Cosa significa la parola famiglia

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 08 dicembre 2019

“Quanto sappiamo di cosa significhi il termine famiglia?

Cosa serve per essere un genitore?

Quali sono le qualità, i requisiti, le scelte, i comportamenti più idonei, più importanti per chi decide di crescere un figlio?"

Non sono gli interrogativi della politica italiana e neppure l’incipt di una indagine sociologica sulla famiglia in Italia, ma l’endorsement di Vanity Fair in occasione dell'uscita de La Dea Fortuna, il nuovo film di Ferzan Özpetek che arriva nei cinema italiani il 19 dicembre.

Il film – si legge nell’editoriale di Vanity a firma del direttore Simone Marchetti“si inserisce come una lama tra le tante domande e le poche risposte (soprattutto in fatto di legislazione) di questi quesiti”.

“Ciò che rende questo film da non perdere è la domanda che pone: quanto sappiamo di cosa significhi il termine famiglia? Quanto abbiamo bisogno di chiudere l’amore in una scatola perdendo di vista la sua natura libera e incontenibile?”, insiste Marchetti.

Ferzan Ozpetek, il regista turco-italiano delle Fate ignoranti e di Mine vaganti, viene definito “un grande narratore della normalità”, capace di “far riflettere un intero Paese su temi difficili con un lessico sentimentale così quotidiano eppure potente da indirizzare pensieri, da piegare pregiudizi e forse da far fare un passo in avanti a tutti noi”.

Il tredicesimo film di Ozpetek, la Dea Fortuna, “farà ancora di più, perché non propone soluzioni né sembra nascondersi nei trucchi della commedia sentimentale. Stefano ed Edoardo sono due uomini ma potrebbero essere anche un uomo e una donna o due donne: le crisi, infatti, riguardano tutte ma proprio tutte le coppie”.

Insomma – lo avete già capito benissimo – il (solito ed ennesimo) spottone propaganda della famiglia ‘love is love’.

Sulla copertina di Vanity Fair i protagonisti del film, Stefano Accorsi ed Edoardo Leo, raccontano di coppie, di genitori e di figli, di un amore universale che non ha a che fare con l’orientamento sessuale.

“È una coppia omosessuale? Non importa”, dichiara Accorsi.

“E non solo non è interessante sottolinearlo, ma rimarcarlo è stretto parente della discriminazione. Arturo e Alessandro si amano. E tanto basta. Si dice mai di una coppia formata da un uomo e da una donna ‘è una coppia eterosessuale?’”.

Alla domanda se teme che La Dea Fortuna venga etichettato come “l’ennesimo film di Ozpetek sull’amore omosessuale”, il regista risponde di no:

“È un film sull’amore, punto. I protagonisti sono due uomini, ma la storia non sarebbe cambiata se avessi scelto due donne oppure un uomo e una donna. L’augurio è che si cominci a parlare di genitorialità a prescindere dalle scelte sessuali”.

Una genitorialità – tra l’altro - a cui lo stesso Ozpetek, che nel 2016 si è unito civilmente con il compagno di vita Simone Pontesilli, si è sempre dichiarato disinteressato:

“Crescere un figlio comporta delle responsabilità che non sono pronto ad assumermi. Per questo anni fa ho declinato la proposta di un’amica che voleva fare un bambino con me. Sono però favorevole alla libertà individuale: io personalmente non opterei per la maternità surrogata, ma non giudico chi lo fa”.

“Quelle scene accadono in milioni di case, riguardano tutti e investono le coscienze di chiunque”, dice Accorsi in una delle due interviste al vicedirettore Malcom Pagani, nel rimarcare il valore universale di un “racconto che non ha a che fare con l’orientamento sessuale”.

Quali scene?

“Quelle dei connubi senza figli che si domandano se averli non rappresenti un attentato alla loro libertà e quelle che i figli invece li hanno e magari non si sono saputi trattenere dal litigare davanti a loro.

Subliminalmente, senza armare tesi o manifesti sul tema, il film parla sicuramente anche della possibilità per i gay di essere genitori.

E dell’energia che i bambini portano nelle vite delle persone.

Ad Arturo e Alessandro quell’energia servirà a trovare nuove ragioni per amarsi e ricordare chi sono stati.

La monogamia è un patto difficile.

O narcotizzi il desiderio e ti adagi serenamente sul fatto che in un rapporto, dopo la fiamma iniziale, le passioni possano acquietarsi per diventare altro, o ti fai aggredire dagli impulsi, dai desideri e dall’insoddisfazione. L’amante non è altro che un parcheggio in cui far sostare per qualche ora la propria frustrazione”.

Ispe dixit Stefano Accorsi.

Di Özpetek, Vanity Fair e in generale delle pellicole cinematografiche poco mi cala personalmente, dato che non posso permettermi il lusso né di andare fuori a cena ogni tanto e tanto meno di spendere trenta euro per andare al cinema: tengo famiglia.

La libertà è una gran bella cosa, in particolare la libertà di dire e scrivere ciò che ci passa per la testa.

Poi c’è la realtà vera nella sua asciutta e nuda verità.

