Una manovra contro la famiglia

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 15 novembre 2019

Forse sarebbe meglio smetterla di parlare di sostegno alle famiglie. Sarebbe quanto meno coerente con i fatti.

Ad ogni campagna elettorale e nell’imminenza di ogni finanziaria le infinite promesse contenenti le parole figli, famiglie e sostegni economici si sciolgono come neve al sole alla prova dei fatti: o non se trova più traccia oppure si perdono in mille rivoli.

Dopo il grande bluff del governo giallo-verde, arriva la fuffa del governo giallo-fuxia.

"Leggiamo cifre e concetti preoccupanti, che denotano purtroppo come per il Governo la difficoltà nel trovare i fondi per far ripartire la natalità e restituire concretamente la fiducia alle famiglie con figli del nostro Paese non sia una questione di tempo, ma di volontà politica”.

Non sono parole made in Salvini (meglio che se ne stia quieto sul tema politiche famigliari) o di uno dei leader delle opposizioni parlamentari.

E’ la voce dell’amico Gigi De Palo, Presidente Nazionale del Forum delle Associazioni Familiari, in relazione alle dichiarazioni fatte dal Ministro per l’Economia Roberto Gualtieri davanti alle commissioni riunite di Camera e Senato.

Lo stesso Ministro si è affrettato poi a dare l’annuncio del rafforzamento del bonus per gli asili nido, che consentirà “la sostanziale gratuità degli asili nido per la grande maggioranza delle famiglie italiane”. E ha aggiunto che la misura scatterà “già dal primo gennaio”.

Non aveva previsto la doccia fredda arrivata dal Forum delle famiglie.

“Si parla di gratuità del posto nido – ha dichiarato De Palo -: ma per chi, se tra qualche anno non ci saranno più bambini?

Non comprendiamo il motivo per cui il ministro Gualtieri si esalti mostrando i 2,8 miliardi di euro in tre anni per le famiglie.

Cifre che, in concreto, non avranno peso né consistenza nella vita quotidiana delle famiglie.

Certamente non sono le risorse adeguate a realizzare l’assegno unico per figlio così com’è stato varato da Paesi che ci sono avanti in tutto in Europa, come Germania, Francia, Svezia.

Come fa a vantarsene? Sa molto di presa in giro.

Di fatto, grigia e senza coraggio com’è ora, questa manovra non cambierà la vita a nessuno, tantomeno alle famiglie con figli”.

Aldilà del balletto circa l’entità reale del budget che il governo ci metterà sul bonus, De Palo ha perfettamente ragione: sa molto di presa in giro. Che nella sostanza fa il paio con il giudizio di Mario Adinolfi su La Croce, quando spiega le ragioni per le quali questa manovra è un insulto per le famiglie.

Per carità, bene accetto l’aumento del bonus per le famiglie che scelgono di mandare i propri figli negli asili, ma per le altre famiglie?

Se è vero (come è vero) che l’attuale offerta di posti nido copre in media solo il 24% dell’utenza potenziale, di che stiamo parlando?

Il vicedirettore di Bankitalia, Luigi Signorini, nel corso delle sopra citate audizioni alla Camera e al Senato ha fatto una osservazione interessante.

“La scelta di legare il bonus nido all’Isee potrebbe scoraggiare l’offerta di lavoro di un secondo percettore di reddito, specie in prossimità delle soglie che determinano l’ammontare dell’importo”.

In parole povere, alcune mamme potrebbero rinunciare a lavorare se il reddito aggiuntivo prodotto annullasse la possibilità di accedere al bonus nido.

L’osservazione è interessante - aldilà del merito – perché rimette la palla in gioco attorno ad un punto: l’Isee.

Sarò stato distratto, sarò ingenuo e male informato, ma ancora oggi mi interrogo sui motivi per i quali il Quoziente Famigliare (o Fattore Famiglia) sia d’un tratto sparito totalmente dai radar del dibattito politico.

Come tutte le famiglie sanno bene, l’Isee è lo strumento tecnico univoco utilizzato dallo stato in tutte le sue ramificazione per la cosiddetta prova dei mezzi (per definire in sostanza la eventuale compartecipazione o meno dei cittadini all’erogazione di un servizio/intervento pubblico), per stabilire un cut off tra quanti possano accedere o meno ad un beneficio economico (le fasce Isee) e per definire l’entità del quid (in termini di trasferimenti monetari o di fruizione quantitativa di un determinato servizio pubblico).

E’ evidente a tutti che se lo strumento di misurazione non è in grado di rappresentare la realtà delle famiglie italiane, puoi anche agire implementando le risorse economiche generali a disposizione, ma otterrai in ogni caso una distribuzione disomogenea delle medesime in relazione ai differenti bisogni del target cui sono rivolte le tue politiche pubbliche.

Sul tema delle politiche famigliari si può discutere all’infinito, ma è innegabile che in fondo sono sostanzialmente tre le dimensioni sulle quali agire: rilanciare la natalità, riconoscere una reale equità fiscale a chi affronta la crescita dei figli, sostenere le generazioni più giovani e ridurre le diseguaglianze.

Per riconoscere una reale equità fiscale a chi affronta la crescita dei figli occorre necessariamente mettere mano anzitutto allo strumento attualmente in uso, cioè l’Isee.

Dov'è finito il quoziente familiare?

