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In Francia la PMA pour toutes

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 03 dicembre 2019

Nel pieno dibattito sulla riforma delle pensioni e lo sciopero generale indetto per il prossimo 5 dicembre, il movimento "Marchons Enfants!" ha giocato nel week-end appena trascorso la seconda carta di mobilitazione nazionale contro il testo di riforma della legge sulla bioetica.

Dopo la manifestazione del 6 ottobre scorso per le vie di Parigi che ha radunato decine di migliaia di francesi, il collettivo delle 23 associazioni e gruppi di matrice cattolica - che comprende tra i promotori la Manif Pour Tous, le Associazioni familiari cattoliche (AFC) e Alliance - ha cambiato strategia: 573 picchetti cittadini, con l’obiettivo di permettere un confronto ed un dialogo vis à vis vicino alle stazioni ferroviarie, aeroporti, centri commerciali, mercati e piazze di città e villaggi in quasi tutti gli arrondissement francesi.

Albéric Dumont lo aveva annunciato: se non si fosse aperto un dialogo con il Presidente della Repubblica, se le implicazioni e le conseguenze della PMA sans père non fossero state finalmente prese in seria considerazione, la mobilitazione generale sarebbe andata avanti ad oltranza nel fine settimana dell’ultima di novembre per poi culminare in un grande evento nazionale domenica 19 gennaio 2020 a Parigi.

Macròn ha pubblicamente rifiutato un incontro con i manifestanti, il primo ministro Edouard Philippe e il ministro della sanità Agnès Buzyn tengono bocche cucite sul tema. Nel frattempo, il testo di legge - dopo il via libera in prima lettura nell’Assemblea Nazionale - si appresta a passare all’esame del Senato francese, dopo la breve fase delle audizioni presso la Chambre des territoires in vista del dibattito e del voto finale.

Tutto fa pensare che la maggioranza alla Camera alta difficilmente potrà cadere vittima di tranelli ed imboscate e che il disegno di legge fortemente voluto dallo stesso Macron possa volare indisturbato verso l'adozione del testo nell'estate del 2020.

Fuori dai palazzi della politica francese, i principali network di informazione da tempo hanno schierato i think tank a favore della linea governativa e l’opinione pubblica sembra più preoccuparsi di altri temi caldi, dal lavoro alle pensioni, dalla riforma sanitaria alla scuola.

Insomma, la PMA pour toutes (l’estensione della PMA -Procreazione Medicalmente Assistita - a tutte le donne single e alle coppie lesbiche), la PMA sans père (sul certificato di nascita del bambino frutto di PMA saranno registrate entrambe le due “madri”, senza distinguere chi partorisce, con l’effetto di cancellare la figura ed il ruolo del padre) e la conseguente insidiosa evoluzione verso la legalizzazione dell’utero in affitto (GPA – Gestation Pour Autrui), non sembrano essere percepite dal francese medio come delle minacce. Al contrario.

Il quotidiano francese La Croix nel giorno della manifestazione nazionale di Parigi titolava: “Manifester contre l’extension de la PMA, et après?”.

Dopo avere manifestato contro ed avere incassato per tutta reazione l’approvazione senza alcun ripensamento, che fare?

L’interrogativo lascia come sospesa una possibile risposta, probabilmente perché ricette e soluzioni alternative non se ne intravvedono, almeno nel breve periodo.

In Francia come in Italia.

Negli ultimi 20 anni, in entrambi i Paesi si è indubbiamente assistito ad una sorta di sussulto popolare di una parte del mondo cattolico che – pur nelle specifiche differenze e peculiarità – era riuscito a riproporre un protagonismo che sembrava perduto perché sconfitto dai rigurgiti post ’68 di una società sempre più scristianizzata.

E che – tuttavia – oggi si trova a doversi confrontare con l’interrogativo “et après?”, non fosse altro per la necessità di fare i conti con le (nuove) sconfitte sul piano dei mancati risultati pratici portati a casa.

Nelle piazze di Francia le famiglie che oggi stanno scendendo in campo contro l'estensione della PMA sono fondamentalmente le stesse famiglie che nel 2012 si schierarono pubblicamente contro “le mariage pour tous” e prima ancora nel 1999 contro i Pacs.

Lo si è visto chiaramente durante la mobilitazione del 6 ottobre: i manifestanti venivano spesso con le loro famiglie, con la partecipazione di membri di diverse generazioni.

Il movimento chiamato “génération anti-Pacs” ha rappresentato in effetti la prima grande mobilitazione di piazza, dopo la fase del 1984 con la difesa della scuola libera.

