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Vincent #Lambert e le droit à la vie

di Davide Vairani

Metto le mani avanti, per avvisare i miei dieci lettori: questo è l'ennesimo, palloso, articolo attorno all'affaire Lambert, sappiatelo.

Voltate pure pagina ed andate oltre, non mi offendo.

Ci tengo - tuttavia - ad informare i miei dieci lettori di essere ancora in uno stato di "sana e robusta costituzione".

Non sono ossessionato da Vincent, seppure non possa nascondere l'evidenza, e cioè di ritrovarmi ancora oggi in una sorta di fase da "rielaborazione del lutto" per la vile uccisione legalizzata del mio amico fragile, Vincent, ed, in fondo, anche di una parte di me.

Non è di questa dimensione personale del caso Lambert che voglio parlarvi (argomento che preferisco serbare per le prossime sedute dal mio psico-terapeuta).

Il fatto è che il tempo scorre inesorabile e si porta con se pensieri tristi  e stati d'animo angosciosi e, se questo è un bene per la sanità mentale di ciascuno di noi, al contempo si rischia di disperdere  l'eredità che ci viene consegnata direttamente da quel corpo esanime, salvo ricominciare d'accapo e poi ancora e ancora dopo a ribollire di giusta rabbia ed impotenza per le vittime innocenti che la cronaca ci porta a conoscere.

Se non vogliamo rimanere come prigionieri di reazioni meramente sentimentali ed emozionali, occorre che proviamo a fare un passo in avanti  e comprendere la vera posta in gioco, quella che prima o dopo nella vita ci interpellerà uno ad una, in Italia, in Francia e in ogni latitudine del Vecchio Contente: il diritto alla vita.

"Aspettavamo proprio a te a dircelo, come se non lo sapessimo per conto nostro".

Mi pare di sentire la (giusta) osservazione dei miei dieci lettori e non posso che assecondarla: non scopro nulla di nuovo, me ne rendo conto.

Eppure, ho la sensazione che nell'eredità che ci lascia Vincent si nasconda qualche elemento di verità in più con la quale siamo chiamati a fare i conti.

E' tra i 44 giorni intercorsi tra l'attivazione delle ultime due procedure di arresto dei trattamenti per Vincent Lambert che vorrei portare la vostra attenzione.

Il 20 maggio 2019, il Dr. Sanchez - primario del reparto dell'Ospedale universitario di Reims -, informa la famiglia di Vincent che "l'interruzione dei trattamenti [...] e la sedazione profonda e continua [erano] iniziate questa mattina".

Il 2 luglio 2019 si ripete il copione di 44 giorni prima, interrotto e "congelato" poco dopo la mezzanotte di quella giornata: i medici di Vincent Lambert decidono nuovamente di “interrompere i trattamenti”: dopo nove giorni di agonia, senza più nutrizione ed idratazione artificiali, l'11 luglio il corpo di Vincent Lambert si arrende e muore.

In quei 44 giorni ci sono tre sentenze giudiziarie che occorre sommariamente riportare alla mente.

La prima. Il 17 maggio 2019, Il Tribunal de Grande Instance di Parigi - pur dichiarandosi incompetente nello sbrogliare tale matassa - ci tiene a sottolineare che:

  • "il diritto alla vita, seppure costituisca un attributo inalienabile della persona umana, non entra nel campo delle libertà individuali, ai sensi dell'articolo 66 della Costituzione"

  • di conseguenza, " la decisione di non mantenere i trattamenti di cui beneficia attualmente il Sig. Vincent Lambert non può costituire un voie di fait che rientri nelle competenze del giudice giudiziario" - (”il en résulte que la décision de ne pas maintenir le traitement dont bénéfice actuellement M. B... X... ne constitue pas une voie de fait relevant de la compétence du juge judiciaire”).

