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Sulla modernità

di Davide Vairani

Sulla modernità. Giudizi affilati come coltelli che scrostano la patina lucente del progresso e mostrano le piaghe dell’umanità, incamminata verso le magnifiche sorti e progressive.

Aforismi che fanno a pezzi il pensiero politically correct.

Henri-Frédéric Amiel, vissuto a Ginevra nell’800, in Italia non viene pubblicato da anni ed è sconosciuto ai più. Peccato, perché le sue rasoiate fanno male e quindi fanno pensare. Lampi che squarciano la notte ottusa del più ingenuo ottimismo.

L’Illuminismo, le scoperte scientifiche, la democrazia ci spingono in avanti. C’è chi canta questo mondo favoloso, finalmente affrancato, e chi, guardandolo in controluce, ne pesa i difetti.

Il conformismo, la massificazione, la democrazia ridotta a mangime per le frustrazioni del popolo. E poi la fine del rapporto antico come il mondo fra il bene e il male. Il caos come prodotto paradossale dello sforzo razionalistico dei secoli precedenti.

Sembra di leggere i quotidiani di oggi, lo sgretolarsi del consorzio civile e il capovolgersi stupefacente della moralità. E invece siamo a Ginevra, a metà dell’800.

Amiel è professore di letteratura francese, di estetica e di filosofia all’università. Ha tempo per riflettere, anche perché lui sta in tribuna, ai bordi, non vive l’eccitazione e non partecipa alla grande corsa. Così distilla le sue annotazioni in un’unica, monumentale, interminabile opera: il diario, il Journal intime, sterminata fucina di 16.840 pagine che sono il controcanto sommesso e formidabile ai tanti testi imbevuti come biscotti nella fede cieca del domani.

Sarà difficile rimediare ai disastri compiuti, ma lui con un vantaggio di 100-150 anni e con la precisione di un sociologo già disegna il nostro paesaggio:

«Le masse saranno sempre al disotto della media. La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà e la democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci».

Sembra una fotografia feroce e cupa scattata vicino a un seggio elettorale o davanti al Parlamento, oppure in uno dei tanti divertimentifici che riempiono l’industria delle nostre vacanze.

Invece è il 12 giugno 1871 e Amiel compone la pagina forse più celebre del suo Journal.

«Sarà la punizione del principio astratto dell’uguaglianza», prosegue implacabile, «che dispensa l’ignorante dall’istruirsi, l’imbecille dal giudicarsi, il bambino dall’essere uomo e il delinquente dal correggersi».

Poche frasi quasi ciniche nella loro capacità di scorticare la corteccia delle nostre certezze.

Facile cavarsela relegando Amiel nel limbo degli antimoderni, degli snob che disprezzano il sudore del popolo e ne temono perfino il contatto, nel girone dei misogini dove pure il docente ginevrino era di casa.

Lui avanza come una ruspa, demolendo quell’illuminismo prêt-à-porter, quel radicalismo di massa che è l’ossatura del nostro oggi.

In 16.840 pagine il Journal Intime disegna perfettamente ciò che è accaduto in Europa in 150 anni. Alla sua morte furono pubblicate alcune pagine scelte in “Fragments d’un Journal intime” decretate come fenomeno letterario molto interessante, e successivamente nel 1923 il filologo e docente svizzero Bernard Bouvier pubblica una selezione più ampia.

Henri-Frédéric Amiel è tagliente, non accomoda alcun partito, alcuna fazione, il suo scrivere è portare alla luce, è trasmettere il canto, è ragionamento continuo che non ha pretesa di pubblicazione editoriale né di ammirazione da parte degli altri intellettuali contemporanei.

E forse è per questi semplici motivi che il Journal Intime è vero e si presenta come il dialogo di un uomo con l’anima. Una rarità nel mondo post illuminista che volgeva l’interesse verso la velocità e la produzione, verso la mercificazione dell’essere umano, sulle basi di quello che noi abbiamo chiamato capitalismo.

"Le masse saranno sempre al di sotto della media. La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà all'assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell'uguaglianza , che dispensa l'ignorante di istruirsi, l'imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi.

