Investire sulla persona: politica e futuro

di Davide Vairani

Mauro Magatti è docente di Sociologia alla facoltà di Scienze politiche e sociali dell'Università Cattolica.

Autore di un recente libro scritto con  Chiara Giaccardi (docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi in Cattolica) dal titolo “La scommessa cattolica. C’è ancora un nesso tra il destino delle nostre società e la religione cristiana?” (Il Mulino), interviene sul Corriere della Sera con un interessante spunto sul tema politica e futuro.

"È su questo che le forze politiche si devono misurare: è finito il tempo dell’espansione, dell’individualismo, dello slegamento.

Può essere che ciò ci spinga verso il tempo della rabbia, del risentimento, della chiusura.

Ma può essere invece che ciò costituisca una straordinaria occasione per ritessere una vita sociale che negli anni si è sfrangiata.

Al di là di ciò che produciamo e consumiamo, occorre lavorare per ricostruire la qualità del nostro tessuto sociale: a partire dalla cura della persona e dei territori.

In gioco c’è il nostro futuro. La possibilità stessa dell’Italia di rimanere viva".


La politica e il futuro di un Paese. Mauro Magatti prende le mosse dalla Leopolda di Renzi per toccare un punto nodale nella politica italiana attuale.

Il tempo dell’espansione e dell’individualismo è finito e il malessere sempre più diffuso in ampi strati della società italiana devono spingere tutti quanti ad una seria riflessione.

"Ritorna di attualità un termine usato da Robert Castel che parlava di disaffiliazione per indicare la rottura dei legami (famigliari, sociali e istituzionali) che tiene insieme le persone al mondo sociale circostante", annota Magatti.

Dell'articolo di Magatti mi soffermo più sulla prognosi che sulla diagnosi. 

"Ci sono due aspetti che le ricerche degli ultimi anni mettono evidenza e che vanno tenuti in debito conto", scrive sul Corriere della Sera.

"Il primo é la centralità dell’investimento sulla persona. Il vecchio tema dell’educazione. Oggi sappiamo che esiste una relazione ben precisa tra il livello di istruzione e la qualità della vita lavorativa da un lato, e la capacità di gestire con successo le tante dimensioni della vita contemporanea dall’altro.

È questa la condizione non solo per avere un reddito maggiore, ma anche per gestire meglio la salute (dall’alimentazione all’attività fisica), per avere e mantenere buone reti relazionali, per coltivare interessi e curiosità, per non avere paura della tecnologia. Per essere cittadini a pieno titolo di un mondo sempre più sofisticato e veloce é necessario disporre di un buon capitale culturale.

Un’affermazione tutt’altro che scontata. Le nostre società vengono infatti da decenni nei quali era sufficiente essere «consumatori», magari anche un po’ instupiditi.

Oggi, però, avere due soldi in tasca e frequentare un centro commerciale non basta più. Per navigare nel mondo che abbiamo costruito occorrono molto più «competenze» — formali e informali — che si apprendono prima di tutto a scuola e poi sul lavoro (almeno in quella parte di mondo lavorativo dove la professionalità viene messa a valore). Due mondi terribilmente lontani dall’esperienza quotidiana di molte persone.

Il secondo aspetto riguarda la ricostruzione del senso di comunità. I primi nemici da combattere sono la disillusione, la diffidenza, l’isolamento, che di fatto rendono impossibile ogni ripartenza. Si avverte il bisogno di un clima più positivo, dove sia possibile ricostruire quel bene intangibile ma così prezioso che è la fiducia.

Che si basa su tre pilastri: la qualità dei soggetti attivi sul territorio (istituzioni pubbliche, ma anche imprese, scuole, ospedali, associazioni di categoria, parrocchie): é nel rapporto con tali soggetti che i cittadini si formano la loro idea della realtà.

La legalità, con uno stato capace di soddisfare la legittima domanda di sicurezza. Che sia l’immigrato illegale, l’amministratore corrotto o l’imprenditore che sfrutta il lavoro c’è bisogno di sapere che coloro che distruggono il bene comune siano effettivamente perseguiti.

Infine, la capacità di investire — sulla famiglia, sulle infrastrutture, sui beni pubblici — come chiave di accesso al domani. Solo una comunità che investe può guardare al futuro con fiducia. Al di là dell’aspetto economico (che pure conta) queste tre dimensioni marcano la domanda di un diverso modo di stare insieme.

È su questo che le forze politiche (specie se «nuove») si devono misurare: è finito il tempo dell’espansione, dell’individualismo, dello slegamento.

Può essere che ciò ci spinga verso il tempo della rabbia, del risentimento, della chiusura. Ma può essere invece che ciò costituisca una straordinaria occasione per ritessere una vita sociale che negli anni si è sfrangiata.

Al di là di ciò che produciamo e consumiamo, occorre lavorare per ricostruire la qualità del nostro tessuto sociale: a partire dalla cura della persona e dei territori.

In gioco c’è il nostro futuro. La possibilità stessa dell’Italia di rimanere viva".


Fonte:

  1. "Il futuro della politica è investire sulla persona", di Mauro Magatti, "Corriere della Sera", 21 ottobre 2019

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