La seconda. Il 20 maggio 2019, la Corte d'Appello di Parigi:

  • annulla la sentenza del 17 maggio 2019

  • ordina allo Stato francese di adottare tutte le misure necessarie per applicare le misure provvisorie richieste il 3 maggio 2019 dal Comitato Onu per il diritti delle persone disabili (CRDP), al fine di mantenere attive nutrizione ed idratazione per Vincent Lambert fino a quando lo stesso Comitato non avrà svolto tutte le valutazioni preliminari del caso.

Per dichiararsi competente, la Corte d'appello fa affidamento sul concetto giuridico di "assalto" ("voie di fait"), che consente al giudice giudiziario di sanzionare una violazione della "libertà individuale" commessa dall'amministrazione.

La Corte di Parigi ha ritenuto che:

"rinunciando all'esecuzione delle misure provvisorie richieste dal [CRPD], lo Stato francese ha adottato una decisione che non può essere collegata alle sue prerogative, poiché viola l'esercizio di un diritto la cui privazione ha conseguenze irreversibili in relazione al diritto alla vita, sancito dall'articolo 2 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo, diritto che costituisce un attributo inalienabile della persona umana e che costituisce il valore supremo nella scala dei diritti umani, e quindi in quella delle libertà individuali" 

(“atteinte à l’exercice d’un droit dont la privation a des conséquences irréversibles en ce qu’elle a trait au droit à la vie [...] qui constitue un attribut inaliénable de la personne humaine et forme la valeur suprême dans l’échelle des droits de l’homme, et donc dans celle des libertés individuelles”).

La Corte d'appello - in sostanza - ha ritenuto che il diritto di Vincent Lambert al mantenimento della nutrizione e dell'idratazione artificiali sia stato violato; che tale diritto violato si configuri nel solco de diritto alla vita e che questo diritto alla vita è esso stesso il valore supremo nella scala dei diritti umani e, dunque,  dalle libertà individuali.

Nel frattempo, lo Stato francese, i Ministeri della Sanità e degli Affari Esteri e il CHU di Reims presentano ricorso in cassazione.

La terza. Il 28 giugno 2019, nuovo contro-colpo di scena: la Corte di Cassazione - riunita in seduta plenaria - cancella la sentenza dei giudici d’appello di Parigi (dichiarandoli non competenti in materia) che avevano dato l’ok a proseguire l’idratazione e l’alimentazione su richiesta dei genitori e configura tale sentenza definitiva, cioè non può più essere impugnata davanti ad alcun tribunale di ogni ordine e grado del sistema giuridico francese.

Si noti - per inciso - un dettaglio tutt'altro che trascurabile.

Otto giorni prima della seduta della Corte di Cassazione, "Le Figarò" pubblica una dichiarazione predisposta per la stampa dallo stesso Procuratore Generale, Francois Molins:

"Affaire Lambert: le procureur général préconise de casser la décision ordonnant la reprise des traitements", "Affaire Lambert: il procuratore generale sostiene di volere cassare la decisione che ordinava la ripresa dei trattamenti".

"Dans son avis qu'il soutiendra à l'audience de la Cour de cassation, lundi en assemblée plénière, François Molins préconise la 'cassation' de l'arrêt de la cour d'appel de Paris, 'sans renvoi' devant une autre juridiction. [...] François Molins souligne qu'il n'y a pas là d'atteinte à la 'liberté individuelle' au sens de la Constitution et de la jurisprudence, que la décision d'arrêt des traitements était légale et que les demandes du comité de l'ONU ne sont pas contraignantes. Il conclut qu'en l'absence de 'voie de fait', la cour d'appel n'était pas compétente".

Insomma, non ci vuole un esperto per affermare che l'ultima decisiva sentenza giuridica sulla vita o morte di Vincent sia stata una farsa da recitare semplicemente per scrivere un copione già stabilito e confezionato dal procuratore generale otto giorni prima.

Torniamo sul pezzo e sulla questio del diritto alla vita.

Mettiamo tra parentesi il conflitto di competenze giuridiche tra la Corte d'Appello ed i tribunali amministrativi di Francia e proviamo a costruire qualche riflessione.

