Eutanasia: la politica decide di non decidere

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Eutanasia: la politica decide di non decidere

di Davide Vairani

Di quei drammatici giorni nei quali si consumava la vita terrena di Eluana Englaro ci siamo come dimenticati tutto?

Dieci anni dopo ci siamo arresi, come rassegnati ed impotenti di fronte ai grani del lungo rosario di vite impossibili, che portano nomi e cognomi scolpiti nella mente e nel cuore di tutti, da Fabiano Antoniani, Dj Fabo, fino a Vincent Lambert?

Storie differenti - per quanto tutte strazianti -, vite che si sono trovate in quel confine misterioso tra vita e morte, dignità e qualità di vita, dolore e sofferenza, libertà ed autodeterminazione; vite che sono loro malgrado diventate dei "casi" e che hanno costretto politica, diritto, medicina e società ad interrogarsi profondamente.

Vincent Lambert ha "costretto" in sei anni 45 sentenze giudiziarie tra ogni ordine e grado dei tribunali di Francia fino alla Corte europea dei diritti dell'uomo e al Comitato internazionale dei diritti delle persone disabili; 4 procedure di sospensione dei trattamenti, più di 70 medici ed operatori sanitari che hanno dibattuto, valutato e scritto pro o contro; ha "costretto" il governo francese a prendere una posizione ed una decisione rispetto alla sua sorte terrena, prima di morire per fame e sete il 9 luglio 2019.

Nel febbraio 2009, durante l’ultimo Governo Berlusconi, l’Esecutivo, con il protocollo autorizzato dalla Magistratura per porre fine alla vita di Eluana Englaro (in stato vegetativo dal 1992), tentò di contrastare questa disposizione con un’iniziativa politica.

Il 6 febbraio 2009 il Consiglio dei Ministri approvò un decreto legge per impedire la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione dei pazienti.

In precedenza, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, aveva inviato una lettera al Presidente del Consiglio Berlusconi indicando forti perplessità circa l'ipotesi di intervenire per decreto sull'attuazione della sentenza e riserve sulla costituzionalità dello stesso.

Il Capo dello Stato non firmò il testo e ciò provocò un durissimo scontro istituzionale. Alle ore 20.00 il Consiglio dei Ministri approvò un disegno di legge con gli stessi contenuti del decreto precedentemente rifiutato, che fu immediatamente trasmesso al Senato, convocato per discuterne in sessione straordinaria il 9 febbraio 2009.

Il dibattito fu interrotto dalla sopraggiunta morte di Eluana.

E oggi?

Il 24 settembre 2019 la Corte Costituzionale si riunirà per pronunciarsi sul "caso Cappato", che aiutò dj Fabo a morire in Svizzera ricorrendo al suicidio assistito. La Corte si era già espressa, rilevando che le leggi attualmente in vigore sul fine vita lasciano prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti: per consentire al parlamento di intervenire con un’appropriata disciplina, i giudici avevano deciso di rinviare appunto la trattazione definitiva.

Era il 23 ottobre 2018: in 9 mesi il parlamento non ha compiuto alcun passo avanti e non mostra di avere l'intenzione di farne.

L'Aula di Montecitorio ha chiuso i battenti per la pausa estiva e tornerà a riunirsi lunedì 9 settembre: ordine del giorno la riforma costituzionale per ridurre il numero dei parlamentari, con le votazioni previste dal 10; il 12 settembre, poi, verrà discussa la mozione di sfiducia presentata dal Pd contro il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, per la questione dei presunti fondi russi alla Lega; poi ci sarà il dibattito su acqua pubblica e salva mare, indicate come priorità dal Movimento 5 Stelle, e l’esame in Aula della riforma del codice della strada. Le Commissioni riprenderanno i lavori una settimana prima, il 2 settembre, impegnate anch'esse sulla riforma costituzionale per ridurre il numero dei parlamentari, poi si riuniranno quelle di inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, sulle Banche e sul caso Forteto.

Non verrà discusso alcun testo di legge sul suicidio assistito ed eutanasia.

La notizia è stata data al termine della conferenza dei capigruppo di Montecitorio: il presidente della Camera, il pentastellato Roberto Fico, ha preso atto della mancanza di un’intesa attorno ad un testo comune nel comitato ristretto, nel corso dei lavori delle commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera.

Tradotto: il Parlamento rinuncia a legiferare sul tema, facendo scadere il termine del 24 settembre indicato dalla Corte costituzionale al Parlamento.

Posizione pilatesca della politica italiana, follia scientemente pesata e misurata da entrambi i partiti di governo - Lega e 5 Stelle -, anche se questo non si deve dire per non incorrere nel reato di lesa maestà nei confronti del Capitano, novello difensore dei principi non negoziabili salvo quando sono davvero messi in crisi.

