Condividi

Vincent Lambert non era in fine vita

di Davide Vairani

Vincent Lambert - tetraplegico e cerebroleso da dieci anni a causa di un incidente stradale - è morto giovedì 11 luglio 2019. Dopo sette anni di procedimenti giudiziari, la cessazione dei trattamenti è ripresa martedì 2 luglio 2019 per la terza volta.

Vittima di un incidente stradale, è stato ricoverato in ospedale dal 2008 a Reims. Nel 2013, il medico aveva preso in considerazione il primo trattamento di arresto, in accordo con sua moglie Rachel. I suoi genitori, Viviane e Pierre, hanno ripetutamente fatto ricorso alla giustizia per opporvisi.

Lambert non era in fine vita, non era un malato terminale e non aveva bisogno di cure palliative, come sostengono alcuni professionisti in una recente tribune sul quotidiano cattolico La Croix.

L'inizio dell'estate del 2019 ha visto la vita di un uomo e la sua fine, le fratture nella sua famiglia e le complesse questioni sollevate in quell'occasione, scatenando passioni e suscitando un gran numero di commenti e opinioni contraddittorie.

A quattro mesi dal drammatico epilogo della vita terrena di Vincent Lambert è calato un silenzio assordante, come se nessuno in Francia (e nel mondo intero) sentisse la necessità (e l'obbligo) di riprendere in mano i nodi irrisolti e le storture etiche che l'affaire Lambert ha messo a nudo.

A rompere il silenzio, il quotidiano cattolico "La Croix", con una tribune dal titolo: "Vincent Lambert, poursuivre la réflexion", che offre la parola ad alcuni professionisti delle cure palliative.

L'intento - si legge - vuol essere quello di "rinnovare il dialogo con i leader della Chiesa cattolica, dopo i forti scossoni dell'affaire Lambert".

Mi domando perchè. Il tema della cure palliative non c'entrano nulla con la vicenda di Vincent Lambert.

"Alcune posizioni, a volte approssimative nelle loro basi mediche o lapidarie nelle loro formulazioni, sono state fonte di incomprensioni, disagi o persino lesioni a molti membri di équipe di cure palliative, professionisti o volontari, credenti o meno", prosegue La Croix.

"La complessità della situazione del Sig. Lambert e il fatto che nessuno avesse la conoscenza della situazione, tranne l'equipe che lo ha accompagnato, ha impedito a noi di esprimere un giudizio nel merito", spiegano i professionisti.

"Infatti, nel rispetto dell'etica e nel quadro della legge, è al discernimento dell'équipe e alla coscienza informata del medico che viene affidata la decisione terapeutica proporzionata alla situazione del paziente. Il principio etico della decisione nell'incertezza ha sempre guidato il nostro rifiuto di prendere una posizione che trascura una situazione di assoluta singolarità".

Per aggiungere: "Tuttavia, sottolineiamo che la legge è stata rispettata, nel suo spirito come nella sua lettera, con l'istituzione di una procedura collegiale il cui obiettivo era difendere il più possibile i diritti del paziente e prendere la decisione più adatta in lo stato attuale delle nostre conoscenze.

Riaffermiamo che la legge Claeys-Leonetti consente decisioni mediche che rispettano i diritti dei malati anche in casi di grande complessità e che nessuna legge può risolvere tutti i conflitti e alleviare tutte le sofferenze.

Scopriamo anche che alla fine della vita o quando la coscienza è profondamente alterata i pazienti non sembrano provare fame e sete.

L'alimentazione artificiale limitata e o l'idratazione sono irragionevoli ostinazione e quando il team sanitario valuta che possono causare disagio, possono essere interrotti. Le cure di conforto rimangono essenziali e la vigilanza dei caregiver aumenterà".

Non è andata così.

Mons. Thierry Magnin, neo segraterio della Conferenza dei Vescovi di Francia, dichiarò pubblicamente proprio al quotidiano La Croix il giorno stesso della morte di Lambert:

"Attraverso la strumentalizzazione dei conflitti di una famiglia, si è voluto mantenere una certa confusione nel valutare il caso di Vincent Lambert come di una persona alla fine della vita.

Tuttavia, non era alla fine della sua vita, come molte altre persone che come lui sono definite in stato di 'vita vegetativa' e seguite in centri specializzati che non c'entrano con le cure palliative.

Il concetto di accanimento terapeutico spesso citato non può essere utilizzato in questo caso".

Il Prof. Régis Aubry, capo del dipartimento di cure palliative presso l'ospedale universitario di Besançon (Doubs) ed ex presidente dell'Osservatorio Nazionale sul fine vita, ha reagito, in un'intervista a Le Figaro pubblicata il 12 luglio 2019, dichiarando: "Vincent Lambert non era in una condizione di fine vita".

"Non possiamo pensare che le persone la cui vita psichica ci sfugge siano morte - spiegava -. La questione sollevata dal caso Vincent Lambert, quella del mantenimento in vita di qualcuno che non è alla fine della vita è vicino alla trasgressione.

Prima ancora che una questione giuridica è anzitutto una valutazione etica difficile da prendere.

Per Vincent Lambert non si trattava di interrompere i trattamenti che apparivano irragionevoli in una persona con una malattia grave e progressiva.

Non era alla fine della sua vita, quindi è un atto molto diverso.

La legge lo consente in nome del rifiuto dell'ostinazione irragionevole. Ma il fatto che la legge lo consenta non equivale ad un obbligo".

Condividi

Lascia una recensione

Please Login to comment
avatar
50

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

  Subscribe  
Notificami