Senza trascurare che l'oggetto destinatario di queste sentenze è una persona in  stato di coscienza alterata, chiamato "stato pauci-relazionale", in cui purtroppo è precipitata dieci anni prima a causa di un incidente stradale, forse irreversibilmente dal punto di vista delle funzioni neurologiche; persona che respira da sola, non è attaccato ad alcuna macchina dalla quale dipende la sua vita, che non è nemmeno ammalata di malattie incurabili, il suo cuore batte regolarmente da solo; persona che non è in fine vita. 

La grande menzogna sulla quale è stato costruito il teorema giuridico, politico e medico dell'affaire Lambert è la negazione dell'evidenza.

Non dovrebbe servire la sua cartella clinica per capirlo, dovrebbe essere evidente dopo oltre sei anni di procedimenti giudiziari.

Se Vincent fosse stato in fine vita, non vivrebbe nel momento stesso nel quale tribunali, medici, ministri e mainstream decidono, sentenziano, pubblicano notizie.

Vincent Lambert  è una persona in una situazione di grave handicap, in una situazione di grande dipendenza, come decine di migliaia di persone in Francia, in Italia e nella Vecchia Europa.

Matilde Leonardi, direttore del Coma Research Centre-CRC della Fondazione Istituto Neurologico CARLO Besta di Milano, coglie nel segno quando dichiara in una breve intervista a "Redattore Sociale":

“Il punto non è quale sia la diagnosi di Vincent Lambert e cosa vorrebbe lui: il punto è capire cosa una società debba fare con le persone che sono nelle sue condizioni. E non può essere un giudizio sulla loro qualità di vita il criterio per prendere decisioni”.

“Io non sono il suo medico curante – precisa – ma ho letto la documentazione disponibile e i pareri clinici e ciò che emerge è che questa persona ha una situazione clinica di gravissima disabilità con un disordine di coscienza, ma la diagnosi esatta non è davvero nota. Siamo di fronte a un uomo gravemente disabile, che non è stato valutato seguendo il protocollo diagnostico richiesto per affermare con certezza che è in stato vegetativo. Ricordo che l'eutanasia a cui si vuole sottoporre Lambert (l'intervista è del 20 maggio 2019, quando Vincent era ancora vivo - ndr) è una pratica che la World Medical Association vieta, perché non è atto medico".

Il dibattito non può quindi mettere al centro la diagnosi più o meno precisa di stato vegetativo: quello di cui di deve discutere è se si può decidere di fermare una vita basandosi su un giudizio sulla qualità della vita, o la dignità di un paziente con gravissima disabilità, una persona.

"Ed è un dibattito che va ben oltre Lambert”, sottolinea la Leonardi. Se questo è il tema in discussione, oggi di fronte a Lambert, allora “parla chiaro la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità – ricorda Leonardi – che all'articolo 25 comma f afferma che non si possa privare una persona disabile di idratazione e nutrizione a causa della sua disabilità. In altre parole, non può essere la disabilità il motivo della sospensione di questi interventi. In questo caso, quindi, sarebbero violati i diritti di Lambert come persona con disabilità.

Siamo di fronte a paziente gravemente disabile ma stabile, la cui alimentazione viene sospesa per motivi che esulano dalla sua condizione clinica o da un peggioramento, che infatti non è avvenuto”

Per la Leonardi, casi come quello di Lambert sono conseguenza del progresso scientifico e medico:

“un tempo, ma anche oggi in altri Paesi meno civilizzati, dopo un incidente come il suo si moriva. Adesso riusciamo a rianimare questi pazienti: su 100, tre di loro restano con un disordine di coscienza, gli altri ne escono. Uno Stato ha il dovere civile di prendersi carico di questi pazienti, figli del progresso.

Dico questo nella totale comprensione della grande sofferenza di tutti – precisa – questa è la storia di una grande fatica umana e politica, di fronte a cui la Francia risponde in modo poco chiaro.

