In Francia come in Italia è necessario superare rabbia e spaesamento

di Davide Vairani

#LaCroce quotidiano, 12 dicembre 2019

Una società frammentata tra diversi gruppi sociali, pessimista e disincantata.

E' la fotografia dei francesi scattata dall'Osservatorio Sociale annuale condotto dallIstituto di ricerca ViaVoice per la Fédération de l’hospitalisation privée 1.

"Disillusione", "stanchezza""indignazione", "rabbia" e "rivolta" sono le prime parole citate dagli intervistati per definire il loro stato d'animo personale nella società, mentre "gioia", "entusiasmo" e "serenità" non rappresentano per nulla il capitale sociale percepito dai francesi.

Un quadro non dissimile da noi italiani, se il 53° Rapporto Censis recentemente pubblicato nelle Considerazioni generali arriva a sintetizzare: “una società ansiosa di massa macerata dalla sfiducia”.

Il Rapporto vede “nubi nere all’orizzonte dell’economia mondiale” e gravi fenomeni di “corrosione” delle “giunture” e delle “guarnizioni” del sistema Paese.

“Nell’eccezionale cambiamento epocale, condensato in pochissimi anni – scrive il Censis – il furore di vivere degli italiani li ha riportati tenacemente ai loro stratagemmi individuali. Finché l’ansia è riuscita a trasformarsi in furore, e il furore di vivere non è scomparso dai loro volti, non c’è stato alcun crollo. Ma ora c’è un prezzo da pagare”.

E il primo prezzo da pagare è proprio la sfiducia, “un virus che si annida nelle pieghe della società” ed è originato proprio da “disillusione, stress esistenziale e ansia”. Il 75% degli italiani, rileva il Rapporto, non si fida più degli altri.

Déclassement è il termine utilizzato presidente di ViaVoice, François Miquet-Marty, per definire in una parola la sensazione del francese medio:

"Vediamo una preoccupazione per le soluzioni collettive, ma anche per se stessi", afferma. "Ciò che domina è un sentimento di paura - prosegue commentanto i risultati del sondaggio -, quello di perdere ciò che è stato costruito faticosamente, il modello sociale, l'educazione, la salute. I poteri di destra e sinistra e ora Macron si sono succeduti e nessuno sembra essere in grado di tracciare un orizzonte".

"Di fronte a questo sentimento di declassamento, i francesi nel loro insieme esprimono la necessità di una fraternità collettiva - aggiunge il presidente di ViaVoice -, anche attraverso la conservazione del sistema sanitario, il bastione che aiuta a mitigare gli indicatori sociali consentendo a tutti di essere trattati con dignità".

Secondo questa indagine, i francesi hanno molta fiducia negli operatori sanitari nel loro complesso (91%), agli ospedali e alle cliniche private (83%) e agli ospedali pubblici (82%), molto più che nei loro amministratori pubblici (66%), nella giustizia e nel suo apparato (51%), nei sindacati (30%) o nei media (23%). Al contempo, tuttavia,  il 73% degli intervistati afferma di essere "piuttosto pessimista" sull'evoluzione del sistema sanitario francese in futuro.

Soltanto uno su due intervistati (53%) ha dichiarato di sentirsi "felice".

Un punteggio che sale al 64% per la fascia tra i 18-24 anni e al 57% tra gli over 65, ma scende al 47% per le persone di età compresa tra 35 e 49 anni. Il 45% degli intervistati ritiene che la loro situazione personale, a lungo termine, "peggiorerà".

Alla domanda sui sentimenti che caratterizzano il loro stato d'animo, la "speranza" arriva soltanto al settimo posto.

Il sondaggio rivela una forte aspettativa di collettività. Alla domanda di quali valori avrebbero bisogno, gli intervistati chiedono rispetto tra le persone e quindi l'ambiente, protezione e sicurezza, giustizia familiare e sociale. Valori individuali come la libertà, il coraggio, la responsabilità o l'indipendenza vengono dopo, dice l'istituto.

Gli optimistes sarebbero soltanto il il 37% dei francesi, mentre les épuisés, gli sfiniti, il 30%. Tra i due, il gruppo fatalistes con il 16% e les abandonnés, coloro che si sentono fortemente emarginati dalla società francese, il 17%.

Tra gli abbandonati, è soprattutto l'impressione di non essere integrati nella società e la mancanza di fiducia che domina. I fatalisti affermano di essere felici, ma pensano che la situazione peggiorerà.

Certamente i sondaggi e le ricerche di questa natura vanno prese con le pinze; indubbiamente il lungo periodo di crisi socio-economica (che stiamo ancora vivendo) contribuisce pesantemente ad alimentare la sensazione diffusa e trasversale di pessimismo e di incertezza; è un dato di fatto che la politica versi in una condizione generale di incapacità strutturale nel disegnare un orizzonte di speranza, non soltanto in Italia e Francia.

Tutto vero.

Si legge nel libro del Deuteronomio: "[Il Signore] ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore" (Dt 8,3).