Il diritto pubblico fondato sull'uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosciuto la disuguaglianza di valore , di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell'appiattimento. Le masse saranno sempre al di sotto della media. Inoltre, l'età della maggioranza sarà abbassata, le barriere del sesso saranno spazzate via e la democrazia si renderà finalmente assurda consegnando la decisione di tutto ciò che è più grande a tutto ciò che è più incapace.

Tale fine sarà la punizione del suo principio astratto di uguaglianza , che dispensa l'uomo ignorante dalla necessità di auto-allenamento, l'uomo sciocco da quello dell'autodisciplina, e dice al bambino che non c'è bisogno che diventi un uomo, e il buono a nulla che l'auto-miglioramento non ha importanza.

Il diritto pubblico, fondato sull'uguaglianza virtuale, si distruggerà dalle sue conseguenze. Non riconoscerà le disuguaglianze di valore, di merito e di esperienza; in una parola, ignora il lavoro individuale e finirà con il trionfo della banalità e del residuo.

Frammenti di diario intimo, 21 giugno 1871

Aix-les-Bains, 6 ottobre 1851

"L’era della mediocrità in ogni cosa comincia e il mediocre gela ogni desiderio. L’uguaglianza genera l’uniformità, e solo sacrificando l’eccellente, il cospicuo, lo straordinario, ci si sbarazza di ciò che è cattivo.

Lo spleen diventerà la malattia del secolo egualitario. L’utile sostituirà il bello, l’industria l’arte, l’economia politica la religione, l’aritmetica la poesia.

Il tempo dei grandi uomini passa; viene l’epoca del formicaio, della vita multipla. Col livellamento e con la divisione del lavoro la società diventerà tutto e l’uomo non sarà più nulla.

La statistica registrerà grandi progressi e il moralista un decadimento graduale; le medie saliranno, come il fondo delle vallate in seguito alla denudazione e allo sprofondamento dei monti.

Un altipiano sempre meno ondulato, senza contrasti, senza opposizioni, monotono: ecco l’aspetto della società umana.

Gli estremi si toccano, e se il cammino della creazione consiste dal principio nel rilevare e moltiplicare all’infinito le differenze, in seguito essa ritorna sui suoi passi per cancellarle ad una ad una.

L’uguaglianza che alla origine è ancora torpore, inerzia, morte, diventerà dunque alla fine la forma della vita?

Comprare il benessere universale a prezzo delle più alte facoltà, delle più nobili tendenze della specie umana, non è pagarlo troppo caro? È proprio questa la sorte fatale riservata alle democrazie?

Ovvero, al di sopra dell’uguaglianza economica e politica, a cui tende la democrazia socialista, si formerà un nuovo regno dello spirito, una chiesa di rifugio, una repubblica delle anime, ove al di là del pur diritto e dell’utilità volgare, il bello, l’infinito, l’ammirazione, la devozione, la santità avranno un culto ed una rocca?

Il materialismo utilitario, la legalità secca, egoista, l’idolatria della carne e dell’io, del temporale e di Mammone sono forse il termine dei nostri sforzi?

Non lo credo. – L’ideale dell’umanità è ben altrimenti alto; ma l’animale reclama per primo e bisogna cominciare dal bandire la sofferenza superflua e d’origine sociale, prima di ritornare ai beni dello spirito. Bisogna che tutti vivano, prima di occuparsi di religione".

26 ottobre 1875

"Il Dio che le religioni mettono nel cielo e fuori di noi è forse in fondo a noi stessi. Questo Dio è la voce del bene, è l’ammirazione segreta della virtù.

È vero che ciò che si trova nell’effetto dovrebbe trovarsi virtualmente nella causa. Se Dio è in noi, è all’origine delle cose. Se il bene è nostro fine, è anche nostro principio. Ci sarebbe dunque almeno una Provvidenza generale, la forza restauratrice e medicatrice, che mantiene la vita universale a dispetto della perturbazione e della morte incessanti. Ciò che vuole la vita per il bene e il bene per il meglio, questa potenza primordiale e indefettibile, è quello che si chiama Dio.

In Deo movemur, vivimus et sumus. Questa persuasione è la religione filosofica, che può sopravvivere a tutti i culti superstiziosi, immaginativi e leggendari, a tutte le credenze divenute allegorie.