Lambert rappresenta forse una sanità e un welfare non sostenibile? Cosa dice oggi lo Stato francese ai suoi cittadini che restano in queste condizioni? Lascerà che a decidere siano le disperate mogli, o i disperati mariti?

Non c'è nessun vincitore e nessun vinto in questa storia, sono tutti sconfitti: la Francia, i genitori, la moglie - che si trova a sostenere un ruolo tremendo. E naturalmente Lambert, che perde la vita. Come scienziato, sono fiduciosa nella scienza: non conoscere esattamente cosa succeda davvero nel cervello delle persone, mi fa essere molto cauta. Mi tengo il dubbio e spero che la ricerca ci faccia trovare un modo per trattare situazioni così drammatiche e guardo con sospetto gli scienziati che questo dubbio non l’hanno e invece nonostante il dubbio hanno la certezza che sia giusto fermare la vita di uomo perché non degna".

Ma quando una intera classe medica - nella fattispecie, coloro che per dieci anni hanno preso in carico Lambert nell'Ospedale di Reims - non riconosce l'evidenza (per ragioni che ora lasciamo nel cassetto), in uno stato di diritto, moderno, civile e democratico, non dovrebbe intervenire la magistratura, il diritto, il sistema legislativo a tutela e garanzia delle libertà della persona minacciata?

La risposta la conoscete: "no".

In Francia, per Lambert è accaduto esattamente il contrario: magistratura, diritto, sistema legislativo e complicità politica hanno inscenato un accanimento giudiziario contro la vita.

Nessun complotto personale, sia ben inteso. Il problema è che Vincent Lambert si è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato.

Se avete la pazienza di seguirmi ancora nel ragionare, tutto è scritto nero su bianco nel testo dettagliato della sentenza della Corte di Cassazione del 28 giugno 2018 che abbiamo sopra citato, la N° E1917330 et T1917342 - "Décision attaquée : 20 mai 2019 de la cour d'appel de Paris".

Il punto essenziale delle 40 pagine riguarda il tema delle libertà individuali e del diritto francese.

Il presidente della Corte di Cassazione francese fa appello ad un concetto giuridico di libertà individuale ridotto alla mera sfera della sicuritè, secondo una prassi ormai consolidatasi nell'ordinamento:

"Il Conseil constitutionnel ha affermato di aver stabilizzato la propria giurisprudenza attorno a una definizione ristretta di libertà individuale, facendo riferimento all'articolo 66 della Costituzione, solo nell'area della privazione della libertà (custodia, detenzione, ricovero in ospedale senza consenso)".

Dunque, secondo la Corte di Cassazione,  la Corte d'appello di Parigi ha commesso una aberrazione sul piano giuridico, oltre che una invasione di campo di competenze non proprie: "ha portato il diritto alla vita nella sfera della libertà individuale, quando il Consiglio costituzionale non ha mai consacrato espressamente un diritto costituzionale alla vita, nonostante ne avesse avuto l'opportunità più volte".

Il legislatore, "anziché sancire un  diritto indipendente ed autonomo al rispetto della vita, ha stabilito in linea di principio la salvaguardia della dignità della persona umana contro ogni forma di schiavitù e degrado, il cui valore costituzionale è stato riconosciuto fondante nel Preambolo alla Costituzione del 27 ottobre 1946 (decisione n. 94-343 / 344 DC del 27 luglio 1994)".

E' accaduto nella storia francese per le disposizioni legislative in materia di interruzione volontaria di gravidanza.

"In materia di interruzione volontaria della gravidanza - prosegue il presidente della Corte di Cassazione - , ad esempio, davanti a una disposizione legislativa che ha portato da dieci a dodici settimane di gravidanza il periodo durante il quale può essere praticata, nonostante si sia sollevata una presunta violazione del principio di rispetto per ogni essere umano sin dall'inizio della sua vita,  il legislatore - al contrario - ha valutato di non avere spezzato l'equilibrio tra la salvaguardia della dignità della persona umana contro ogni forma di degrado  e  la libertà della donna derivante dall'articolo 2 della Dichiarazione sui diritti dell'uomo e del cittadino (decisione n. 2001-446 DC del 27 giugno 2001, legge sull'interruzione della gravidanza e alla contraccezione)".