Gesù riprende queste parole mentre si trova nel deserto, assalito dalla fame dopo quaranta giorni di digiuno, ed è tentato di ricorrere al miracolo di trasformare in pane i sassi che stanno davanti a lui.

Ma al divisore egli risponde: "Sta scritto: 'Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio'" (Mt 4,4; cf. Lc 4,4).

Il pane necessario per vivere, senza il quale si va incontro alla morte, non basta a far vivere. È necessario qualcosa oltre il pane, qualcosa di cui il pane è solo segno, qualcosa che come il pane sappia portare vita, ma una vita altra rispetto a quella meramente biologica.

Il "besoin de collectif, de fraternité" - avvertito con urgenza dai francesi - non ci costruisce a secco, come i muretti evocati dal Censis, vale a dire “una multiforme messa in opera di infrastrutture di contenimento dei fenomeni erosivi generati dalla difesa solitaria dei singoli, grazie a processi temporanei e tempestivi di appoggio”.

Il Censis cita sia "la fitta rete di incubatori e acceleratori di imprese innovative nei quali diverse migliaia di giovani tentano una esperienza imprenditoriale”, ma anche “i tanti festival, sagre, eventi culturali di ogni genere e scopo, senza che vi sia in pratica città o borgo che non ne progetti o organizzi uno”.

“Sono eventi – spiega il Censis – che valgono come affermazione di identità e di comunità locale, occasione economica per l’attrazione turistica, luogo di elaborazione di prospettive e di confronto intellettuale, prosceni per la tecnologia, la ricerca, l’innovazione, l’educazione”.

La storia non procede mai secondo una retta euclidea e allora - se siamo d’accordo che il passato non è soltanto quel che è accaduto, ma anche ciò che non è accaduto - possiamo per avventura riascoltare quella lezione che ci viene dal passato per sentire se c’è qualche cosa che ancora ci riguarda?

La cronaca di questi ultimi venti anni almeno ci consegna la narrazione - in Francia come in Italia -  di una società desiderosa di dare corpo più ai diritti individuali che ai doveri dell'essere communitas, con il furore dell'ideologia che si possa essere uguali soltanto se indistinti e come privati di ogni differenza.

E' la cronaca a mostrarci una grande matassa con un filo rosso che cuce insieme le mariage pour tous in Francia con le unioni civili italiane; l'affaire Lambert con i casi Eluana Englaro, Piergiorgio Welby e Fabiano Antoniani con la legge sul biotestamento italiana e la sentenza sul fine-vita della Corte di Cassazione; la riforma della lois de bioéthique, la PMA pour toutes, la rimozione della figura paterna, il "genitore 1 e 2" con "le Parent 1 et 2" discusso in Assemblea Nazionale francese; i neologismi persino imbarazzanti che piovono in questo nuovo spazio che si estende dai vecchi riferimenti sessuali (donna, uomo, eterosessualità, omosessualità) ai nuovi spazi incerti rivelati dalla fluidità delle identità di genere, per i quali - come sostiene il filosofo e saggista spagnolo, Paul B. Preciado (nato Beatriz Preciado): "Dobbiamo immaginare una sessualità senza eterosessuali o omosessuali, senza uomini e senza donne".

L'effetto generale di questa matassa sempre più gonfia è - in ultima istanza - lo smarrimento di quanto può tenere insieme un Paese sull'orlo dello sfinimento.

Ne sono prova l'utilizzo di termini come "identità", "nazione" e "comunità", termini  che non possono più - oggi - essere affermati e perseguiti con lealtà al loro significato oserei dire quasi etimologico se non con l'accusa di essere inevitabilmente contro qualcuno o qualcosa.

E' indimostrabile - me ne rendo conto - che vi sia come un perverso meccanismo causa/effetto tra questa volontà di rimozione di ciò di cui siamo costitutiti e lo smarrimento generale in cui versiamo come società e - dato che le teorie complottistiche non mi hanno mai persuaso fino in fondo - sono certo che la questione sia più ampia e che le sue radici - soprattutto - affondino più indietro nel corso della storia della nostra Europa.

E proprio perchè sono personalmente convinto che nella storia vi sia la presenza di un Destino - non già scritto per intero -, per quella ostinazione della speranza cristiana che mi perseguita, rifuggo con terrore sia la nostalgia per una (presunta) età dell'oro quanto la riproposizione in miniatura nell'oggi di quanto nel passato ha significato rigenerazione di una società, ebbene, proprio per questo mi interrogo senza infingimenti moralistici se davvero ciò che la cronaca degli ultimi vent'anni ci ha consegnato corrisponda all'ethos del nostro popolo o se - piuttosto - non ci siamo ancora resi conto degli effetti distruttivi di ciò che è stato costruito per sottrazione.

Mino Martinazzoli, in una conferenza su Dante e la politica, sosteneva che "politica deriva dalla parola polis, città, e che quindi la politica è la fatica per il governo giusto della città, ma Giovan Battista Vico diceva che la parola politica non deriva da polis, ma da un’altra parola greca, polemos, che vuol dire guerra".

