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Come l'Italia ha insidiosamente permesso il suicidio assistito

di Damien Le Guay

Damien Le Guay è un filosofo, membro del consiglio scientifico della Société française d’accompagnement et de soins Palliatif (SFAP), insegna etica nell'Ile-de-France.

È autore di numerosi saggi sulla morte, tra i quali "Le fin mot de la vie, contre le mal-mourir en France" (Le Cerf, 2014).


Viviamo tempi di grandi rivoluzioni antropologiche, qui e ora, che e modificano profondamente le nostre idee culturali, le nostre radici, la terra stabile delle nostre convinzioni umane.

Si riferiscono soprattutto alla nascita e alla morte.

La nascita diventa un diritto con, adesso, molte combinazioni sessuali - lontane dalla genitorialità "reazionaria" uomo-donna - e con molti "ruoli" (come quello del padre) che sono decretati intercambiabili.

La morte che, per essere respinta grazie al progresso della medicina, finisce per essere ricercata, con le pressioni che conosciamo a favore dell'eutanasia e del suicidio assistito.

Rivoluzioni che si muovono lentamente, come orme di una colomba, non fanno rumore. Nietzsche lo aveva già scritto. Per lui, il male non si avvicina mai con il frastuono, ma al contrario a piccoli passi silenziosi. E quando qualcuno alza la voce, ricordando che esistono dei baluardi  della nostra civiltà da difendere, ci sono sempre persone - come vediamo in Francia in questo momento a proposito della riforma della legge sulla bioetica - che ti insegnano dottamente che un piccolo passo in più non cambia nulla, che questo «petit plus» è senza conseguenze.

Sul sismografo della civiltà, quale è stato l'ultimo "passo avanti" che occorre segnalare (per non parlare di ciò che sta accadendo in Francia)?

Un impazzimento dell'ago registratore dei sismi dall'Italia, con Roma come epicentro.

E' passato come inosservato, come «sur les pattes d’une colombe».

Un noto artista della musica (che aveva subito un grave incidente stradale nel 2014 in seguito al quale è diventato tetraplegico e cieco) nel 2017, a 39 anni, ha scelto di recarsi in Svizzera per suicidarsi con l'aiuto di un'organizzazione. Uno dei suoi amici, Marco Cappato, un militante attivista di sinistra che lo ha aiutato a suicidarsi, si è auto - denunciato in Italia per essere giudicato in Tribunalee - e soprattutto per promuovere questa causa. Operazione militante riuscita. Dopo un iter giudiziario, il 25 settembre, la Corte costituzionale italiana ha ritenuto che il suicidio assistito potesse essere considerato lecito.

In effetti, questa decisione della massima autorità giudiziaria italiana equivale a depenalizzare il suicidio assistito.

Certo, specifica che devono essere soddisfatte determinate condizioni: una patologia irreversibile, una sofferenza insopportabile, una capacità di prendere decisioni libere e consapevoli.

Certo, il tribunale ha indicato che questa decisione era in attesa di un "intervento indispensabile del legislatore".

Certo, il capo del governo italiano, Giuseppe Conte, ha preso le distanze da questa decisione spiegando i suoi dubbi sul "diritto alla morte" che sarebbe stato autorizzato.

In ogni caso, questa decisione è storica - non bisogna avere paura ad usare questo termine.

Mette in discussione, nel cuore dell'Europa, la penalizzazione che, in Italia, punisce l'"istigazione o assistenza al suicidio". Mina l'attuale consenso delle nostre società europee che mantengono il "divieto di uccidere" di origine religiosa. Si manifesta, ancora una volta, un'ondata di questa indifferenza verso valori che ci superano e ci tengono uniti in un comune consenso morale. È già percepito come un "segnale positivo" per "rilanciare" il dibattito - anche qui in Francia.

Ma i termini del dibattito sono sempre delicati da porre.

Come sempre accade, è difficile ragionare e riflettere contro un'emozione - sembra ormai che debbano essere le emozioni a prendersi e portarsi tutti i nostri pregiudizi negli dibattiti etici attuali.

È anche difficile opporsi ad un singolo caso - presentato dai "progressisti", la cui volontà deve prevalere al punto da eliminare tutte le nostre vecchie dighe. È anche difficile andare contro l'opinione dominante.

Come mettere in discussione questa "evidenza" (rivelata dai sondaggi) per la quale saremmo (e per fortuna!) padroni della nostra vita e padroni della nostra morte?

Fino a che punto? Questa è la domanda.