Prosegue poi:

"Allo stesso modo, il legislatore, di fronte alla modifica di un testo di legge che sostituiva alla dicitura 'la donna che non vuole continuare una gravidanza' con 'la donna incinta' e alla dicitura 'che non vuole più portare avanti la gravidanza' ('qui ne veut pas poursuivre une grossesse') la dicitura 'che le sue condizioni la mettono in una situazione di rischio', ('que son état place dans une situation de détresse') ha considerato che tale modifica non violasse alcun requisito costituzionale (Decisione n. 2014-700 DC del 31 luglio 2014, Legge per la parità tra donne e uomini)".

La medesima linea è stata seguita dal legislatore per quanto riguarda la legge Leonetti sul fine vita.

"[...] Sollevata una questione prioritaria di costituzionalità relativa alla conformità alla Costituzione degli articoli L. 1110-5-1, L. 1110-5-2 e L. 1111-4 del codice di salute pubblica, nella loro redazione risultante dalla legge n. 2016-87 del 2 febbraio 2016 che ha creato nuovi diritti per i malati e le persone a fine vita, il Consiglio costituzionale - dopo aver ricordato il principio di salvaguardia della dignità della contro ogni forma di servitù e degrado -, ha valutato che, adottando le disposizioni contestate, il legislatore non aveva comportato una violazione incostituzionale del principio di salvaguardia della dignità della persona umana e della libertà personale (decisione n. 2017-632 QPC del 2 giugno 2017)".

"Da parte sua, il Consiglio di Stato ha ritenuto che, nel loro insieme, alla luce del loro scopo e delle condizioni alle quali devono essere attuate, le disposizioni degli articoli L. 1110-5, L. 1111-4 e R. 4127-37 del Codice di sanità pubblica non possono essere considerate incompatibili con le disposizioni dell'articolo 2 della Convenzione per la protezione dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, secondo cui 'le droit de toute personne à la vie est protégé par la loi. La mort ne peut être infligée à quiconque intentionnellement [...]', così come all'Art. 8 che garantisce il diritto al rispetto della vita privata e familiare (CE, 24 giugno 2014, n. 375081, Lebon)".

"Da parte sua, la Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU) usa il termine 'libertà individuale' quasi esclusivamente in relazione al diritto alla libertà e alla sicurezza (articolo 5 della Convenzione): non ha mai qualificato il diritto alla vita come 'libertà individuale', osservando che ciò non può influire sul contenuto del concetto di libertà individuale ai sensi della legge francese".

"Il Tribunale dei conflitti ha seguito la stessa procedura del Consiglio costituzionale".

E' con la decisione Bergoend del 17 giugno 2013 che il sistema giuridico francese codifica una concezione restrittiva di libertà individuale.

Come sostiene il giurista e costituzionalista francese, Pierre Delvolvé, "siamo così ricondotti all'essenziale: la sicuretè, vale a dire uno stato in cui a tutti sono garantite la proprietà e la difesa di se. È habeas corpus.

Libertà e sicurezza individuali sono sinonimi. Viene violata in caso di arresto, detenzione, internamento. Oltre a ciò, anche se la persona dell'individuo è coinvolta, non è più una questione di sicurezza. Questa è ovviamente una riduzione significativa dalla precedente concezione dell'assalto. Ha l'interesse, non solo di una contenziosa semplificazione, ma, forse ancora di più, di una concentrazione concettuale su ciò che è essenziale della libertà individuale: la disposizione di se stessi . Una simile concezione è anche, in un certo senso, un ritorno alle fonti, perché il Costituente del 1958 aveva voluto, con l'articolo 66 della Costituzione, dedicare un habeas corpus ai francesi.