Per decenni mi sono sorbito (un po’ per mestiere e un po’ per diletto) convegni, studi ed analisi sul welfare italiano e sui suoi nodi critici da parte di sociologi, politici ed esperti del mestiere con filosofie ed approcci tra loro spesso divergenti ma accomunati dalla concorde valutazione che fosse imprescindibile cambiare lo strumento Isee.

Se ne discuteva già durante la Conferenza di Milano organizzata dal Governo Berlusconi, era scritto nero su bianco nel primo (ed unico) Piano Nazionale per la Famiglia approvato il 7 giugno 2012 dal Governo Monti e poi praticamente inattuato.

Il giornalista e sociologo Massimo Calvi, in un articolo su Avvenire, si poneva lo stesso mio interrogativo (“Il contratto di governo. La promessa tradita. Dov'è finito il quoziente familiare?”, Avvenire, 20 maggio 2018).

“Famiglia è una parola che non può mancare in un programma elettorale che si rispetti. Le elezioni politiche del 2018 hanno ovviamente confermato questa regola”, scriveva.

“Ma c’è un’altra consuetudine, meno felice, che l’ultima tornata elettorale ha rispettato in pieno, nonostante il forte elemento di novità emerso dalle urne: quando è il momento di governare, la prima cosa che si sacrifica è proprio la famiglia”, proseguiva nella sua analisi.

Il "Contratto per il governo del cambiamento" sottoscritto da Lega e Movimento 5 Stelle non si è sottratto alla logica del tradimento delle promesse. Se si guarda a ciò che è rimasto di quanto annunciato prima del voto, la parte più ridimensionata riguarda proprio il sostegno alla natalità.

“L’aspetto paradossale è che all’inizio i programmi di Lega e M5s erano molto diversi tra loro, con una sola eccezione: la voce famiglia”, aggiunge Calvi.

“Nei due programmi depositati, dunque quelli validi al di là degli annunci, sia la Lega (al punto 7), sia il M5s (punto 11), in capo a una serie di misure di contorno parlavano di una grande riforma fiscale per la famiglia, richiamando espressamente il modello francese del ‘Quoziente familiare’.

Nel Contratto questa promessa è scomparsa.

Si parla invece di welfare familiare sul territorio, di asili nido gratuiti solo per le famiglie italiane, di qualche politica per favorire la conciliazione vita-lavoro delle donne, di ‘premi’ per le madri e sconti sui prodotti della prima infanzia. Del Quoziente fiscale nessuna traccia”.

Prima del voto quasi tutte le forze politiche si erano impegnate con il Forum delle Famiglie sottoscrivendo il ‘Patto per la natalità’, impegno trasversale a imprimere una svolta in questo ambito.

Il Quoziente – o il Fattore Famiglia, che meglio si addice alla realtà italiana – avrebbe dunque potuto rappresentare la riforma fiscale necessaria a riconoscere che chi mantiene più figli sopporta maggiori costi ed è quindi giusto paghi meno tasse rispetto a oggi.

Il centrodestra aveva fatto della rimodulazione fiscale sul modello francese e di un grande piano per la natalità due bandiere elettorali: la riduzione delle tasse per un istituto, quello della famiglia, che viene sempre più bistrattato dagli orientamenti culturali contemporanei, era ed è considerato centrale anche per muovere le avvilenti statistiche sul crollo demografico.

Il resto della narrazione su come siano andate le cose lo abbiamo ancora tutti sotto gli occhi.

La politica è fatta di scelte e di responsabilità da agire anzitutto per il bene comune del Paese. E allora delle due l’una: o è chiara a tutti l’emergenza demografica oppure i partiti (tutti, di destra e di sinistra) la smettano di parlare a vuoto di politiche a sostegno della famiglia.

Salvini ha preferito giocare a governare con i 5Stelle, rompendo l’alleanza di centro-destra e consegnando il Paese allo stallo più totale sul fronte delle politiche famigliari, derubricando politicamente il Fattore Famiglia quando ne aveva finalmente l’occasione quanto meno di metterlo sul piatto delle decisioni pubbliche.

Cosa possiamo attenderci da un governo statalista giallo-fuxia, se non la prosecuzione in qualche modo di quella che sembra essere l’unica politica famigliare, cioè i bonus?

La corda è ormai tirata allo spasmo e non so per quanto tempo ancora non si spezzerà del tutto.

La verità è che in Italia non c’è stato un solo governo negli ultimi 20 anni che abbia avuto il coraggio di fare una seria e profonda riforma del welfare e dei sistemi di protezione sociale.

La realizzazione del sistema sanitario nazionale è avvenuta nel 1978, mentre lo stato sociale italiano è rimasto sostanzialmente il sistema assistenziale del dopo-guerra, con strumenti non più efficaci e – soprattutto – a geometria variabile.

Nel 1992 sono stati introdotti in Italia per la prima volta i livelli essenziali di assistenza (i LEA), cioè l'insieme di tutte le prestazioni, servizi e attività che i cittadini hanno diritto a ottenere dal Servizio sanitario nazionale (SSN) in condizioni di uniformità su tutto il territorio nazionale.

Per il sociale non è così, non esistono i LEA, ma ogni Ente Locale ed ogni Regione fa per sè in relazione alle risorse economiche che decide di stanziare sul proprio welfare sociale.

O si passa da una riforma radicale del welfare italiano oppure siamo destinati a bonus, voucher e mancette che oggi ci sono e domani - forse - si vedrà.

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