I popoli indigeni protagonisti della loro storia

 


Dopo la processione dalla Basilica Vaticana all’Aula del Sinodo, accompagnato dai partecipanti ai lavori, compresi i rappresentanti dei popoli indigeni, Papa Francesco dà il via al Sinodo per la Regione Panamazzonica ed esorta ad un processo pastorale, culturale, sociale ed ecologico per riflettere, dialogare, ascoltare con umiltà, parlare con coraggio e parresia, discernere e custodire la fraternità.

Vi proponiamo il testo integrale del saluto iniziale del Papa, nella nostra traduzione dalla lingua spagnola. Per leggere il testo originale, clicca qui.


Il Sinodo per l'Amazzonia si può dire che abbia quattro dimensioni: pastorale, culturale, sociale e la dimensione ecologica.

La prima, la dimensione pastorale è quella essenziale, che comprende tutto. Ci avviciniamo con un cuore cristiano e vediamo la realtà dell'Amazzonia con gli occhi di un discepolo, per capirla e interpretarla con gli occhi di un discepolo, perché non ci sono ermeneutiche neutre, asettiche, ma sono sempre condizionate da un'opzione precedente.

La nostra opzione precedente è quella dei discepoli. E anche con gli occhi dei missionari, perché l'amore che lo Spirito Santo ha messo in noi ci spinge all'annuncio di Gesù Cristo.

Un annuncio - lo sappiamo tutti - che non deve essere confuso con il proselitismo, ma ci avviciniamo a considerare la realtà amazzonica, con questo cuore pastorale, con gli occhi di discepoli e missionari perché l’annuncio del Signore ci precipita.

E ci avviciniamo alle popolazioni amazzoniche in punta di piedi, rispettando la loro storia, le loro culture, il loro stile di vita, nel senso etimologico della parola, non nel senso sociale che diamo loro così tante volte, perché le città hanno un'entità propria, tutti i popoli hanno la loro saggezza, consapevolezza di sé, i popoli hanno un sentimento, un modo di vedere la realtà, una storia, un'ermeneutica e tendono ad essere protagonisti della propria storia con queste cose, con queste qualità.

E ci avviciniamo alieni alle colonizzazioni ideologiche che distruggono o riducono le idiosincrasie dei popoli. Oggi è così comune questa colonizzazione ideologica.

E ci avviciniamo senza l'entusiasmo imprenditoriale per fare programmi precondizionati, per "disciplinare" i popoli amazzonici, disciplinare la loro storia, la loro cultura; non quello, quel desiderio di addomesticare i popoli nativi.

Quando la Chiesa ha dimenticato questo, come deve avvicinarsi ad un popolo, non è stata inculturata; è arrivata a dispezzare certi popoli. E di quanti fallimenti ci pentiamo oggi. Pensa a De Nobile in India, Ricci in Cina e molti altri. Il centralismo "omogeneizzante" ed "omogenenizzatore" non ha rivelato l'autenticità della cultura dei popoli.

Le ideologie sono un'arma pericolosa, tendiamo sempre ad afferrare un'ideologia per interpretare un popolo. Le ideologie sono riduttive e ci portano all'esagerazione nella nostra pretesa di comprendere intellettualmente, ma senza accettare, comprendere senza ammirare, comprendere senza assumere, e quindi la realtà viene ricevuta in categorie, le più comuni sono le categorie degli "ismi".

Quindi quando dobbiamo avvicinarci alla realtà di alcuni indigeni, parliamo di indigenismi e quando vogliamo dare loro indirizzi per una loro vita migliore, non chiediamo loro, parliamo di desarrollismo (desarrollismo o strutturalismo è una teoria economica che mette in discussione la teoria classica del commercio internazionale, supportata dal principio dei vantaggi comparati, per evidenziare il fenomeno del deterioramento delle condizioni commerciali e dei trasferimenti di valore tra paesi che implica vantaggi a favore dei paesi industrializzati a scapito dei paesi con economie di esportazione primaria - ndr).

Questi "ismi" sono slogan che stanno mettendo radici e programmano l'approccio verso i popoli nativi. Nel nostro paese, c'è un motto: “civilización y barbarie” è servito a dividere, ad annientare e ha raggiunto il suo culmine verso la fine degli anni '80 con l'annientamento della maggior parte dei popoli indigeni, perché erano "barbari" e la "civiltà" stava dall'altra parte.

E' il disprezzo della gente all'origine del motto “civilización y barbarie”, così come di parole offensive che programmano l’approccio ai popoli originari e che è servito ad annientare i popoli originari - e mi riferisco all'esperienza della mia terra -, e poi parliamo di civiltà di secondo grado per quelli che provengono dalla barbarie; oggi sono i “bolitas, los paraguayos, los paraguas, los cabecitas negras”, coloro che si allontanano sempre dalla realtà di una città che li qualifica e mette le distanze da loro. Questa è l'esperienza del mio paese.

E il disprezzo. Ieri mi sono molto rattristato nel sentire un commento beffardo, ascoltato ieri, su un uomo che portava le offerte con le piume in testa: in fondo, riflette, qual è la differenza tra indossare piume sulla testa e il "tricorno" usato da alcuni ufficiali dei nostri dicasteri?