Senza entrare nel dibattito giurisprudenziale francese e sul conflitto di competenze tra giudice amministrativo e giudice giudiziario, ciò che emerge da questa seppur breve ed imprecisa carrellata attorno alla sentenza della Corte di Cassazione francese è la totale assenza del diritto alla vita quale valore supremo nella scala dei diritti umani e di conseguenza delle libertà individuali tutelate da un ordinamento giuridico.

Sia per via ordinaria che per "voie di fait" è infatti impossibile che il diritto contempli la possibilità di sanare positivamente un eventuale e presunto errore di valutazione medica che comporti quale effetto la morte di una persona.

La Francia per la prima volta nella sua storia si è trovata a dovere fare i conti con un bug di sistema che ha un nome ed un cognome, Vincent Lambert.

Non era mai accaduto che qualcuno facesse ricorso giuridico più e più volte, per chiedere di fermare una procedura medico collegiale di "ostinazione irragionevole".

E il modo con il quale il sistema giuridico francese ha reagito non è che il termometro di qualche cosa di più profondo che non funziona.

Nell'affaire Lambert ciò che ha fatto la differenza non ha teno a che vedere con le legge Leonetti sul fine vita, quanto sulle modalità con le quali magistrati, medici curanti, esperti medici collaboratori delle procure hanno interpretato ed applicato i princìpi in essa contenuti.

Chi ha il compito di fare rispettare le leggi non ha fatto altro che il proprio dovere formale e burocratico: si è semplicemente accertato che non venissero violate le norme del codice di salute pubblica; che non venissero violate le libertà individuali e che - di conseguenza - non si configurasse una violazione più o meno grave dei correlati diritti individuali riconosciuti dalla legge e tutelati dalla Costituzione.

Nessuno ha provato ad alzare la mano e sollevare un problema a monte: il diritto alla vita.

Ci ha provato - per la verità - un solo organismo: il Comitato per i diritti delle persone disabili (CRPDH) di Ginevra. Un organismo autonomo ed indipendente, posto a salvaguardia del rispetto e dell'attuazione dei princìpi contenuti nella Carta internazionale dei diritti delle persone disabili e del suo Protocollo Opzionale da parte di ogni organismo internazionale e stato nazionale che l'hanno approvata e sottoscritta, tra i quali l'Unione Europea nel suo insieme, la Francia, l'Italia e la gran parte degli stati membri dell'U.E.

Il 7 maggio 2019 il vicedirettore degli affari giuridici del Ministero dell'Europa e degli Affari Esteri francese ha informato il suddetto Comitato che:

  • "in Francia, in virtù delle disposizioni di legge, la professione medica deve garantire il diritto al trattamento e alle cure più appropriate e al contempo il diritto a non essere irragionevolmente ostinati e che, quando il paziente non è in grado di esprimere le proprie volontà, il  corpo medico deve seguire una procedura collegiale"

  • "per quanto riguarda il caso del Sig. Vincent Lambert la procedura seguita e le decisioni prese dai medici di conciliare tutti questi obblighi sono state oggetto di controlli accurati da parte dei tribunali nazionali, in particolare il Consiglio di Stato, e dei tribunali dell'Unione Europea, cioè la Corte europea dei diritti dell'uomo (CEDU), i quali  non hanno riscontrato né illegalità né non condizionalità"

  • " in queste circostanze, non è concepibile rimettere in discussione la decisione assunta di arrestare i trattamenti con una nuova sospensione seppure temporanea, sospensione che farebbe perdere d'efficacia il diritto del paziente a non subire una 'ostinazione irragionevole' ( 'la remise en cause de la décision d’arrêt des traitements par une nouvelle suspension qui priverait d’effectivité le droit du patient à ne pas subir d’obstination déraisonnable' )

  • "quindi, dopo un'attenta analisi della situazione, [...] non è in grado di attuare la misura precauzionale che gli è stata richiesta".

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