Laissons à la mort sa brutalité et à la vie sa pitié.
Car, comme c’est le cas de nos jours,
quand la mort se donne par pitié,
la vie devient brutale

Coloro che si oppongono all'eutanasia o al suicidio assistito lo farebbero in nome della sottomissione alla sofferenza (presumibilmente redentrice) o alla fatalità (che dovrebbe essere l'espressione della "volontà di Dio").

Questo non è il mio caso. Questo non è neppure il caso dei vescovi che da sempre fanno una campagna per alleviare le sofferenze e che incoraggiano il progresso della medicina.

Come, senza passare per retrogrado, possiamo comprendere che riceviamo la vita come un dono e riceviamo la morte come una resa suprema?

In entrambi i casi, esiste ora un nuovo obbligo morale (con il quale dobbiamo avere a che fare): il desiderio di una co-decisione, la volontà di una co-negoziazione, una lotta contro quella che ci appare una "fatalità" subita. In ogni caso, la libertà umana deve avere l'ultima parola e deve essere imposta dalla nascita alla morte.

Riguardo a questo nuovo imperativo categorico (quello di un co-pilotaggio della propria vita mantenuta fino alla fine) cosa pensare di questa domanda di suicidio assistito.

Innanzitutto, ci chiediamo fino a che punto la libertà (e il suicidio ne sarebbe una manifestazione) può (o dovrebbe) diventare un diritto? Quali sono gli effetti della transizione dall'uno all'altro?

Robert Badinter mette in guardia da molto tempo contro lo slittamento della libertà individuale di darsi la morte verso un diritto che legalizza la morte data.

Per lui, la legge non ha solo una funzione "repressiva", ma ha anche una "funzione espressiva". Esprime i "valori" di una società - al di là delle scelte individuali, della libertà dell'uno o della decisione dell'altro. Dice in cosa crediamo tutti insieme e ciò che tiene uniti l'uno all'altro.

Quindi, dice, è "inconcepibile" che possa "essere rilasciata un'autorizzazione ad uccidere": uccidere o consentire il suicidio o prenderne parte o aiutare una persona che desidera esercitare tale libertà.

Ciò che è "buono" per me, nel mio privato, deve essere riconosciuto come "buono" per tutti? Ciò che è "possibile" dovrebbe essere considerato "necessario"?

Ci chiediamo come comprendere questa "funzione espressiva", quando una società non tollera ma "approva" il suicidio?

Quando il suicidio viene così valutato, ammesso nella legge positiva, diventa un "valore" sociale, un valore positivo.

Vivere, come François Mitterrand, in due case, con bambini avuti da più matrimoni, è diverso dall'autorizzare, per legge, la poligamia - anche se, di fatto, sembra proprio così.

Tollerare un suicidio, non opporvisi, lasciarlo fare, non dire nulla collettivamente, è una cosa. Un'altra  è concordare e rendere il suicidio una delle modalità di morire.

La legalizzazione dell'aiuto al suicidio, come un atto di compassione e di empatia fino alla morte, ha un effetto prescrittivo.

Sappiamo tutti che la società, sempre più, si prenderà cura delle persone indebolite, che falliscono intellettualmente, con un costo significativo.

Quale segnale dare a tutte quelle persone che sono un "peso", che sono "dipendenti" da tutti, quando la società fa loro intendere, con questa legalizzazione, che l'aiuto attivo al suicidio è una "soluzione" tra le altre per porre fine alla loro vita con la benedizione di tutti?

Quali effetti sulla loro dignità - una dignità senza discussioni, senza ragioni, senza giustificazioni - quando il suicidio assistito (o la cosiddetta "dignità dell'eutanasia") entra nel regno della dignità? Niente di peggio di questi conflitti di dignità!

Diffidiamo di tutte queste decisioni a favore dell'eutanasia o del suicidio, che spesso assomigliano a un rifiuto dell'amore per i propri cari, un fallimento di solidarietà reciproca.

Diffidiamo delle richieste fatte dai genitori ai figli di "farsi carico" della loro morte volontaria e quindi di assumerci una parte di responsabilità morale, emotiva e generazionale.

Come convivere con questo "senso di colpa" - ancora maggiore se promosso da "amore"?

Diffidiamo di questo rifiuto dei divieti collettivi che, sotto le spoglie della liberazione, finisce per perdere tutti i riferimenti a coloro che li cercano.

Diffidiamo di questo disfacimento delle forme sociali di cortesia (certamente concordate e in parte ipocrite) che finiscono per promuovere il peggio di tutte le brutalità.

Lasciamo alla morte la sua brutalità e la pietà alla vita. Perché - come accade oggi - quando la morte si dà per pietà, la vita diventa brutale.

  1. "Comment l’Italie a insidieusement autorisé le suicide assisté", FIGAROVOX/TRIBUNE - di Damien Le Guay, 8 ottobre 2019
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