Corriamo il rischio di proporre misure semplicemente pragmatiche, quando, al contrario, ci viene chiesto di contemplare i popoli, una capacità di ammirazione, rischiamo di farli pensare in modo paradigmatico.

Non siamo venuti qui per inventare programmi di sviluppo sociale o custodia delle culture di tipo museale o di azioni pastorali con lo stesso stile non contemplativo con cui vengono condotte le azioni del segno opposto: deforestazione, standardizzazione, sfruttamento. Fanno anche programmi che non rispettano la poesia - mi concedo la parola - della realtà dei popoli che sono sovrani.

Dobbiamo anche occuparci della mondanità in termini di punti di vista esigenti, cambiamenti nell'organizzazione. La mondanità ci si infiltra sempre e ci tiene lontani dalla poesia della gente.

Veniamo a contemplare, a capire, a servire i popoli; e lo facciamo lungo un percorso sinodale, lo facciamo nel Sinodo, non nelle tavole rotonde, non nelle conferenze o nelle discussioni successive.

Lo facciamo nel Sinodo, perché un Sinodo non è un parlamento, non è un parlatorio, non è per mostrare chi ha più potere sui media e chi ha più potere tra le reti per imporre qualsiasi idea o punto di vista. Ciò costituirebbe una Chiesa congregazionalista, se intendiamo cercare tra i sondaggi che hanno la maggioranza. O una Chiesa sensazionalista, così lontana, così distante dalla nostra Santa Madre Chiesa cattolica, o,come piaceva dire a Sant'Ignazio,: "la nostra Santa Madre Chiesa gerarchica".

Il Sinodo è camminare insieme sotto l'ispirazione e la guida dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è l'attore principale del Sinodo.

Per favore, non buttiamolo fuori dalla stanza. Sono state fatte consultazioni, discusse nelle Conferenze episcopali, nel Consiglio presinodale, è stato elaborato l'Instrumentum laboris che, come sapete, è un testo martire, destinato a essere distrutto, perché è il punto di partenza per ciò che lo Spirito farà in noi e, ora, ci accompagniamo sotto la guida dello Spirito Santo.

Ora dobbiamo lasciare che lo Spirito Santo si esprima in questa Assemblea, esprima in mezzo a noi, esprima con noi, attraverso di noi e si esprima "nonostante" noi, nonostante la nostra resistenza - è normale che ci sia resistenza -, perché la vita del cristiano è così.

E poi, quale sarà il nostro lavoro qui per garantire che questa presenza dello Spirito Santo sia fruttuosa?

Prima di tutto, pregare.

Sorelle e fratelli: vi chiedo di pregare molto. Rifletti, dialoga, ascolta con umiltà, sapendo che non conosco tutto. E parla con coraggio, con la parresia, anche se devo vergognarmi, di quello che sento, discernere e, tutto questo dentro, custodire la fraternità che deve esistere qui dentro.

E favorire questo atteggiamento di riflessione, preghiera, discernimento, ascolto con umiltà e parlare con coraggio. Dopo quattro interventi avremo uno spazio di quattro minuti di silenzio.

Qualcuno ha detto: "È pericoloso, padre, perché dormiranno". L'esperienza del Sinodo dei giovani che abbiamo fatto è stata piuttosto l'opposto, tendevano ad addormentarsi durante gli interventi, almeno alcuni di loro, e si svegliavano in silenzio.

Infine, essere nel Sinodo significa essere incoraggiati ad entrare in un processo.

Non occupare uno spazio nella stanza. Inserisciti in un processo. E i processi ecclesiali hanno bisogno, devono essere sorvegliati, curati, come il bambino, accompagnati all'inizio. Cura con delicatezza. Hanno bisogno del calore della comunità, hanno bisogno del calore della Madre Chiesa.

Un processo ecclesiale cresce così. Pertanto, l'atteggiamento di rispetto, di prendersi cura dell'atmosfera fraterna, dell'atmosfera d'intimità, è importante.

E si tratta di non sfogare tutto, come viene, fuori. Ma non si tratta di coloro che devono informare di un segreto più tipico delle logge che della comunità ecclesiale, ma di delicatezza e prudenza nella comunicazione che faremo all'esterno.

E questo bisogno di comunicare a così tante persone che vogliono conoscere, ai nostri fratelli, giornalisti, che hanno la vocazione di servire per essere conosciuti, e per aiutare questo, vengono forniti servizi di stampa, briefing.

Ma un processo come quello di un Sinodo può essere un po' rovinato se quando lascio quella stanza dico quello che penso, dico il mio punto di vista, e poi c'è quella caratteristica che è stata vista in alcuni sinodi: il sinodo all'interno e il sinodo dall'esterno. Il sinodo interiore, che segue il percorso della Chiesa Madre, la cura dei processi, e il sinodo dell'esterno che, per informazione data con leggerezza, data con imprudenza, porta gli informatori d'ufficio agli errori.

Grazie per quello che state facendo, grazie per pregare gli uni per gli altri e per l'incoraggiamento.

E per favore, non perdiamo il nostro senso dell'umorismo.


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