"Ci vorrebbe la carezza del Nazareno"

di Davide Vairani


Caso Eluana, parla l'ateo Jannacci: allucinante fermare le cure

'La vita è importante anche quando è inerme e indifesa. Fosse mio figlio mi basterebbe un battito di ciglio'

"Ci vorrebbe una carezza del Nazareno" dice a un certo punto, e non è per niente una frase buttata lì, nella sua voce non c'è nemmeno un filo dell'ironia che da cinquant'anni rende inconfondibili le sue canzoni.

Di fronte a Eluana e a chi è nelle sue condizioni — "persone vive solo in apparenza, ma vive " — Enzo Jannacci, "ateo laico molto imprudente", invoca il Cristo perché lui, come medico, si sente soltanto di alzare le braccia: "Non staccherei mai una spina e mai sospenderei l'alimentazione a un paziente: interrompere una vita è allucinante e bestiale".

È un discorso che vale anche nei confronti di chi ha trascorso diciassette anni in stato vegetativo?

"Sono tanti, lo so, ma valgono per noi, e non sappiamo nulla di come sono vissuti da una persona in coma vigile. Nessuno può entrare nel loro sonno misterioso e dirci cosa sia davvero, perciò non è giusto misurarlo con il tempo dei nostri orologi. Ecco perché vale sempre la pena di aspettare: quando e se sarà il momento, le cellule del paziente moriranno da sole. E poi non dobbiamo dimenticarci che la medicina è una cosa meravigliosa, in grado di fare progressi straordinari e inattesi".

Ma una volta che il cervello non reagisce più, l'attesa non rischia di essere inutile?
"Piano, piano... inutile? Cervello morto? Si usano queste espressioni troppo alla leggera. Se si trattasse di mio figlio basterebbe un solo battito delle ciglia a farmelo sentire vivo. Non sopporterei l'idea di non potergli più stare accanto".

Sono considerazioni di un genitore o di un medico?
"Io da medico ragiono esattamente così: la vita è sempre importante, non soltanto quando è attraente ed emozionante, ma anche se si presenta inerme e indifesa. L'esistenza è uno spazio che ci hanno regalato e che dobbiamo riempire di senso, sempre e comunque. Decidere di interromperla in un ospedale non è come fare una tracheotomia...".

Cosa si sentirebbe di dire a Beppino Englaro?

"Bisogna stare molto vicini a questo padre".

Non pensa che ci possano essere delle situazioni in cui una persona abbia il diritto di anticipare la propria morte?
"Sì, quando il paziente soffre terribilmente e la medicina non riesce più ad alleviare il dolore. Ma anche in quel caso non vorrei mai essere io a dover "staccare una spina": sono un vigliacco e confido nel fatto che ci siano medici più coraggiosi di me".

Come affronterebbe un paziente infermo che non ritiene più dignitosa la sua esistenza?
"Cercherei di convincerlo che la dignità non dipende dal proprio stato di salute, ma sta nel coraggio con cui si affronta il destino. E poi direi alla sua famiglia e ai suoi amici che chi percepisce solitudine intorno a sé si arrende prima. Parlo per esperienza: conosco decide di ragazzi meravigliosi che riescono a vivere, ad amare e a farsi amare anche se devono invecchiare su un letto o una carrozzina".

Quarant'anni fa la pensava allo stesso modo?

"Alla fine degli anni Sessanta andai a specializzarmi in cardiochirurgia negli Stati Uniti. In reparto mi rimproveravano: 'Lei si innamora dei pazienti, li va a trovare troppo di frequente e si interessa di cose che non c'entrano con la terapia: i dottori sono tecnici, per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti'. Decisero di mandarmi a lavorare in rianimazione, 'così può attaccarsi a loro finché vuole'... ecco, stare dove la vita è ridotta a un filo sottile è traumatico ma può insegnare parecchie cose a un dottore. C'è anche dell'altro, però".

Che cosa?

"In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l'idea di aiutare qualcuno a morire.

Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza".

Fabio Cutri

Corriere della Sera, 06 febbraio 2009


 

Jannacci: così ho visto la carezza del Nazareno

"La 'carezza del Nazareno' è quella che si augura chiunque consideri la vita importante, sempre. Può sembrare retorica ma non lo è.

Voglio che sia chiaro: quando ho parlato di Cristo e di Eluana non era una battuta, ma esprimevo convinzioni veramente intime, come faccio di rado e come sto facendo ora.

Ho cercato di descrivere quello che penso e che provo di fronte alla sofferenza e alla morte. Perché io non sono mai stato ateo".