L’essenziale è che l’uomo ha sempre presentito un ordine superiore, di cui era l’organo e l’agente e il contemplatore e il neofita, di cui doveva essere l’araldo e l’eroe. Che importa allora che l’individuo sia più o meno felice, che rappresenti una parte, che abbia o no il suo sboccio? L’opera universale si compie ugualmente…

C’è sempre un numero considerevole di forze perdute e di vittime inutili, perché l’errore ha una parte immensa nella storia dell’opinione e dell’azione umane; è peccato senza dubbio essere del numero degli schiacciati e dei misconosciuti; ma c’è un servizio silenzioso che ciascuno può rendere sempre: è di essere buono, giusto, coraggioso, paziente.

Ciò che fa andare la grande macchina sociale è ancora la somma dei lavori ingloriosi, delle virtù umili, dei meriti anonimi, più che il baccano dei capi, degli ufficiali e dei direttori. L’immortalità del nome è una ghiottoneria riserbata agli eletti della fortuna: si può fare a meno di questo privilegio e c’è più stoicismo a privarsene che a perseguirlo.

L’accontentarsi della mediocrità e dell’oblio ha una certa bellezza, quando si possedeva la stoffa di una maggiore grandezza. Abauzit [1] poteva fare a meno dell’elogio squillante di Rousseau, e Rousseau non poteva far a meno della gloria. Questo è stato il grand’uomo, ma l’altro è stato il saggio".


Note

[1] Firmin Abauzit (Uzès, 12 novembre 1679 – Ginevra, 20 marzo 1767) è stato uno scrittore e teologo francese. Figlio dei calvinisti Jean e Anne Deville, rimase orfano di padre a due anni e in virtù della revoca, avvenuta nel 1685, dell’editto di tolleranza religiosa di Nantes, il vescovo di Uzès lo fece sottrarre alla tutela della madre per rinchiuderlo nel locale Collegio vescovile perché fosse educato nella fede cattolica.

Fuggito dal collegio nel 1687 grazie all’intervento della madre, visse per due anni con il fratello nascondendosi nei monti delle Cévennes, riuscendo a rifugiarsi nel 1689 nella città protestante di Ginevra, presso il nonno paterno, dove furono raggiunti dalla madre dopo che anch’essa riuscì a evadere dal carcere nel quale era stata rinchiusa a causa della sua complicità nella fuga del figlio.

Compiuti gli studi nell’Accademia di Ginevra, nel 1698 soggiornò nei Paesi Bassi, dove conobbe Jacques Basnage, Pierre Jurieu e Pierre Bayle, e in Inghilterra, dove frequentò Évremond e Isaac Newton, che trovò in lui uno dei primi ammiratori delle sue scoperte; Abauzit convinse Newton a modificare la sua opinione sull’eclissi osservata da Talete, contenuta nella prima edizione dei suoi Principia. Incredibilmente versatile, si occupò delle più varie discipline: lingue antiche, storia, archeologia, numismatica, epigrafia, geografia – realizzò carte geografiche della Svizzera, dell’antico Egitto e dell’antica Grecia – matematica, scienze naturali, fisica, astrologia, letteratura, filosofia e teologia. Proprio per la sua vasta erudizione, ebbe numerosi corrispondenti, e ricevette pubbliche lodi dai suoi contemporanei, in particolare da Voltaire e Rousseau.

Resta poco dei suoi scritti: sembra che i suoi eredi ne abbiano distrutto una parte, perché contenente opinioni religiose da loro non condivise. Alcuni articoli di archeologia e di astronomia apparvero nel Journal Helvetique e altrove, contribuì al Dictionnaire de musique, del 1767, di Rousseau, scrisse la voce Apocalisse nell’Enciclopedia di Diderot, mettendo in dubbio l’autorità canonica di quel testo biblico, fece aggiunte alla Histoire de la republique de Genève di Spon.

Nelle sue Réflexions sur les Évangiles, messe all’Indice dei libri proibiti, precorrendo aspetti del moderno pensiero protestante, vide nel Cristianesimo la divulgazione popolare di una religione che dovrebbe essere in realtà naturale e razionale: per Abauzit Dio non può rivelare verità che risultino irrazionali e dogmatiche. (Fonte Wikipedia)

Bibliografia: “Frammenti di un giornale intimo” di Henri-Frédéric Amiel (Unione Tipografico – Editrice Torinese, 1967, a cura di C. Baseggio).


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