La fine del comunismo italiano

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano del 15 novembre 2019

12 novembre del 1989. Bologna.

Achille Occhetto, le frasi della “svolta della Bolognina”, la chiusura del Partito Comunista Italiano, l’avvio di una nuova strada del comunismo italiano con la costituzione del Partito Democratico della Sinistra (PDS).

Il giorno dopo l’annuncio la prima pagina dell’Unità diretta da Massimo D’Alema titolava “Il giorno di Modrow. La Repubblica democratica tedesca elegge un nuovo premier”.

Al centro l’articolo: “Occhetto ai veterani della Resistenza: ‘Dobbiamo inventare strade nuove’”.

31 gennaio del 1991. Rimini.

“Cari compagni e care compagne, in molti sentono che è giunta in qualche modo l’ora di cambiare”. L’ultimo segretario del PCI, Achille Occhetto.

“Non si tratterà solo di cambiare targhe sulle porte delle sezioni, occorrerà andare a una grande opera di conquista e di proselitismo (…) Oggi è un momento importante della nostra vicenda collettiva e sarà un momento memorabile della storia politica d’Italia (…) Per costruire, con il compito, con l’orgoglio che vi guida, il futuro dell’Italia”.

Nel frattempo, alle elezioni regionali del 6 maggio del 1990 il PCI ottenne solo il 23,4% a fronte del 33,4 per cento della Dc.

La relazione di Occhetto dura due ore. Il 3 febbraio di quell’anno nasce il Partito Democratico della Sinistra. Il simbolo una quercia. Falce e martello in piccolo alla base del tronco.

Occhetto diventa il primo segretario del PDS e Stefano Rodotà venne eletto come primo presidente.

Trent’anni nei quali dal Pds si toglie la lettera ‘P’ e diventa Ds. Scompaiono del tutto falce e martello dal simbolo e fa capolino una rosa rosso pallido.

A livello internazionale sempre schierati nell’Internazionale Socialista e a livello europeo con il Partito del Socialismo Europeo, la cui scritta compare sotto la quercia del simbolo.

La prima fusione a freddo tra Partito Popolare Italiano di Martinazzoli e il ciuccio di Prodi dalla quale esce La Margherita del verde Francesco Rutelli, fusione prodromica della seconda, tra Margherita e Ds, con la nascita del Partito Democratico.

Via la rosa quasi rossa, è l’era dell’Ulivo e poi dell’Unione, di Romano Prodi, Massimo Dalema, Walter Veltroni e Piero Fassino.

15 Novembre 2019. Bologna.

Inizia ufficialmente la campagna elettorale in vista delle elezioni regionali nella rossa Emilia Romagna del prossimo 26 gennaio 2020.

Il Capitano vuole espugnare la Stalingrado italiana a tutti i costi. Forte di consensi e sondaggi che danno la sua Lega al 35%, vuole fare le prove generali per la sfida nazionale e tornare a governare con pieni poteri in una alleanza con Forza Italia e Fratelli d’Italia della Meloni.

C’era riuscito soltanto il Guazza ad espugnare Bologna. Il 27 giugno del 1999 l’ex-macellaio ed imprenditore Giorgio Guazzaloca riuscì per 3mila voti di scarto a diventare il primo sindaco del Dopoguerra che non provenisse dall’area di centrosinistra: vinse le elezioni comunali del capoluogo emiliano sconfiggendo la candidata dei Ds Silvia Bartolini, con il sostegno di una sua lista civica (La tua Bologna) e dei partiti del centrodestra. Si ricandidò nel 2004, ma fu sconfitto da Sergio Cofferati.

Tutte le luci sono concentrate su Matteo Salvini che porta al PalaDozza 5mila leghisti da ogni dove. I simboli contano. Lo storico palazzetto dei raduni della sinistra, che porta il nome di Giuseppe Dozza, sindaco comunista di Bologna dal 1945 al 1966 e terreno di gioco delle squadre di basket Virtus e Fortitudo Bologna.

Intanto nelle vie del centro di Bologna il solito corteo organizzato dai centri sociali, anarchici ed autonomi cercano di avvicinarsi al PalaDozza per contestare il leader leghista impegnato nel suo comizio. "A Bologna solo porti(ci) aperti", “Bologna Partigiana” e il ricordo della battaglia partigiana di Porta Lame 75 anni fa, sono gli slogan intervallati da disordini, cassonetti per aria e scritte sui muri.

Nel frattempo si radunano le sardine. Flash mob alle 20.30, in concomitanza con l’inizio della convention al PalaDozza. “Bologna non si Lega” è lo slogan, “l’Emilia Romagna non abbocca” l’altra metafora ittica.

Parte la sfida dei numeri con la Lega, unendo su uno dei simboli di Piazza Maggiore, stretti come sardine appunto, più bolognesi di quanti non riuscirà a fare il leader leghista dentro al PalaDozza.

Tra i tam tam via social, richiami e passa parola, i quattro ragazzi che si sono inventati sta idea (definiti da Repubblica “trentenni con sguardo e cuore a sinistra, ma senza una storia di militanza alle spalle”) ne portano di sardine.

