voi' (San Giovanni, VI, 55), quelle parole misteriose e così profonde del Salvatore fatte, in questa nuova accezione, assioma d’estetica e di architettura".

Folgorante la chiusa di Proust: "Quando il sacrificio della carne e del sangue del Cristo, il sacrificio della Messa, non sarà più celebrato nelle chiese, non vi sarà in esse più vita".

Una intuizione che ha il sapore della Grazia.

Non ci è dato sapere se nelle pieghe della sua vita terrena a Marcel Proust sia accaduto l'impensabile, entrando nella cattedrale di Notre-Dame o di Chartres.

Paul Claudel  - poeta, drammaturgo e diplomatico francese - il 25 dicembre 1886 entrò ateo nella cattedrale Notre-Dame e ne uscì cantando il Magnificat.

Quell’eccezionale epifania venne così descritta dallo stesso Claudel:

"Io ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro rispetto all’ingresso del Coro, a destra, dalla parte della Sacrestia.

In quel momento capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti.

Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla.

Improvvisamente ebbi il sentimento lacerante dell’innocenza, dell’eterna infanzia di Dio: una rivelazione ineffabile!".

Procedendo a ritroso nel racconto della "Recherche", il primo episodio narrato da Proust riguarda i pensieri suscitati al Narratore da alcune pietre difettose, identificate con la 'pietra scartata dai costruttori' del Salmo.

Ma Proust va più in là, evocando il ricordo del Battistero di San Marco, a Venezia.

È la pagina in cui il Narratore comprende, con chiarezza definitiva, che esiste un istante, segnato dalla grazia, nel quale il passato viene finalmente ritrovato e quindi salvato, se non addirittura risuscitato.

Il Narratore si trova a un ricevimento e, indietreggiando per fare spazio a un’auto, “inciampa in una pietra difettosa, mal squadrata, del selciato. A questo punto è invaso da una misteriosa felicità”.

Rammenta di aver vissuto una circostanza simile e una voce dentro di lui grida: “Afferrami al volo, se ne hai la forza, e cerca di risolvere l’enigma di felicità ch’io ti propongo”.

La salvezza che arriva da una “pietra di scarto”.

E’ l’incontro fortuito che spalanca la salvezza.

“Proprio, a volte, nel momento in cui tutto sembra perduto giunge l’avvertimento che può salvarci; abbiamo bussato a tutte le porte che non danno su niente, e la sola attraverso la quale si può entrare, e che avremmo cercato invano per cento anni, l’urtiamo senza saperlo, e si apre”.

Marcel Proust, "Alla ricerca del tempo perduto. Vol. 7: Il tempo ritrovato."

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Author: Davide Vairani

Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese.
Peccatore da sempre, cattolico per Grazia.
Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.

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