I referenti, la deputata Yvelines Christine Boutin e Tugdual Derville, che successivamente diventerà il delegato generale di Alleance Vite, erano in realtà già emersi prima, nel 1994 con le prime leggi sulla bioetica.

La questione dei PACS provocò un movimento sociale, mentre ciò non avvenne nel 1994 con le prime leggi sulla bioetica o nel 1975 durante la depenalizzazione dell'aborto.

In Italia i processi di mobilitazione popolare dei “cattolici” non sono avvenuti in maniera poi così differente.

In piazza i “cattolici” ci scesero in massa con il Family Day del 12 maggio 2007, in San Giovanni Laterano a Roma, su iniziativa del Forum delle Associazioni Familiari per protesta contro il disegno di legge del governo Prodi noto come DICO (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi), che intendeva riconoscere giuridicamente le convivenze stabili tra coppie sia etero che omosessuali e ad attribuire loro diritti e doveri di natura assistenziale, abitativa, lavorativa, previdenziale e successoria.

Un manifesto congiunto sottoscritto il 19 marzo 2007 da vari gruppi cattolici intendeva ribadire e contrapporre a tale progetto di legge il concetto di famiglia “fondata sull'unione stabile di un uomo e una donna, aperta a un'ordinata generazione naturale, dove i figli nascono e crescono in una comunità d'amore e di vita, dalla quale possono attendersi un'educazione civile, morale e religiosa” e, per effetto di ciò, i suoi firmatari chiedevano al Parlamento l'adozione di “un progetto organico e incisivo di politiche sociali in favore della famiglia: per rispetto dei principi costituzionali, per prevenire e contrastare dinamiche di disgregazione sociale, per porre la convivenza civile sotto il segno del bene comune”.

Furono circa duecento le sigle, quasi interamente di matrice cattolica, che aderirono ufficialmente al Family Day del 12 maggio 2007 e la massiccia presenza popolare e trasversale ebbe l’effetto di convincere la politica ad accantonare la discussione parlamentare del disegno di legge sui DICO, perché apparve chiaro che il provvedimento non avrebbe trovato consenso sufficiente in Parlamento e avrebbe messo a rischio la tenuta del governo.

Successivamente, a luglio 2007, il presidente della commissione giustizia alla Camera, il DS Cesare Salvi, presentò un nuovo disegno di legge che trovasse un maggiore consenso all'interno della maggioranza, che prevedeva il riconoscimento delle unioni civili con una nuova denominazione (Contratto di Unione Solidale) e diverse caratteristiche.

Anche tale testo tuttavia, complice la fine prematura della legislatura, non completò mai l'iter parlamentare e, di fatto, la materia subì un rallentamento di quasi un decennio.

Come sappiamo, in Francia gli esiti della grande mobilitazione popolare non furono in grado di modificare l’agenda politica del governo socialista di Hollande, perché la legge Taubira passò il 23 aprile 2013 dopo 136 ore di battaglia e solo per un soffio si evitò la calendarizzazione di una riforma sulla PMA pour toutes: Hollande rinuncia all'idea di candidarsi a un secondo mandato ed Emanuel Macròn divenne poi il più giovane presidente di Francia.

La mobilitazione di piazza dei cattolici francesi si caratterizza per tre elementi particolari, come sostiene il sociologo francese Yann Raison du Cleuziou dalle colonne de La Croix.

Il primo. Le manifestazioni anti-Pacs sono avvenute due anni dopo la Giornata Mondiale della Gioventù organizzata a Parigi nel 1997 con Giovanni Paolo II. “Coloro che organizzano il movimento di protesta contro i Pacs hanno fatto la scelta strategica di dargli l'apparenza di un'estensione dell'effetto GMG in politica”, sostiene.

“Lo si vede nelle manifestazioni, nelle quali coloro che si mobilitano sono vestiti di colori vivaci e sul palco i giovani fanno coreografie con i cappellini esattamente nello schema delle GMG”.

Il secondo elemento. L'omosessualità è stata una leva di mobilitazione all'interno del cattolicesimo francese.

“Il riconoscimento dell'omosessualità mina il cuore del cattolicesimo che io chiamo ‘osservante’ che è costituito a partire dagli anni 1970”, prosegue l’analisi.

“Questi cattolici osservanti pensano che le loro famiglie siano il crogiolo di una restaurazione della Chiesa cattolica e della società francese. Queste famiglie pensano che ciò che vivono sia un esempio per il resto della società.

Pensano, in un certo senso, come un'élite riformatrice, soprattutto perché ritengono che le loro famiglie siano più resistenti al divorzio rispetto al resto delle famiglie.

