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Lunedì della 1.a Settimana di Avvento

Lunedì 2 Dicembre 2019

S. Viviana; B. Giovanni Ruysbroeck; S. Cromazio

1.a Avvento

Andiamo con gioia incontro al Signore
Is 4,2-6; Sal 121; Mt 8-5-11

+ Dal Vangelo secondo Matteo 8,5-11

In quel tempo, entrato Gesù in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò».

Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa».

Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli».

Parola del Signore.

Capita di distrarsi durante la Santa Messa. A me succede spesso. Ma c’è un momento preciso nel quale mi desto e mi prende uno struggimento.

Esattamente , quando il sacerdote alzando l’Ostia pronuncia la frase: «Beati gli invitati alla Cena del Signore. Ecco l’Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo».

E siamo chiamati a rispondere: «O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato».

Abbasso gli occhi: non sono degno.

La traduzione in lingua italiana non rende fino in fondo. La messa celebrata secondo il rito del Messale promulgato da Papa Paolo VI in latino usa una formula differente.

Il sacerdote si genuflette, prende l’ostia frazionata e consacrata nella stessa Messa, e tenendola alquanto sollevata sulla patena, rivolto al popolo (se celebra orientato), dice ad alta voce: «Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi. Beati qui ad cenam Agni vocati sunt». E continua, dicendo insieme con il popolo: «Domine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum, sed tantum dic verbo, et sanabitur anima mea».

Il fedele si prepara alla comunione proclamando non una sola volta ma per ben tre volte la propria indegnità, precisamente con queste parole: «O Signore, non sono degno che tu entri nella mia casa, ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato». L’espressione “nella mia casa” (o “tetto”, a seconda della traduzione in italiano che si voglia) rispetto a partecipare alla tua mensa è sicuramente più fedele a ciò che in quel momento sta accadendo: l’Eucaristia non è semplicemente una mensa, ma l’entrata di Gesù – vero e vivo – nel fedele.

C’è davvero da restare a bocca aperta, come i bambini di fronte ad un fatto stra-ordinario, fuori dall’ordinario. Per questo motivo mi piace pronunciarla alla vecchia maniera, alla latina.

È la stessa identica frase che troviamo infatti nel Vangelo di Matteo (8,8): sono le parole che il centurione rivolge a Gesù, non appena il Signore gli aveva detto che sarebbe venuto a casa sua per guarire il suo servo malato.

È una delle più grandi manifestazioni di fede che troviamo nel Vangelo, come lo stesso Gesù riconosce. Per questo la liturgia la prende, mantenendola nella sua espressione singolare, proprio per mantenere questo riferimento evangelico alla fede del centurione.

Davanti alla comunione che stiamo per ricevere, ci vengono poste sulla bocca le parole di quest’uomo. Un pagano. Ha visto qualcUno di stra-ordinario, fuori e oltre tutto ciò che nella sua vita aveva visto, e ha creduto. L’Eterno è entrato in questa vita.

La certezza cristiana non è l’esito di una riflessione, una presa di coscienza della verità eterna del cristianesimo. La certezza cristiana ha tutt’altra dinamica. Nessuno diventa cristiano e cresce nella certezza della fede per una spiegazione, per una riflessione sulle verità cristiane, ma solo per l’incontro con la presenza gratuita di Gesù Cristo vivo.

L’inizio è sempre un impatto estetico con qualcosa di bello da vedersi, che attrae.

Penso che sia da notare il fatto che Gesù, ai primi che incontrava, diceva: «Seguimi». Non diceva loro: «Ascolta le verità che ti dirò e rifletti su di esse».

Ha detto solo di seguirlo. Non si può seguire un’idea, si può seguire solo una presenza umana che ha destato interesse.

Se non c’è prima un incontro così, che suscita un interesse, lo sforzo per spiegare le ragioni del cristianesimo cade nel vuoto, o rischia addirittura di apparire come una pretesa.

Non sum dignus: lo struggimento di fronte al Mistero di Cristo che Risorto mi ama, nonostante io sia un niente. Quella carezza del Nazareno che sola può renderti il cuore lieto.

Gesù è la vita eterna, è il compimento, è già il compimento. L’eterno è già in questa vita, l’eterno è già esperienza di questa vita e si chiama Gesù; è Gesù il problema, cioè è Gesù il termine.

È questa vita e la vita eterna, nello stesso tempo. E il centuplo in questa vita… per san Pietro, per san Giovanni o per Andrea, quell’uomo lì era il centuplo quaggiù: era cento volte la loro moglie e i loro figli, cento volte! E, oltre le cento volte, c’era un abisso dentro quella persona: era Lui.

Ma questo sacrificio senza ritorno aveva un grande ritorno: si trovavano a pensare alle loro mogli, ai loro figli, ai loro amici con una tenerezza che non avevano mai provato, e che in certe pagine si sente, come la pagina bellissima del centurione e del suo servo: è umano o no il paragone di un signore che abbia un servo che ami come se stesso? Che ama di più che un figlio, perché è più che figlio, fedele a lui più che un figlio, no?

Luigi Giussani, Vivendo nella carne

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