Enzo Jannacci lo ha capito?

"Sì, leggendo la Bibbia e i Vangeli; ovviamente, è una ricerca che continua. Dopo il caso Eluana sono stato alla Biblioteca Vaticana. Volevo approfondire la conoscenza di fatti sui quali subisco una costante dialettica interna.

Ho un gran bisogno di proseguire questa ricerca e non perché prima fossi ateo; semmai, da giovane ero stupito di queste cose, un po' come Einstein era stupito di fronte alle sue stesse scoperte: dentro di me c'era il seme di questa fede, ma come per il talento musicale quel seme bisogna alimentarlo.

Uno non nasce con la fede dentro, in qualche interstizio della propria anima o dell'ipotalamo.

Quando ha la fortuna di riconoscerla e di alimentarla, prova le stesse situazioni emotive dell'amore, vede la luce attraverso uno spettro diverso, ha voglia di parlare con gli altri, di cantare; sì, di cantare come ho fatto io la scorsa settimana, in auto, a squarciagola.

Quando parlo con un prete, o con i miei familiari, che sono molto attenti a queste problematiche, sento dentro di me qualcosa di molto speciale".

Cosa fa paura oggi al medico, all'artista, insomma all'uomo Jannacci?

"Questa gloriosa indifferenza che ci circonda e che mio padre aborriva. Era l'opposto di quello che mi insegnava, l'altruismo.

Una gloriosa indifferenza che è così comoda, un egoismo ricco, per il quale va tutto bene, anche ribaltare i clandestini in mare: invece, come ho detto nel caso di Eluana, una vita va salvata sempre, prima la si accoglie e la si rianima e poi magari si gioca con il diritto internazionale per il rimpatrio.

Come medico, io dico che la vita - passatemi l'espressione - è una condanna a morte: è inevitabile, sono stato per anni intorno ai letti della terapia intensiva e dei reparti di rianimazione per averne un'idea diversa, ma sempre come medico e come uomo dico anche che salvare una vita è come salvare il mondo.

E allora prima viene la vita, prima si corre, si salva l'esistenza della gente poi si analizzano i meccanismi dell'asilo politico, dell'immigrazione, ecc.

Prima si fa ribattere il cuore, tirandoli fuori dall'acqua. Certo, è difficile amare il prossimo, ancor più difficile amarlo come se stessi. Ma è la via per arrivare a Dio".

Al Meeting qualcuno potrebbe parlarle dell'incontro con Cristo. L'ha mai provato?

"Ho visto la sua carezza e, per quanto mi riguarda, ho visto Gesù. Ero piccolo, mi trovavo su un tram, c'era un signore che era talmente stanco che il braccio gli cadeva, una, due, tre volte.

Portava gli occhiali, di quelli da vista, ma da povero, di quelli che non sono stati valutati da un oculista e neanche un ottico.

Un povero operaio stanco. Gli caddero quegli occhiali e non sapevo se raccoglierglieli o meno, così nell'esitazione sono andato oltre, attratto dal tranviere che era alla guida.

Quando mi sono girato quell'uomo aveva di nuovo gli occhiali ed era sveglio. Insomma, aveva un'altra faccia, come se avesse ricevuto una carezza, rincuorato.

Amo credere che sia stato Lui. Altri penseranno diversamente, ma io ci credo molto. Lo cerco, parlo con Dio e non ho bisogno di dirgli nulla perché sa già cosa faccio e cosa farò, dove finirò... sa già tutto".

Stasera a Rimini incontrerà migliaia di ragazzi entusiasti della bellezza di Cristo. Perché Jannacci lo vede solo attraverso il dolore, la Croce?

"È vero, le mie canzoni parlano di persone stanche sul tram, di operai che si buttano giù dalle costruzioni che hanno realizzato e disturbano il traffico, ma vedo la croce anche nei ragazzi presi a coltellate nelle strade di oggi, non vedo molta gioia anche se cerco di osservare questi fatti compenetrando amore e fede. Anche nella mia ricerca religiosa vedo il dolore del Nazareno, la tremenda sofferenza e la sua fatica prima della crocifissione, sotto quella croce enorme che viene messa addosso a uno scheletro, perché quando va verso il Golgota è ridotto così, il Nazareno. Mi sembra quasi che la crocifissione divenga una liberazione dal male, da tutti i mali".

Paolo Viana, "Avvenire", mercoledì 26 agosto 2009

Lascia una recensione

Please Login to comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

  Subscribe  
Notificami