E la realtà ci dice che nel 2018 l'Italia ha avuto l’ennesimo record di bassa natalità con meno di 440.000 nuovi (439.747) nati e che il 2019 non mostra alcuna minima inversione di tendenza. Anzi, si stima un nuovo minimo con meno di 430.000 nuovi nati attesi.

Lo ha dichiarato Gian Carlo Blangiardo - presidente dell'Istituto nazionale di statistica (Istat) - nel corso del suo intervento alla presentazione del rapporto Welfare Italia. Il dato nel 2019 - ha detto - "sarà ancora al ribasso". "Non dobbiamo illuderci - ha aggiunto Blangiardo - che l'immigrazione risolva il problema perché anche gli stranieri riducono le nascite e si adeguano" a quanto accade in Italia.

Se proseguirà l'andamento innescato negli ultimi anni, il rischio è di andare nel 2065 verso i 300.000 nati l'anno che in un Paese di 60 milioni di abitanti è una follia. Dopo un calo dei morti nel 2018, sempre secondo le stime presentate dal presidente dell'Istat, i decessi dovrebbero aumentare nel 2019 tornando sopra quota 640.000 con un allargamento del divario tra nascite e morti che supererà abbondantemente le 200.000 unità.

Storcete pure il naso e lanciate i vostri strali per quel che vado ad affermare, non mi importa, ma per quale ragione mi dovrei sentire quasi in colpa nel sostenere che l’investimento principale ed essenziale per un Paese ha un nome preciso e chiaro: generatività.

Siamo uno strano Paese.

Oggi va come di moda utilizzare il paradigma generativo per il welfare, il sistema imprenditoriale, le dimensioni di vita sociale, le periferie: si invoca generatività da sostituire ad assistenzialismo, si predicano sinonimi quali coworking, housing sociale e circular economy, ma non che il primo ed essenziale “luogo” generativo è la famiglia.

Senza figli non c’è futuro per qualsiasi comunità.

Chi li genera i figli, se non una famiglia? E può intendersi famiglia totalmente disgiunta dalla procreazione, dai figli?

Il governo federale statunitense ha recentemente diffuso con non malcelata preoccupazione gli ultimi dati del National Center for Health Statistics (NCHS): il tasso di fertilità è sceso nel 2018 per il quarto anno consecutivo, con solo 59,1 nascite ogni 1.000 donne in età fertile.

Il tasso di natalità è in costante calo dalla Grande recessione del 2008 e continua a raggiungere livelli record. È diminuito di circa il 15% dal 2007 e rimane ben al di sotto del normale "tasso di sostituzione" di 2,1 figli per donna nel corso della sua vita.

La reazione del mainstreaming americano alla diffusione di questi dati è stata di forte preoccupazione e – probabilmente per la prima volta – gli opinion makers delle testate giornalistiche più blasonate si sono profusi in analisi ed approfondimenti nel tentativo di comprendere le ragioni e di offrire possibili soluzioni per invertire drasticamente la rotta.

Anche perché da decenni non si vedeva una crescita economica come quella attuale degli States e gli analisti non si riescono a capacitare di come possa accadere che in tale situazione di floridità economica le famiglie facciano meno figli di prima.

Tanto per darvi una idea, tenete conto che il tasso di fertilità negli Stati Uniti è sceso al di sotto di 1,73 nascite per donna (-2% rispetto al 2017 e -15% rispetto al 2007), ma, in Italia, il numero medio di figli per donna è arrivato a 1,29 (nel 2010, anno di massimo relativo della fecondità, era 1,46).

Stiamo davvero molto più inguaiati.

Ross Douthat, giornalista e scrittore, opinionista del The New York Times, scrive un pezzo dal titolo: Are Liberals Against Marriage?, i liberali sono contro il matrimonio?

“Il continuo crollo del tasso di natalità americano, tra prosperità e bassa disoccupazione – scrive Douthat -, ha finalmente reso la fertilità un tema del quale occorra preoccuparsi anche se non sei un deep-dyed reactionary”, un vecchio reazionario fino al midollo.

“Questa è un'ottima cosa – prosegue -, poiché la questione del perché le società più ricche del mondo non riescano più riprodursi è troppo importante per essere lasciata a stranissimi editorialisti cattolici come me”.

Il lungo articolo sul Times non si sofferma tanto ad analizzare le singole misure del welfare americano quanto a ragionare sul come le politiche nazionali degli ultimi decenni siano state pesantemente orientate da “trasformazioni culturali” finalizzate a generare “il declino del matrimonio”.

Per Ross Douthat la responsabilità principale è di un certo “neoliberismo e liberalismo culturale” che ha intaccato sia i Democratici quanto i Repubblicani, seppure con modalità differenti tra loro.

Ma qui non mi interessa soffermarmi sul pensiero del cattolico conservatore Douthat.

Ve lo immaginate - mutatis mutandis - in Italia?

Ve lo immaginate un Galli della Loggia o un Panebianco invocare dalle colonne del Corsera il declino del modello di famiglia generativa e del matrimonio quale effetto scientemente perseguito da trasformazioni culturali cavalcate da larghi segmenti dell’intellighentia, dei salotti buoni, mass-media e partiti italiani?

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