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Libertà e verità per Padre #Gigi Maccalli

di Davide Vairani

Eccomi, Signore, dinanzi a Te.

Ti prego perché l’Africa conosca Te e il Tuo Vangelo.

Accresci in essa discepoli secondo il tuo cuore:

uomini di fede e di umiltà, di ascolto e di dialogo,
i quali vivano per Te, con Te, in Te.

Accorda ai missionari la pazienza nelle prove,
la gioia nelle contrarietà;
l’amore per i poveri e i sofferenti,
la ricerca della giustizia e della pace.

Fa’ che vivano in semplicità di vita e in comunione fraterna.

Dona loro la felicità di veder crescere nuove Chiese
e di morire nel tuo servizio.

Sostieni p. Gigi là dove si trova,
e fa che torni presto tra di noi e nella sua missione,
per intercessione di Mons. De Brésillac, fondatore della SMA.

Amen

17 settembre 2018: quando la notizia si diffuse non volevamo crederci.

Che senso aveva rapire un missionario in una remota parrocchia del Niger, a pochi km dal confine con il Burkina Faso?

Padre Pier Luigi Maccalli aveva sempre fatto del bene a tutti, cristiani e musulmani, e con la sua dedizione e il suo dinamismo aveva favorito lo sviluppo sociale della zona della sua missione di Bomoanga: scuole, ambulatorio, farmacia, centro nutrizionale, corsi di formazione per maestri e catechisti.

Da quel giorno è passato un anno, senza che i rapitori si siano fatti vivi per dare una spiegazione a quel gesto, senza che alcuna notizia sia trapelata sul luogo della sua detenzione e di ciò che si fa per la sua liberazione.

365 giorni di sofferenza per i familiari e i confratelli. Ma una cosa è certa: padre Gigi è forte, è coraggioso, ha una fede grande come le montagne. Neppure questi momenti di dura prova scalfiscono la sua convinzione più profonda: la missione è condividere la vita dei più poveri.

Il 17 di ogni mese in tante parti del mondo la gente si raccoglie in preghiera pensando a lui: Crema, Genova, Lione, Madrid, Niamey, Angola, Argentina…

Il sangue dei martiri - come ha recentemente ricordao Papa Francesco - “è seme dei cristiani“, perchè “i martiri sono quelli che portano avanti la Chiesa, sono quelli che sostengono la Chiesa, che l’hanno sostenuta e la sostengono oggi“.

Ma i martiri non sono masochisti che bramano di soffrire e morire ad ogni costo. L' amore per Cristo impone la verità, anche e soprattutto quando essa è scomoda e si finge di non ammetterla come tale.

Che senso ha rapire un missionario in una remota e sperduta parrocchia del Niger?

Negli scorsi giorni, Edward Kallon, coordinatore delle Nazioni Unite in Nigeria, durante un colloquio con il governatore dello Stato di Benue, Samuel Ortom, ha lamentato la morte di oltre 1.400 persone in Nigeria a causa di rapimenti e banditismo.

Secondo il funzionario delle Nazioni Unite, le uccisioni sono state il risultato di un fallimento da parte del governo locale nel prendere sul serio la questione della sicurezza: l'ondata di omicidi in diverse parti del paese e in soli sei mesi sarebbe determinata "dai problemi dei pastori ed agricoltori".

"I conflitti tra pastori e agricoltori, soprattutto a Benue, sta sfuggendo di mano", aggiungendo che oggi "ci sono più persone uccise dalla crisi dei pastori e degli agricoltori che dalla crisi di Boko Haram in Nigeria".

Si tratta di pastori di etnia Fulani, musulmani, gli stessi che secondo le ricostruzioni più accredidate sarebbero gli autori del rapimento di Padre Gigi Maccalli in quella sperduta parocchia a pochi km. dal confine con il Burkina Faso.

Ha ragione Edward Kallon nel puntare il dito contro le stragi dei pastori Fulani. Ma si tratta di una mezza verità.

Negli ultimi tre anni almeno 3.641 persone sono morte in Nigeria nel conflitto tra pastori musulmani Fulani e agricoltori locali, per lo più di religione cristiana.

Lo scrive nero su bianco Amnesty International in un interessante rapporto (“Harvest of Death: Three Years of Bloody Clashes Between Farmers and Herders”) pubblicato qualche mese fa.

Nel documento si sottolinea come il conflitto si sia intensificato nel 2018 e come le autorità non facciano nulla o quasi per fermare o prevenire "stragi, vandalismi e incendi di case e villaggi". Tra il 5 gennaio 2016 e il 5 ottobre 2018 sono stati lanciati 310 attacchi, soprattutto negli Stati della fascia centrale del paese.

Il rapporto parla di villaggi distrutti, religiosi bruciati vivi, donne e bambini fatti a pezzi in assalti condotti con armi sofisticate come kalashnikov e lanciarazzi. Viene anche documentata l’inerzia, spesso complice, delle forze di sicurezza.

Il rapporto di Amnesty International sottostima sicuramente il numero delle vittime, ma è ugualmente importante per accendere i riflettori su un conflitto sanguinoso, ma dimenticato dalla maggior parte della stampa internazionale.

C’è però un problema: fin dalle prime pagine il rapporto afferma con certezza che "i conflitti sono diventati particolarmente ferali a causa del peggioramento delle condizioni ambientali, che hanno obbligato gli allevatori a muoversi verso sud" alla ricerca di terreni.

"La scarsità di risorse e la competizione soprattutto per la terra, l’acqua e i pascoli", dovute ai cambiamenti climatici, "costituiscono una delle principali cause degli scontri". Osai Ojigho, direttore di Amnesty International Nigeria, aggiunge anche che "questo conflitto non ha niente a che fare con la religione".

Quello che sia il funzionario delle Nazioni Unite che Amnesty International omettono o rifutano di dire è che in Nigeria da anni "c’è una chiara agenda, un piano per islamizzare tutte le aree a maggioranza cristiana della Middle Belt nigeriana",come dichiarava ad Aiuto alla Chiesa che Soffre Monsignor Wilfred Chikpa Anagbe, Vescovo di Makurdi in Nigeria, non più tardi di qualche mese fa'.

"Dall’inizio di gennaio 11 parrocchie della mia diocesi sono state colpite – racconta il Vescovo – e vi sono stati numerosi attacchi in tutto lo Stato di Benue, i cui abitanti sono per il 99% cristiani. Il 18 gennaio è stata anche rinvenuta una fossa comune con 72 corpi".

A perpetrare gli attacchi sono stati pastori islamisti di etnia fulani.

"Stavolta non parliamo di Boko Haram, anche se alcuni dei pastori si sono in passato uniti alla setta islamista ed entrambi i gruppi condividono lo stesso intento di islamizzare tutta la regione".

A fronte di tante violenze, uno degli aspetti più preoccupanti è per il presule la totale inattività da parte del governo, in particolar modo quello federale.

"Quando avvengono gli attacchi non ci sono mai né agenti di polizia, né militari. Senza contare che i fulani vivono perlopiù nella boscaglia e non possono permettersi armi così sofisticate. Chi li finanzia dunque?".

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