Con i Pentastellati non vi è rischio di incappare in alcun reato: coerenti con ciò che sono, neo-sanculotti in salsa pop che fanno dell'autodeterminazione individuale una bandiera, falsi giustizialisti in nome della legge al punto da far passare in cavalleria la rinuncia del Parlamento a legiferare, seppellendo del tutto il principio basilare della tripartizione delle funzioni di uno stato moderno, civile e democratico.

"Sulla materia si registrano sensibilità molto diverse anche all'interno dei singoli gruppi parlamentari", è costretto ad ammettere il deputato leghista Roberto Turri, relatore per la II Commissione.

Nell'evidenziare che il Comitato ristretto ha certificato l'impossibilità di giungere ad un testo condiviso da sottoporre alle Commissioni, Turri rileva come ciò fosse emerso "già a conclusione del primo ciclo di audizioni, tanto da richiedere il ricorso all'esame in sede di comitato ristretto per tentare di addivenire ad una soluzione".

Tutti i gruppi parlamentari hanno  convenuto sul fatto che non vi siano "le condizioni per convergere su un testo condiviso": neppure attorno ad una "soluzione comune" che si limiti "alla sola modifica dell'articolo 580 del codice penale con riguardo alla fattispecie dell'aiuto al suicidio".

Non è una buona notizia.

Dieci anni fa attorno al "caso Englaro" ci furono mobilitazioni popolari, appelli di intellettuali, dibattiti accesi da entrambi le parti tra loro contrapposte. Con molti eccessi, indubbiamente. Segno - tuttavia - di un popolo che si interrogava profondamente e che non accettava una delega in bianco su un tema simile: voleva quanto meno capirne le implicazioni, per Eluana e per la società intera, collettivamente ed individualmente.

Oggi? Non c'è un dibattito popolare. E' come se non si avvertisse il bisogno di riaprire inutilmente ferite difficili da rimarginare, come se in realtà non ci sia alcuna risposta da attendere, da ragionare e riflettere con ponderazione.

La risposta è come se fosse già scritta: non nel codice penale, ma nei volti sofferenti di chi non ce la fa più a portare il peso di una vita e che ha bisogno di qualcuno che li aiuti a morire. Che lo faccia il Parlamento oppure la Corte Costituzionale non importa, basta che si faccia: depenalizzare il cosiddetto suicidio assistito diventa un atto di umanità.

Marco Cappato e l'Associazione Luca Coscioni non hanno bisogno di cercare testimonial popolari, ne trovano ovunque; non hanno bisogno di sgomitare per una apparizione TV, perchè i principali media e network italiani li trovano già dalla loro parte: sono percepiti (Cappato e l'Associazione Luca Coscioni) come cassa di risonanza della volontà popolare.

E' davvero così?

A chiedere l’eutanasia legale sarebbero il 93% degli italiani, un dato mai registrato prima d’ora nei sondaggi. A sostenerlo, una ricerca SWG commissionata dall'Associazione Luca Coscioni un paio di mesi fa: il 56% degli italiani è assolutamente a favore di una legge sulla legalizzazione dell’eutanasia, come un ulteriore 37%, pro a una regolamentazione dell’accesso a determinate condizioni fisiche e di salute.

Non so quale attendibilità possano avere ricerche e sondaggi su un tema così delicato, ma indubbiamente in questi ultimi dieci anni il sentire popolare attorno ai temi del fine vita è mutato profondamente e trasversalmente.

Certo, voci dissonanti continuano ad esserci e a battersi per la difesa della dignità della persona e della sacralità della vita: dal Centro Studi Rosario Livatino a Scienza&Vita passando per il Movimento per la Vita, una trentina di associazioni e gruppi no profit - di area cattolica - si sono recentemente riuniti nella sigla "Libero Coordinamento Intermedio Polis Pro Persona", costituitosi dopo il Convegno tenutosi a Roma l'11 luglio scorso dal titolo: "'Diritto' o 'condanna' a morire per vite 'inutili'? Il Servizio sanitario verso la 'cultura dello scarto' dopo l'ordinanza 2017/18 della Corte costituzionale pro-eutanasia?".

Tengono tenacemente in mano il cerino e cercano di resistere di fronte allo tzunami del principio di autodeterminazione individuale, in nome del quale viene invocato il riconoscimento sacrosanto del diritto a morire, a casa propria, in ospedale o in qualsiasi altro posto venga scelto.

Ma sono cattolici, dunque non vale. Non può valere per tutti coloro che non sono cattolici, atei, agnostici o semplicemente vogliano fare ciò che credono della propria vita.

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Author: Davide Vairani

Sono nato il 16 maggio del 1971 a Soresina, un paesino della bassa cremonese.
Peccatore da sempre, cattolico per Grazia.
Se oggi sono cattolico lo devo ad un incontro fondamentale con don Luigi Giussani che mi ha educato a vivere.

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