Fuori dal #coro

Se avete terrore del Warning World: fate figli

Condividi

Fate figli, se avete terrore del Warming World

di Davide Vairani

Your Kids Could Save Our Warming World

Sì, dovreste avere figli. E dovreste allevarli perchè utilizzino i loro talenti per il bene del pianeta.


Molti aspiranti genitori delle generazioni millennials temono che mettere al mondo un bambino oggi nel nostro pianeta possa contribuire - tra i suoi effetti - ad incentivare maggiori consumi, sprechi e danni al pianeta stesso.

Altri si chiedono se i bambini concepiti ora possano essere in grado di affrontare un destino in qualche modo peggiore dell'inesistenza negli anni futuri - un destino che prefigura l'apocalisse planetaria o la catastrofe - e non vogliono più avere figli.

Queste paure si sono sviluppate in un'argomentazione che suggerisce che sia moralmente irresponsabile avere figli (o almeno averne troppi).

Non per caso, infatti, nella convention dei candidati democratici alle prossime elezioni presidenziali, a Bernie Sanders è stato chiesto "la necessità di frenare la crescita della popolazione", suggerendo che dissuadere le madri di tutto il mondo dall'avere più figli sia una necessità per affrontare i cambiamenti climatici.

Capisco che dal momento che anche gli esseri umani che porteremo in questo mondo consumeranno risorse, tra i millennials si possa temere che avere figli peggiorerebbe il problema dei cambiamenti climatici.

Tuttavia, io ho fatto la scelta di procreare - ho due figlie -, anche se sono preoccupato per i cambiamenti climatici. Ed è importante discutere tra genitori e figli, per il ruolo essenziale che entrambi possono svolgere in questo urgente lavoro di salvaguardia della salute del nostro pianeta nel prossimo futuro.

L'atto della creazione si contrappone all'atto del consumo: quest'ultimo suggerisce che tutto esiste per soddisfare i nostri bisogni e appetiti, ma l'altro ci ricorda il valore e la bontà insiti nelle cose stesse e come la creazione incoraggi gestione e responsabilità.

Come ha scritto di recente lo scrittore Matthew Lee Anderson, "i genitori hanno la responsabilità incondizionata di amare i propri figli - e sebbene ciò non generi un motivo per procreare, significa che l'essere umano è intrecciato con un senso di obbligo reciproco".

L'individualismo della nostra cultura può spesso coltivare una posizione molto solipsistica verso la vita sul nostro pianeta e avere figli mi ha mostrato quanto spesso agisco automaticamente con il desiderio di servire me stesso.

Ma la genitorialità fa capolvegere lentamente quell'impulso dentro la testa e, col tempo, rispondendo ai bisogni dei miei figli, sto imparando ad abbracciare la pazienza e ritardare la gratificazione nell'interesse di un bene più grande per favorire la salute e la felicità delle mie figlie.

Allo stesso modo, ho iniziato a rivalutare i miei stili di consumo. Certo, come ha sottolineato Elizabeth Warren, "il 70% dell'inquinamento, del carbonio che stiamo gettando in aria, proviene da tre settori": edilizia e costruzioni, energia elettrica e petrolio. Il nostro consumo è solo un piccolo pezzo in un puzzle molto più grande.

Ma riformare i nostri stili di vita e di consumo è ancora estremamente importante, se non altro per il fatto che ci aiutano a mostrare a noi e ai nostri figli i grandi cambiamenti che possiamo apportare. I bambini che sono cresciuti per amare il mondo che li circonda, per usare i loro talenti e la loro immaginazione per il suo bene, potrebbero essere una parte essenziale di quel lavoro.

Nel suo saggio “The Body and the Earth”, Wendell Berry scrive:

"Quando tutte le parti del corpo lavorano insieme, sono sotto l'influenza reciproca, diciamo che è intero; è salutare. Lo stesso vale per il mondo, di cui i nostri corpi sono parti. Le parti sono sane nella misura in cui sono unite armoniosamente al tutto".

Aggiunge: "Queste cose che sembrano distinte sono tuttavia intrappolate in una rete di reciproca dipendenza e influenza che è la prova della loro unità".

Questo parla dei pericoli della nostra società specializzata, in cui ci siamo separati dall'intero sistema che ci fornisce cibo, vestiti, macchine e altre "cose".

Ma parla anche del pericolo di decidere che possiamo prendere la vita umana fuori dall'equazione, separando così la potenziale speranza e la vita del nascituro dalle nostre speranze di guarigione in tutto il mondo.

Se un membro della generazione millennials mi chiedesse perché ho portato altri due esseri umani nel mondo, questo costituirebbe almeno una parte della mia risposta.

Il lavoro non si limita ovviamente alla procreazione: anche i genitori che cercano di adottare o favorire i figli, prendersi cura degli animali o  avviare una fattoria, fanno parte di questo lavoro creativo.

Ma come scrive l'editorialista del Washington Post, Elizabeth Bruenig:

“I bambini sono una chiara dichiarazione di speranza, una richiesta che rivendichiamo la responsabilità per il futuro. Sono un rifiuto del disinteresse sprezzante per il pianeta che condividiamo".

Io e le mie figlie facciamo parte di questo mondo e dovremmo cercare la salute del tutto, anche se cerchiamo di coltivare la salute e la completezza in noi stessi.

Il cristianesimo lo rende letterale, poiché Dio nella Genesi lega l'umanità e il suolo indissolubilmente l'uno all'altro: 'Polvere sei e polvere ritornerai'.

Voglio che le mie figlie crescano con questa visione: una che vede il mondo non come qualcosa da usare o abusare, ma come una creazione preziosa di cui facciamo parte.

Quando siamo creatori e amministratori, diventiamo consapevoli delle serie infinite di fili che ci collegano al mondo che ci circonda - consapevoli della fragilità e della bellezza della vita, della preziosità di essa.

Questo non è un istinto, nella mia mente, che ci rende meno propensi a combattere i cambiamenti climatici -, ma piuttosto più desiderosi di cercare di rigenerare e guarire il nostro pianeta e più propensi ad insegnare ai nostri figli a fare lo stesso.


Leggi l'articolo originale

Nostra traduzione in italiano dell'articolo in inglese:


Gracy Olmstead è una scrittrice e giornalista.

"Sono cresciuta nell'Idaho rurale e ora vivo nella Virginia del Nord. Sono una moglie e una mamma e scrivo di agricoltura, localismo e famiglia ogni volta che ne ho la possibilità (alias, quando entrambi i miei figli dormono magicamente contemporaneamente).

Nel corso degli ultimi anni collaborato con The American Conservative, The Week, New York Times, Washington Post, National Review, Weekly Standard, Christianity Today, University Bookman e altri.

Nel mio tempo libero, adoro cucinare, fare il giardinaggio, leggere e correre".

Segui Gracy su Twitter e Facebook: @GracyOlmstead

Condividi

Lascia una recensione

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

  Subscribe  
Notificami
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: