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Martedì della 1.a Settimana di Avvento

Martedì 3 Dicembre 2019

S. Francesco Saverio (m); B. Giovanni Nepomuceno

Nei suoi giorni fioriranno giustizia e pace.
Is 11,1-10; Sal 71; Lc 10,21-24

+ Dal Vangelo secondo Luca 10,21-24

In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse:

«Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.

Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.

Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».

E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse:

«Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».

Parola del Signore.

Sant’Antonio del deserto, padre del monachesimo, un giorno ebbe questa rivelazione:

“In città c’è uno che ti somiglia: è di professione medico, dà il superfluo ai bisognosi, e tutto il giorno canta il trisagio con gli angeli”.

Perché fu fatta tale rivelazione a questo sant’uomo? Per aiutarlo a restare umile.

I padri del deserto si sottoponevano, infatti, a duri digiuni ed astinenze e c’è una cosa su cui il demonio non manca di tentare gente di questa tempra: l’orgoglio spirituale. Ma l’orgoglio è il drago che minaccia la vita di ciascuno di noi.

L’orgoglio rende pesanti e Satana, il maestro dell’orgoglio, è caduto per forza di gravità. Quale rimedio? La più bella delle virtù, quella che ci rende bene accetti a Dio e agli uomini è l’umiltà. Ma è una scala ripida da intraprendere, fatta di continue cadute e ascesi e sono pochi quelli che tentano di salirvi.

Perché l’umiltà ci rende bene accetti agli uomini? Perché l’umiltà conferisce all’uomo, fra le tante, la capacità di ammirare gli altri.

Tale e tanto vera è la conoscenza di sé dell’uomo umile, tanto rispondente alla realtà delle parole di San Paolo:

“Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?” (1 Cor 4, 7), che gli costa ben poco sforzo considerarsi inferiore agli altri uomini: ne ha l’evidenza sempre davanti agli occhi.

La gratitudine è il primo gradino della scala dell’umiltà. Davanti alla generosità di Dio, la nostra è sempre poca cosa, e chi intraprende la scalata dell’umiltà lo percepisce.

Diciamolo chiaramente, è molto difficile avere questo senso di gratitudine continuo, è uno sforzo a cui ci si deve dedicare quotidianamente, da quando ci si alza la mattina fino a prima di coricarsi la sera.

Mettendo il primo piedi fuori dal letto dovremmo dire: “Toh! Si muove!” e la sera prima di andare a letto: “Grazie Signore per questa giornata, per le cadute e per le vittorie”.

Già, ma chi ringrazia più? Chi si più fa un esame di coscienza prima di addormentarsi? No, questo non viene insegnato. Prima di addormentarci vediamo quanti like ha preso la nostra ultima foto, oppure pensiamo a cose di lavoro o altro.

Il grato, l’umile, è in grado di stupirsi davanti alla realtà, sa che tutto è dato, tutto è creato. La filosofia, di fatto, nasce dalla meraviglia, dallo stupore davanti a un mondo che non abbiamo fatto noi.

Se il mondo è bello, Dio dev’essere buono! Così ragionava Platone, conseguenza logica di un mondo in cui si sapeva ragionare.

“Com’è bello il mondo, com’è grande Dio” esclamava il giovane don Giussani. Anche San Josemaría Escrivá era un uomo allegro, energico, perché era grato.

Così sono i santi: allegri, energici. Mentre l’orgoglio fa invecchiare precocemente, rende cinici, stanchi, impazienti, disillusi.

«Non dimenticate: se vuoi riuscire nella vita come vuole Gesù, prega, perché il protagonista della storia è il mendicante, il protagonista della storia della salvezza è il mendicante che ciascuno di noi ha dentro».

Papa Francesco, Bogotà, 2017

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