Ed è a causa della natura esemplare della loro famiglia che si considerano legittimati nel dire quale dovrebbe essere la norma sociale.

In questo senso, la promozione dell'omosessualità come possibile fondamento di un modello familiare mina la legittimità della famiglia, che appare solo come una possibilità. Quindi non è l'omosessualità stessa ad essere un problema, ma piuttosto la sua normalizzazione”.

Dal 1999 in avanti, “questi movimenti di protesta sono stati strutturati attorno all'argomento del ’pente glissante’, pendio scivoloso” – il terzo elemento sottolineato dal sociologo francese -, secondo il quale le evoluzioni di oggi sono solo il primo passo verso altre evoluzioni, ovviamente negative sul piano anzitutto antropologico”.

Ieri come oggi, i cattolici francesi non si mobilitano “in nome di argomenti religiosi, ma perché percepiscono la loro famiglia come il frutto di un'esperienza naturale che dimostra l'efficacia dei loro valori. Quindi le argomentazioni che spesso vengono evocate hanno a che fare con il buon senso. Queste concezioni dell'ordine familiare appaiono loro, oggi come 20 anni fa, come un fatto naturale che è ovvio”, conclude.

Non diversamente in Italia.

Passò quasi un decennio prima che l'espressione Family Day tornasse, ancora una volta a opera di organizzazioni a orientamento religioso tradizionalista in opposizione a quello che divenne noto giornalisticamente come “DDL Cirinnà”, dal nome di Monica Cirinnà, la senatrice del Partito Democratico che presentò il disegno di legge “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze" che si avviava, a differenza dei DICO di due legislature addietro, a raggruppare un considerevole consenso parlamentare anche da parte di alcuni esponenti di centro-destra sotto il governo del cattolico Renzi.

Sappiamo come sono poi andate le cose: primo Family Day il 20 giugno 2015 in piazza San Giovanni a Roma e - a seguito del licenziamento del testo in commissione Affari Sociali e l'arrivo al Senato per la prima lettura e votazione – il Comitato Difendiamo i Nostri Figli indisse un nuovo Family Day il 30 gennaio 2016 al Circo Massimo. Il disegno di legge fu poi approvato.

E adesso?

E’ innegabile che sia in Francia che in Italia il cattolicesimo pro-life è costretto ad una profonda riflessione radicale: pena l’irrilevanza sociale e culturale.

La lezione che viene dall’esperienza francese è che le mobilitazioni di piazza rischiano di essere uno strumento boomerang: oltre ad assorbire una quantità enorme di energie e risorse economiche, sul piano dell’efficacia della negoziazione politico-sociale mostrano una totale inefficacia e – al tempo stesso – nella radicalizzazione delle prove muscolari rischiano non solo di scoraggiare ma di confinare ancor più nell’angolo i manifestanti dentro il perimetro cattolico rendendoli una minoranza della minoranza.

Anche perché un aspetto che Yann Raison du Cleuziou ha tralasciato nella sua analisi riguarda il rapporto con la politica ed i partiti francesi.

Nelle ultime manifestazioni nazionali si è vista una progressiva assenza nelle piazze dei leader della destra politica francese, leader che hanno preferito in molti casi promuovere ed organizzare proprie iniziative di partito sulle stesse tematiche.

Non solo.

Il dibattito parlamentare all’Assemblea Nazionale e l’esito delle votazioni del testo di legge approvato in prima lettura, conti alla mano, ha evidenziato nelle sue numerose astensioni o addirittura votazioni a favore che la destra francese non sia affatto graniticamente compatta attorno alla difesa senza se e senza ma dei cosiddetti princìpi o valori non negoziabili.

In Italia?

Ci sono due strade, a questo punto storico tra loro inconciliabili: o si sceglie il terreno pre-politico della negoziazione “da fuori” con il singolo parlamentare di questa e quella formazione partitica oppure si sceglie di fare il passo e scendere in campo nel pieno dell’agone partitico-politico italiano.

Non so indicare con sicumera certezza quale delle due strade sia quella da percorrere e probabilmente nemmeno sono così certo che non ci possano essere altre vie oltre a queste due.

L’unica cosa che so per certo è non ci si può permettere di fare il gioco delle tre carte: o dentro o fuori l’agone partitico. Tertium non datur.

Fuor di metafora: perdere per perdere, è più leale e responsabile – oggi – decidere di costruire un nuovo partito di ispirazione cristiana piuttosto che rincorrere a rimorchio un centro-destra che - nei fatti - dimostra giorno dopo giorno che i patti firmati e le parole sprecate nelle infinite campagne elettorali a difesa e tutela della vita e della famiglia non trovano mai spazio in concrete azioni legislative.

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