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“Perchè un Papa deve occuparsi di ecologia”

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"Perché un Papa si deve occupare di ecologia"

By Maria Antonietta Calabrò

"HuffPost", 04 ottobre 2019

In esclusiva HuffPost la nota che il Pontefice emerito Benedetto XVI scrisse 10 anni fa in preparazione dell'enciclica Caritas in Veritate sui temi poi al centro della Laudato Sii di Francesco.

Con un appunto finora inedito per la preparazione della sua Enciclica Caritas in Veritate, sulla giustizia sociale e sull’ecologia (7 luglio 2009), Benedetto XVI rispose in modo deciso a chi obiettava che un Papa non se ne doveva occupare.

“In questo momento vorrei notare brevissimamente soltanto le questioni che si pongono ed una parola sulla linea da prendere.

La questione fondamentale è: su quale livello e su quale fondamento parla la Chiesa (il Magistero, il Papa) in questo tipo di insegnamento: sul livello strettamente teologico, supponendo quindi la fede come fondamento? O sul livello della filosofia? – in questo caso: quale filosofia?

Con quale certezza? E quindi – con quale autorità? O parla forse sostanzialmente su un livello empirico, il livello dell’economia, della sociologia ecc.?

“È ovvio - continua la nota di Benedetto per la stesura dell’Enciclica - che la dottrina sociale si riferisce alle realtà empiriche, dell’ordine economico, sociale, politico, ma si riferisce a queste realtà non in un modo descrittivo, ma in un modo normativo – per indicare come si deve agire in questi settori per creare giustizia, la quale da parte sua suppone la corrispondenza alla verità sull’uomo e sul bene comune.

Di conseguenza l’insegnamento del Magistero in queste materie suppone:

a) una informazione precisa circa le realtà empiriche, alle quali l’insegnamento si riferisce;

b) dato che lo scopo dell’insegnamento è etico (normativo) il vero livello del discorso è quello filosofico, riguardante la verità sull’uomo e sulla giustizia”.

In questo passaggio, il cuore della posizione di Papa Ratzinger, è che l’insegnamento del Papa e della Chiesa in materia di giustizia sociale “è etico (normativo)”,  cioè è per i credenti un preciso magistero per indicare come si deve agire in questi settori per creare giustizia, la quale da parte sua suppone la corrispondenza alla verità sull’uomo e sul bene comune.

“Detto questo - scriveva ancora Papa Ratzinger - ritorna subito la questione: un insegnamento della Chiesa (del Papa) può essere strettamente filosofico, prescindendo dalla fede – puramente razionale? Non siamo più nei tempi di S. Tommaso. Tommaso poteva considerare Aristotele come ‘ il filosofo’ e quindi pensare che esiste ‘ la filosofia’ con la sua certezza razionale. Nella nostra situazione è ovvio che ‘ la filosofia’ non esiste – esistono solo filosofie, e che le certezze filosofiche sono tutte relative”.

Ma questo - secondo Benedetto XVI - non vuol dire assolutamente chiudersi nell’ambito della fede, predicare solo i sacramenti e la preghiera.

“Rimane quindi solo ritirarsi nello spazio della fede e della sua certezza?” - si chiede infatti Benedetto XVI .

La sua risposta è:

“È ovvio che la tradizione della Dottrina sociale della Chiesa, inaugurata da Leone XI (ma basata sulla tradizione etica e sociale sviluppata nei secoli) suppone la possibilità di una “recta ratio” e delle sue certezze, di per sé accessibili a tutti. Crede nell’evidenza degli argomenti della “recta ratio”, crede nel buon senso, che percepisce la rettitudine di questa “ratio”, la sua “verità”.

“La storia della ricezione della dottrina sociale - continua - ha dato ragione a questa speranza, almeno in parte (e solo in parte). Convinti della realtà del peccato originale, dobbiamo accettare che le evidenze della “recta ratio” non sono semplicemente accessibili a tutti e che la ratio pura non è sufficiente in sé per creare il consenso sulla verità – sulla giustizia”.

E qui Benedetto XVI spiega perché è proprio in forza della fede che il Papa “deve” parlare a tutto l’uomo.

“Che cosa fare, che cosa dire in questa situazione?

Direi due cose:

a) la Chiesa non può ritirarsi nel fideismo. La Chiesa del Logos incarnato deve fare appello alla “ratio”, deve rendersi presente nel dibattito razionale, comune su verità e giustizia. Deve osare il discorso razionale;

b) La Chiesa non deve nascondere da dove prende la sua luce, la sua certezza, la sua razionalità. Forse alcuni pronunciamenti magisteriali possono fare pensare che si possa costruire il mondo giusto nel consenso degli uomini di buona volontà e di ragione retta, anche prescindendo da Dio (“etsi Deus non daretur“) e tanto più dalla auto-rivelazione di Dio in Gesù Cristo. La fede appare così come un ornamento bello e forse come un piano superiore – bello, ma non necessario.

Ma il consenso della ragione e della buona volontà è sempre oscurato e ostacolato dal peccato originale – e questo non ce lo dice soltanto la fede, ma l’evidenza empirica (anche se non parla di “peccato originale”).

Certo – è vero che dobbiamo cercare il consenso di tutti gli uomini di buona volontà e di ragione retta.

Ma appellandosi a questa volontà ed al consenso della ragione dobbiamo anche dire che la fonte della nostra certezza circa la “giustizia” (come somma di tutti i contenuti della dottrina sociale) è la nostra fede nel Logos incarnato, e che questa fede – pur andando molto oltre il campo della razionalità – secondo la sua essenza non solo non si oppone alla ragione comune umana, ma libera la ragione all’essere se stessa e perciò ci permette di entrare, guidati da questa luce, nel dibattito comune dell’umanità, certi di contribuire così al bene comune di tutti”.

Agli estensori materiali dell’Enciclica, Papa Ratzinger detta le linee:

“Da evitare quindi:

a) corti circuiti tra supernaturale e naturale, con una mescolanza inadeguata dei livelli;

b) dall’altra parte la frazione di una autosufficienza della ratio in statu naturae lapsae, di una filosofia funzionante “etsi Deus non daretur”, principio tanto caro agli intellettuali del gruppo dei cosiddetti “atei devoti”, legati alla destra americana.

Secondo Papa Ratzinger “Questo tipo di concatenazione dei 3 livelli inizialmente indicati (teologia – filosofia – empiria) dovrebbe guidare le argomentazioni dell’Enciclica, senza essere esplicitamente presentata dal documento”.

Le indicazioni di Papa Benedetto XVI erano chiare:

“1) tener presente il genere specifico della dottrina sociale della Chiesa, nella quale si compenetrano principi etici sempre validi con problemi empirici, e perciò c’è la possibilità di cambiamento e anche di correzione, perché il contesto storico entra necessariamente nei giudizi e condiziona una certa variabilità, escludendo giudizi troppo apodittici;

2) introdurre come concetto centrale la giustizia;

3) temperare il linguaggio”.

Così nacque l’Enciclica “Caritas in Veritate” in cui si afferma che la Chiesa “deve difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti. Deve proteggere soprattutto l’uomo contro la distruzione di se stesso”.

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