Viva l'Italia ...

di Davide Vairani

"Con la fine della guerra cominciarono ad arrivare nelle edicole moltissimi giornali di partito, 'Il Popolo' , 'l’Unità' , 'l’Avanti': il fatto di non leggere più una sola verità ma una serie di verità a confronto fu rivelatore e innovatore.

Fu allora che cominciai a pensare che il vero cambiamento è la libertà.

Ed anche che le rivoluzioni non sono sempre il mutamento di tutto, ma sono spesso il travestimento dell’immobilità, il trasformismo: garantisce più cambiamento il riformismo.

Penso che in questo momento non c’è altro che la politica per chi abbia l’aspirazione a dare una mano al proprio Paese: ai giovani non dico di vivere per la politica, ma di vivere di tanto in tanto per la politica. Il dialogo sociale, l’onesto amministrare è complicato: ma non per questo bisogna rinunciare a svolgerlo.

Il proprio Paese non è solo un luogo geografico, ma una dimensione di vita che mi ha formato e mi accompagna.

E la domanda è se la politica non sia stata una dilatazione dell’interesse per la mia gente, una giustificazione discutibile: forse lavora di più chi opera nel sociale, ma trovo straordinaria la frase di Paolo VI secondo la quale la politica dovrebbe essere la forma più alta della carità.

Le società moderne sono società aperte che hanno bisogno di un rinnovamento dell’educazione democratica, cominciando a preparare i cittadini nella scuola. Ma prima della scuola ci vuole una famiglia che torni ad essere il luogo dove si insegna l’obbligazione più generosa tra le nazioni, la difesa dell’habitat.

La crisi delle famiglie invece si riverbera sulla scuola, la crisi della scuola determina la crisi del quartiere e cosi via e ne viene coinvolta la stessa qualità umana della città e quindi della nazione. Non è la quantità della vita ma la qualità della vita quella che conta. Dunque lo Stato non può ragionare solo in termini di quantità, poiché la società progredisce solo in rapporto alla qualità.

Purtroppo il Paese si è trovato prigioniero, mortificato, in gran parte paralizzato da una struttura statuale burocratica e clientelare.

Dopo vent’anni di esperienza parlamentare ho capito che in Parlamento c’è la routine, la distrazione, la retorica, l’assenteismo, la noia, l’inadeguatezza e la meschinità: ma c’è anche la dignità, il rigore, il sacrificio, la professionalità, la competenza e lo spirito di servizio.

Non conosciamo mai la nostra altezza
finché non siamo chiamati ad alzarci.
E se siamo fedeli al nostro compito
arriva al cielo la nostra statura.

L’eroismo che allora recitiamo
sarebbe quotidiano, se noi stessi
non c’incurvassimo di cubiti
per la paura di essere dei re.

La politica - se vuole pretendere equilibrio ed efficienza - deve fare i conti con i propri limiti: deve evitare il troppo di politica.

La presa di possesso (occupazione) delle istituzioni da parte dei partiti ha corrotto sia le regole di rappresentanza sociale che governativa.

E’ la corruzione di queste regole che ha portato in Parlamento persone incapaci (perché non al servizio della comunità) a fare sia i parlamentari che i ministri.

Quanto alle qualità che deve avere un ministro mi sembrano la competenza di settore, la capacità di esprimersi in forme legislative ed amministrative, l’attitudine alla sintesi e al comando.

Abbiamo una cultura politica enfatica sui fini e distratta sui mezzi. Debolezza del pensare e disinvoltura dell’agire. Questo spiega l’insuccesso di molte riforme.

I partiti sono la società che si fanno Stato, con l’idea di una tensione, di un dinamismo costante tra la parzialità che è propria di chi ha certe idee e la capacità di convincere, di far prevalere questa idea secondo una regola democratica, che è il principio della maggioranza: ma una maggioranza che una volta perseguita serve non solo per sé, ma serve anche a chi è rimasto in minoranza.

Noi politici siamo prigionieri dei nostri monologhi, ma ci è stato insegnato che non si perde o non ci si salva in solitudine: se non riusciremo a coinvolgere tutti gli Italiani nel cambiamento delle regole e delle scelte di politica non risulteremo costruttivi.

Mi confortano nell’aspettativa alcuni versi di Emily Dickinson che dice pressappoco: non conosciamo mai la nostra statura se non quando siamo chiamati alla prova.

La politica e l’economia sono stati il tentativo di superare il divario tra la limitatezza dei mezzi e l’ampiezza dei fini.

Dunque l’esplorazione dei cristiani-democratici per un progetto di rinnovamento deve cominciare non dal politico ma dal non-politico.

Oggi constatiamo che c’è una ostentazione strepitosa: si preferisce alla durata dei comportamenti l’istantanea magia degli eventi, alla discreta traccia dell’essere la vistosa evidenza dell’apparire: importa essere puntuali sull’ora del successo o della sua illusione.

L’imprudenza sorpassa l’ipocrisia, la prosopopea si sostituisce alla sincerità”.

da: "Nonostante tutto". Autobiografia di Mino Martinazzoli, a cura di Tino Bino, pubblicata nel 2018 da Scholé-Morcelliana

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