La politica è questa ambiguità: "la fatica per il governo giusto della città, ma anche la guerra per il potere che ci vuole per governare la città", se diamo per acquisita una volta per tutte "che la regola democratica, per quanto imperfetta, per quanto mediocre, per quanto modesta, è quella che garantisce agli uomini che il conflitto per il potere possa essere messo al riparo dalla violenza".

"Io credo che sarebbe difficile contestare che la radice dell’ispirazione cristiana, tradotta nella nostra cultura politica, ci ha consentiti di essere resistenti e vittoriosi contro il troppo
della politica - scriveva nel 1999 -. La nostra concezione della persona, della società, dello stato non ci ha fatto ignorare lo stato, non ci ha fatto sottovalutare il suo ruolo, e tuttavia ci ha sempre convinti che la persona e la società vengono prima dello stato; che lo stato non contiene tutta la vita, tutto il sentimento, tutta la regola.

Quando avevo una qualche responsabilità di rappresentanza di questo partito, a chi mi chiedeva cosa voleva dire essere un partito d’ispirazione cristiana, rispondevo: essere gente per cui la politica conta, ma sa che la vita conta di più della politica.

Mi sembra un’asserzione minimale, ma che, tutto sommato, non è per niente insignificante: siamo stati contro lo stato etico, siamo stati contro la pretesa invasiva e totalizzante della politica del comunismo realizzato, siamo stati contro il troppo della politica e oggi perché dovremmo essere latitanti contro il rischio del niente della politica?".

Per sottolineare più avanti:

"La ragione per la quale nel ‘94, nella distruzione della Democrazia Cristiana, alcuni (e, io speravo, i più), riandammo alla sigla di Sturzo, non era un espediente cosmetico, ma il desiderio che quell’idea ridiventasse più attuale.

Quindi l’idea del partito laico, non perché agnostico, ma perché appunto asseriva di essere un partito cattolico coinvolgendo e compromettendo, come Sturzo scriveva, nella parzialità della politica l’universalità della radice religiosa, il suo partito nasceva dall’idea che un’ispirazione cristiana era in grado in una mediazione culturale adeguata di produrre un progetto politico intorno al quale, laicamente, chiedere il consenso di tutti e per prima cosa, naturalmente, di quelli che condividevano questa ispirazione.

Allora io non ho il minimo dubbio che in linea di principio il cattolico può scegliere in politica quello che gli piace di più, ma in linea di fatto se il giudizio sulla scelta politica è un giudizio che deve coinvolgere anche un dato di tradizione, di storia, di cultura, di percezione e di interpretazione del sociale, bene io credo che si debba giocare un riconoscimento globale di questi dati e che ciò determini la visibilità di una scelta.

Questo tema del pluralismo dei cattolici non bisognerebbe farlo diventare troppo banale, anche perché temo di dover concludere che questo tipo di pluralismo rende insignificante a livello politico la presenza di questa cultura, di questa tradizione, di questa ispirazione. Dico anche con grande rispetto che non mi convince più di tanto l’idea che in questo tempo quello che conta è l’unità sui valori.

La politica ha a che fare coi valori solo se è capace di porre le concrete condizioni di esistenza e di competizione dei valori che vengono prima della politica, quindi la politica ha nei confronti dei valori, una funzione strumentale, ma ce l’ha.

Possiamo pure vincere una battaglia sulla fecondazione artificiale, ma sono tendenzialmente vittorie di Pirro, perché non si conquista con la politica quello che per avventura si sia perduto nel costume, negli stili di vita, nelle moralità effettivamente praticate.

Mi convince di più l’idea di un esercizio della politica che sia esercizio che ispirandosi a quella tradizione, a quella forza che è attuale, straordinariamente attuale, tuttavia accetti il rischio della politica, la mediazione della politica, la fatica della politica.

Ed è in questo senso che, credo, effettivamente occorrerà, se possibile, sviluppare qualche convincimento.

Se mi chiedete se è un’operazione facile, se è un’operazione che si possa affrontare con impazienza, risponderei no.

Tutto quello che oggi si ponesse in questa direzione pretenziosamente solo nella dimensione politico-partitica, a mio parere, sarebbe destinato all’insuccesso.

Penso piuttosto al tempo di una lunga seminagione (certo la politica è fatta anche delle occasioni che se non vengono colte non ritornano), però ho l’impressione netta che quello che oggi i cattolici dovrebbero fare sarebbe un lavoro assiduo, diffuso, umile di ricostruzione di legamento sociale, di riapertura di dialogo fra noi. Come facciamo a parlare con gli altri se non parliamo per primi tra noi?

Io sono convinto che quel seme non è diventato infecondo e mi piacerebbe conoscere tanti contadini che a questo seme siano capaci di apprestare una terra che lo custodisca, che lo riscaldi e che torni a farlo fiorire".

 

1 Sondaggio condotto online il 16 e 17 settembre 2019. Campione di 2.038 persone, rappresentante della popolazione francese di età pari o superiore a 18 anni. Metodo e aggiustamento delle quote applicati alle seguenti variabili: sesso, età, categoria socio-professionale e regione dell'intervistato.

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