Basta il colpo d’occhio delle immagini sul web per intuire che ce ne siamo almeno 10mila e forse di più.

Sul palco del PalaDoza c’è solo il Capitano con a fianco il candidato del centrodestra che sfida i rossi, la senatrice leghista Lucia Borgonzoni. Trionfo di bandiere di Alberto da Giussano.

Berlusconi e Meloni non sono stati invitati.

“Dai collettivi al Pd. Risposte? La maggior parte entusiaste, altre positive e alcune più fredde e sospettose”, dicono i capi-sardine a Repubblica. “La sinistra deve chiedersi ora perché la Lega se la gioca nei sondaggi. Se quattro sconosciuti hanno portato tanta gente in piazza, cos’è che prima non è andato? Questa è la nostra provocazione, vogliamo porre la questione per andare uniti fino alla fine”, aggiungono.

12 Novembre 2019. Bologna, Auditorium Biagi stracolmo in occasione del 30° anniversario della svolta della Bolognina la Fondazione Duemila e l’Associazione Berlinguer organizzano un incontro: 1989. Cade il muro, cambia il mondo.

Il protagonista è Achille Occhetto che presenta suo libro Il crollo del muro e la svolta della Bolognina, Sellerio Editore.

Al suo fianco, Piero Fassino, ultimo segretario dei Ds, Romano Prodi, padre dell’Ulivo e dell’Unione, Claudia Macina, politica di lungo corso e storica, Mario Ricciardi, direttore del Mulino, Luigi Tosiani, segretario del Pd bolognese. In platea tanti ex compagni come Claudio Petruccioli, Ugo Sposetti, Fabio Mussi.

Zingaretti non c’è, è all’estero.

Sembra una foto sbiadita in bianco e nero dai sapori melanconici e nostalgici di un passato che non c’è più, non fosse altro perché allora si aveva trent’anni di meno.

A introdurre il segretario del Pd bolognese, preoccupato più dell’oggi – le regionali dell’Emilia – che di ieri, “nell’89 avevo 5 anni”.

“Oggi sappiamo che, sulla strada indicata dalla Bolognina, serve una nuova svolta della sinistra e delle forze della democrazia militante che devono rigenerarsi in un campo più ampio”, dice Achille Occhetto. Rivendica la primogenitura di un percorso che porta a oggi, si appella al segretario Pd Zingaretti per aprire quel “processo costituente” da cui fu fatto fuori.

“Oggi”, annuncia sibillino Fassino, “mi auguro che Zingaretti abbia lo stesso coraggio” di Occhetto.

E’ il turno di Romano Prodi, l’unico leader del centro sinistra ad essere riuscito nella storica impresa di battere Berlusconi ed il centrodestra del Popolo delle Libertà.

Ad un certo punto accade quello che non ti aspetti e che nessun media ti farà vedere.

Parlando a proposito dell'errore più grande nella socialdemocrazia moderna – errore che ne ha sancito il fallimento -, Prodi indica espressamente il fatto che molti degli ex elettori percepiscono che essa abbia difeso più le persone omosessuali che non gli operai, con la scelta di puntare sui diritti civili e non più sui diritti sociali.

“Oggi siamo in uno scenario del tutto diverso - reagisce piccato Fassino - ma che richiede alle forze progressiste e alla sinistra una capacità di innovazione forte”.

Interpellato da Gaynews, l’ex guardasigilli ha preferito non commentare, dichiarando: “Il riconoscimento del diritto di ogni persona a vivere il proprio orientamento sessuale liberamente e senza discriminazioni è un’acquisizione di civiltà, da cui in nessun modo si deve recedere. Diritti civili e diritti sociali sono inscindibili dimensioni di una società che voglia essere libera, giusta e equa”.

Cercate su Google “Achille Occhetto- 30 anni "svolta della Bolognina"_ Bologna_ Live FB Fondazione Duemila” e andate al 1h01'40" ed ascoltate con le vostre orecchie.

Nella commemorazione del trentennale dalla caduta del Muro di Berlino - che segnò l’inizio del crollo del comunismo in Europa e nell’Urss – compare d’improvviso sui social network una immagine.

Al centro campeggia la foto di donne e uomini che abbattono con picconi e martelli il Muro che divideva la Berlino occidentale dalla DDR comunista dell’Est. In basso all’immagine si vede il logo bianco rosso verde nel quale campeggiano le lettere PD ed il minuscolo ramo di ulivo che intervalla le parole Partito e Democratico.

In mezzo all’immagine una scritta: “Potete costruire muri, ci troverete ad abbatterli. 9.11.1989”.

Penso ad un abile fotomontaggio ironico.

Non è una fake, l’ha fatta e diffusa proprio il Pd.

Mi viene da sorridere.

E penso che nell’arco di una manciata di anni sono passate le unioni civili, il divorzio breve, la legge sul biotestamento e lo sdoganamento del suicidio assistito sotto la spinta dei governi di sinistra, con un premier cattolico e boy scout, assieme ai complici silenzi della Lega al governo insieme ai Pentastellati.

Intanto fuori piove a dirotto in una giornata di mezzo novembre.

Fumo una sigaretta per distrarre i pensieri.

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